Sono stato qualche giorno con mia figlia piccola a Venezia.
Papà e figlia, figlia e papà in un dialogo fitto e continuo, lungo quattro giorni. Io tutto preso dalla meraviglia delle sue scoperte, come gli occhi dilatati dalla sorpresa quando si è resa conto che il ponte di Rialto è così alto; o una lunghissima passeggiata nel sestiere Castello, dove i turisti sono rarissimi, e Michela che mi dice che per lei quella è la zona più bella di Venezia, pareggiata forse solo dai canali dietro l’isola di Torcello, oltre la chiesa, in un luogo dove ci arrivi solo andandoci apposta e/o molto per caso.
La magia è negli occhi di chi guarda, insomma. E penso a Venezia come città in piena difficoltà, perché è di fatto un albergo gigante, un luogo dove vivere è complicato, è resistenza, è un atto d’amore.
E penso a me stesso, anche, a come sono cambiato in questi anni (questo diario è uno specchio abbastanza fedele di questa trasformazione): pubblico e ingessato un tempo, intimista e lieve oggi. E con tanti capelli grigi, è vero; ma che mi paiono quasi medaglie al valore.
Ma soprattutto penso a che cosa significa essere genitore, che in […] continua a leggere »


