Cosa ci faccio alla stazione di Fossano?

Fossano
Giovedì 31 dicembre, qualche minuto prima delle 18. Sono lì per fare il biglietto per tornare verso casa. Poco più di sette ore prima sono partito dal mio rifugio tra i monti, con l’obiettivo di arrivare camminando alla stazione di Centallo. Ma poi cammin facendo mi sono reso conto che sarei arrivato troppo presto, che c’era ancora luce e allora ho proseguito.

Sono 38 km in tutto, che ho percorso correndo a tratti e in buona parte camminando.

Pensare camminando. Camminare correndo. Correre lentamente. Correre fortissimo. Respirare. Respirare sopra tutto.

Non ho pensato molto, o meglio ho pensato che pensare non serve, che “capire, in fondo, è inutile” (l’ha detto Eduardo).

Che c’è molta grazia nascosta, nelle nostre terre piemontesi: ad un certo punto mi sono rivolto a due persone chiedendo lumi sulla via, in piemontese e dando del lei; ma quelle persone, evidentemente, sono molto più avanti, perché mi hanno risposto in piemontese dandomi del voi: e questo è figura (nel senso auerbachiano del termine) della gentilezza e cortesia proprie delle nostre genti.

(Mi è sovvenuto, per parallelismo, quel che scrisse Pavese alla sorella Maria da Brancaleone, il 27 dicembre 1935 – giusto ottant’anni fa, insomma:

La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.)

Che voglio andare un po’ più in là a cercare i miei limiti – fisici, soprattutto, e in questo senso l’età mia è un buon campo di prova.

Che mente e corpo non hanno un confine definito, ma sono un continuum: e te ne accorgi in maniera netta quando sei in pieno flow.

E che sostanzialmente quel che voglio fare nelle mie seconde nove è proprio questo: esplorare – camminare – respirare (l’ordine non ha importanza).

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