Feb 08

Il bello è forbirti e prepararti in tutta calma a essere un cristallo.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 4 maggio 1946

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Mi capita sotto gli occhi una citazione che illustra bene il concetto di professionista. (Il libro è questo, comprato usato per poche sterline, l’autore è questo.) Che si parli di traduzione, di sport, di panificazione o di qualunque attività umana, quando qualcuno può dirsi davvero professionista?

What a pair: humility and self-confidence! It is a prescription for deftness. Like me, you may not be called to be a pro golfer. Yet if playing golf can teach you to develop this combination of humility and self-confidence, it is a learning you can take with you elsewhere, so you can be a pro at whatever you are called to do.

Umiltà e massima fiducia nei propri mezzi: umiltà che porta alla pratica costante e quotidiana (dalle 10mila ore non si scappa, se davvero si vuole essere i numeri 1, o quantomeno i migliori se stessi che si possa diventare in un dato campo), pratica che porta alla fiducia – massima – nei propri mezzi.

Feb 01

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Nel golf, un handicap basso comanda rispetto. Non lo chiede né lo pretende, lo riceve per il semplice fatto di essere.

Anche nelle professioni, in quella del traduttore come in qualunque altra, il rispetto non può essere chiesto: può soltanto essere ottenuto.

In parole povere, la questione del rispetto è un falso problema: non è sensato pretendere rispetto dai clienti, per il semplice fatto che per i nostri clienti – per il pubblico, per il mondo economico – i servizi che offriamo non sono in cima alla lista delle priorità. Il rispetto lo si ottiene in maniera naturale col tempo, col lavoro, col sudore e con la professionalità.

Il rispetto emana dai servizi che offri (ci vuole un minuto a capire se qualcuno è un professionista oppure no), che a loro volta sono un’espansione della tua identità lavorativa.

Il rispetto è insomma qualcosa di interno, non di esterno a noi. In questo blog ne ho parlato spesso (ad esempio qui), ma in effetti il concetto è sempre il medesimo e non cambia: il rispetto puoi soltanto riceverlo.

Gen 25

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Nel post di lunedì scorso ero stato – volutamente – provocatorio, perché la mia idea è che bisogna dare degli scossoni e non solo delle piccole spinte per provocare il cambiamento.

Ma che cosa significa, questo, in pratica? Che cosa si potrebbe fare per migliorare la propria condizione economica al fine di migliorare il proprio stato generale di benessere? È una domanda legittima, cui ora cercherò di dare non delle risposte (impossibile), ma qualche indizio.

Parto dalla mia definizione di ricchezza:

La vera ricchezza è data dal tempo che hai a disposizione, non dal denaro.

Siamo sulla stessa pagina o no sul punto? Se no, non ha senso proseguire.

Se invece siamo intesi che è così, ne consegue che il lavoro è uno strumento per liberare il proprio tempo. E dunque condizione necessaria per la vita 2.0 (lo dico semplificando) è quella di lavorare per conto proprio. Il vero rischio è infatti essere un dipendente, ovvero ciò che un tempo appariva un rifugio sicuro. (Parlo per me, ma nonostante tutti gli errori fatti sino a qui – e chissà quanti ne commetterò ancora – mai e poi mai se potessi tornare indietro sceglierei di lavorare alle dipendenze di terzi.)

E il concetto di impresa, in questo contesto, significa per forza microimpresa, ovvero un’attività che dia da vivere ma non richieda ottanta ore settimanali per starle dietro. Sì, perché altrimenti si perde di vista l’obiettivo fondamentale – il benessere del qui e ora – e si ritorna a lavorare per i piani di qualcun o qualcos’altro (la propria azienda, in questo caso).

Su questo punto mi viene in aiuto Tim Ferriss, e nello specifico questo libro, che dice in maniera magistrale ciò che c’è da sapere sull’argomento. Quindi ne suggerisco una lettura critica. (Questa mia recensione può dare qualche spunto.)

E aggiungo questo: liberare il tempo non vuol dire dimenticarsi del lavoro. Io quando sono sul lavoro sono concentrato al 100% in quello che faccio, impegnato e determinato a dare il meglio e il massimo ai nostri clienti. Anzi, devo dire che forse – ma non so giudicare con precisione – i nostri clienti ottengono più da me oggi rispetto a quanto ottenessero dieci anni fa, quand’ero al mio apice nel sentirmi un imprenditore. Oggi il mio tempo è più corto, la candela è già bruciata per un pezzo troppo lungo, e allora ogni attimo di tempo lavorativo è professionale al 100%.

Questi sono alcuni punti che considero assiomi fondamentali in questo percorso. Come sempre, i commenti dei miei venticinque lettori saranno più che graditi, e serviranno ad accrescere la conoscenza e sperabilmente il benessere comuni.

Gen 18

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La settimana scorsa sono stato travolto – positivamente travolto – dalle reazioni a questo post, ovvero all’intervista fattami da Daniel Tarozzi nel mio rifugio tra i monti e all’articolo scritto da Paolo Cignini. Ne faccio ora qualche considerazione.

Innanzitutto, un plauso va a queste due persone che hanno svolto un lavoro professionale e appassionato. Io ho solo raccontato la mia storia; e in seguito alle reazioni e ai commenti mi rendo conto (non che non lo sapessi, ma insomma è una conferma) che alla fine delle fini tutti abbiamo problemi e aspirazioni simili. Quindi qui vorrei dare alcune indicazioni che potrebbero essere utili a terzi.

Partiamo dalle precisazioni, tanto per sgombrare il campo.

La vita 2.0 è un processo che si affina nel tempo, che richiede metodo, costanza, lacrime, sudore e sangue (sudore soprattutto). Non è detto che sia così per tutti: a volte rimango stupito (non dovrei, lo so) nel vedere persone che ci mettono un attimo a fare passi che a me hanno richiesto anni. Ma in ogni caso non puoi pretendere di trovare la ricetta pronta: ciascuno dovrà adattare le conoscenze, le strategie e le tattiche al suo proprio caso.

Alcuni punti di partenza (senza un ordine particolare):

il libro di Tim Ferriss (fondamentale);

il principio di Pareto;

la legge di Parkinson;

– la tecnologia;

– tanto pensiero, tanto lavoro su di sé.

Una parola sulle “ricette”. Le ricette non esistono! Questo percorso è una faccenda laboriosa, un percorso da compiere prima di tutto su se stessi. Un cammino lungo anni, costellato (parlo per me) di errori e di strade sbagliate. “Se devi sbagliare fallo in fretta”, come dice Greg Norman.

Nessuno dice che è facile. È un percorso che si può compiere ma che costa fatica e richiede tempo – anni, non mesi o giorni. Occorre fare un grosso lavoro su di sé, occorre mettere in discussione assiomi consolidati della propria vita. Occorre pensare tanto, occorre sperimentare. Occorre essere consapevoli del fatto che si farà una marea di errori, che si prenderanno mille strade che non portano da nessuna parte. Occorre leggere tantissimo. Alla fine, applicando le conoscenze apprese e con un po’ di fortuna si arriverà a un risultato. Le maniere per cambiare esistono, poi sta a noi darci da fare.
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Altro punto: mi trovo a fronteggiare obiezioni che ho già sentito mille volte. Sempre le stesse. La più tipica è “eh, beato te che lo puoi fare…” Sul punto vedi anche qui. Via tutte le balle: se tu mi dici “beato te” vuol dire che preferisci il tuo cuscinetto comodo, le tue abitudini consolidate a una strada impervia ma che può essere piena di sorprese positive.

Oppure mi dici che questa è roba per ex-manager che mollano tutto e vanno a vivere in Nepal. Allora non hai capito un cazzo.

Io non ho ricette né doti particolari, ho “solo” organizzato informazioni e conoscenze per arrivare a un risultato concreto. E so per certo che chiunque può farlo; ma so anche che la maggior parte delle persone dirà cose come “eh, beato te che puoi permetterlo”, “sì, ma io lavoro come dipendente” eccetera eccetera. Sono discorsi che sento da anni; ma intanto il tempo passa per tutti.

L’esperienza è condensata nel libro. Ma il libro oggi, passati cinque anni (Where has time gone?), mi soddisfa solo fino a un certo punto. È per questo che sto pensando alla versione 2.1, di cui darò conto nel tempo. Per ora mi accontento di condividere i miei pensieri, i miei successi e i miei fallimenti. Servirà a qualcuno? Non lo so, questo puoi saperlo solo tu.

Gen 11

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Ho tardato a pubblicare oggi perché l’idea per il post mi è nata solo ieri sera tardi, e avevo bisogno di elaborarla, di “cucinarla” nel mio laboratorio di scrittura, e di chiedere – prima che fosse fuori – il parere e i consigli di mia figlia piccola nella maniera di cui dirò tra poco.

Tutto nasce da una combinazione di due fatti:

– sto leggendo questo libro. L’autore lo conosco bene (ne ho parlato ad esempio qui), il suo concetto di flow è un pilastro per le prestazioni in diversi campi;

– ieri, domenica, ho passato tanto tempo con mia figlia piccola a giocare insieme e fare altre cose (ma giocare soprattutto, anche perché per lei ogni cosa del mondo è un gioco). E se ieri nel gioco c’era solo il gioco e nessun’altra considerazione, pensandoci oggi ho capito che lei mi insegna tante cose del flow che sa per istinto, per natura: e dunque frutto laterale del giocare con lei è l’imparare come se si stesse leggendo un libro. (Ciò vale per tutti i bambini del mondo, naturalmente.)

Faccio un passo indietro: che cos’è il flow? Una buona definizione iniziale si trova qui, ma in parole povere è uno stato della mente in cui la persona è talmente assorta nel suo compito da dimenticarsi del mondo esterno e dal ricavare massima soddisfazione da quello che sta facendo.

(Nota laterale: mente e corpo non sono due entità distinte, ma un unicum, un uno tutto, un continuo. Questo il golf me lo ha fatto presente in maniera netta: dopo anni di deliberate practice mi è stato chiaro che la persona è un continuum, che non c’è confine tra il corpo e la mente. E questo vale nello sport, nella professione e in qualunque attività.)
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E per traslare questi concetti nel lavoro, dirò che il “buon business” auspicato da Csikszentmihalyi è ciò a cui da sempre, per istinto prima che per ragione, tendo. Ovvero, alla radice delle cose il concetto è questo: avere buoni rapporti con tutti gli stakeholder relativi al tuo lavoro (clienti, fornitori e così via) è una sana pratica di lavoro e di vita perché arricchisce dal punto di vista mentale la tua vita, la rende piena di significato, ti gratifica; e dopo, ma solo dopo e solo come conseguenza, è un vantaggio dal punto di vista economico.

In soldoni: lavorare bene si deve e conviene perché si vuole lavorare bene, perché si ha piacere e gioia nel farlo. Il guadagno viene soltanto dopo, solo come conseguenza. Lo dice bene Pavese:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Nel corso della vita i soldi si guadagnano e si perdono, le cose vanno bene e vanno male, ma non è questo il punto. Il denaro è decisamente sopravvalutato da questo punto di vista. (Non che non sia importante, non venirlo a dire a me dopo questi anni di tribolazioni e gente che, anche se non lo farà mai, dovrebbe chiedermi perdono; ma non è il cuore delle cose.)

Anni fa, quando dopo un lungo viaggio ritornai al punto di partenza, riportando la sede di Tesi & testi proprio nel luogo dove era nata, che è lo stesso luogo che fu sogno imprenditoriale e di vita di mio nonno Giovanni, il palazzo che ha segnato la storia della mia famiglia negli ultimi cento anni, scrissi:

Uno dei motivi più inconfessati e reconditi del mio essere imprenditore è proprio il seguire le orme del nonno, la sua idea di giustizia e rettitudine a prescindere da qualunque altra cosa.

Insomma capisco che le cose sono circolari, che tutto ritorna, che fare le cose in maniera giusta è il cuore del nostro lavoro e, probabilmente, della nostra intera vita. Tutte cose che mia figlia piccola sa per istinto. È per questo che, prima di pubblicare, le ho chiesto di leggere il pezzo e di darmi la sua opinione:
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Quanto a me, io ci metto anni ad arrivare allo stesso punto perché sono lento in tutto ma ci arrivo, ci arrivo.

Gen 04

Fossano
Giovedì 31 dicembre, qualche minuto prima delle 18. Sono lì per fare il biglietto per tornare verso casa. Poco più di sette ore prima sono partito dal mio rifugio tra i monti, con l’obiettivo di arrivare camminando alla stazione di Centallo. Ma poi cammin facendo mi sono reso conto che sarei arrivato troppo presto, che c’era ancora luce e allora ho proseguito.

Sono 38 km in tutto, che ho percorso correndo a tratti e in buona parte camminando.

Pensare camminando. Camminare correndo. Correre lentamente. Correre fortissimo. Respirare. Respirare sopra tutto.

Non ho pensato molto, o meglio ho pensato che pensare non serve, che “capire, in fondo, è inutile” (l’ha detto Eduardo).

Che c’è molta grazia nascosta, nelle nostre terre piemontesi: ad un certo punto mi sono rivolto a due persone chiedendo lumi sulla via, in piemontese e dando del lei; ma quelle persone, evidentemente, sono molto più avanti, perché mi hanno risposto in piemontese dandomi del voi: e questo è figura (nel senso auerbachiano del termine) della gentilezza e cortesia proprie delle nostre genti.

(Mi è sovvenuto, per parallelismo, quel che scrisse Pavese alla sorella Maria da Brancaleone, il 27 dicembre 1935 – giusto ottant’anni fa, insomma:

La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.)

Che voglio andare un po’ più in là a cercare i miei limiti – fisici, soprattutto, e in questo senso l’età mia è un buon campo di prova.

Che mente e corpo non hanno un confine definito, ma sono un continuum: e te ne accorgi in maniera netta quando sei in pieno flow.

E che sostanzialmente quel che voglio fare nelle mie seconde nove è proprio questo: esplorare – camminare – respirare (l’ordine non ha importanza).

Dic 28

Dunque, vado con ordine.

Il 24 novembre mia figlia piccola e io andiamo a vedere un film-documentario sui rifiuti, Meno 100 chili. Proiezione gratuita nell’unico cinema rimasto della mia cittadina.

Presenti i felici pochi di morantiana memoria; ma presente l’autore, Roberto Cavallo. Avrei voluto chiedere l’autografo al suo libro ma mi sono vergognato. Comunque.

Il maestro si è presentato quando l’allievo era pronto, diciamo. Sì, perché a casa mia, che è sì un ex orfanotrofio di fine Cinquecento diventato convento e poi sede della fabbrica di nonno Giovanni e comunque casa Davico da kent’annos, ma anche un condominio dove tra abitazioni e attività gravita una cinquantina di persone, con tutte le difficoltà che ciò può creare per quanto riguarda i rifiuti, il problema dei rifiuti esiste, e come! Esiste nel cortile – ormai è un’abitudine quasi divertente tirare su le cicche delle sigarette, e non credo passi settimana senza che io ne tiri su meno di cinquanta -, esiste soprattutto nei vari contenitori dei rifiuti. (Fortunatamente non sono il solo.)

In ogni caso quel film e poi quel libro hanno risvegliato in me il punto centrale: il punto centrale è che io posso fare qualcosa. Sarà qualcosa di piccolo, certo; ma non insignificante.

Il punto non è fare tanto in una volta sola, ma fare poco per volta tutti i giorni (o quasi). Il punto è che la rifiutologia praticata in questa maniera non è tanto diversa dall’allenamento sportivo: può essere divertente, può essere quasi un gioco.

E poi ci sono dei risultati laterali: per esempio da allora non compriamo più l’acqua nelle bottiglie di plastica ma andiamo a rifornirci con le bottiglie di vetro nei punti acqua del comune. (Qui l’analisi del risparmio per l’ambiente solo per la mia cittadina.)

Sono il rifiutologo di Palazzo Davico. E me ne vanto.

Dic 21

RM
Ho l’età in cui si cominciano a tirare i remi in barca, in cui si fanno almeno tanti bilanci quanti progetti. Cioè, in realtà la questione è un momento più complicata di così. Direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

In questi giorni sono stato a visitare la tomba del mio professore di tesi, Riccardo Massano. (Ne avevo parlato qui, solo che ero nel posto sbagliato.) La prima cosa che ho pensato, o meglio che mi è venuta alla testa ancor prima del pensiero, è stato quell’esame – credo il primo per me con lui – in quell’afosissimo giorno di luglio del 1991 o dintorni immediati, lui sudatissimo con una polo a maniche corte color celeste pallido e il fazzoletto a togliersi i sudori dalla fronte (ce l’ho davanti agli occhi limpidissima la scena, ricordo che pensai che non mi sembrava tanto degno di un professore universitario farsi vedere sul luogo di lavoro, nel “tempio del sapere”, con una maglietta e un fazzoletto sulla fronte), che mandava via gli studenti uno a uno perché non conoscevano l’etimologia della parola “formidabile”. (Io l’ho imparata quel giorno.) (Cioè, tu studi mesi e mesi e poi se non conosci una singola etimologia tutto il tuo studio va a farsi benedire. Ancora oggi ciò mi sembra vagamente ingiusto, e molto casuale.)

Ebbene in quell’esame quell’uomo incuteva terrore – come ho appreso faceva tanti anni prima, giovane professore in un istituto tecnico di Vercelli – ai suoi studenti. E ora quella figura (“figura” è un’altra parola che ho imparato da lui, nel senso adoperato da Auerbach in Studi su Dante) non era che un nome in una tomba e due date, nulla più. Professor!, gli ho detto. Gliel’ho detto in piemontese; perché anche se non ho mai parlato in piemontese con lui sarebbe stata questa la nostra lingua veicolare più corretta da adoperare. (Lui che traduceva i poeti latini nella mia linguamadre, o meglio lingua-padre.)

E come ho già detto Riccardo Massano è uno tra i miei quattro maestri per quanto riguarda la scrittura, insieme a Luca Goldoni, Ugo Foscolo e Italo Lana.

Ma insomma in quel cimitero c’eravamo lui e io, da soli. Due persone di poche parole. Per tanti anni – tanti invero – dopo la laurea ho pensato di andarlo a cercare in quella “casa del grande cipresso”, come amava chiamare il suo buen retiro sulla collina torinese, un luogo dove potrei agevolmente andare a piedi. Mille volte ci sono passato davanti, mai l’ho fatto.

Allora davanti alla sua tomba soprattutto a questo ho pensato, a quello che non ho fatto. I miei rimpianti più grandi sono proprio questi: ora che sono nell’età dei bilanci e non solo dei progetti vedo proprio chiaramente – proprio chiaramente – che ciò di cui mi pento di più sono le parole non dette e i gesti non fatti, non certo gli errori.

Dic 14

foto di Ghitta Carell

foto di Ghitta Carell


Ho consegnato un progetto qualche giorno fa – un progetto normale, lingue normali, sostanzialmente normale in tutto. È in effetti, in sintesi estrema, quel che faccio tutti i giorni da vent’anni circa. Gianni Davico l’editor, un po’ come – si parva licet – “Cesare Pavese […], l’uomo-libro” (lettera a Tullio Pinelli, 18 agosto 1927).

Cioè. Quell’uomo lavorava solo sui libri, sui libri degli altri per dirla à la Calvino, mentre io leggo contratti, specifiche tecniche, materiali di marketing e così via. (A ben vedere c’è della poesia anche nella marketing literature; ma probabilmente questa è un’altra storia, buona per un altro post.)

Però guardavo quel documento così come mi è arrivato, tradotto (bene) e pronto (in teoria) per essere mandato al cliente, e poi guardavo quello stesso documento qualche ora dopo, dopo una mia rilettura, dopo una formattazione che seguisse le attese del cliente, dopo il confronto col traduttore su dubbi che potevano essere nati durante il suo e il mio lavoro.

Non erano la stessa cosa. Indubbiamente parenti, ma non certamente la stessa cosa.

Traduco: ho ricevuto un semilavorato (per quanto finito dal punto di vista del traduttore), ho consegnato un prodotto finito. Insomma ho aggiunto valore.

Perché questo è di fatto il mio mestiere: aggiungere valore ai documenti che tocco; non passare delle carte, non consegnare delle scatole.

Chiedi a un venditore qualunque di un qualunque spendodromo informazioni su un prodotto qualunque che ti interessa: farfuglierà qualcosa, magari leggerà insieme a te le istruzioni, ma di fatto ne sa mooolto meno di te. Di fatto vende delle scatole, non dei prodotti. Ovvero non aggiunge valore.

Permettimi di ridirlo, tanto perché sia chiaro: non aggiunge valore.

E quindi ho ripensato a quello che ho fatto in questi vent’anni. In fondo il motivo per cui non ho mai cambiato mestiere – faccio oggi proprio quello che facevo nel 1996, solo con i capelli più grigi – è che allora come oggi aggiungo valore, ovvero vendo qualcosa di differente rispetto a ciò che compro, qualcosa che per il mio cliente ha più valore rispetto a quell’altra cosa. È poco? È tanto? Non lo so, però capisco che la capacità di gestire progetti (lo dico in senso lato) non si improvvisa. Questo è.

Dic 07

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Quest’estate avevo discusso con Chiara Zanardelli di un tema cui avevo pensato: il nostro (inteso come professionisti, traduttori o anche “semplici” utenti) rapporto con lo smartphone. Avevo proposto a lei di scriverne dal punto di vista professionale (e il suo pezzo – molto interessante – si trova ora qui), lasciando per me le considerazioni “filosofiche” (spicciole, ça va sans dire).

L’idea mi era nata in un pomeriggio in cui ero da solo nel mio rifugio tra i monti (quanti pensieri leggeri lassù!): avevo lasciato in casa – a bella posta – il mio bello smartphone ed ero partito per una lunga passeggiata tra i miei monti. Quelle poche volte in cui riesco a farlo la sensazione di libertà è completa, sia pure trattandosi di una libertà relativa perché di breve durata.

Se lo porto con me è comodo, certo, ma il rapporto con la realtà cambia: perché vuoi fare una foto, poi guardi il meteo, poi l’ultima su FB e insomma non c’è neanche il tempo per respirare. La realtà si modifica, appare filtrata, magari più digeribile ma di certo meno vera. E a me, che sono alla caccia perenne di sensazioni e di esplorazioni, la contraddizione appare in tutta la sua evidenza.

Non ho la soluzione a questa dicotomia, no: l’obiettivo di questo post è semplicemente quello di annotare i miei pensieri in tema, contraddizioni comprese. Io in fatto di telefonini non sono stato mai un early adopter, ma questo ora non mi aiuta perché mi sono portato in pari e troppo spesso me ne sento un po’ vittima. Il fatto è che da un punto di vista lavorativo la comodità e i vantaggi non sono discutibili; però quell’idea di “dovere” sempre sapere dove si trova me ne rende troppo dipendente.

Nella fattispecie per me smartphone vuol dire in sostanza email: un po’ per la mia “ossessione” per la posta elettronica (ricordo una pagina, che purtroppo non sono riuscito a ritrovare, di tanti anni fa in cui si metteva alla berlina il tormento di chi è sempre attaccato all’email, e dopo aver controllato se ha ricevuto messaggi nel caso non ce ne siano per sicurezza controlla ancora – sì, mi faceva sorridere ma un po’ mi descriveva), un po’ perché di fatto ancora oggi la pressoché totalità del mio lavoro passa per davico@tesietesti.it, un po’ perché le cose per me sono vere quando sono scritte, ma la sostanza è che le due cose sono sostanzialmente associate dentro di me. Tutto il resto è comodo, pratico, divertente ma non irrinunciabile.

Ecco, a pensarci bene dico che quell’indirizzo mail mi definisce parecchio. Non dico che quell’indirizzo mail sono io, ma insomma lì dentro c’è tanto di me. E quindi in sostanza per me lo smartphone è figura – nel senso auerbachiano del termine – della posta elettronica, un buon compromesso tra praticità e libertà.

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