Mag 23

BIll Graeper

BIll Graeper


Torno di nuovo dopo tanto tempo a parlare di industria della traduzione, sia pure in senso lato, o per meglio dire in maniera personale (che poi è l’unica che di fatto conosca); e lo faccio per commemorare una persona che ho ammirato e che ci ha lasciato in questi giorni, Bill Graeper.

Per quanto riguarda il nostro settore, è sufficiente dire che Bill fondò, vent’anni fa, Certified Languages International e fu poi tra i membri fondatori dell’ALC, che è a mio giudizio di gran lunga la migliore associazione dedicata allo sviluppo del nostro settore da un punto di vista manageriale e professionale.

E proprio alle conferenze dell’ALC (Pasadena, Milwaukee, Austin) sono legati i miei ricordi di lui. Gli incontri sono sempre stati cordialissimi, e col tempo si sviluppò una piccola amicizia. Mi chiamava per nome, mi chiedeva dell’Italia, mi raccontava degli aneddoti, soprattutto mi parlava dell’ALC e di quanto tenesse alla sua crescita (me lo ricordo, ad esempio, allo stand dell’ALC alla conferenza ATA del 2007 a San Francisco).

Di lui ricordo soprattutto questo, distintamente: il sorriso. L’ho sempre visto sorridere, e anche se non lo conoscevo bene capisco che questo era un riflesso di un carattere solare, positivo, di qualcuno che è sinceramente felice di aiutare gli altri. E infatti solo a cercare un poco si trova traccia del tantissimo bene che ha fatto – sempre col sorriso – per gli altri.

Il mio cruccio è di non averlo potuto conoscere meglio, ma insomma sono contento di averlo incontrato. La sua lezione di positività, comunque, mi accompagnerà. My dear Bill, I will miss you and your smile.

Mag 16

IMG_3120
(Questo post si è scritto da solo, per intero, mentre camminavo.)

Scioccamente, il mio cruccio più grande di venerdì mattina, quando dovevo decidere se venire qui sabato oppure domenica (per domenica le previsioni parevano migliori), è stato il meteo.

(È da un po’ che medito un post su come è cambiata, probabilmente non in meglio, la nostra percezione del tempo da che ciascuno di noi ha il meteo sempre e comunque in tasca.)

Comunque alla fine mi sono detto what the fuck (o forse era navigare necesse, vivere non necesse, che è un tantino più elegante) e ho scelto il giorno che preferivo (sabato) perché ho pensato: il tempo faccia ciò che vuole, io vado e basta.

Ho dormito nel mio rifugio tra i monti. Alle 10 ho lasciato l’auto nell’ultimo posto utile prima della neve e ho cominciato il sentiero:

IMG_3127

(Parvetto – Fauniera – Colle dei Morti – Rifugio Trofarello)

Salendo, via via i pensieri si pulivano. Mi sentivo più leggero, più vero, più “Gianni”. Mi accompagnavano marmotte e silenzio. E i miei monti.

Dopo il sole è venuto il nevischio. È stato bellissimo ugualmente, o forse anche un poco di più.
IMG_3125
Parallelamente, buona parte del percorso era innevato, da pochi centimetri a mezzo metro. Fatto cui non avevo pensato, e sì che ero stato avvertito; ma alla fine il fatto di aver camminato sulla neve e non sui prati e sulle rocce mi ha fatto apprezzare ancora di più la giornata.

Arrivato alla statua commemorativa di Pantani mi è sembrato di essere Foscolo sulla tomba del fratello. Io e lui, solo silenzio intorno.

Sono ridisceso con la pace intorno a me. Al Santuario di San Magno, ripresa l’auto, sono stato di nuovo al cimitero, e di nuovo mi ha preso un desiderio di dormire per quattro generazioni almeno.

Mag 09

Sono partito per un giro in bicicletta, ieri verso fine pomeriggio. La bici distende i pensieri, per così dire, li sistema, li mette in fila. In più pioveva. Da sempre adoro la pioggia. La pioggia è mia amica.

Pensavo alle costrizioni delle nostre vite, alle cose che facciamo perché dobbiamo farle, o anche (e forse soprattutto) perché “così si fa”, perché così fan tutti. Quando non posso scappare la mia reazione è estraniarmi (l’estraniamento è anche una fuga, dopotutto). E in bici ci sono solo io con i miei pensieri, null’altro.

Poi il cerchio si è allargato alle cose belle che avrei potuto fare e non ho fatto. C’era un po’ di malinconia, insomma, mista all’accettazione che è la consapevolezza dell’età di mezzo.

Erano dunque pensieri un po’ scomposti, forse un poco più sistemati dopo il giro ma sempre posticci, sempre appiccicati, provvisori. Accettare il guado a volte non è facile. Mi accompagnava Umberto Saba, soprattutto, e le varie “creature della vita / e del dolore” (Città vecchia); e pensavo, col poeta, che

s’agita in esse, come in me, il Signore.

E c’era anche un poco di Montale (Mediterraneo):

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine.

Pensieri che giravano, mezzi pensati e mezzi informi, e non sapevano prendere una piega decisa. Già, perché certi pensieri in file ordinate non ci vogliono stare, in nessuna maniera. Ma almeno la bici serve a metterli un pochino in fila, a dargli un minimo di direzione – e se non vogliono stare in fila stiano così, io li registro lo stesso.

Taggato:
Mag 02

IMG_3037

IMG_3038

IMG_3039

IMG_3040

IMG_3041

IMG_3042

IMG_3043
In mezzo alle mie montagne, sabato pomeriggio, mi è sembrato di capire qualcosa, anche se non sapevo né so dire che cosa.

Ero partito dal fondo della valle Grana e l’ho risalita, in auto, fino a dove è stato possibile, ovvero fino a che la strada non era bloccata dalla neve, qualche chilometro oltre il santuario di Castelmagno, fermandomi spessissimo per contemplare il paesaggio e fare brevi camminate. Faceva freddissimo, ma il pomeriggio era bello nonostante le previsioni. (Non è una metafora anche questa, forse?)

Non lo so spiegare, certe cose probabilmente non esistono nelle parole, però so che io in mezzo alle mie montagne mi sento in pace con me, mi sento sereno. Non penso che si possa parlare di felicità, perché probabilmente quello stato è al di là della felicità. È come la stanza accanto alla stanza della felicità, qualcosa del genere.

Mi accompagnavano le immagini, le immagini soprattutto, lo spettacolo meraviglioso che la natura aveva organizzato per me. E poi mi accompagnavano i suoni, principalmente due: il lieto e tranquillo scorrere dell’acqua e il canto sereno di uccelli di cui ahimè ignoro il nome.

Mi è venuto in mente un libro letto tanti anni fa, La via del Toro di Leo Buscaglia, di cui ricordo pochissimo ma so che descriveva sensazioni simili a quelle che ho provato sabato.

E mi sovveniva la squilla argentina di dantesca memoria.

La pace della mente è fatta anche di cose strane, a volte, di sensazioni che a raccontarle probabilmente perdono gran parte del loro peso specifico.

Verso l’imbrunire faceva molto freddo, un termometro che ho visto segnava quattro gradi, ma tutta l’atmosfera la temperatura l’aria la luce declinante i suoni e le cose erano magicamente assemblati in un uno tutto in cui io mi sentivo assolutamente sereno e in pace con me, come mi accade sempre quando sono nelle mie montagne.

Taggato:
Apr 25

Non è che oggi non abbia niente da dire, ma ho diversi argomenti di cui voglio trattare che sono però mezzi cucinati oppure anche solo abbozzati, e dunque non mette ancora conto parlarne.

Oggi era un giorno di sole, la luce era limpida e io ho preferito fare altro, non ho pensato a questo blog, dove comunque per mio impegno verso me stesso ogni lunedì del mondo ci deve essere un pezzo, anche poco significativo. (“On those days I just lower my standards”, come diceva il poeta William Stafford agli amici che gli chiedevano, visto il suo personale impegno a scrivere poesie tutti i giorni, come facesse nei giorni in cui non era particolarmente ispirato.)

E poi non so, credo fosse Madame Geoffrin (Marie Thérèse Rodet Geoffrin – ma onestamente non ho voglia di andare a verificare) che scrisse:

Non dovremmo mai lasciare crescere l’erba sul sentiero dell’amicizia.

Ebbene, questo blog è come un amico per me, un compagno di avventure e di pensieri. A volte ci sono cose che si preferiscono fare e lui passa in secondo piano ma il lunedì almeno due righe qui ci devono essere; e se non passeranno la prova del tempo pazienza.

E del resto, come ricorda l’amico Eugenio citando Sturgeon,

Il novanta percento di tutto è spazzatura.

(Ma averlo incontrato di nuovo ieri è stato bello, e lo ringrazio.)

Apr 18

12967456_10207440312498411_1241057198282963849_o
Parlavo qualche settimana fa del fatto che nel mio paese “d’adozione”, là nel mio rifugio tra i monti, si comincino a vedere piccoli segni del cambiamento: ovvero che finiti una società e un mondo, con tutto ciò di doloroso e triste che ciò comporta, inizi una società nuova, basata su regole e condizioni e opportunità nuove. (In due parole: vivere in paesi come Montemale di Cuneo è conveniente, non soltanto piacevole, per tanti motivi che non elencherò ora.)

Ebbene, la settimana scorsa c’è stata un’altra piccola prova di questo fenomeno in atto. (È un fenomeno di lunghissimo termine, e dunque i segni non sono semplici da cogliere nel presente; ma cionondimeno esiste, e come!) L’occasione è stata una conferenza tenuta presso la Trattoria del Castello in cui si è parlato delle associazioni fondiarie (AsFo), e di come queste possano fare da volano per lo sviluppo economico delle nostre montagne.

Da fuori si potrebbe pensare: “Ma cosa vuoi che si possa organizzare, in un paesino così?” Invece…

Invece, dopo un’introduzione storica a cura di Lele Viola, che ha illustrato il concetto di bene comune in queste valli nei secoli scorsi, e che ha fatto capire che l’idea non è certamente nuova, ma è piuttosto l’ammodernamento di qualcosa che esisteva secoli fa, il professor Andrea Cavallero ci ha spiegato come funzionano, nella pratica, le associazioni fondiarie. Francesco Pastorelli ha portato la sua esperienza della prima AsFo italiana, a Carnino. Alberto Valmaggia, assessore regionale alla montagna, ha concluso i lavori, sia da politico (la politica è necessaria, per queste cose) sia da persona competente e appassionata. Il tutto introdotto dal “nostro” sindaco, Oscar Virano, e moderato con grazia, competenza ed efficacia da Fabrizio Ellena.

foto di Roberto Acchiardo

foto di Roberto Acchiardo


Ma non è tanto fare dei nomi e ringraziare delle persone che importa qui – per quanto sia cosa da fare. Mi importa soprattutto porre in luce alcuni concetti che ho portato via dalla serata.

1. Le associazione fondiarie superano il problema dei terreni incolti e abbandonati, una tra le piaghe principali di queste montagne, perché uniscono in un grande insieme tanti piccoli appezzamenti che, singolarmente presi, non hanno valore economico né sono di interesse per chicchessia.

2. Le AsFo sono un’opportunità di impiego per giovani, impedendo così un’ulteriore spopolamento delle nostre montagne e anzi favorendo esattamente il fenomeno contrario, quello che dicevo all’inizio (sarei decisamente e completamente sorpreso se tra dieci anni gli abitanti di questo paesino non saranno aumentati del 10% almeno rispetto ai 240 attuali).

3. Le AsFo possono fare da volano all’economia del luogo: io penso soprattutto all’aspetto turistico, e dunque a sentieri attrezzati e puliti, strutture ricettive e quant’altro. Questo perché so bene, e lo so per esperienza diretta di una vita (vengo in questi luoghi ininterrottamente dal 1974), il valore umano e personale ma anche economico delle risorse che si trovano qui.

Tanto volevo dire per introdurre l’argomento. Il tutto, poi, è per me stato ancora più di valore perché si è svolto “a casa mia”, e ho provato sensazioni magnifiche derivanti dal semplice fatto dell’essere lassù; ma di questo, eventualmente, dirò alla prossima puntata.

Apr 11

MUG

Sto riflettendo tanto sul concetto di prezzo e sulla sua applicazione pratica, ultimamente.

“Fare il prezzo” di un bene o di un servizio è arte e scienza allo stesso tempo, richiede tanta pratica, conoscenza del mercato, intuizione, empatia eccetera. Si presta quindi ad errori clamorosi, e non si potrà mai veramente dire di padroneggiare l’argomento.

Quanto a me, ci sono tante, troppe cose che non so e che cerco di imparare. Condividerò qui, man mano, alcuni pensieri e spunti. Inizio oggi da una citazione che mi ha colpito. È tratta da uno splendido libro che parla di tutt’altro, ma fa al caso.

Solheim [il fondatore di Ping] continued to work as a shoemaker for several years. There were two other shoe shops within a block of his. One day, he noticed in the window of one of them a sign advertising new heels for women’s shoes at fifteen cents a pair, a price that was lower than his. He put an identical sign in his own window. His next customer asked, “Why did you cut your price? Aren’t your heels as good as they used to be?” An hour later, another customer asked the same thing. Solheim took down his sign, raised his price to thirty cents, and put a piece of prime leather on his counter. When a customer asked why he charged more than the man down the street, ha said, “The cost of our labor is the same, so the difference must be in the quality of the material”, and he let the customer feel the piece of leather on the counter. Within a year, both of his competitors were out of business, and Solheim had learned a marketing lesson that he would never forget.

Apr 04

GMT
Cioè, non è che io possa dire di averlo conosciuto bene come chansonnier.

L’avevo “incontrato” tre anni fa grazie a questo blog, col cui autore, Marco Zanette, avevamo fatto un piccolo progetto (lui aveva scritto un pezzo splendido e informatissimo su Maria Giuana – non è la grafia piemontese esatta, ma è per capirci) e io avevo tradotto in piemontese la parte che “ci” riguarda.

C’era un video, su YouTube, che poi è stato cancellato (non so perché), dove Gianmaria Testa cantava Maria Gioana (sì, è questa la grafia precisa). Una versione da fare accapponare la pelle, un canto che mi portava direttamente al me bambino, quando al ritorno dalle rare gite la mano di mamma mi accarezzava i capelli e quello stato di dormiveglia (più dormi che veglia, per la verità) lo porto dentro di me come un momento mitico nel senso etimologico del termine, come un assoluto, come un per sempre.

Altri, in tanti, ben più competenti e informati di me, hanno scritto cose bellissime in questi giorni su Gianmaria. Questo pezzo mi ha colpito sopra tutti. Da lì sono arrivato qui, e poi qui.

E da lì sono andato dappertutto, perché anche se non lo conoscevo bene la poesia non ha confini, non si può fermare. E la terra tanto meno. L’essenza. Cavalimor. Le parole di un poeta, la sua vita – queste mie parole sono solo un ricordo abbozzato, un piccolo grazie, ma di fatto non diranno nulla; però le sue sì, e come.

Cioè insomma niente, non ho molto da aggiungere. Ma questo volevo dirlo, ecco.

Mar 28

bosco
Ho camminato tanto per le “mie” montagne in questi giorni. Ho percorso sentieri sconosciuti e mi sono addentrato in percorsi mai visti, mi sono perso nei boschi (non è che non mi piacciano le cose lineari, è che proprio non sono capace a seguire una strada diritta).

Non ho pensato molto – pensare, almeno qui, non serve a molto –, ho soprattutto ascoltato. Ascoltato lo stropicciarsi delle foglie sotto le scarpe, ascoltato il concerto della primavera che è ormai prossima, qui; ascoltato il vento che mi riporta alla memoria i miei giovani anni, quando immemore andavo percorrendo la mia via, ascoltato il gorgoglìo dell’acqua nelle bialere e nei combaj.

Pavese, come spesso accade, mi accompagnava. Il diavolo sulle colline, soprattutto:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

E poi, anche, come cosa bella ho visto piccolissimi segni di un mondo che, dopo essere finito, rifiorisce contro ogni logica e ogni convenienza: lo vedo nelle case che vengono ristrutturate (Chi vuoi che venga da queste parti, oggi? Eppure…), nella testarda convinzione di persone di buona volontà di far vivere un rifugio. E il punto non è tanto che quel rifugio merita di vivere perché può contribuire al benessere, in senso latissimo inteso, di una comunità, no: il punto è fare delle cose perché questo dimostra a noi stessi che siamo persone di buona volontà e che sappiamo guardare oltre l’oggi, oltre noi stessi.

Insomma qui c’è una natura che mi accompagna e c’è un mondo che, a ben vedere, inizia a rifiorire, proprio come una primavera dello spirito. Non importa se domani io sarò ancora qui a registrare quel che accade in queste bande: tutto ciò è bello e magico, ed è sufficiente.

Mar 21

fioritura
Guardo questo diario, sfoglio queste pagine, questi sette anni e mezzo di pensieri e lo vedo ondivago – in determinati periodi le idee e gli spunti fluiscono copiosi, in altri è tutto un rigirarmi nei concetti che già conosco, qualcosa che so non portare da nessuna parte.

(Ah, che invidia, la leggerezza di uno Chagall, la visione di gioco di Platini, la scrittura di Pavese, l’invecchiare lento e maestoso del Barolo, il Po che scorre placido, dimentico di qualunque cosa accada o non accada. Che invidia.)

Io registro con sincerità. A volte, è vero, non ho molto da dire ma lo dico lo stesso perché è importante per me tenere il filo delle cose qui. A volte è un filo di poca sostanza ma è questo il suo dipanarsi.

Da un po’ di tempo l’idea della mezza età mi accompagna, e questo credo comporti l’accettazione dei limiti e del tempo che passa. Il passare delle stagioni, l’entusiasmo che si fa esperienza. Accettare quel che non posso cambiare, soprattutto accettare che quello che faccio può anche non avere un senso, uno scopo, un fine e un filo logico. Può non avere importanza, qualcosa che accade e finisce e basta.

La neve nel mio rifugio tra i monti se ne è praticamente andata. (Lo so perché sbircio quasi tutti i giorni la webcam sul sito del comune, ormai una sorta di rituale per me.) Ovvero c’è un’altra stagione alle porte, altre faccende, altre sfide, altre vittorie e sconfitte, altre cose che possono anche non significare assolutamente nulla ma sono da accettare anche loro.

Intanto nel giardino davanti a casa è tutta una fioritura, e questo è un bene.

preload preload preload