Il bilinguismo, secondo me

Sono di fatto un bilingue.

Certo, quando dico che le mie lingue madri sono l’italiano e il piemontese (non necessariamente in quest’ordine), leggo un po’ di smarrimento negli occhi di chi ascolta. E lo capisco: nella percezione comune il piemontese è un dialetto, non una lingua. (Che sia lingua da un punto di vista scientifico e storico, che abbia dieci secoli [sic] di tradizione scritta, che da quattro secoli si scriva grossomodo alla stessa maniera, che abbia vocabolari, grammatiche eccetera sono realtà che non fanno testo, visto che sono informazioni “per felici pochi”, per dirla alla Morante.)

Il mio bilinguismo è qualcosa che non serve a nessuno se non alla mia identità, a vivere una vita mentale più ricca. Apparentemente, non farebbe nessuna differenza se non parlassi e scrivessi piemontese: questa lingua non serve a nulla, per così dire. Ma il pericolo – parlo per me – è di trovarmi senza lingua materna e non voglio che accada, tutto qui. Il pericolo è per esempio di colui che è emigrato e ha perso la sua lingua senza trovare davvero la lingua del paese che l’ha accolto, e ad un certo punto si è trovato senza identità.

(Prescindo qui da tutte le opportunità che mi provengono dal conoscere altre lingue oltre alla prima e alla seconda, parlo solo delle mie lingue materne.)

Chi sei tu, veramente, senza una lingua tua, quale che sia? Una lingua ti definisce, è il tuo paese, sei tu. Quando penso alle parole che vivranno almeno fino a che vivrò io mi sembra un bel posto, il mondo. E mi sovviene GianRenzo Clivio:

Mia part i l’hai fala, ij mè cit a parlo piemontèis e fin ch’i vivo i l’avrai da parleje piemontèis a quaidun.

E infatti quando le mie figlie sono nate non ho potuto che parlare loro in piemontese: perché, per dirla con Tavo Burat,

‘L piemontèis a l’é mè pais.
Tuta la resta a l’é mach d’anviron.

E così sarà finché vivrò. Loro mi rispondono e mi risponderanno in italiano ma non ha importanza, il mio cuore mi dice che questo è giusto e tanto mi basta.

Queste due lingue in cui mi sono rimescolato e mi sono conosciuto mi definiscono, qualunque cosa accada; sono una compagnia e una difesa, una consolazione e un mezzo. Sono parole: parole inutili, parole incantevoli. Pavese:

Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro.

Capisco, però, che le lingue sono comunque argomenti delicati, perché entra in gioco l’identità della persona. In più, credo che l’etichetta di “piemontese” abbia per molti un’accezione negativa, perché da un lato fa venire in mente il contadino e le montagne, dall’altra ricorda pagine controverse della storia d’Italia.

Ebbene, il mio piemontese è semplicemente un altro paio di occhiali per guardare il mondo. Se fossi nato da un’altra parte avrei un’altra lingua a dare forma ai miei pensieri. Non ho nessuna pretesa di superiorità, nessun desiderio di rivalsa di nessun genere, niente da insegnare a chicchessia.

E poi credo che questa lingua, come tutte le lingue del mondo, sia un’apertura verso l’esterno, certamente non un chiudersi a riccio in un castello dorato dove le persone parlano solo la mia lingua. Il mio bilinguismo insomma mi aiuta a cercare di capire chi è diverso da me; e mi fa apprezzare lingue – e dunque culture – distanti e diverse.

Tutto qui. In maniera molto semplice e tranquilla.

Commenti

[…] (La version italian-a ‘d cost artìcol as treuva ambelessì.) […]

Lascia un commento