lug 07

rallentare
Cioè, l’altro giorno una signora che mi ha visto due volte in vita sua – e dunque non mi conosce per nulla – mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Ha l’aria molto stanca”.

Io fino ai 35 – 40 anni ho sempre dimostrato meno degli anni che avevo, ma ora credo che questi quasi 47 si vedano tutti, e fors’anche qualcuno di più. (Guardo le mie foto e penso ma possibile che tutti quei capelli grigi siano i miei? Proprio tutti quanti?)

Allora quelle poche e semplici parole mi hanno dato da pensare. E credo che la signora abbia ragione. Insomma devo smetterla di cercare sempre di andare più in là dei miei limiti; anzi accettare le proprie debolezze è un gran pregio. Non ho più il tempo di fare tutto quello che vorrei: forse è un bene o forse un male, ma comunque è un fatto.

Il principio 80/20 è fondamentale. Tagliare gli angoli. Lasciare andare. E mi sovvengono anche le parole che Bob Rotella disse a Darren Clarke, nei giorni precedenti il British Open del 2011. Cito a memoria da questo bellissimo libro, ma in breve disse, a lui che si lamentava di non riuscire a toccare la palla: “Darren, tu sai già giocare a golf. Non hai nulla da dimostrare. Vai in campo e fai quello che sai fare benissimo”.

Quel che ho fatto ho fatto, errori e magagne e tempo buttato e sciocchezze varie compresi: quel che so fare so fare, quel che non so pazienza, me ne faccio una ragione. L’altro giorno ho piantato dei pomodori con le mie figlie, nel mio rifugio tra i monti. Quella signora aveva ragione. L’ansia di strutturare il mio tempo di veglia mi corre sempre dietro, ma per ora mi dedico ai pomodori.

giu 30

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Ho costruito una bella bòita, in questi anni. Mi guardo indietro e riconosco di esserne fiero. Ho dato lavoro a tante persone, ho servito tanti clienti (nelle migliaia, in un caso e nell’altro).

(Il tutto per caso, by the way.)

Ma da solo, da solo avrei potuto fare ben poco: io so organizzare persone e mezzi, motivare, gestire: sono bravo in questo, ma tradurre non è il mio mestiere. So scrivere, e anche in questo mi picco di essere bravo: ma non sono un traduttore.

Allora questo è un ringraziamento, pubblico e cumulativo, piccolo e sincero, per tutti quei – tanti, tantissimi – traduttori con cui sono entrato in contatto in questi diciotto anni di mestiere. Se ci trovassimo tutti insieme riempiremmo un palazzetto dello sport. Alcuni li incontrerò presto, altri li conosco bene, altri ancora non li ho mai conosciuti di persona ma insomma: vi considero parte fondamentale di questa avventura.

E la parte più bella della nostra storia dobbiamo ancora scriverla.

giu 23

tempo
Sto diventando sempre più geloso e protettivo verso il mio tempo, tendo a dire no molto più spesso. Non voglio più seguire i mille rivoli di quel che si vorrebbe da me, voglio essere l’arbitro del mio stesso destino.

Già, perché faccio comunque troppi errori, ci sono troppe cose che non riesco a cambiare e che devo accettare così come sono, storte e nodose e involte: e dunque il mio tempo non sarà mai veramente mio al 100%. Cionondimeno è prezioso, è di fatto quello che mi definisce e io non voglio buttarlo via.

Per esempio sul lavoro non so che cosa sia una riunione, salvo casi del tutto eccezionali. C’è un libro che mi fa da guida e ci sono due principi cui mi ispiro, il principio di Pareto e la legge di Parkinson – e non molto altro, davvero.

La mia ricchezza è questa, ed è foriera di infinite sensazioni che è complicato (ma affascinante) descrivere: il tempo che mi rimane mi servirà anche e principalmente a cercare di catturare in parole queste ineffabili sensazioni.

giu 16

bòce
Ero un infante tra le braccia di mamma, un suo possesso.

Ero un bambino diligente e timidissimo.

Ero un ragazzino che stava piuttosto da solo, più perché le cose andavano così che per scelta.

Ero un ragazzo studioso.

Ero un giovane uomo con un sogno, e mi piaceva pensarmi un giovane dio.

Ero un uomo giovane con qualche disillusione e sbavatura, ma le cose che succedono hanno una loro logica.

Sono un uomo fatto, coi capelli grigi e tanti progetti e sogni.

Sarò un uomo maturo, e che cosa accadrà vedremo.

Sarò un anziano con le sue fisime e croci. (Nel mio cuore nessuna croce mancherà.)

Sarò un corpo senza vita, ma allora sarebbe proprio bello un ultimo sguardo a verificare questo: se nel momento in cui il mio corpo entrerà in quel piccolo luogo che da decenni è destinato a me tante persone verseranno lacrime, e magari si fermeranno per qualche minuto intontite, allora sarò stato una brava persona.

giu 09

Piatta
Langit è stata la mia prima “casa” per le traduzioni, luogo virtuale in cui dal 1996 – con periodi di interruzione anche lunghi – ho imparato tantissimo, espresso le mie idee, dato notizie, raccolto informazioni, litigato furiosamente, incontrato persone in gamba e così via.

Diciotto anni fa, non solo per me, le cose erano molto diverse. Allora mi è parsa una bella cosa organizzare un raduno – un tempo erano molto più frequenti – per i simpatizzanti di questa lista, ma aperto a tutti i traduttori e alle loro famiglie, nel mio rifugio tra i monti il 19 e 20 luglio prossimi.

L’incontro è pensato come un momento conviviale nello spirito che da sempre caratterizza Langit. (Non sono successe solo cose belle, in tutti questi anni; ma lo spirito di comunità esiste, e come.)

Programma e aggiornamenti sono in questo gruppo FB.

In parole semplici è un incontro tranquillo – tranquillo come me – in un luogo povero e affascinante – se sia bello non so, ignoro se lo si possa dire – dove c’è una casa tra i monti che è aperta sempre.

giu 02

64
Ieri. Alla Turin Half Marathon. 2:02:05.

Niente di eclatante, per carità – quasi mille runner hanno fatto meglio di me –, ma è un risultato significativo per me, che ho abbassato di oltre 23 minuti il mio tempo (so che migliorarsi partendo da fondo classifica può non apparire difficile, ma vieni te a correre!).

Tuttavia, al di là dei numeri il sugo di tutta la storia è questo: un solo, semplice minuto. Ovvero, io sono partito con l’idea di correre al ritmo di 7 minuti al kilometro, velocità che sapevo mi avrebbe permesso di arrivare in fondo; però appena dopo la partenza ho incontrato un amico (una persona con un obiettivo importante, una maratona tra 110 giorni, che ha tutte le carte in regola per raggiungere in pieno – Propp lo chiamerebbe l’aiutante magico), il quale ha corso al mio passo anche quando avrebbe potuto andare decisamente più veloce. Insomma, quel 7 è diventato 6 e io sono stato incoraggiato a tenere quel ritmo per me elevato; e l’ho mantenuto per tutto il tempo, anzi aumentandolo nella seconda parte di gara.

Ovvero, grazie all’amico ho fatto una cosa che non sapevo nemmeno di saper fare. Eppure la sensazione bellissima è stata proprio quella di procedere con passo spedito quando intorno a noi più d’uno mostrava chiari segni di fatica, e di conseguenza superare tanti compagni di avventura; così, in maniera semplice e tranquilla.

(E verso i tre quarti di gara il flow era assoluto, accompagnato dall’idea che di tante sensazioni non potrai mai parlare, semplicemente perché non possono essere espresse con le parole.)
lap
Tutto per quel minimo minuto. Un minuto può fare la differenza. E, già che ci siamo, aggiungerò che anche chiacchierare amabilmente con l’amico lungo tutto il percorso può fare la differenza (lo dico soprattutto a me stesso e alla mia difficoltà di rapportarmi con gli altri).

Quindi le lezioni di ieri sono due:

- poniti degli obiettivi precisi e lucidi, ed è di fatto automatico che li raggiungerai;

- resistere per un minuto in più, quando potresti pensare che le forze ti stanno abbandonando (è una metafora, sia chiaro), può fare la differenza – e come.

mag 26

Lei – la cugina più cara che ho – mi dice:

È difficile abituarmi all’assenza dei miei genitori.

Già, probabilmente per me è molto più facile (ora), che a pochi metri da me ho due vecchietti che si fanno compagnia, lui molto malfermo sulle gambe e lei amorosa nelle cure, in una casa tranquilla in un giorno qualunque, questo.
Centosessantaquattro anni in due, sono i miei genitori.

Ma se apri quella porta e trovi il vuoto, che cosa trovi? Che cosa pensi? Che cosa senti?

Storia vecchia. Alla fine è solo l’esempio che resta, tutto il resto passa come acqua fresca. Alla fine svuoti le tasche e ti rimane sono quello che hai dato, nulla di quello che hai preso ti rimane. Curioso, no?

mag 19

Questo mio diario pubblico è lo specchio sostanzialmente fedele dei miei pensieri connessi alla professione e, più in generale, al tempo che mi rimane.

I commenti più fastidiosi sono quelli che mettono in dubbio la mia buona fede, come accaduto qualche giorno fa. Che mi si tacci tra le righe di ipocrisia. Perché ho dei grossi buchi di ignoranza – questo lo so, né lo nascondo -, ma quel che ho nel cuore ho nella penna, ovvero qui.

Ho cominciato qui, a novembre di sei anni fa, 273 articoli fa, a dire la mia sul mondo della traduzione: ovvero riguardo all’unico mestiere di cui, sebbene assolutamente per caso, io mi sia mai occupato. Poi col tempo la visione si è allargata, ho cominciato a scorgere, a immaginare, la fine del mio tempo, e quindi a dare importanza a fatti minimi della vita.

Già, perché alla fine questi pensieri non sono per nulla originali. Li espresse per esempio Rocco Scotellaro, tanti anni fa:

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

O Pasolini, in tanta parte della sua produzione. Ma insomma io non pretendo di essere quello che non sono, semplicemente registro qui i miei pensieri pubblici. Ciascuno poi ne farà l’uso o il non-uso che crede. Riprendo un’altra citazione che mi è cara, questa di Nelo Risi:

Vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.
In vita
le fatiche sono altro che dodici
e la vita che tu vivi è una sola,
chi vede il mondo come un ospedale
non potrà che viverlo da ammalato
(l’ha detto Goethe) e il suo malanno
allora l’avrà voluto.

Non importa quello che succede, io sono aperto alle critiche di chiunque. Vorrei solo che chi si rapporta a me tenga in conto le parole di Quasimodo:

Non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo.

Qualunque cosa accada va bene. La maggior parte di esse non ha nessunissima importanza; io registro quel che mi pare significativo, e passo oltre.

mag 12

Ho fatto di recente una ricerca di traduttori inglesi: è un’attività di cui mi occupo periodicamente, perché la combinazione IT>EN è sempre merce rara in questo settore. Infatti, come dice Marco Paolini parlando dei napoletani, metà del lavoro l’ha già fatto la mamma: di fatto un madrelingua inglese in Italia ha possibilità di lavoro più elevate rispetto a persone di altre lingue.

Comunque. Da alcune risposte ho avuto sentore che in tanti, troppi traduttori (sedicenti o meno – questo lo ignoro) c’è un pericolo: ovvero quello che la traduzione assistita possa essere confusa con la traduzione automatica. E questo è un rischio non da poco, se presente nella mente di chi traduce, perché fa passare l’idea che un conto è tradurre e un conto è “quella roba là”, Google Translate, Bing e via dicendo.

Un traduttore, ad esempio, mi diceva:

Sono specializzato nella traduzione/revisione testi di argomento biomedico, i quali si prestano difficilmente all’utilizzo di CAT o altri programmi automatici.

Ora, io sono giunto abbastanza tardi ai CAT (sono lento in tutto, questa è la mia natura e non credo di poterla cambiare – forse modificare un pochino, ma cambiare no di certo), anche perché la mia formazione umanistica, Pavese, Massano, l’intenso senso di letterarietà dell’esistere provato nei giorni – era il 1988, credo – in cui vidi Firenze per la prima volta e tutto il resto mi hanno per tanti anni portato a credere che sì, quelle meraviglie tecnologiche aiutano ma insomma la parola scritta non si può contenere in un computer. (Agevolato in questo anche dal fatto di aver lavorato con professionisti assai competenti, che mi hanno aiutato nella mia paura che mi ha tenuto lontano dai CAT – del resto il mio mestiere è stato sempre quello di gestire una piccola azienda che si occupa di traduzioni, mica il traduttore!). E tuttavia ho sempre saputo che per chi traduce documenti tecnici, legali, medici e così via (destinati a chi lavora per aziende di produzione e commercio, potremmo dire semplificando) si tratta di strumenti non prescindibili per il lavoro, per i due vantaggi innegabili che portano: maggior precisione nei testi tradotti e risparmio di costi inutili.

Ciò era vero quindici anni fa come lo è oggi. Chiaramente oggi il panorama è mutato in maniera radicale, e anche il confine tra traduzione assistita e traduzione automatica si fa più labile e sfumato. Ma questo non significa che non esista.

E dunque il pericolo è che un traduttore, che si è formato sui libri, ritenga che un CAT non sia uno strumento adatto al caso suo; mentre la realtà va proprio in quella direzione, né si modificherà in futuro – semmai la curva salirà ancora.

Quindi, in due parole: un CAT è lo strumento del traduttore, questa è la realtà. Prima si coglie questo fatto e prima, da un punto di vista personale, arriveranno i risultati; e, da un punto di vista generale, il beneficio sarà quello di essere percepiti, come categoria, come dei professionisti preparati e all’altezza del compito.

mag 05

4 ore alla settimana
Non ho mai scritto una recensione vera e propria di questo libro.

Di fatto, però, se ripenso alle trasformazioni avvenute dentro di me negli ultimi anni, riconosco che ne è stata la benzina principale. (Tutto partì, credo, da qui, ma poi Ferriss mi diede gli strumenti per elaborare il mio pensiero.)

Ne ho comprate, nel tempo, diverse copie, in lingue e formati diversi. L’ho letto, riletto e ancora oggi lo consulto ogni tanto: mi serve a ricordare qual è la direzione.

Trovo abbastanza ironico che non si trovi nemmeno più a volerlo comprare, o che comunque sia un atto molto difficoltoso. È un mondo che brucia in fretta i suoi miti, si sa; comunque mi appare una cosa poco logica, date le informazioni che contiene.

Ne regalai una copia a Simone Perotti il giorno che lo conobbi. Fu un atto casuale, ma per come conosco il pensiero di entrambi mi sembrano decisamente allineati; anche se Ferriss è più “americano”, pratico e diretto al punto, mentre Perotti è più “filosofico”, europeo e di grande respiro.

A seguire qualche citazione che ho apprezzato in maniera particolare.

Per tutte le cose più importanti, il tempo manca sempre. [...] Le stelle non si allineeranno mai e i semafori della vita non saranno mai tutti verdi nello stesso istante. L’universo non cospira contro di voi, ma non si ferma nemmeno per aiutarvi a rimettere le cose in ordine. Le condizioni non sono mai perfette. (p. 43)

La maggior parte degli input sono inutili e il tempo viene sprecato in proporzione alla quantità disponibile. (p. 92)

Smettetela di chiedere pareri e cominciate a proporre soluzioni. (p. 97)

[un suo ex capo] “Tim, non voglio tutta la storia. Dimmi soltanto che cosa dobbiamo fare”. (p. 115)

Il nostro obiettivo non è creare un’impresa che sia il più grande possibile, ma piuttosto, un’impresa che ci disturbi il meno possibile. (p. 215)

È un libro che parla al lato destro del cervello, e lo fa in maniera precisa, con indicazioni logiche e condivisibili. Chiaramente ciascuno ne potrà adattare i principi al suo proprio caso, ma io sono il testimone che – per me almeno – il sistema funziona.

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