apr 13

meteore
Io ne ho visti, di sedicenti professionisti (agenzie e traduttori), in questi miei vent’anni di professione andare e venire. Millantare conoscenze che non avevano. Tuttologi, eccetera.

Non lo dico con astio, proprio no. Il mio lavoro mi piace, quel che ho fatto mi piace. Ho fatto errori grandi come ruspe a tre piani: quindi ho creato qualcosa di buono ma anche distrutto valore con gli sbagli. Ma non è questo il punto: il punto è che ho sempre – spesso, via – lavorato con passione, ho messo energia positiva in quel che ho fatto e faccio. Ho dato poesia ai clienti, a mio modo di vedere. Già, c’è poesia anche in un manuale tecnico. Già. Perché sono innegabili le parole di Nuto:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

E in vent’anni ho capito tante cose. Ho assistito a trasformazioni epocali in questo settore (come in qualunque, l’industria della traduzione non è certo un’eccezione), ma quel che ho visto anche è che i principi sono sempre quelli e sono sempre validi. Tutto quello che mi serve sapere l’ho imparato all’asilo, anche se all’asilo non ci sono andato. Ovvero: per lavorare bene non ci vuole molto, diciamo un po’ di buon senso, un minimo di intelligenza e gli attrezzi del mestiere; e poi un pizzico di fortuna e tanta salute. Ma niente di particolarmente complicato o raro.

Un paio di settimane fa parlavo di questo ebook di Geoff Welch, che questi semplici concetti li ha capiti e li applica.

Ancora, vorrei dire che non mi considero particolarmente intelligente, ma credo di saper osservare. Osservando e sbagliando ho imparato. E ora so riconoscere chi lavora bene da chi fa solo finta.

apr 06

Babele 2.0
Con piacere porgo ai miei venticinque lettori un altro pezzo di Martina Borgnese (il primo è qui).

La prima volta che sono entrata nel Dipartimento di Lingue Moderne dell’Università di Birmingham ho avuto una strana sensazione. Aprendo la porta, mi sono ritrovata in un edificio circolare che si estende verso l’alto: le travi di legno e i vetri che costituiscono l’intera struttura si incontrano in alto in una voluta a raggera perfettamente simmetrica che ricorda i petali sottili di un fiore. Stando al centro si può vedere l’intero edificio: le porte blu degli uffici, che diventano più scure man mano che si sale, si affacciano tutte verso l’interno mentre una scala troppo stretta e con i gradini troppo alti per non adattarsi meravigliosamente alla stravaganza di questa costruzione si arrampica tutt’intorno come un ramo di edera. Salendo per quei gradini si scopre che ad ogni piano corrisponde una lingua diversa: l’italiano alloggia al terzo.

Avevo già visto una costruzione simile, ma non ricordavo dove. All’improvviso, un’illuminazione: quella costruzione l’avevo già incontrata nella mia immaginazione. Non ho più avuto dubbi: mi trovavo nella Torre di Babele.

Proprio come in quella torre leggendaria, c’è sempre un gran via vai di persone. Si spostano da un piano all’altro cercando di schiacciarsi su un lato della scala per evitare spiacevoli scontri. Si salutano con la lingua che capita, se qualcuno augura “guten Morgen” si sente rispondere con un allegro “bonjour” senza che nessuno faccia caso a quella strana incongruenza linguistica.

C’è però un elemento che rende questa torre diversa da quella della leggenda. È un elemento che la rende diversa nella sua sostanza, che stravolge completamente l’idea stessa di Torre di Babele. Qui, infatti, nonostante ognuno parli una lingua diversa, ce n’è una che parlano tutti: in questa torre del mondo moderno la comunicazione è possibile ed è la chiave di volta che permette alla conoscenza di ingrandirsi e di salire sempre più in alto. Parola dopo parola, mattone dopo mattone, la conoscenza cresce, la torre cresce. Qui, ognuno porta avanti i propri studi e le proprie ricerche sapendo che in realtà sono parte di un unico grande progetto.

È la Torre di Babele 2.0.

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mar 30

PBH
Powered by Humanity è un ebook di Geoff Welch che ha attirato la mia attenzione, per una serie di motivi inestricabili tra di loro.

Innanzitutto, mescola professione e vita, o meglio stabilisce in maniera chiara che i meccanismi che regolano le nostre vite si possono applicare al lavoro senza soluzione di continuità. E questo è un concetto che mi piace, perché io non sono diverso quando indosso la maschera di professionista rispetto a quando sono a tavola con la famiglia. Sono sempre io, con i pregi e i difetti medesimi.

Questo mi ha fatto pensare al rapporto che ho con alcuni clienti: in alcuni casi è assolutamente splendido, e io darei qualunque cosa per renderli contenti (nella pratica lo faccio e non mi pesa), in altri è assolutamente problematico (e in qualche caso negli anni ho tagliato dei ponti del genere, perché mi drenavano troppe energie, mi consumavano troppa vita).

Poi, l’ebook parla del cambio di prospettiva che tutti dovremmo applicare:

  1. Care about others at least as much as you care about yourself;
  2. Treat others the way you want to be treated.

Cosa che, però, “It’s just that simple / nearly impossible”.

E infine c’è il punto centrale (o almeno, quello che io considero centrale): l’idea che dovrebbe importarci – genuinamente – degli altri. Delle storie delle persone che ci circondano, delle loro vite. E che dovremmo ogni tanto fermarci a riflettere su quanto bene riceviamo continuamente, ma troppo sovente non andiamo al di là di un grazie d’occasione:

It’s not that I wasn’t polite; I was fine at saying thank you to the clerk at the grocery store or to someone who held a door for me. The problem that wouldn’t let go of me was that I didn’t take the time to express real gratitude to people for the way they enriched my life.

Caring about people, caring about others. Non è tutto qui, dopotutto? No, in effetti no: c’è tantissimo altro, e infatti l’idea generale che ho estratto da questo ebook è la mancanza di un vero punto centrale, ovvero il fatto che la professione – così come la vita – è troppo ampia per essere riassunta in una frase sola. Ma insomma questo libro entra nel vivo della questione, è volutamente incompleto e incompiuto come le nostre vite, ma una gran sorgente di ispirazione e idee.

L’idea centrale che ho portato via da questa lettura è in quella parola, gratitudine. Il giorno in cui ho letto l’ebook per la prima volta – lunedì scorso – l’ho praticata intenzionalmente (non in maniera affettata, ma reale – reale dentro di me) con le persone che via via incontravo nel giorno, famiglia inclusa. Ho visto più sorrisi, mi sono sentito mooolto meglio. Una sorta di magico effetto moltiplicatore.

“Your legacy will not be about what you did for yourself”.

Gratitudine. È la parola.

mar 23

Rio Tepice
Aveva spiovuto, ieri.

Ho preso la macchina con mia figlia piccola e due suoi amici e siamo andati al rio, che è il luogo per eccellenza della mia infanzia, spazio di avventure senza fine. Un giorno chiesero al mio migliore amico dove eravamo stati e lui rispose con fierezza: “Siamo andati a esplorare nuove terre”. Quella era vita!

A pensarci ora mi sovviene Pavese:

Oh da quando ho giocato ai pirati maltesi,
quanto tempo è trascorso.

Ma non ci sono andato per questo, no no. È stato un caso tangenziale cui ho pensato solo dopo, e nemmeno così tanto. Il motivo vero era la magia, ovvero la magia del mondo visto con gli occhi dei bambini. Tutto era magico per loro: attraversare un ponte, una lumachina, una pozzanghera profonda due dita, una pianta solo un poco fuori dell’ordinario.

Ci siamo infangati, ci siamo divertiti, sono stato un poco bambino anch’io con loro. Cioè insomma la felicità è elusiva e semplice allo stesso tempo, e un bambino può insegnarti tantissimo su di essa. La si può prendere per la coda, come un passero. Quasi un pensiero che ti passa davanti agli occhi e dopo ti chiedi che cos’è, senza capirlo davvero.

Questa mattina uno di loro mi ha detto: “La prossima volta ci andiamo di nuovo!”

Allora ho compreso: uno dei grandi mali che ci affligge è il pensare per prima cosa al nostro bene, mentre se riusciamo per un momento a dimenticarcene e a guardare il mondo con gli occhi di un bambino allora cose meravigliose possono accadere.

Aveva spiovuto, ieri.

mar 16

moleskine
Martina Borgnese è una traduttrice professionista e studiosa in pectore e, al momento, insegnante d’italiano all’Università di Birmingham. Per dirla con le sue parole:

Il mio proposito quotidiano è di fare della traduzione e dello studio non solo la mia ragione d’essere, ma anche la mia professione; nel frattempo, però, mi diletto ad insegnare italiano all’Università di Birmingham e a giocare a squash. Ecco quindi cosa sono: una studentessa da una vita e per tutta la vita, in uno spazio indefinito tra Italia ed Inghilterra… e traduttrice nel cuore.

Io le ho chiesto un pezzo, che spero il primo tra tanti, per Brainfood. Eccolo.

“Scelta”. Questa parola a me sembra avere un significato positivo.

“Scelta”. Più la rileggo e più mi sembra una parola positiva, ma non riesco a capire perché: se provo a definirla mi vengono in mente solo definizioni neutre.

Meglio controllare sul dizionario, magari mi sbaglio. Il primo dizionario che trovo in rete la indica come “indicazione o attuazione della propria preferenza per qlcu. o qlco. dopo una selezione, una valutazione delle altre possibilità disponibili”. Niente: pare che scelta abbia effettivamente un significato neutro.

Ma allora perché viene usata così tanto in quest’articolo che parla di Brittany Maynard e di eutanasia? A ben guardare, scelta compare con più frequenza rispetto ad ogni altra parola (ovviamente dopo gli articoli e le congiunzioni, ma questo è inevitabile, non li batte nessuno). Ci deve essere qualcosa che mi sfugge.

Le frasi che incontro percorrendo l’articolo sono molto chiare: “La libertà è nella scelta”, “la scelta va salvaguardata”, “bisogna procurare la scelta a tutti gli americani”. Questa parola non è per niente neutra! È un qualcosa da proteggere, che tutti devono avere, è un segno di libertà: scelta ha una connotazione positiva! Però c’è ancora qualcosa che non mi convince: nonostante quello che si legge sul dizionario, avere una scelta è un bene agli occhi dell’autore di quest’articolo e sembra che venga dato per scontato che anche i lettori siano d’accordo con questa posizione. Una scelta è una cosa positiva e non c’è bisogno di spiegarne il perché.

Allora significa che questa parola ha una duplice identità. La prima è quella nata nella norma: è l’identità fissata sulle pagine dei dizionari, quella comunemente condivisa dagli accademici, quella su cui non si può discutere. La seconda, invece, nasce nell’uso: è l’identità nascosta della parola, quella che si intuisce, ma che non è facile vedere e che solo in particolari contesti esce allo scoperto in modo chiaro, dando così conferma ad una percezione che è in realtà condivisa dalla maggior parte delle persone.

Questa intuizione però non basta: c’è bisogno di prove. Con una semplice ricerca su un corpus di testi inglesi, e senza più troppa sorpresa, scopro che gli aggettivi che si accompagnano a scelta con maggiore frequenza sono giusta, informata, eccellente, buona, popolare, ideale, sana, saggia, perfetta ed intelligente. È così che questa parola viene percepita – positivamente – al di là di quel che si legge su un qualunque dizionario: è la comunità a decidere il suo senso, sono le persone a determinarne la connotazione, fino ad arrivare ad un punto in cui attraverso una parola che sulla carta è neutra (ma che nella comune percezione non lo è affatto) l’autore riesce ad esprime ed a comunicare il suo giudizio, in modo velato, addirittura subdolo. E quando si parla di eutanasia, insinuarsi così nelle opinioni di chi legge non è cosa da poco.

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mar 09

libreria
… una mezza poesia mi girava per la testa. Allora ho preso la scala e sono salito lassù, nell’ultimo ripiano della libreria dove riposano i miei poeti, in libri un po’ polverosi. Ne ho letta qualcuna.

Non ho capito molto, ma ho capito che capire è, in fondo, inutile (così scrisse Eduardo). Ho capito che è la dolcezza quella che salva il mondo, e mi sembra sufficiente.

Sinisgalli, Montale, e tutti i poeti che mi hanno accompagnato fino a qui.

Gli errori fatti, quel che avrei potuto fare e non ho fatto, quel qualcosa di buono che invece ho fatto.

Va bene così, mi sembra sufficiente.

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mar 02

IMG_0803
Ieri mattina la caldaia, per la prima volta nell’anno, ha raggiunto la temperatura e dunque si è spenta prima del tempo. Questo significa una cosa bella e precisa: che la settimana che inizia oggi è di fatto quella che segna la fine dell’inverno e il passaggio verso la nuova stagione.

Sono sceso sotto e ho respirato dell’aria differente. Già, l’aria, ieri mattina, era differente: più lieve, meno greve, più piena. E la luce era più calda e più intensa.

Questa è una delle settimane dell’anno che preferisco, perché questo passaggio è molto importante. Il carnem vale è ormai alle spalle, un clima più mite è dritto di fronte a noi. Da studente universitario questo cambiamento lo avvertivo sul pullman che mi portava a casa da Palazzo Nuovo, perché il colore delle foglie sul Po mutava in maniera decisa nel giro di quei – questi – pochi giorni; ora è la caldaia, ma il risultato non cambia.

Quando esprimo questo concetto, invariabilmente mi sento dire: “Ma la primavera inizia il 21!” Lo so che il calendario dice questo, però allora mi costringi a citare Montale:

le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Primaveristicamente parlando, la realtà non è quella che si vede, ma quella che si sente. Ieri mattina ho avuto la gran gioia di sentirmi proprio leggero.

feb 23

I libri degli altri
La mia vera passione professionale è stata da sempre lo scrivere per altri. Scrivere è un atto che mi viene facile, spontaneo, naturale. Intendiamoci, però: quella naturalità è frutto di esercizio costante, di studio e lettura e scrittura continui. È traspirazione, in sostanza; forse – ho detto forse – con un minimo tocco di ispirazione, ma il sudore viene di gran lunga al primo posto.

Ebbene, ho creato questo sito per dirlo in maniera “ufficiale”, per far sapere che la mia competenza è a disposizione di chi ha dei contenuti da trasmettere ma è mancante di tempo o di strumenti o comunque ha altre priorità.

I libri degli altri è ovviamente un prestito da Italo Calvino, e insieme un omaggio a quel grande editor che è stato; e, indirettamente, a Cesare Pavese e insomma alla teoria di tutti coloro per i quali la parola scritta è sacra. Ovvero, per dirla con lo stesso Calvino, nella replica a Elémire Zolla che gli magnificava una scena di tempesta in un film:

Come osi paragonare un’ondata cinematografica a quelle di Melville?

Con una differenza, però.

Il mio lavoro si concentra infatti sulla scrittura tecnica. Io sono come quell’operaio di una fabbrica di armi da guerra di quel racconto di Rodari, che per quanto si sforzasse di costruire giocattoli pacifici per il nipotino gli venivano sempre fuori armi: io so solo scrivere in maniera tecnica. Per quanto mi piacerebbe non so scrivere letteratura, per dire. So però dare una forma precisa ed elegante ad un concetto; so descrivere, citare, collegare. So ritagliare, paragonare, illuminare. Se l’obiettivo è scrivere un libro, io so fare tante cose.

feb 16

donnie brasco
Il post di oggi nasce da un commento casuale fatto da un’insegnante sulla rinata lista Langit a proposito di un misero compenso percepito per un lavoro. L’occasione è casuale, ma il tema è generale – e anche ricorrente – e val la pena approfondirlo.

Io, per dirla con Nelo Risi,

vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

Ma so anche che Donnie Brasco direbbe: “Che te lo dico a fare?”

Il sottinteso di un misero compenso è questo: è bene accettare qualunque prezzo ci venga offerto, altrimenti non si lavora.

Ebbene, lasciamo da parte il bene della categoria, il rispetto verso i colleghi, considerazioni morali eccetera. Non parliamo di questo.

Parliamo “semplicemente” della convenienza economica e professionale, per un traduttore (o un insegnante, o un giornalista, o un web writer o i mille altri mestieri che oggi compongono “il popolo delle partite IVA”, è lo stesso), di accettare un compenso che sta ben al di sotto del livello di sopravvivenza.

(Occorre “spezzare l’assedio”, per dirla alla Luca Canali.)

Io capisco bene l’obiezione di chi sta entrando sul mercato del lavoro dopo aver fatto tutti i corsi del mondo, è perfettamente preparato/a ma riceve solo offerte a 3 euro l’ora.

Ebbene, c’è una notizia: quei 3 euro l’ora non ti porteranno da nessuna parte. Ti faranno solo del danno. A te, non al mercato. A te.

I 3 euro l’ora hanno senso solo se inseriti in un progetto, ovvero in cambio dell’imparare un mestiere, ovvero con una prospettiva reale e documentata. Realtà, non promesse.

Certamente dopo tanti anni di mestiere mi è “facile” parlare così. Però i problemi di liquidità ce li ho anch’io, gli errori li faccio anch’io e così via.

Ma questo è un assioma: i 3 euro/ora / i 3 centesimi/parola eccetera ti fanno un danno. Non ti portano alcun beneficio.
Eddie
Mi piacerebbe che chi si trova in situazioni del genere riflettesse su questo fatto, considerasse che farsi del male non è lecito (oltre che sciocco). Capisco le sue obiezioni ma mi piacerebbe che andasse oltre, che trovasse un’altra via perché questa non gli/le porterà del bene.

È difficile, lo so. Richiede tempo, sudore, lo so. Fortuna, anche. Ma un punto di arrivo sensato potrebbe, a mio avviso, essere riassunto nelle parole di Jack Walsh in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddy, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Io non sarò l’ennesimo “professionista” che si immolerà sull’altare del lavoro irretito da promesse e atterrito da quel che vede intorno a sé, e tu avrai quello che chiedi. In un rapporto corretto, dove guadagnerò quello che è giusto perché avrò portato valore al mio committente.

feb 09

The-Repairman
Lui è Filippo Margiaria, di Monticello d’Alba, che in una mansarda del suo paese ha fondato due anni fa con Paolo Giangrasso Aidia, casa di produzione cinematografica.

Poi c’è Scanio, ingegnere mancato che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè.

E infine c’è Helena e la storia di The Repairman, commedia d’autore dal gusto nord europeo girata in provincia di Cuneo.

Ora, non è tanto la provincia di Cuneo, che pure mi è cara in quanto “casa” mia, quanto piuttosto il sottotitolo del film: Perché cambiare vita, se puoi aggiustare quella che hai? Già, perché questo concetto ha almeno una duplice valenza, in quanto riferibile sia alle nostre vite disastrate dalla realtà che ci circonda che alle cose. Questa è storia vecchia, ma la storia si ripete sempre e comunque. Lo diceva già Montale:

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

E quanto al secondo punto (le cose), vale una visita il sito collegato.

Quanto al film, uscirà il 26 febbraio in diverse città italiane (le date saranno a brevissimo qui), con un’anteprima a Torino il 19 febbraio in presenza del cast.

Ho avuto l’opportunità di poter vedere la pellicola, che racconta una storia / non storia godibile, che è appunto quella di Scanio – persona che si trova ai margini del mondo in quanto non vuole saperne di andare al ritmo dettato da altri. Il film è composto di battute felici e veloci, e non contiene un “messaggio” vero e proprio; o forse il sugo di tutta la storia sta nel fatto che non tutto nella vita si può riparare, a volte è meglio chiudere un capitolo e procedere oltre.

Niente, parola all’azione.

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