mag 18

scorre
il suono della vita nelle nostre vite.

il vento che scompiglia le fronde.

le persiane che sbattono.

il canto allegro e luminoso dei passerotti.

due vecchi che si vogliono bene.

le emozioni che gorgheggiano nella pancia.

le sensazioni intraducibili in parole.

il tremolar de la marina visto da lontano.

il ricordo di chi non c’è più.

un lampo di beatitudine che non offende il nostro vicino.

la vita che comunque scorre.

mag 11

Bimbimbici
Metti un pomeriggio di sole pieno, una di quelle giornate dove la primavera è talmente sbocciata e rotonda che pensi di essere di essere in estate. (Ieri.)

Prendi una bici per te e una per tua figlia piccola.

Metti un evento come questo. L’impegno di tante persone sorridenti, l’idea che la bicicletta è divertente, economica, utile, anche maestra.

Tua figlioletta ti pedala accanto, tutta impegnata a farti vedere che anche nelle salite più ripide usa la marcia numero 3, e tu pensi che è vero quel che scriveva Sinisgalli, che la felicità si può prendere per la coda come un passero e che la vita, a ben vedere, è più o meno tutta qui.

mag 04

Non riesco ad immaginare la mia vita senza lo studio: niente più esami, nessuna tesi da scrivere, nessuna lezione da frequentare, nemmeno un appunto da prendere su un quaderno a righe appoggiato sulle gambe dove le righe sono totalmente inutili perché in certe posizioni l’unico modo per scrivere è andando storto.

Studio da vent’anni ormai, forse anche di più, e ora che è arrivato il giorno della laurea mi sento felice e persa allo stesso tempo.

Certo, si prova una sensazione di orgogliosa soddisfazione nel raggiungere questo traguardo, ma questo non è lo stesso tipo di traguardo che si raggiunge quando si fa una maratona. La corsa, questa volta, non finisce quando si supera il cartello su cui c’è scritto “arrivo”. Questa volta, non si può nemmeno rallentare per riposarsi un po’ e riprendere fiato: lo slancio iniziale deve continuare con la stessa velocità e costanza dei primi cento metri, ma mentre prima del cartello d’arrivo il percorso era ben delimitato con chiari segnali su entrambi i lati e con il pubblico che fa il tifo e che con un gesto della mano indica la strada da percorrere, una volta superato quel cartello tutto sparisce e di fronte si vede solo una grande pianura senza indicazioni. Non ci si può fermare e si continua a correre senza sapere dove andare. Ci si guarda intorno, prima a destra, poi a sinistra, non si vedono segnali, non si vedono tifosi, mentre le gambe continuano a correre e si va avanti comunque, sperando che quella sia la strada giusta.

All’orizzonte si intravedono diverse città, ma non si riesce a capire quale sia quella in cui potrò sentirmi a finalmente a casa: sembrano tutte uguali e tutte altrettanto luminose. Così, si cerca di scorgere anche solo una minima differenza: ecco, quella lì a sinistra emana una luce più blu delle altre. Blu è il mio colore preferito, è il colore delle mie passioni. Quando immagino la traduzione la vedo circondata da un’aura blu. È il colore che mi fa sentire a mio agio quando lo guardo e quello che ho scelto per la maglietta della mia maratona, è il colore che da anni dirige tutte le mie scelte. Cercherò di arrivare in quella città sperando di non trovare troppi ostacoli lungo la via.

Ancora uno sguardo al traguardo appena superato: è stato un percorso avvincente, ci sono state salite difficili ma anche piacevoli discese, è durato tanto e ora già mi manca.

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apr 27

Avvertenza per il lettore: questo è un post molto personale. Cioè, credo che molto di quel che scrivo affondi le radici nella mia esistenza (giusto o no che sia, io so scrivere così), ma qui vado forse ancora un po’ più in là.

Faccio un sogno ricorrente, in questo periodo. Credo che sia il segno – la figura, per ricordare ancora una volta Auerbach – che la mezza età è già qui con me. Che ci stia per entrare, che ci stia entrando o che ci sia già entrato fa poca differenza. Nel sogno, che è articolato e piuttosto indistinto, ci sono tre personaggi: io da piccolissimo e papà e mamma da giovani. Probabilmente è di una sorta di eden felice, del tempo precedente la mia consapevolezza.

Mi sovviene Bernard de Chartres:

Siamo come nani sulle spalle di giganti, ed è per questo che possiamo vedere più cose di loro e più lontane: non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.

Poi, da sveglio, mi guardo allo specchio e vedo un uomo maturo con i capelli grigi, con il volto che cambia, con i segni dell’età. (Non che li voglia nascondere, semplicemente li vedo.) Più d’uno mi dà del lei, e infastidirmi non mi porta a nulla. E poi vedo papà e mamma e il loro milione di anni in due, il passo stanco, i movimenti che costano fatica, la mente meno brillante giorno dopo giorno.

Nel mio eden, in quel paradiso, non esiste il tempo. Ci sono io piccolo e inconsapevole, esisto e registro quel che vedo e tocco, null’altro. Non ho paure di nessun genere perché ci sono quei due giganti al mio fianco. Non sarebbe nemmeno pensabile, la paura.

Forse quel sogno è la mia maniera di dire “grazie”, un piccolo grazie a quelle due persone che hanno fatto per me tutto quello che hanno potuto e saputo. Forse è un modo di tornare indietro a quando il tempo non esisteva ancora, non aveva confini né limiti.

Il mio sogno ricorrente è espressione delle mie paure, ma anche dell’accettazione delle responsabilità che mi toccano. Si fanno le cose perché tocca farle, nient’altro. E mi sovviene quel proverbio:

Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote.

Il mio sogno ricorrente è la mia imperfezione fatta persona, i miei limiti che accetto, i miei punti deboli che fanno parte di me.

Il mio sogno ricorrente sono io.

apr 20

silenzio
C’è una frase di Vittorini che puntualmente mi ritorna in testa:

Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

Mi spiace non essere ancora (o più) riuscito a trovare la fonte; ricordo solo che è legata a Pavese. Il silenzio, in ogni caso, è un valore. Ben Hogan:

A lot of people don’t understand modesty. Not everybody wants publicity, you know.

E Montale:

Né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Penso alla distanza che c’è tra la realtà che abbiamo davanti agli occhi e alla realtà del nostro mondo interiore (la sento, più che altro). Alla distanza tra le parole e la realtà, all’estrema difficoltà di rendere una sensazione in parole. E al silenzio, soprattutto, figura – nel senso auerbachiano del termine – della quiete interiore. Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

apr 13

meteore
Io ne ho visti, di sedicenti professionisti (agenzie e traduttori), in questi miei vent’anni di professione andare e venire. Millantare conoscenze che non avevano. Tuttologi, eccetera.

Non lo dico con astio, proprio no. Il mio lavoro mi piace, quel che ho fatto mi piace. Ho fatto errori grandi come ruspe a tre piani: quindi ho creato qualcosa di buono ma anche distrutto valore con gli sbagli. Ma non è questo il punto: il punto è che ho sempre – spesso, via – lavorato con passione, ho messo energia positiva in quel che ho fatto e faccio. Ho dato poesia ai clienti, a mio modo di vedere. Già, c’è poesia anche in un manuale tecnico. Già. Perché sono innegabili le parole di Nuto:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

E in vent’anni ho capito tante cose. Ho assistito a trasformazioni epocali in questo settore (come in qualunque, l’industria della traduzione non è certo un’eccezione), ma quel che ho visto anche è che i principi sono sempre quelli e sono sempre validi. Tutto quello che mi serve sapere l’ho imparato all’asilo, anche se all’asilo non ci sono andato. Ovvero: per lavorare bene non ci vuole molto, diciamo un po’ di buon senso, un minimo di intelligenza e gli attrezzi del mestiere; e poi un pizzico di fortuna e tanta salute. Ma niente di particolarmente complicato o raro.

Un paio di settimane fa parlavo di questo ebook di Geoff Welch, che questi semplici concetti li ha capiti e li applica.

Ancora, vorrei dire che non mi considero particolarmente intelligente, ma credo di saper osservare. Osservando e sbagliando ho imparato. E ora so riconoscere chi lavora bene da chi fa solo finta.

apr 06

Babele 2.0
Con piacere porgo ai miei venticinque lettori un altro pezzo di Martina Borgnese (il primo è qui).

La prima volta che sono entrata nel Dipartimento di Lingue Moderne dell’Università di Birmingham ho avuto una strana sensazione. Aprendo la porta, mi sono ritrovata in un edificio circolare che si estende verso l’alto: le travi di legno e i vetri che costituiscono l’intera struttura si incontrano in alto in una voluta a raggera perfettamente simmetrica che ricorda i petali sottili di un fiore. Stando al centro si può vedere l’intero edificio: le porte blu degli uffici, che diventano più scure man mano che si sale, si affacciano tutte verso l’interno mentre una scala troppo stretta e con i gradini troppo alti per non adattarsi meravigliosamente alla stravaganza di questa costruzione si arrampica tutt’intorno come un ramo di edera. Salendo per quei gradini si scopre che ad ogni piano corrisponde una lingua diversa: l’italiano alloggia al terzo.

Avevo già visto una costruzione simile, ma non ricordavo dove. All’improvviso, un’illuminazione: quella costruzione l’avevo già incontrata nella mia immaginazione. Non ho più avuto dubbi: mi trovavo nella Torre di Babele.

Proprio come in quella torre leggendaria, c’è sempre un gran via vai di persone. Si spostano da un piano all’altro cercando di schiacciarsi su un lato della scala per evitare spiacevoli scontri. Si salutano con la lingua che capita, se qualcuno augura “guten Morgen” si sente rispondere con un allegro “bonjour” senza che nessuno faccia caso a quella strana incongruenza linguistica.

C’è però un elemento che rende questa torre diversa da quella della leggenda. È un elemento che la rende diversa nella sua sostanza, che stravolge completamente l’idea stessa di Torre di Babele. Qui, infatti, nonostante ognuno parli una lingua diversa, ce n’è una che parlano tutti: in questa torre del mondo moderno la comunicazione è possibile ed è la chiave di volta che permette alla conoscenza di ingrandirsi e di salire sempre più in alto. Parola dopo parola, mattone dopo mattone, la conoscenza cresce, la torre cresce. Qui, ognuno porta avanti i propri studi e le proprie ricerche sapendo che in realtà sono parte di un unico grande progetto.

È la Torre di Babele 2.0.

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mar 30

PBH
Powered by Humanity è un ebook di Geoff Welch che ha attirato la mia attenzione, per una serie di motivi inestricabili tra di loro.

Innanzitutto, mescola professione e vita, o meglio stabilisce in maniera chiara che i meccanismi che regolano le nostre vite si possono applicare al lavoro senza soluzione di continuità. E questo è un concetto che mi piace, perché io non sono diverso quando indosso la maschera di professionista rispetto a quando sono a tavola con la famiglia. Sono sempre io, con i pregi e i difetti medesimi.

Questo mi ha fatto pensare al rapporto che ho con alcuni clienti: in alcuni casi è assolutamente splendido, e io darei qualunque cosa per renderli contenti (nella pratica lo faccio e non mi pesa), in altri è assolutamente problematico (e in qualche caso negli anni ho tagliato dei ponti del genere, perché mi drenavano troppe energie, mi consumavano troppa vita).

Poi, l’ebook parla del cambio di prospettiva che tutti dovremmo applicare:

  1. Care about others at least as much as you care about yourself;
  2. Treat others the way you want to be treated.

Cosa che, però, “It’s just that simple / nearly impossible”.

E infine c’è il punto centrale (o almeno, quello che io considero centrale): l’idea che dovrebbe importarci – genuinamente – degli altri. Delle storie delle persone che ci circondano, delle loro vite. E che dovremmo ogni tanto fermarci a riflettere su quanto bene riceviamo continuamente, ma troppo sovente non andiamo al di là di un grazie d’occasione:

It’s not that I wasn’t polite; I was fine at saying thank you to the clerk at the grocery store or to someone who held a door for me. The problem that wouldn’t let go of me was that I didn’t take the time to express real gratitude to people for the way they enriched my life.

Caring about people, caring about others. Non è tutto qui, dopotutto? No, in effetti no: c’è tantissimo altro, e infatti l’idea generale che ho estratto da questo ebook è la mancanza di un vero punto centrale, ovvero il fatto che la professione – così come la vita – è troppo ampia per essere riassunta in una frase sola. Ma insomma questo libro entra nel vivo della questione, è volutamente incompleto e incompiuto come le nostre vite, ma una gran sorgente di ispirazione e idee.

L’idea centrale che ho portato via da questa lettura è in quella parola, gratitudine. Il giorno in cui ho letto l’ebook per la prima volta – lunedì scorso – l’ho praticata intenzionalmente (non in maniera affettata, ma reale – reale dentro di me) con le persone che via via incontravo nel giorno, famiglia inclusa. Ho visto più sorrisi, mi sono sentito mooolto meglio. Una sorta di magico effetto moltiplicatore.

“Your legacy will not be about what you did for yourself”.

Gratitudine. È la parola.

mar 23

Rio Tepice
Aveva spiovuto, ieri.

Ho preso la macchina con mia figlia piccola e due suoi amici e siamo andati al rio, che è il luogo per eccellenza della mia infanzia, spazio di avventure senza fine. Un giorno chiesero al mio migliore amico dove eravamo stati e lui rispose con fierezza: “Siamo andati a esplorare nuove terre”. Quella era vita!

A pensarci ora mi sovviene Pavese:

Oh da quando ho giocato ai pirati maltesi,
quanto tempo è trascorso.

Ma non ci sono andato per questo, no no. È stato un caso tangenziale cui ho pensato solo dopo, e nemmeno così tanto. Il motivo vero era la magia, ovvero la magia del mondo visto con gli occhi dei bambini. Tutto era magico per loro: attraversare un ponte, una lumachina, una pozzanghera profonda due dita, una pianta solo un poco fuori dell’ordinario.

Ci siamo infangati, ci siamo divertiti, sono stato un poco bambino anch’io con loro. Cioè insomma la felicità è elusiva e semplice allo stesso tempo, e un bambino può insegnarti tantissimo su di essa. La si può prendere per la coda, come un passero. Quasi un pensiero che ti passa davanti agli occhi e dopo ti chiedi che cos’è, senza capirlo davvero.

Questa mattina uno di loro mi ha detto: “La prossima volta ci andiamo di nuovo!”

Allora ho compreso: uno dei grandi mali che ci affligge è il pensare per prima cosa al nostro bene, mentre se riusciamo per un momento a dimenticarcene e a guardare il mondo con gli occhi di un bambino allora cose meravigliose possono accadere.

Aveva spiovuto, ieri.

mar 16

moleskine
Martina Borgnese è una traduttrice professionista e studiosa in pectore e, al momento, insegnante d’italiano all’Università di Birmingham. Per dirla con le sue parole:

Il mio proposito quotidiano è di fare della traduzione e dello studio non solo la mia ragione d’essere, ma anche la mia professione; nel frattempo, però, mi diletto ad insegnare italiano all’Università di Birmingham e a giocare a squash. Ecco quindi cosa sono: una studentessa da una vita e per tutta la vita, in uno spazio indefinito tra Italia ed Inghilterra… e traduttrice nel cuore.

Io le ho chiesto un pezzo, che spero il primo tra tanti, per Brainfood. Eccolo.

“Scelta”. Questa parola a me sembra avere un significato positivo.

“Scelta”. Più la rileggo e più mi sembra una parola positiva, ma non riesco a capire perché: se provo a definirla mi vengono in mente solo definizioni neutre.

Meglio controllare sul dizionario, magari mi sbaglio. Il primo dizionario che trovo in rete la indica come “indicazione o attuazione della propria preferenza per qlcu. o qlco. dopo una selezione, una valutazione delle altre possibilità disponibili”. Niente: pare che scelta abbia effettivamente un significato neutro.

Ma allora perché viene usata così tanto in quest’articolo che parla di Brittany Maynard e di eutanasia? A ben guardare, scelta compare con più frequenza rispetto ad ogni altra parola (ovviamente dopo gli articoli e le congiunzioni, ma questo è inevitabile, non li batte nessuno). Ci deve essere qualcosa che mi sfugge.

Le frasi che incontro percorrendo l’articolo sono molto chiare: “La libertà è nella scelta”, “la scelta va salvaguardata”, “bisogna procurare la scelta a tutti gli americani”. Questa parola non è per niente neutra! È un qualcosa da proteggere, che tutti devono avere, è un segno di libertà: scelta ha una connotazione positiva! Però c’è ancora qualcosa che non mi convince: nonostante quello che si legge sul dizionario, avere una scelta è un bene agli occhi dell’autore di quest’articolo e sembra che venga dato per scontato che anche i lettori siano d’accordo con questa posizione. Una scelta è una cosa positiva e non c’è bisogno di spiegarne il perché.

Allora significa che questa parola ha una duplice identità. La prima è quella nata nella norma: è l’identità fissata sulle pagine dei dizionari, quella comunemente condivisa dagli accademici, quella su cui non si può discutere. La seconda, invece, nasce nell’uso: è l’identità nascosta della parola, quella che si intuisce, ma che non è facile vedere e che solo in particolari contesti esce allo scoperto in modo chiaro, dando così conferma ad una percezione che è in realtà condivisa dalla maggior parte delle persone.

Questa intuizione però non basta: c’è bisogno di prove. Con una semplice ricerca su un corpus di testi inglesi, e senza più troppa sorpresa, scopro che gli aggettivi che si accompagnano a scelta con maggiore frequenza sono giusta, informata, eccellente, buona, popolare, ideale, sana, saggia, perfetta ed intelligente. È così che questa parola viene percepita – positivamente – al di là di quel che si legge su un qualunque dizionario: è la comunità a decidere il suo senso, sono le persone a determinarne la connotazione, fino ad arrivare ad un punto in cui attraverso una parola che sulla carta è neutra (ma che nella comune percezione non lo è affatto) l’autore riesce ad esprime ed a comunicare il suo giudizio, in modo velato, addirittura subdolo. E quando si parla di eutanasia, insinuarsi così nelle opinioni di chi legge non è cosa da poco.

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