Milwaukee non è Carrapipi

Da tempo ho l’idea che ciò che scrivo sia, per quanto possibile, riunito in questo mio sito, perché ciò che è altrove può per vari motivi andare “disperso”. Inizio allora con oggi la ripubblicazione di miei vari interventi e articoli sul mondo della traduzione.

Il primo, Milwaukee non è Carrapipi, è un pezzo che scrissi nel 2006 per il blog di Nicola Poeta, inserito ovviamente col suo permesso e solo lievemente aggiornato per via dei link che nel frattempo sono cambiati, e che racconta di una delle tante esperienze che ho avuto a conferenze sul nostro mondo (il collegamento con l’attualità è dato dalla conferenza ATA testé terminata), esperienze che ricordo con piacere e gratitudine immensi e che conto di riprendere presto.

Come dice il giornalista Bobby Tanzilo, americano di quarta generazione che ha riscoperto l’Italia e l’italiano, lingua dei padri che nemmeno i genitori parlavano più (e, tra parentesi: curioso e denso di sviluppi l’incontro di un piemontese innamorato dell’America con un americano innamorato del Piemonte), Milwaukee viene spesso considerata dagli americani come la città di Happy Days, delle breweries e di poco altro ancora. Ma, forse – ho detto forse! – non è tutto qui.

Per pochi ma densi giorni (21-24 giugno 2006) questa città del Midwest ha infatti ospitato la quarta conferenza annuale della ALC, la Association of Language Companies di cui la nostra società fa parte, non a caso intitolata (autoironicamente?) Brewing Up a New Vision. In America esistono diverse associazioni che tutelano gli interessi delle aziende operanti nel settore dei servizi linguistici. Tra queste, la ALC è quella che più si addice a chi ha come obiettivo principale la crescita della propria azienda, perché se non bisogna mai perdere di vista l’oggetto del nostro lavoro – la parola scritta –, occorre allo stesso tempo essere consapevoli del fatto che qualunque azienda senza utili non ha futuro.

Tra gli interventi mi ha colpito (in negativo) quello – tipicamente yankee – di Walter Bond, un ex giocatore della NBA ora convertito a motivational speaker, che ha intrattenuto per oltre un’ora i partecipanti con un discorso che potremmo definire di carattere religioso ma senza la religione. Tra le attività richieste ai presenti: andare a stringere la mano, sorridendo, a tre perfetti sconosciuti dicendo loro: “No one can stop you but you!” Now figure this.

Ma non sono mancate le sessioni concrete e dense di significato: una presentazione di Teresa Marshall, Localization Manager di Google, ha messo in luce i criteri usati da questo motore di ricerca per la localizzazione dei suoi servizi, e le implicazioni che ciò può avere per chi opera nel nostro settore. Si è poi parlato di stato dell’arte nella tecnologia applicata alle traduzioni (tema che per noi riveste un’importanza strategica almeno pari all’aspetto linguistico – e allora come mai continuiamo a dirci che dovremmo diventare più esperti nell’uso di questo o quel programma, salvo poi rimandare e sperare che gli stessi comportamenti portino a risultati differenti?). Un seminario interessante è stato condotto sul family business: numerose aziende tra le presenti alla conferenza sono infatti gestite da membri della seconda generazione, e in alcuni casi anche dalla terza. A chiudere il cerchio il fatto che la relatrice, Donna Gray (be’, la foto ricorda un po’ troppo da vicino Mrs. Doubtfire), è di origine italiana.

Tutti i giorni della conferenza sono stati naturalmente accompagnati dall’attività tipica di questo genere di eventi: il networking. È molto interessante, e fruttuoso, conoscere colleghi nuovi o incontrarne dei vecchi, scambiare pareri sul settore e sull’attività, anche semplicemente bere una birra in compagnia. Ma il tema caldo per eccellenza di questo periodo è l’M&A, le fusioni e le acquisizioni. È in atto infatti un consolidamento nel settore delle traduzioni, per cui i grandi attori cercano di diventare ancora più grandi per non farsi raggiungere dai player medi. È pensabile che questo movimento continui ancora per un paio di anni almeno, fino a quando l’industria della traduzione non raggiungerà la stabilità (data, credo, dal fatto che non ci sarà più posto per new entries tra i big del settore).

L’ultima attività della conferenza non poteva essere che un MicroBrewery Tour – come dire che i luoghi comuni nascono pur sempre da un fondamento di realtà. O magari sarebbe il caso di chiedere a Luca Goldoni, autore di un magnifico (e purtroppo esauritissimo) Viaggio in provincia, spiegazioni su che cosa significa vivere in un luogo comune. Lui chiederebbe agli abitanti di Canicattì quale effetto fa vivere in un modo dire. E loro risponderebbero: “Ma che modo di dire, qui è un modo di esistere: mica siamo a Carrapipi”.

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