Ago 20

Ho conosciuto Emanuela tanti anni fa, per poco e per caso. Era all’epoca una studentessa universitaria (brava), era chiaro che avrebbe fatto carriera.

Poi gli anni sono passati, la carriera (la prima parte, almeno) l’ha fatta. E, di nuovo casualmente, la ritrovo nel suo blog, aperto per parlare di un malessere e di una speranza:

Tra pochi giorni partirò per il Senegal.

Lascio un’avviata (dodici anni di esperienza) carriera nel mondo della pubblicità. […] Un contratto a tempo indeterminato, di quelli che non si vedono più, di quelli che molti miei coetanei non hanno mai visto, un ruolo chiaro, riconosciuto, un posto di lavoro sicuro. Sicuro.

Ma.

Tra i miei ma ci sono un blackberry troppo invadente, praticamente l’unico vero compagno della mia vita, e l’ansia.

L’ansia del vedermi a 34 anni con la strada segnata, dritta, lineare, scritta.

Per troppi mesi ho sentito un ticchettio. Tic tac. Non quello in cui spererebbe mia madre. Quello di un altro orologio, quello che continua a fare solo tic tac. Tic tac. Tic tac.

E quindi eccomi qui.

Allora. Chi cambia la sua vita è mio amico a prescindere, perché ha coraggio, perché non si accontenta, perché vuole sperimentare, perché ha un tormento. Perché.

Allora le ho fatto due domande semplici semplici, sul prima e sul dopo (di quelle che se le facessero a me ci metterei sei mesi a trovare una risposta), e ho avuto due risposte interessanti. Il resto del suo viaggio è sul suo blog, che vale assolutamente la pena di leggere.

Le ho chiesto che cosa abbia in animo di fare una volta tornata.

Prevedo di lavorare come freelance nel settore pubblicitario: accounting, project management, organizzazione eventi (tutte cose che già facevo), a cui vorrei affiancare un’attività nell’ambito dell’organizzazione di viaggi.

Mio commento: prendere in mano la propria vita richiede per forza che si lavori per proprio conto. Per quanto un datore di lavoro sia illuminato e generoso, non ci sono soldi al mondo che paghino compleanni dei figli mancati, mancate partite di coppa (o qualunque altra cosa rientri tra le nostre proprie priorità nella vita) eccetera. (Davvero vorresti arrivare in punto di morte e lamentarti per non aver passato abbastanza tempo in ufficio?)

Le ho chiesto poi di descrivermi le sue sensazioni nei momenti in cui ha preso la decisione di partire (questo perché è questo il punto interessante, il punto focale: che cosa ti spinge a cambiare – nessun dubbio che una persona in gamba trovi poi la strada e la maniera per una vita a misura sua, anche dal punto di vista economico).

Faccio un passo indietro. La decisione più difficile da prendere è stata lasciare. O meglio trovare il coraggio di lasciare. La stabilità, un posto di lavoro a tempo indeterminato, una carriera, la strada segnata insomma, per l’incerto. È stato un processo che mi è costato un paio di mesi tormentati.

Complice di questa decisione è stato il viaggio che avevo già fatto in Senegal a gennaio. Quel viaggio, di stacco netto da tante cose, mi ha permesso di vedere chiaramente il tutto, e di rimettere in fila le priorità che volevo dare alla mia vita. Insomma quel viaggio mi ha aiutato a ritrovarmi e a riprendere in mano delle cose che avevo perso di vista, o forse solo sepolto sotto mille altre.

Quindi una volta trovato il coraggio di lasciare, la scelta di ripartire è stata automatica. Ritornare nei posti in cui un processo aveva avuto una svolta, rifare un viaggio con spirito e animo diverso, con ruolo diverso e molto più lungo è stato quasi una necessità. Un ritorno prima della vera ripartenza su una nuova strada.

E aggiungo che adesso che sono quasi a fine viaggio posso dire che queste settimane mi sono servite per riassestarmi dopo un semestre di svolta, per riprendermi i miei tempi e dare alla mia testa il tempo e la tranquillità per girare senza sosta e pensare, liberamente. È un lusso, che avevo perso di vista. tra blackberry e doveri.

Essere lontani da tutto, per quanto difficile in certi momenti, aiuta a riprendere consapevolezza di se stessi e di ciò che si vuole davvero. In questi anni ho fatto molto e non rinnego nulla, anzi. Semplicemente mi stavo perdendo e se fossi andata avanti su quella strada mi sarei imprigionata definitivamente in una costruzione che non era ciò che ero davvero.

Un futuro brillante ti aspetta, Emanuela. Ma anche il presente non è male.


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