
Prendo spunto da questa intervista fatta a Luigi Muzii per esprimere qualche pensiero sull’industria della traduzione.
L’intervistatore, Paul Sulzberger, cita questo post di Don DePalma per sostenere che, anche se la domanda di traduzioni è in aumento,
prices appear to be dropping or at least are stagnant.
Desidero stabilire un primo punto generale qui. Abbassare il prezzo di un servizio che si offre stabilmente in un qualunque mercato è un suicidio professionale. Piuttosto, allora, meglio perdere il cliente o i clienti – decisamente meglio. Questa regola vale per chiunque in qualunque mercato. Insomma abbassare il proprio prezzo unitario è sintomo di una malattia che non può che peggiorare.
Seconda considerazione, questa specifica: chi dice che i prezzi siano in discesa? È, leopardianamente, una fòla. I prezzi dei servizi professionali – qualunque servizio professionale – non sono mai in discesa, per il semplice fatto che i servizi professionali servono al mercato. Il cliente ha bisogno del mio servizio, nient’altro.
Dice Luigi:
The most damaging problem is that the main parameter in selling/buying translation is price–and usually price alone. Rather than looking to understand and meet their customers’ real needs, language service providers find themselves trapped in a downward spiral of destructive price competition.
Dunque. Anche questo appare essere un argomento nazional-popolare, ma con quanto appiglio alla realtà? Parto dalla mia esperienza, che mi dice l’esatto opposto: Tesi & testi è, per molti tra i principali clienti di (diciamo l’80% in termini di fatturato), nella pratica dei fatti, un business partner e non un fornitore. La differenza è abissale.
E quindi mi fa sorridere quest’idea del prezzo ad ogni costo, del pensare al costo come unica variabile nell’acquisto. Non tutti i progetti che seguo sono lineari e redditizi, ovvio, ma se questa non fosse la norma sarei fuori dal mercato da anni. Il prezzo è importante, ovvio, ma è solamente uno dei fattori che influenzano l’acquisto (un’estesa analisi di Don DePalma del 2006, What buyers and suppliers of language services want, lo poneva al quarto posto nella mente dei compratori). E queste considerazioni valgono per qualunque mercato: perché l’industria della traduzione non è differente dall’industria dei bulloni, che a sua volta non differisce dall’industria del pane e così via. Tantissimi operatori di qualunque settore diranno, con Renato Beninatto, che “in Italia è diverso”: l’obiezione tipica che Renato si sente muovere quando dice che tutti i mercati sono uguali. Ovvero: “Eh, ma tu non capisci, questo vale in America, ma in Italia è diverso!” Nel mercato delle viti è diverso. Nel mercato del pane confezionato è diverso.
Il mercato delle traduzioni è esattamente uguale a tutti i mercati del mondo: ci sono compratori e venditori, ci sono clienti non paganti e clienti cui bisognerebbe fare un monumento, ci sono professionisti in gamba e mezze calzette, ci sono clienti furbi e traduttori sbruffoni eccetera.
Che cosa significa questo, per un traduttore? Principalmente, che un fornitore tende a pensare soprattutto in termini di prezzo, mentre spesso il cliente pensa in termini di servizio. Ribadisco, è una differenza abissale. Quindi la soluzione è pensare (e, soprattutto, agire) in termini di servizio per divenire dei business partner dei propri clienti – e non dei semplici fornitori intercambiabili non appena un collega si offrirà per meno. Come? Per esempio specializzandosi, per esempio offrendo servizi aggiuntivi. Presentando soluzioni e non vendendo un servizio precotto.
Una soluzione proposta da Luigi su cui non si può non concordare:
The winners will be those translators who can leverage their specialist linguistic skills by increasing their productivity with advances in technology.
Però aggiunge:
The future is in disintermediation and collaboration.
Collaborazione sì, assolutamente – è la tecnologia che ci porta dritti dritti lì. Ma disintermediazione no, no: è da quando sono entrato in questo mercato che sento dire e scrivere che il middle man verrà tagliato fuori dal processo produttivo. Ma come mai, allora, il mio lavoro di gestione progetti continua ad aumentare? Disintermediation è una parola magica che non avrà mai in questo settore applicazione reale: le regole cambiano, ma servirà sempre qualcuno che organizza i progetti – proprio come servono e serviranno dei business partner per le aziende.
Commenti
Caro Gianni,
lasciami dire, per prima cosa, che sono contento di averti dato lo spunto per tornare a parlare di quest’argomento che, ultimamente, appariva desolatamente latitante.
Subito dopo, però, devo dirti che ho il sospetto che l’ansia di contraddirmi ti abbia indotto a una lettura superficiale dell’intervista e perfino dell’articolo di Don De Palma che hai citato.
La lettura superficiale dell’intervista è dovuta, secondo me, alla mancata correlazione con le altre mie idee al riguardo che ho avuto più e più volte modo di esporre pubblicamente, e anche a te privatamente.
A questa superficialità se ne aggiunge un’altra, forse più grave, nella lettura dell’articolo di Don De Palma. Anche in questo caso capisco l’ansia di veder confermata dalle parola di una personalità teoricamente indipendente l’ansia di non apparire, al pari di altri, ossessionato dal prezzo di acquisto del prodotto di un professionista. Devo, quindi, ahimè, farti notare alcune incongruenze nell’articolo in questione che forse ti sono sfuggite.
Innanzitutto, Common Sense Advisory aveva invitato a rispondere al questionario i lettori di MultiLingual, che costituiscono, di per sé, platea ristretta anche se, forse, sufficientemente significativa, ancorché non universalmente. Aveva però raccolto solo l’opinione di 56 clienti che non rappresentano esattamente un campione significativo, a meno di non considerarlo sul totale dei 250 rispondenti scarsi.
Il dato più importante che emergeva da quel sondaggio era che la maggior parte dei clienti acquistava servizi “a progetto” e che questa tendenza andava di pari passo con l’aumento delle aste al ribasso, sulla base di prezzari predefiniti. Non è un caso, del resto, che, tuttora, la prima cosa che un traduttore si sente chiedere è la tariffa (rigorosamente al singolare) e posso offrire testimonianza (ancorché indiretta) del fatto che la pratica interessa anche te.
Infine, non va trascurato il fatto che nel sondaggio si chiedesse ai fornitori di indicare quale ritenessero fosse il parametro di acquisto più importante per i loro clienti, e mi auguro converrai con me non si tratta di una valutazione affidabile. La cosa, poi, dovrebbe accoppiarsi con il fatto che per i fornitori, cioè per MLV e SLV, che sono quelli cui facevo principalmente riferimento nell’intervista, il prezzo sia sì al secondo posto, ma solo perché a pari merito con la qualità, “percepita”.
Sulla disintermediazione, infine, ho scritto molto e vorrei evitare di tornare qui sull’argomento. Mi limito a osservare che l’esempio perfetto che porto spesso è costituito da bancomat e Internet banking che non mi pare abbiano ridotto al collasso le banche o i servizi finanziari. La crisi che stiamo vivendo è tutta finanziaria ed è dovuta tutta a storture del mercato prodotte dagli istituti (e dai clienti), non dalla disintermediazione.