Set 14


Dice: “Non si può essere contemporaneamente tifosi della Juve e del Toro”. O forse sì?

Nel maggio del 1974 io avevo 6 anni, e la Lazio conquistò lo scudetto. Non ricordo nulla di allora, ma ho una reminiscenza – peraltro molto vaga – di me come “simpatizzante” laziale, nel senso che è naturale che un bambino faccia il tifo per i vincenti. (Pochi anni dopo mi colpì la tragedia di Re Cecconi, quel suo gesto forse sconsiderato ma di fatto mai chiarito che gli costò la vita.)

Negli anni successivi però la Juventus tornò a essere quella di sempre, e un bambino cosa fa? Ne diventa tifoso, è normale. In quegli anni sapevo a memoria tutte le formazioni di tutte le squadre di serie A, ma quella della mia squadra la recitavo come un santo rosario.

In quegli anni il nostro panettiere era uno sfegatato torinista, e con me – soprattutto al lunedì, ça va sans dire – c’era sempre lo sberleffo amichevole. Questo siparietto aveva luogo di solito prima di scuola; io ero timidissimo e cercavo di sottrarmi, ma lui incalzava.

Da ragazzo, e fin verso i venticinque anni, gioivo per le vittorie della Juve, ma soprattutto soffrivo per le sconfitte. (Il giorno che vidi Cabrini al Salone del libro e gli chiesi l’autografo mi sembrò un giovane dio.) Poi mi sono allontanato dal calcio, che da tanti anni è qualcosa di sostanzialmente distante da me. Mi è rimasto però il senso di rispetto per i tifosi del Toro, per la loro dignità nelle sconfitte, soprattutto per la loro fede incrollabile.

Questa primavera sono stato allo stadio con mia figlia piccola che voleva vedere il Toro, e di quel pomeriggio ricordo soprattutto l’atmosfera allegra, di festa per famiglie, e questa canzone, che per motivi vari e arcani mi aiuta in campo pratica a trovare il ritmo dello swing.

Ecco perché un giorno ho risposto, a chi mi chiedeva per chi tifassi, “un po’ per la Juve e un po’ per il Toro”. Ma forse avrei dovuto rammentare quel vecchio ricordo in bianco e nero e aggiungere “e un po’ per la Lazio”.


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Un commento a “Furinomoriniscirea”

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