Giu 17

ël camp ëd barba Ceco
Avevo un magone, sabato. Non aveva un nome e un oggetto precisi – uno dei miei tremila difetti è che faccio fatica a verbalizzare le mie ansie e le mie paure, e finisco per tenere dentro tutto quello che sarebbe bene raccontare ad un amico, qualcuno che stesse ad ascoltare, ascoltare e basta.

Ho preso la bici, e la bici mi porta sempre nei luoghi della mia infanzia, in quei luoghi che – me decenne o che – erano tutto il mio mondo. (C’era lo stadio, in quei campi; c’erano le battaglie con gli indiani e chissà quant’altre millanta fantasie che sono dentro di me ma ho dimenticato.)

Sono sceso proprio là, là dove c’era il campo di mio zio, quel campo dove tante volte ho raccolto patate, quel campo la cui terra mi è passata, volente o nolente, nel corpo e nell’animo.

Mi sono seduto in terra, senza pensieri. (Quant’è difficile far tacere il proprio discorso interno, quei cinquantamila pensieri che ci portiamo dietro tutti i giorni, tutti uguali!) Il vento smuoveva gli arbusti e le piante. Il vento era quella persona tanto cara che non c’è più, ma c’è ancora in realtà sotto forma – appunto – di vento.

Non ho risolto nulla, ho solo sentito la pace dentro di me. La voce interna ha taciuto per un po’ almeno, ho ascoltato il vento e mi sono sentito leggero. Faccio sempre fatica a verbalizzare, ma il vento – là, ant ël camp ëd barba Ceco – era leggero.


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