Ago 31

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È cominciata, in maniera bella e casuale, tre anni fa; è proseguita due, e poi l’anno scorso. E domani, di nuovo. È la tradizione familiare di trascorrere il compleanno nella mia patria seconda.

Mi sovviene Pavese:

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno.

Quarantotto anni non sono tanti né pochi, semplicemente sono. Penso soprattutto alle esperienze che voglio fare, al vento in faccia, ad attraversare la Corsica a piedi, ad arrivare ad handicap zero. Ad altri traguardi impegnativi che col tempo mi fisserò.

La mia maniera di augurarmi buon compleanno, quella più piena e viva che conosca, è prendermi del tempo per pensare a come lasciare segni di vita dentro di me. Fare un piano di vita per le seconde nove, insomma.

Cercare di fare mia la lezione di Oliver Sachs:

There is no time for anything inessential.

Ben sapendo che sarà inutile, in sostanza, che la cima delle cime non esiste se non dentro di noi. Ma dentro di me esiste, e come! La cima è fissarmi un traguardo impegnativo e poi raggiungerlo. La cima è camminare, è respirare.


Un commento a “Quarantotto, cioè”

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