Nov 16

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Mi sono fatto una domanda: perché lavoro più volentieri con determinati traduttori piuttosto che con altri?

Certo, ci sono le simpatie, c’è il caso e ci sono tanti fattori poco ponderabili. Ma ho cercato di darmi comunque delle risposte, che sono ovviamente del tutto personali ma potrebbero anche avere una valenza più generale. Quello che segue dunque è un tentativo di descrizione del traduttore “ideale” (le virgolette sono d’obbligo), e nello stesso tempo uno spunto di discussione.

La prima caratteristica che cerco in un traduttore è la professionalità. Professionalità per me significa ad esempio:
– rispetto dei tempi;
– uso consapevole degli strumenti informatici, e in particolare dei CAT;
– fatturazione facile;
– facilità di lavorarci insieme.

Il costo sarà conseguente a queste caratteristiche, ma non è il punto principale. Io devo far quadrare i conti ma non ho mai cercato il fornitore meno caro (non può essere un assioma – dipende da tanti fattori), cerco piuttosto il fornitore che risolva per me e con me dei problemi, e che parli la mia stessa lingua – che in questo contesto è quella degli affari.

È, in due parole, ciò che qualche anno fa avevo chiamato il circolo vizioso/virtuoso della qualità / della traduzione, ovvero:
– il professionista può vivere degnamente del suo lavoro;
– l’intermediario ottiene un servizio inappuntabile;
– il cliente finale è contento.
E va notato che l’intermediario non è necessariamente l’agenzia, ma può essere benissimo il referente del traduttore presso il cliente diretto, che in tanti casi non è l’utilizzatore finale – il discorso non cambia di una virgola.

Né cambia il punto fondamentale: che col traduttore si parli la medesima lingua e non si perda tempo in due, ma si vada diritti all’obiettivo.
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Per il mondo della traduzione come lo conosco io la mia stima è che meno del 10% (ma vorrei dire il 5%) dei traduttori abbia queste caratteristiche. Ripeto che si tratta ovviamente di un punto di vista del tutto personale e magari non condivisibile.

Però parlare la stessa lingua vuol dire andare dritti al punto, ed è questa caratteristica nello specifico che trovo soprattutto manchi al traduttore mediamente inteso. So che le cose non cambieranno, ma spero sia uno spunto per riflettere.


7 commenti “Il traduttore “ideale””

  1. Barbara Delfino ha detto:

    Buongiorno Gianni, ho letto con interesse il tuo articolo in un momento molto particolare della mia professione. Sto operando un cambiamento radicale delle mie giornate lavorative proprio perché (spero di non sembrare troppo presuntuosa) credo di far parte di quel 5% di cui parli tu 🙂 Per quasi 10 anni ho lavorato come traduttrice e come intermediaria, negli ultimi 2 anni quest’ultimo lavoro mi ha creato più danni e ansie che benefici, proprio per la mancanza di collaboratori “come li vorrei io (e tu)”. Amando tradurre e avendo a disposizione 4 combinazioni linguistiche, e soprattutto capendo perfettamente di cosa ha bisogno un intermediario, ho deciso che dal 1 gennaio 2016 lavorerò a tempo pieno solo con agenzie. Spero di trovarne altrettanto serie come noi 😉 buona giornata e buon lavoro! B.

  2. giannidavico ha detto:

    Ciao Barbara, grazie per la tua testimonianza. In effetti gestire un’azienda di traduzioni e fare il traduttore sono due mestieri mooolto diversi, che possono volentieri cozzare tra di loro. Quindi capisco molto bene quel che dici, e alla fine compiere una scelta mi pare una decisione saggia. In bocca al lupo e buon proseguimento!

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