Categoria: Vita 2.0

Ripartenze

(da un sms di Andrea Tuveri)

 

Che cosa succede quando hai la sensazione di aver fatto tutto quel che potevi e ti sembra che ti manchino gli obiettivi?

Che cosa succede quando hai fatto quel che dovevi e volevi e ti hanno detto bravo, e poi ti ritrovi davanti allo specchio del bagno e pensi ‘e adesso dove vado’?

Dove vai?

Forse è il momentum che a un certo punto diventa negativo e, senza che tu te ne accorga, ti porta verso il basso. (All’inizio non puoi accorgertene, è tutto praticamente come prima; e quando te ne accorgi è passato già molto tempo, forse troppo tempo.)

Forse è semplice desiderio di dormire, dimentico di tutti i pensieri. Oppure la squilla di dantesca memoria. (Come tradurre una sensazione in parole?)

Insomma ci sei tu, nell’età del tuo massimo splendore – come sai benissimo vedendo papà che porterà l’ossigeno per sempre. Anzi, a dirla tutta siete in due: il tuo specchio e tu.

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Smart work vs. hard work

Parte della mia famiglia ha radici contadine, e io sono cresciuto in mezzo a racconti di fatica, sudori e giornate senza tregua. In tutto ciò, che ormai per me fa parte della mia personale mitologia (proprio perché mi è giunto insieme al latte materno), la soddisfazione ricavata dal lavoro non entrava in gioco. Il lavoro si faceva, e tanto, perché così bisognava fare: non c’era altra via.

Ti suona vagamente familiare?

Ma oggi le cose non stanno più così: soprattutto perché la tecnologia, se usata nella maniera corretta, ci viene in soccorso e ci permette di lavorare di meno e in maniera molto più efficace. Il vantaggio evidente è la liberazione del proprio tempo: più tempo per la famiglia, per fare le cose che ci piacciono, per aiutare gli altri, per cercare un significato più completo per la nostra esistenza e così via.

Occorre a questo proposito anche considerare la legge di Parkinson:

Il lavoro dura sempre quel tanto che è necessario a colmare il tempo disponibile per compierlo.

Ovvero: se abbiamo un giorno per portare a termine un progetto, impiegheremo tutto […] continua a leggere »

Senza apparire stucchevoli

Parlare di felicità, ok.

Come ho detto più volte, passati i quarant’anni mi ha colto una sorta di conoscenza maggiore dei meccanismi che regolano il mondo (almeno così penso io), e da allora ho cercato di mettere questa mia serenità d’animo a beneficio innanzitutto delle persone che mi sono vicine e care, e poi di chiunque abbia voglia di starmi ad ascoltare e di dialogare con me. L’ho fatto con il libro, lo faccio con i vari blog, con la mia pagina Facebook eccetera.

C’è un pericolo, però: a dire agli altri cosa dovrebbero fare diventi antipatico. E ti prendono pure in giro. Oppure ti dicono che vivi nel mondo delle favole. Insomma potresti diventare stucchevole, il guru che rispecchia il detto ‘chi sa fa, chi non sa insegna’.

Anche Rita Levi-Montalcini dice che la felicità è una cosa da bambini.

Il lavoro, secondo me

Io sono fortunato.

A dirla tutta, io sono un ragazzo molto fortunato.

Cominciamo da capo. Avevo 27 anni, ero appena laureato. Giulio Einaudi e Norberto Bobbio, il primo per lettera e il secondo per telefono, mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Cesare Pavese, che sarebbero stati il mio sbocco lavorativo naturale. Ma litterae non dant panem, si sa. Un giorno, per caso, alla Camera di Commercio di Torino mi imbattei in un dischetto – un floppy disk, scommetto che la maggior parte dei lettori non ne ha mai visto uno – contenente una lista di aziende piemontesi.

Mandai una lettera, offrii un servizio. Iniziai a lavorare, creai un’azienda. Per quindici anni ho lavorato come un matto, dalla mattina alla sera. Perché era giusto così, perché dovevo farmi una posizione, creare una famiglia, mantenere dei figli (delle figlie, nel mio caso; ma tant’è).

Poi, ad un certo punto è successo qualcosa. Ho passato i quarant’anni, segnatamente. Quarant’anni sono un traguardo importante. È tempo di bilanci, si cominciano a tirare i remi in barca. Vedi la fine del tuo tempo, capisci che non sei immortale, che non sarai qui per […] continua a leggere »

Uno da due quartini, ovvero: un piccolo grazie

Una settimana fa ho pubblicato qui un post, e verso sera 62 persone avevano segnalato sulla loro pagina Facebook di gradire quel che avevo scritto.

Ses – san – ta – du – e. Conosco una sola di queste persone, Daniel Tarozzi, ma se potessi scriverei a tutti gli altri sessantuno una mail personalizzata per ciascuno, per ringraziarli della loro attenzione.

Sono commosso. Onorato. E anche un poco confuso. Per analogia mi viene in mente colui che Jim Rohn [7 strategie per la ricchezza e la felicità, p. 149] chiama “uno da due quartini”:

Immagino che tu ti faccia lucidare le scarpe. Il ragazzo che te le lucida svolge un lavoro incredibile per te. Di fatto, te le lucida meglio di chiunque altro al mondo. Ricompensandolo per il suo lavoro, considera che tipo di mancia gli dai. Dentro di te pensi: “Gli do una o due monete da 25 centesimi?” Se ti vengono in mente due cifre, scegli sempre la più alta; diventa uno da due quartini. […] Se tu dicessi: “Beh, gli darò una moneta da 25 centesimi”, questa riflessione […] continua a leggere »

Meno lavoro = più felicità

Lo scopo del lavoro è – dovrebbe essere, almeno (ahimè, non per tutti è così) – quello di liberare il tempo (e la tecnologia è di grande aiuto in questo) e quindi di permetterci di dedicarci a compiti più importanti e significativi.

 

Anche Tim Ferriss, in Quattro ore alla settimana. Ricchi e felici lavorando dieci volte meno (pagina 33), sostiene che occorre

evitare di lavorare per amore del lavoro e fare il minimo necessario per il massimo effetto.

Naturalmente sono molte le tecniche che si possono applicare, ma il fine ultimo è sempre il medesimo: dedicare meno tempo al lavoro per dedicare più tempo a noi stessi per avere più felicità. (E noi siamo i soli arbitri di noi stessi in questo.)

Segnalo un articolo pubblicato sull’ultimo “Inc.”, che parlando d’altro dà alcuni suggerimenti sul tema.

I try to respond to most things immediately. It’s something I learned from one of my graduate advisers. You’d e-mail him and he’d immediately reply, because, he said, ‘If I don’t, I’m spending my time twice. Once when I see the e-mail, and again when I reply to […] continua a leggere »

Appunti minimi

Il profumo fresco del legno.

Michela che compie cinque anni.

La felicità è fatta proprio di cose piccolissime.

La passione, la passione sopra tutto.

Tutto qui.

Scrivere di felicità

Compito improbo, quello che ho accettato sulle ali dell’entusiasmo (e con un bel po’ di incoscienza) da Daniel: tenere un blog qui. Improbo per l’impegno che comporterà, ma non mi spaventa. Io sono pronto.

Anche se scrivere è la mia gioia e la mia pena, la mia passione e il mio mestiere, ho capito molto tardi di essere uno scrittore. (Sono lento in tutto, lo so; ma a mia discolpa cito quel proverbio cinese che dice: chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva.) E che cosa fa uno scrittore? Non dice che scriverà, ma semplicemente scrive. Lo illustra bene Chris Guillebeau:

I don’t claim to be an expert, but I’ve been writing 1,000 words a day almost every day for the past 120 weeks. That’s the most important tip of all—to be a writer, start writing. You’ll figure out a lot of things along the way.

E vediamo anche che cosa ne pensa Seth Godin:

The hard part, as you can guess, is the first 2,500 posts. After that, momentum really starts to build.