Dell’inutilità dello scrivere

Zucchero
Sono partito da una frase di Jaron Lanier, riportata da Luigi Muzii in questo post:

Any skill, no matter how difficult to acquire, can become obsolete when the machines improve.

E l’ho collegata alle mie competenze acquisite in tanti anni di studi e poi di professione. Ho pensato, per esempio, al mestiere di correttore di bozze che ho esercitato tanti anni fa: anche grazie al mio professore di tesi, il caro Riccardo Massano, imparai una competenza che ben si sposava col mio carattere, ovvero la pignoleria nei minimi segni grafici, la diffidenza per il doppio spazio e così via. Ma tutte quelle ore passate a sudare sui testi, che portarono al mio primo libro e alla creazione della mia attività, quale valore hanno oggi, oggi che quel mestiere è da tempo estinto?

Muzii riferisce questa frase al mestiere del traduttore:

Oggi il profilo di un professionista della traduzione si può paragonare a un tavolino a tre gambe, ognuna delle quali è essenziale, ma nessuna di esse corrisponde più alla conoscenza della lingua. Queste tre gambe sono i dati, le tecnologie e la conoscenza. La lingua è una tecnologia; la conoscenza serve a sviluppare le tecnologie e a servirsene per accedere ai dati.

E mi è venuto in mente anche un passaggio di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples, pubblicata su Inc nell’agosto 1998:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Ovvero, in sostanza: noi ci accapigliamo tanto sul nostro mestiere, oggi, schiacciati come siamo dalla crisi globale da un lato e, dall’altro, dal cambiamento radicale di tutti i paradigmi che riguardano il lavoro e le professioni; ma io non mi chiedo soltanto se ci sarà posto, domani, per tutti i traduttori (ovviamente no), quanto piuttosto che cosa sarà non solo la traduzione ma anche – più in generale – lo scrivere, domani; e se questa mia competenza – lo scrivere essendo l’unica attività nella quale non temo la concorrenza di chicchessia – avrà ancora un senso e un valore in un mondo digitale.

Penso al mio scrivere, a tutte le parole che ho scritto, e credo che mi sia servito per fare chiarezza dentro di me, per comunicare dei concetti, per trasmettere dei pensieri; ma sul valore sociale di questo scrivere ho grandi dubbi. C’è stato un momento, allorché il Web ha preso piede e scrivere una mail era un’attività necessaria, quasi di moda, in cui questa abilità poteva avere un valore; ma poi il Web è diventato visuale, è diventato degli oggetti e delle fotografie, è diventato un copia e incolla e allora scrivere o non scrivere non fa poi tanta differenza.

“Es todo un manicomio”, per dirla con Zucchero. E allora continuo a scrivere perché non so far altro, ma sull’utilità di questo fare mi interrogo anzichenò.

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