Lug 25

Ho dei pensieri contrastanti in questo periodo. Un po’ agitosi, non ordinati come vorrei. (Non riesco a definirla bene questa cosa, ma so che quando ci sono troppi accadimenti non riesco a seguire tutto, vado in confusione e conseguentemente non sono tranquillo.)

Luglio non è stato – fino ad ora almeno – il mese che pensavo che fosse, principalmente per questo e questo motivo. Io me lo immaginavo così, ma pensare di “controllare” gli accadimenti è pura illusione.

Sabato mattina ho giocato a golf, ma il pomeriggio l’ho passato sui tetti. Stare sui tetti a cambiare le tegole è divertente, prendermi cura della casa è un’attività che mi dà soddisfazione (sebbene stia nell’angolo dei “lavori ad alto rendimento”, per dirla alla Batista). Quindi le mie percezioni cambiano – segnatamente l’età di mezzo è pericolosamente vicina a me. È un fatto che accetto perché sarebbe sciocco contrastare il tempo; ma non sono sicuro che mi piaccia poi così tanto.

Poi c’è il corpo che cambia – la vista che cala, sopra tutto –, e quindi l’idea del tempo che scorre inesorabile. Papà e mamma che per la prima volta quest’anno dal 1978 non vedranno la nostra casa sui monti.

Dal lato buono delle cose c’è la montagna in mezzo al mare che si avvicina, e sogno già quell’aria, quella luce, quei colori, quelle sensazioni.

Insomma sono qui, registro dei pensieri. Niente di particolare, niente che resisterà alla prova del tempo ma il mio impegno è comunque questo, registrare dei pensieri.

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Lug 18

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Avevo un problema grosso. Per tutta la settimana scorsa avevo continuato a pensare a quello che era successo la domenica precedente, a casa mia nel mio rifugio tra i monti. È qualcosa che sono riuscito ad elaborare solo l’altro ieri, sabato, salendo al bivacco Rousset, che è un luogo che mi dà pace e tranquillità.

Sì, un fatto molto simile mi era successo l’anno scorso, quando salendo lassù avevo avuto la sensazione magnifica di liberarmi completamente dei problemi avuti con l’INPS che mi avevano tolto il sonno per un paio di anni: fu proprio come togliermi un peso, una splendida metafora della leggerezza dopo il tormento.

Questa volta è stato un po’ diverso, nel senso che sono salito lassù magari un po’ inconsciamente ma di fatto con l’idea di pensare, di riflettere, di sistemare le cose dentro di me. E quando sono arrivato in cima a quelle montagne sono stato in grado di capire quello che non riuscivo a razionalizzare.

(Non era #ER16, come hanno paventato alcuni amici! I bambini non hanno fatto alcun disastro, e nessuno si è lamentato!)

Ho capito che il nostro padrone di casa ha compiuto un atto sbagliato. (Non interessano qui i dettagli, basterà dire che ha avuto un atteggiamento che colpisce e offende una famiglia – la mia – che dalla notte dei tempi anima quel luogo.) Mi sono messo il cuore in pace, ho capito che posso anche rischiare di “perdere” il mio rifugio e pazienza, però devo dire a lui come stanno le cose e come la vedo io, perché quello che ha fatto non è giusto.

E insomma una volta che ho capito questo semplice fatto sono stato molto più tranquillo. Ho capito veramente perché ero salito fin lassù: in effetti era proprio per quel motivo lì.
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E allora il discorso generale, al di là di quello che è successo a me, che può essere importante o meno, è che camminare chiarifica i pensieri. Camminare in montagna li chiarifica ancora di più, li pulisce veramente.

E quindi l’andare nel mio rifugio tra i monti mi sembra già un’ottima occasione per sistemare le cose; ma a volte può non bastare, e allora devo salire un po’ più in alto, per esempio ai 2300 e rotti del monte Grum, e sedermi lassù in perfetto silenzio. E così certamente le cose – almeno dentro di me, e senza fare alcunché di particolare – si risolvono.

Lug 11

Ho messo via un po’ di legnate
i segni quelli non si può
che non è il male né la botta
ma purtroppo è il livido
(Ligabue, Ho messo via)

Il mio rifugio tra i monti, luogo che mi ha visto bambino e poi ragazzo e poi giovane uomo e poi uomo e poi ancora persona che entra nella mezza età, è da anni – circa dal 2006, quando per la prima volta avemmo come famiglia ristretta (ovvero come nucleo familiare non allargato a genitori eccetera) la nostra vera casa, una sorta di nido – un rifugio, appunto, nel vero e pieno senso della parola – dove crescere le figlie d’estate, dove pensare in pace, dormire senza pensieri, scrivere, lavorare, camminare e così via.
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Ieri, il giorno dopo la fine ufficiale di #ER16 (a proposito: è andato tutto bene, ce l’abbiamo fatta, i bambini sono stati contenti, i genitori pure, e c’è anche stato il momento di commozione con la lacrima), è successo un fatto che sapevo che doveva succedere. Non posso dirne di più, ma la conseguenza è che da ieri quel luogo non è più lo stesso per me. Io, col mio progetto di andare ad abitare là entro il 2022, di farne il centro delle mie seconde nove, della mia scrittura e della mia meditazione, ora non sono più sicuro di volerlo. Ovvero, lo voglio ma alle condizioni che dico io, ossia a condizione che la pace e l’armonia non abbandonino il luogo. E queste condizioni ora potrebbero non essere più soddisfatte.

Sto pensando. Sto pensando se il mio sogno è ancora sensato oppure se occorra dire basta – basta a una quarantina di anni di vita, è una parola – e passare oltre.

Qui viene fuori un mio limite, l’ingenuità. L’ingenuità, è vero, mi salva da tante brutture, ma a volte mi fa vedere le cose in maniera distorta, e poi la realtà mi si presenta davanti agli occhi nella sua crudezza, e rimango attonito ancora prima che offeso.

Mi viene in mente Carl Fredricksen, e il suo sogno di vedere la Cascate Paradiso.

Mi viene il dubbio che questo mio sogno possa rimanere tale.

Ma mi viene anche da pensare che le mie Cascate Paradiso esistano (se nasci ingenuo non puoi morire scafato), solo che siano un po’ più in là.

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Lug 04

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Avevo preparato tutto, soprattutto dentro di me, per questa settimana. Poi, improvviso e imprevedibile, è successo un fatto che ha immediatamente spostato il flusso dei miei pensieri in una direzione differente.

(Ero in una splendida passeggiata con mia figlia grande, al ritorno da Narbona, luogo pieno di fascino e meta agognata. Tant’è.)

Il problema è che io mi sento, che io sono responsabile per le Rosine. Conseguente ansia, pensieri neri, conseguente stress, telefonate, ascolto di lamentele e preoccupazioni eccetera. Senza nemmeno essere lì, senza nemmeno poter constatare i tanti danni avuti, senza nemmeno poter spostare un secchio d’acqua.

Ora, che sono nel mezzo del ciclone – ecco, appunto –, questa mi sembra una bella sfida. Riuscire a gestire 22 bambini urlanti (per fortuna non sono solo!), le criticità di casa e in mezzo a tutto questo portare anche avanti il lavoro soddisfacendo i clienti sarà un bel traguardo. Il traguardo di questa settimana.

Il flow dei pensieri si è interrotto subitaneamente, il flow dei pensieri positivi riprenderà presto.

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Giu 27

luce
C’era una parola, sopra tutto, che mi girava in testa nei giorni scorsi, pensando al post che avevo da scrivere per oggi: luglio. Luglio di tutti è il mese che preferisco, perché il più leggero, il più caldo, soprattutto perché il più luminoso. Già, la luce di luglio è particolare e non ripetibile.

Soprattutto, pensando alle cose belle che verranno, a #ER16, alle mie camminate solitarie sui monti, al mio rifugio tra i monti che è luogo di partenze e di ritorni, il cuore mi si allarga. Luglio è il mese della leggerezza e della luce, ecco.

Le sensazioni, quelle sì sono importanti. Ieri mi sono lasciato alle spalle, per un po’ almeno, le gare di golf e lo stress che ultimamente mi hanno provocato, o per meglio dire ho elaborato l’idea che il golf in sé non è più assolutamente wow! per me – non in questo momento.

Ecco, allora, le sensazioni sono di leggerezza incipiente, di pensieri leggeri e luminosi. E la leggerezza porterà a riflessioni calme, che a loro volta porteranno a progetti nuovi e appassionanti, progetti che ora ignoro ma che so verranno. Si comincia giovedì: non sarà ancora, propriamente, luglio, ma è luglio nei fatti. Si continua da venerdì, e per dieci giorni, con l’esperienza di #ER16 che mi lascerà stremato (e con me la mia famiglia) ma assolutamente soddisfatto (e con me la mia famiglia).

Sabato sarò a Narbona, che l’ultima volta avevo solo visto dall’alto e da lontano. Questa volta ne girerò le vie solitarie e disabitate, entrerò nelle case immaginando la vita come si è svolta qui fino a cinquant’anni fa. E, fatto ancora più carico di significato e gioia per me, sarò là con mia figlia grande.

E luglio, non da ultimo, porta con sé le propaggini della mia patria seconda, di quella Corsica che dal 2002 mi avvolge, di quella terra in cui mi sono rimescolato e riconosciuto e che sovente mi lascia senza parole e senza fiato.

È un mese leggero e foriero di sviluppi, luglio.

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Giu 20

estate
Abbiamo fatto la pazzia, e la responsabilità è innanzitutto mia.

Tutto trae origine da un pensiero: vedere mia figlia piccola così spensieratamente bambina, innocente e felice nei suoi giochi (“La vita è fatta solo di giochi”, ha detto alla mamma non più tardi di un mese fa), e capire, sapere che è al limitare dell’infanzia, che questa sarà forse l’ultima sua estate di bambina; e allora cercare di fermare il tempo, e fermarlo io so che si può solo mirando a viverlo nella sua pienezza intera, nel suo andare, nel suo flusso naturale, con l’idea (forse infantile, e certamente ingenua) che tutto questo contribuirà a rinforzare i miei ricordi di lei quando bambina non sarà più.

Allora abbiamo invitato nel nostro rifugio tra i monti la sua classe intera, per una settimana che è quasi qui. Ed è stato un successone di adesioni: nella prima settimana di luglio saremo in compagnia di ventidue diconsi ventidue bambini scorrazzanti, urlanti, ridenti, felici intorno a noi.

Bambini felici.

Ecco, alla fine delle fini mi sembra che essere genitore sia questo. Cioè mi sembra che in accadimenti come questi sia nascosta una risposta – provvisoria e parziale, per carità – al motivo per cui esistiamo.

(Già, quella notte in cui nacque Roberta capii – intuii, forse, è più preciso – che attraverso quell’angelo di respiro e sangue sarei diventato immortale.)

Sarà una settimana superimpegnativa, ma dove c’è gusto non c’è perdenza. Ne parlerò ancora più di una volta, è sicuro. Ma insomma oggi volevo fissare in questo diario questa idea, rendere chiaro anche a me stesso che fare delle pazzie, a volte, vuol dire esser vivi.

Giu 13

Peak
Che cos’è il talento? Questo è un libro denso, pieno, disruptive al pari del Cigno nero, che dà delle risposte che non saranno definitive ma vanno considerate con attenzione; non da ultimo perché Anders Ericsson è l’esperto mondiale della deliberate practice.

La versione breve, a mio modo di vedere, è che il talento puro non esiste. Ci possono essere persone che hanno più predisposizione rispetto ad altre verso un determinato compito, ma senza il duro lavoro quel loro “talento” non verrà mai fuori. (Sul punto rimando anche a quest’altra mia recensione.)

Questo libro è significativo sotto molti punti di vista (a me, ad esempio, attira tanto l’applicazione nello sport), ma soprattutto è da considerare per quanto riguarda l’apprendimento nei bambini e nei ragazzi: perché l’applicazione di metodi corretti alle persone che stanno crescendo e imparando può avere delle ricadute enormi, in primo luogo in termini di vita mentale più ricca di significato e più in generale nella società.

Il libro presenta il caso di Mozart, che però ormai è troppo ovvio. Generalmente si pensa a Mozart come genio precocissimo, mentre la realtà è decisamente differente: aveva alle spalle un papà che dedicò la sua vita a fare del figlio una stella della musica (come è avvenuto per Tiger Woods nel golf, per esempio; e chissà per quante altre eccellenze), e i suoi primi lavori sono di fatto opera del padre.

Mi viene in mente un caso che conosco bene, Cesare Pavese. Il suo talento nella scrittura è limpidissimo, ma è altrettanto vero che sin da giovanissimo dedicò infinite ore a raffinare il suo scrivere, a piallarlo, a limarlo, a renderlo completamente prono a quanto voleva dire.

Una citazione (p. 169):

The ones who are successful in losing weight over the long run are those who have successfully redesigned their lives, building new habits that allow them to maintain the behaviors that keep them losing weight in spite of all of the temptations that threaten their success.
A similar thing is true for hose who maintain purposeful or deliberate practice over the long run.

Naturalmente sul lungo periodo il problema principale è quello della motivazione, ma anche a questo c’è risposta (p. 172):

Once you have practiced for a while and can see the results, the skill itself become part of your motivation. You take pride in what you do, you get pleasure from your friends’ compliments, and your sense of identity changes.

Qui mi interessa anche approfondire il discorso relativo alla professione: quanto può la deliberate practice aiutare a diventare dei ‘maghi’ nel proprio settore? Che cosa distingue un traduttore eccellente da uno scarso? E perché, generalmente parlando, un medico di sessant’anni è di fatto meno efficace rispetto al suo collega di trentacinque anni? Come posso diventare un asso, un vero asso nel mio settore? La questione è molto complessa, perché si incanala in un ambito della conoscenza che stiamo soltanto cominciando ad esplorare, e che è fatta ancora di tantissime incognite; ma la deliberate practice è una risposta potente ed efficace.

Sì, e mi spiego con l’esempio personale. Se io prendo un ambito professionale in cui, immodestamente, so di essere eccellente – la scrittura tecnica –, vedo con chiarezza che questa capacità non mi viene da dentro o dal cielo o da chissà dove: mi viene dalla pratica costante e quotidiana della scrittura stessa, che è cominciata intorno alla terza media ed è proseguita in maniera ininterrotta lungo tutti questi anni, con modalità sempre più precise e definite. Insomma io oggi sono bravo a scrivere perché mi sono esercitato per trentacinque anni con scopi precisi, all’interno di regole accurate, con modalità ben definite. Poi entrano in gioco tanti fattori – la casualità, innanzitutto. Ma la sostanza rimane: il talento nudo e crudo non esiste, esiste l’applicazione metodica di un’abilità.

Giu 06

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Ama’, nun saccio pecché, ma chella criatura ca sta llà dinto me fa penzà ‘o paese nuosto. Io so’ turnato e me credevo ‘e truvà ‘a famiglia mia o distrutta o a posto, onestamente. Ma pecché?… Pecché io turnavo d’ ‘a guerra… Invece, ccà nisciuno ne vo’ sentere parlà.

Quann’io turnaie ‘a ll’ata guerra, chi me chiammava ‘a ccà, chi me chiammava ‘a llà. Pe’ sapé, pe’ sentere ‘e fattarielle, gli atti eroici… Tant’è vero ca, quann’io nun tenevo cchiú che dícere, me ricordo ca, per m’ ‘e llevà ‘a tuorno, dicevo buscíe, cuntavo pure cose ca nun erano succiese, o ca erano succiese all’ati surdate… Pecché era troppa ‘a folla, ‘a gente ca vuleva sèntere… e guagliune… ‘O surdato! ‘Assance séntere, conta! Fatelo bere! Il soldato italiano!

Ma mo pecché nun ne vonno sèntere parlà? Primma ‘e tutto pecché nun è colpa toia, ‘a guerra nun l’he voluta tu, e po’ pecché ‘e ccarte ‘e mille lire fanno perdere ‘a capa… Tu ll’he accuminciate a vedé a poco ‘a vota, po’ cchiú assaie, po’ cientomila, po’ nu milione… E nun he capito niente cchiú… Guarda ccà. A te t’hanno fatto impressione pecché ll’he viste a ppoco ‘a vota e nun he avuto ‘o tiempo ‘e capí chello ca capisco io ca so’ turnato e ll’aggio viste tutte nzieme… A me, vedenno tutta sta quantità ‘e carte ‘e mille lire me pare nu scherzo, me pare na pazzia… Tiene mente, Ama’: io ‘e ttocco e nun me sbatto ‘o core… E ‘o core ha da sbattere quanno se toccano ‘e ccarte ‘e mille lire… Che t’aggia di’? Si stevo ccà, forse perdevo ‘a capa pur’io…

A mia figlia, ca aieressera, vicino ‘o lietto d’ ‘a sora, me cunfessaie tutte cose, che aggi’ ‘a fa’? ‘A piglio pe’ nu vraccio, ‘a metto mmiez’ ‘a strada e le dico: «Va’ fa’ ‘a prostituta»? E quanta pate n’avesser’ ‘a caccià ‘e ffiglie? E no sulo a Napule, ma dint’ a tutte ‘e paise d’ ‘o munno.

A te ca nun he saputo fa’ ‘a mamma, che faccio, Ama’, t’accido? Faccio ‘a tragedia? E nun abbasta ‘a tragedia ca sta scialanno pe’ tutt’ ‘o munno, nun abbasta ‘o llutto ca purtammo nfaccia tutte quante…

E Amedeo? Amedeo che va facenno ‘o mariuolo? Amedeo fa ‘o mariuolo. Figlieto arrobba. E… forse sulo a isso nun ce aggia penzà, pecché ce sta chi ce penza…

Tu mo he capito. E io aggio capito che aggi’ ‘a stà ccà. Cchiú ‘a famiglia se sta perdenno e cchiú ‘o pate ‘e famiglia ha da piglià ‘a responsabilità. E se ognuno putesse guardà a dint’ ‘a chella porta… ogneduno se passaria ‘a mano p’ ‘a cuscienza… Mo avimm’aspettà, Ama’… S’ha da aspettà. Comme ha ditto ‘o dottore? Deve passare la nottata.

Eduardo De Filippo, Napoli milionaria! (atto III, monologo di Gennaro Jovine)

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Mag 30

In poche parole, sabato è andata così:
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A mezzogiorno ero al santuario, che è di fatto il punto di partenza per tante mie camminate, e ho iniziato la salita verso il monte Tibert, dove sono arrivato due ore più tardi. Su c’era la nebbia ma non mi importava: i pensieri erano puri, puliti, leggeri. E poi si cammina per camminare, mica per altro o per giungere a un punto preciso: si cammina per mettere un passo dopo l’altro, salire, scendere o quel che comunque ti presenta la strada. Si va, si va e basta.

Ho poi seguito il crinale fino al monte Crosetta, anche piangendo per la commozione di quello spettacolo immenso e assoluto. Già, non ho ancora metabolizzato il fatto che al mondo esista tanta bellezza.

A un certo punto ho scorto Narbona (L’Arbouna):
Narbona
E in quel momento mi è stato chiaro perché ero arrivato fino a lì: per vedere quel luogo, pieno di fascino e di mistero, che non conoscevo. Non ho pensato, ho scarpinato giù per la montagna per cercare di arrivare in quel luogo lontanissimo. I piedi mi dolevano ma la passione è fatta così, non è fatta di pensieri.

Ragionandoci dopo ho capito che l’attrazione derivava dal fatto che lì si concentravano non una ma due mie passioni, le nostre montagne e i luoghi antropizzati abbandonati (perché cerco sempre di immaginarmi com’era la vita in un luogo quand’esso era animato e, appunto, vivente). Quando ad esempio grazie ad Alberto ho scoperto questo luogo ho subito pensato di volerci andare: cosa che feci dopo breve tempo con mia figlia piccola, per poi tornarci poco tempo fa in bici. Mi immaginavo le voci, la folla, il rumore, l’atmosfera.
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Ma dopo mezz’ora abbondante di passi posticci mi sono reso conto che non ci sarei arrivato, non per questa volta almeno. E il cruccio di non poterci arrivare mi ha fatto venire in mente il cugino di Pavese (I mari del Sud):

Solo un sogno
gli è rimasto nel sangue: ha incrociato una volta,
da fuochista su un legno olandese da pesca, il cetaceo,
e ha veduto volare i ramponi pesanti nel sole,
ha veduto fuggire balene tra schiume di sangue
e inseguirle e innalzarsi le code e lottare alla lancia.

Ecco, Narbona è quel cetaceo, l’andare del prossimo viaggio.

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Mag 23

BIll Graeper

BIll Graeper


Torno di nuovo dopo tanto tempo a parlare di industria della traduzione, sia pure in senso lato, o per meglio dire in maniera personale (che poi è l’unica che di fatto conosca); e lo faccio per commemorare una persona che ho ammirato e che ci ha lasciato in questi giorni, Bill Graeper.

Per quanto riguarda il nostro settore, è sufficiente dire che Bill fondò, vent’anni fa, Certified Languages International e fu poi tra i membri fondatori dell’ALC, che è a mio giudizio di gran lunga la migliore associazione dedicata allo sviluppo del nostro settore da un punto di vista manageriale e professionale.

E proprio alle conferenze dell’ALC (Pasadena, Milwaukee, Austin) sono legati i miei ricordi di lui. Gli incontri sono sempre stati cordialissimi, e col tempo si sviluppò una piccola amicizia. Mi chiamava per nome, mi chiedeva dell’Italia, mi raccontava degli aneddoti, soprattutto mi parlava dell’ALC e di quanto tenesse alla sua crescita (me lo ricordo, ad esempio, allo stand dell’ALC alla conferenza ATA del 2007 a San Francisco).

Di lui ricordo soprattutto questo, distintamente: il sorriso. L’ho sempre visto sorridere, e anche se non lo conoscevo bene capisco che questo era un riflesso di un carattere solare, positivo, di qualcuno che è sinceramente felice di aiutare gli altri. E infatti solo a cercare un poco si trova traccia del tantissimo bene che ha fatto – sempre col sorriso – per gli altri.

Il mio cruccio è di non averlo potuto conoscere meglio, ma insomma sono contento di averlo incontrato. La sua lezione di positività, comunque, mi accompagnerà. My dear Bill, I will miss you and your smile.

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