mag 20

2013-05-18 20.31.12
Chissà, forse sono io ad essere disadattato al mondo ma è un fatto che i luoghi solitari, là dove la natura è padrona assoluta, sono quelli in cui mi trovo in pace con me. Il mio rifugio tra i monti è uno di questi; il Delta del Po ne è un altro esempio.

Ti trovi in questi luoghi dove non puoi che perderti, prima di tutto perché non c’è un abbozzo minimo di collina – e dunque non esiste prospettiva –, e il pensiero lascia il posto alle sensazioni.

Ma un pensiero l’ho avuto: che in un luogo come questo, là dove l’acqua è padrona e non sai dove finisce il fiume – il grande fiume, il padre Po – e dove inizia il mare, mi piacerebbe vivere. (In effetti mi piacerebbe vivere in tanti posti, ma vedo che sono accomunati dal silenzio e dal tempo rallentato.)

E le sensazioni! Di meraviglia, soprattutto. E di impotenza: arrivare all’estremo lembo di terra calpestabile solo per scoprire quello che già sai, che un po’ più in là c’è un isolotto dove potresti approdare solo con una barca, e ti senti quasi derubato di qualcosa. (Un giorno ci ero arrivato, all’estremo confine, e porto dentro di me quelle sensazioni leggere.)

Arrivare all’estremo lembo del mondo. Poi più niente. Solo sensazioni e silenzio.

Taggato:
mag 13

Per anni, gli anni a cavallo del giro del millennio, ho sentito parlare di questi famigerati CAT senza sapere bene che cosa fossero. È vero che la tecnologia è vecchissima (gli albori risalgono agli anni Cinquanta), ma per un traduttore “normale” la storia era molto più vicina: nel 2000 non erano molti i traduttori che possedevano e soprattutto utilizzavano fattivamente un CAT.

Io all’epoca ero (più precisamente: io pensavo di essere) un imprenditore tutto preso dal suo sogno, impegnato a costruire una grande azienda. (Altrimenti perché avrei comprato una sede di 140 metri quadri? Sognavo di riempirla di persone che lavoravano a progetti, ma come? Su questo punto non avevo riflettuto veramente.) Nella pratica, il primo CAT a entrare da noi – era il 2002 circa – fu SDLX Lite (credo), grazie ad una traduttrice che rientrava da un’esperienza inglese. Servì a dare un tocco di internazionalità alla mia boita torinese, e la sua esperienza fu preziosa perché aprì un mondo nuovo. Comprammo le licenze e tutto, ma per me personalmente rimase un mondo lontano, di cui avevo diffidenza ovvero timore. Ne scrissi anche nel libro, ma più da “studioso”, da osservatore che da utente.

Negli anni arrivarono Trados (era il 2005 e seppi in anteprima, a mercati chiusi il venerdì sera – ero a Pasadena, ad una delle tante conferenze che ho adorato in quegli anni –, della fusione con SDL che sarebbe stata annunciata solo il lunedì mattina successivo), Transit, Idiom e probabilmente altri di cui ora non ricordo nemmeno.

Con Trados non divenni mai amico, mi incuteva sempre un po’ di timore quella sua aria di superiorità, non riuscii mai a capirlo davvero. Eppure lo usai a lungo; ma sempre come ospite, mai con un rapporto da pari a pari.

Il cambiamento per me è avvenuto con memoQ. Quello da subito mi è sembrato uno strumento con cui potevi ragionarci, che ti permetteva di dialogare. Mi è piaciuto immediatamente, e col tempo avvicinandomici ho capito alcune cose:

- che un CAT è un programma come un altro – come un word processor per dire, fa cose diverse ma è fatto solo di 0 e 1 come tutti gli altri;

- che utilizzarlo non è difficile: secondo il principio di Pareto, in poco tempo puoi arrivare ad usarlo in tutte le funzioni base (quelle che ti servono) e approfondire poi alla bisogna, senza pretendere di sapere tutto subito (cosa che di fatto non è necessaria);

- che tanti traduttori si fermano, appunto, alle funzioni base e non vanno – anche perché non gli viene richiesto – più in là.

Ora io sono arrivato qui e sono fiero di me. Che il mondo sia ormai del tutto digitale e ciò sia, come dire?, qualcosa di assolutamente scontato non importa: io ci sono arrivato e per me è stata una conquista. Sono lento in tutto e ci ho messo più di dieci anni a fare un passo che dovrebbe richiedere al più qualche mese, ma insomma ho fatto pace con i CAT.

mag 06

pecoranera
Avevo preso in biblioteca il suo libro – un approccio soft, come dire –, poi ho iniziato a leggerlo mi è piaciuto talmente tanto che mi sono vergognato: sono andato in libreria con un’amica, l’ho comprato e gliel’ho regalato seduta stante. (Da autore sono sicuro nell’affermare che i libri vanno comprati. Fine.)

Perché niente, io prima di morire voglio andare a conoscere Devis Bonanni, alias pecoranera. E voglio farlo perché scrive bene, perché è tosto, perché sa che cosa sta facendo e perché, perché ha dei dubbi ma anche dei punti saldi (quella capanna che liberò dai rovi, tanto per dire).

Voglio parlare con lui, spiegarmi, capire. Voglio sentirlo parlare, vederlo lavorare. Perché quella è una strada percorribile; ed è vero che io sono fortunato, lassù in montagna ho praticamente tutto pronto, ma chiunque può fare una cosa del genere. E “chiunque”, via tutte le balle, vuol dire chiunque.

Per me una recensione – e questa è una recensione, sia pure sui generis – non è tale senza almeno una citazione. Vorrei citare il libro intero, ma dovendo scegliere un passo opterei per questo:

Quando si inizia a essere la propria idea non c’è più necessità di parlarne, di farne propaganda, di urlarla addosso al mondo. Eccomi, sono qua a coltivare i miei pomodori, era questo che aveva sostituito le infinite discussioni sui massimi sistemi. Quel che avrei da dirvi lo sto facendo (p. 176).

La pagina Facebook parla del libro in questa maniera:

Tra le montagne della Carnia, la straordinaria storia di un ventenne e della sua scelta di vita coraggiosa e controcorrente, a mezza strada fra i libri di Mauro Corona e “Adesso Basta” di Simone Perotti.

E questo sì, è vero, ma c’è di più: nel senso che lui è lui e basta, non assomiglia a nessuno se non a se stesso. Non lo voglio mitizzare perché non lo conosco (ancora) ma insomma voglio dirti bravo Denis, sei in gamba.

Poche parole, via tutte le balle, si fanno i fatti: i fatti parlano per noi.

apr 29

VLUU L110  / Samsung L110
Pioveva.

Ha piovuto quattro giorni interi, nel mio rifugio tra i monti. Ha piovuto ad intermittenza, con qualche lampo di sole; c’è stata la pioggia battente, la pioggerella fina, i temporali.

Ed è stato bellissimo.

Ieri sono stato lungamente seduto a guardare quelle stille cadere, quelle nuvole basse, tutto quel verde, quelle montagne che mi riempiono il respiro.

Ho respirato a lungo. Essere in armonia con se stessi e col mondo è importante, avere un rifugio è importante.

Ho fatto anche diverse ciance, in questi giorni. Ho parlato e ascoltato – soprattutto ascoltato.

Ciascuno di noi dovrebbe avere una via di fuga – per me è questa casetta tra i boschi, ma dove sia non è importante, è importante che sia il tuo luogo – dove poter andare oltre le preoccupazioni e i fastidi. Un uscio per uscire che è anche una porta per andare oltre.

apr 22

Continuo ad interrogarmi sulla lettura, attività che occupa tanta parte delle nostre vite. Leggo questo articolo e trovo alcune considerazioni stimolanti sui vantaggi della lettura analogica rispetto a quella digitale.

La prima riguarda la topografia della lettura: siamo in grado di localizzare le parole e le frasi in un libro, mentre in un lettore per ebook questo non è possibile. Il lettore per ebook “vuole” prendere il controllo della situazione, mentre noi lettori vogliamo sapere dove ci troviamo. Ed è possibile anche che ciò si rifletta su quanto noi assorbiamo di quanto leggiamo: almeno per quanto riguarda i libri tecnici, probabilmente la carta ha ancora un valore intrinseco superiore.

Ovvero, i lettori digitali dovranno migliorare in futuro. Ma certamente lo faranno, perché la strada non può che essere questa. E del resto tutto ciò non mi pare dissimile da quanto accade in Flatlandia: un mondo nuovo nasce e poi cresce intorno a noi e noi facciamo fatica ad accorgercene. Anche perché usiamo questi lettori come libri e non al 100% delle loro capacità – un po’ come accadeva con le prime auto, che erano in sostanza delle carrozze potenziate.

Un altro punto migliorabile dei lettori è l’esperienza sensoriale nel suo complesso: la lettura non è infatti solo vista, ma anche udito, tatto e olfatto. È un’esperienza complessa, non sono solo segni grafici che ci restituiscono un significato.

Il terzo punto è: quanto le informazioni lette incidono nella nostra memoria a lungo termine? È collegato al primo, come si diceva; e anche qui la carta è ancora in vantaggio.

Del resto l’inchiostro elettronico ha altri vantaggi innegabili (e siamo solo all’inizio), perché, come chiosa l’autore dell’articolo,

When it comes to intensively reading long pieces of plain text, paper and ink may still have the advantage. But text is not the only way to read.

C’è una strada lunga e interessante davanti a noi.

Taggato:
apr 15

Presumo di sapere, ma non so.

Presumo di interpretare correttamente i pensieri di mia figlia piccola, ma cosa so di quel che illumina la sua testolina e la sua voglia perenne di passare da un gioco ad un altro?

Presumo che sia giusto che una persona anziana debba stare al suo posto e non disturbare, ma cosa so dei suoi sogni di ottantaquattrenne?

Presumo di indovinare i pensieri del mio vicino, ma in realtà so ben poco di lui.

Presumo, presumo. Ma non so.

apr 08

Mi soffermo ogni tanto a pensare alle differenze tra i miei inizi e quelli di chi entra oggi nel mercato del lavoro a offrire le proprie competenze e i propri servizi. Be’, a prescindere dalle cause la situazione è difficile per chiunque, dunque è triplamente difficile per chi non ha una storia lavorativa dimostrabile alle spalle.

Se penso a me, credo di essere andato più o meno sempre bene per via dell’entusiasmo che mi ha sempre contraddistinto. Ho sempre messo energia e passione nel lavoro. Mi sovviene il Pavese delle Lettere:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

E un concetto simile espresse Ben Hogan:

I feel sorry for the kids these days. They don’t know what it’s like to learn that you can survive almost anything.

Allora alla fine dico è vero che non c’è lavoro, che ci sono poche possibilità, che le prospettive sono tutt’altro che rosee. Ma metti passione in quello che fai, sarai ricompensato. You can survive almost anything.

apr 01

biblioteca
Umberto Eco sostiene – giustamente – che la propria libreria è in realtà una biblioteca: è sciocca la domanda “ma li hai letti tutti questi libri?”

Non è importante aver letto tutti i propri libri, è importante quel che ti hanno trasmesso e ti trasmettono. (“Cesare Pavese [...], l’uomo-libro.”)

Se prendi in mano un incunabolo o una cinquecentina oggi, sono di fatto inutili. Ma anche un libro stampato cinquant’anni fa ha poche chance. Guardo i miei libri: a parte la Treccani, che possiedo per ragioni di famiglia (e che comunque viene consultata forse una volta l’anno), a parte qualche volume Einaudi degli anni Cinquanta (dovuto ai miei studi su Pavese), a parte qualche raro volume dell’Ottocento, la maggior parte dei miei libri è stata pubblicata negli ultimi vent’anni, e più della metà negli ultimi dieci.

E un ebook? Dove sarà – continuo a chiedermi – tra cinque anni l’ebook che compro oggi? Ovviamente la scelta del supporto è un compromesso – il cuore mi direbbe la carta, la praticità è senz’altro digitale –, ma raggiungere un equilibrio è difficile.

Almeno un punto fermo, però, inizia ad apparire: il libro di carta ha per me valore superiore. Lo ha perché nell’ebook mi perdo: è comodo, è più economico, il dizionario mi aiuta e così via ma mi fa perdere i riferimenti. (Certo il fatto ch’io non sia un nativo digitale ha la sua influenza, ma insomma io parlo per me.) Un paio di mesi fa mi trovai a dover decidere, per un libro che desideravo e che volevo come sorta di “bibbia” per un argomento che mi stava a cuore, se scegliere l’edizione cartacea, più cara e che ovviamente avrei dovuto attendere, oppure l’ebook pronto in pochi secondi per la lettura. Scelsi il libro su carta, e oggi non sono pentito.

I libri mi accompagnano, li accarezzo li sfoglio li pulisco, invecchiano con me.

Taggato:
mar 25

Conobbi Kevin Hendzel in una delle tante conferenze nel settore della traduzione cui ho partecipato negli Stati Uniti tra il 2003 e il 2008 – una conoscenza occasionale, ma ricordo che rimasi colpito dal suo modo tranquillo di parlare e dall’aura di calmevolezza (sì, lo so che il termine non esiste sul dizionario; ma inventare le parole è un bel modo per sviscerare, rimescolare e conoscere la propria lingua) che emanava la persona.

Ho da poco scoperto, e volentieri segnalo, il suo blog, Word Prisms, un laboratorio di idee sul mondo della traduzione.

(La cosa bella dei blog americani, anzi degli americani in genere, a riguardo del nostro settore è che si parla – anche – di denaro senza troppi giri di parole come invece faremmo noi.)

(Da un po’ tempo rifletto anche sul fatto che il concetto stesso di “blog” è obsoleto: certo, io non faccio male a nessuno con le mie parole in libertà, e anzi c’è pure chi le apprezza; ma uno strumento che qualche anno fa mi appariva futuristico oggi mi sembra superato dagli eventi, ovvero dall’informazione che si sbriciola e frammenta.)

Tutto il blog si fa leggere con piacere. Tra gli articoli, mi hanno colpito soprattutto questo (dedicato a come i traduttori dovrebbero usare le conferenze per trovare nuovi clienti) e questo dedicato alla MT (“If you think translators feel threatened by the encroaching wave of next-generation MT software, consider the case of poor commercial airline pilots”).

Un blog molto recente – l’articolo più datato ha sei mesi –, ma dati i contenuti è facile immaginare che diverrà molto seguito. Mi piace.

mar 18

Ricevere pagamenti da aziende – tipicamente di traduzione – al di fuori dell’Unione Europea è sempre stato un problema per i traduttori, ovviamente dovuto ai costi notevoli delle transazioni.

Qualche anno fa PayPal irruppe sul mercato e, per un po’, si ebbe la sensazione che la difficoltà fosse risolta. Tuttavia, con l’andare del tempo è apparso chiaro che la situazione è certamente migliorata, ma il problema rimane. (Considero i pagamenti che ricevo via PayPal da clienti americani quasi il corrispettivo per un favore, perché mettendo insieme differenza di cambio e commissioni viene fuori un quadro piuttosto scoraggiante.)

Ora Common Sense Advisory segnala Translator Pay, un sistema che potenzialmente potrebbe diventare l’Amazon dei pagamenti (nel senso che la piattaforma è di fatto il luogo in cui avviene il passaggio di denaro), di piccola entità ma non solo.

Hélène Pielmeier, l’autrice dell’articolo, appare positiva rispetto al servizio:

We expect freelancers to take to this new service because they’ll be able to get faster payments, favorable exchange rates, and no transfer fees would be deducted from their payment whatsoever. LSPs will like it because they can batch process vendor payments without having to figure out which method is most cost-effective for the freelancer.

A me pare però l’ennesimo rattoppo ad una situazione che è comunque penalizzante. (Va detto anche che al momento il sistema non funziona per inviare denaro dagli Stati Uniti, il cha taglia fuori – per noi italiani almeno – una buona fetta potenziale di mercato.) Ovvero, se io iniziassi ora in questo campo (o altri), è probabilmente un fornitore che prenderei in considerazione; ma con una situazione stabile non mi pare – opinione personale, ovvio – che cambiare sia una vera soluzione. Ciò detto, credo sia importante per un traduttore giovane o per una giovane agenzia considerare la possibilità.

preload preload preload