mar 02

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Ieri mattina la caldaia, per la prima volta nell’anno, ha raggiunto la temperatura e dunque si è spenta prima del tempo. Questo significa una cosa bella e precisa: che la settimana che inizia oggi è di fatto quella che segna la fine dell’inverno e il passaggio verso la nuova stagione.

Sono sceso sotto e ho respirato dell’aria differente. Già, l’aria, ieri mattina, era differente: più lieve, meno greve, più piena. E la luce era più calda e più intensa.

Questa è una delle settimane dell’anno che preferisco, perché questo passaggio è molto importante. Il carnem vale è ormai alle spalle, un clima più mite è dritto di fronte a noi. Da studente universitario questo cambiamento lo avvertivo sul pullman che mi portava a casa da Palazzo Nuovo, perché il colore delle foglie sul Po mutava in maniera decisa nel giro di quei – questi – pochi giorni; ora è la caldaia, ma il risultato non cambia.

Quando esprimo questo concetto, invariabilmente mi sento dire: “Ma la primavera inizia il 21!” Lo so che il calendario dice questo, però allora mi costringi a citare Montale:

le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Primaveristicamente parlando, la realtà non è quella che si vede, ma quella che si sente. Ieri mattina ho avuto la gran gioia di sentirmi proprio leggero.

feb 23

I libri degli altri
La mia vera passione professionale è stata da sempre lo scrivere per altri. Scrivere è un atto che mi viene facile, spontaneo, naturale. Intendiamoci, però: quella naturalità è frutto di esercizio costante, di studio e lettura e scrittura continui. È traspirazione, in sostanza; forse – ho detto forse – con un minimo tocco di ispirazione, ma il sudore viene di gran lunga al primo posto.

Ebbene, ho creato questo sito per dirlo in maniera “ufficiale”, per far sapere che la mia competenza è a disposizione di chi ha dei contenuti da trasmettere ma è mancante di tempo o di strumenti o comunque ha altre priorità.

I libri degli altri è ovviamente un prestito da Italo Calvino, e insieme un omaggio a quel grande editor che è stato; e, indirettamente, a Cesare Pavese e insomma alla teoria di tutti coloro per i quali la parola scritta è sacra. Ovvero, per dirla con lo stesso Calvino, nella replica a Elémire Zolla che gli magnificava una scena di tempesta in un film:

Come osi paragonare un’ondata cinematografica a quelle di Melville?

Con una differenza, però.

Il mio lavoro si concentra infatti sulla scrittura tecnica. Io sono come quell’operaio di una fabbrica di armi da guerra di quel racconto di Rodari, che per quanto si sforzasse di costruire giocattoli pacifici per il nipotino gli venivano sempre fuori armi: io so solo scrivere in maniera tecnica. Per quanto mi piacerebbe non so scrivere letteratura, per dire. So però dare una forma precisa ed elegante ad un concetto; so descrivere, citare, collegare. So ritagliare, paragonare, illuminare. Se l’obiettivo è scrivere un libro, io so fare tante cose.

feb 16

donnie brasco
Il post di oggi nasce da un commento casuale fatto da un’insegnante sulla rinata lista Langit a proposito di un misero compenso percepito per un lavoro. L’occasione è casuale, ma il tema è generale – e anche ricorrente – e val la pena approfondirlo.

Io, per dirla con Nelo Risi,

vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

Ma so anche che Donnie Brasco direbbe: “Che te lo dico a fare?”

Il sottinteso di un misero compenso è questo: è bene accettare qualunque prezzo ci venga offerto, altrimenti non si lavora.

Ebbene, lasciamo da parte il bene della categoria, il rispetto verso i colleghi, considerazioni morali eccetera. Non parliamo di questo.

Parliamo “semplicemente” della convenienza economica e professionale, per un traduttore (o un insegnante, o un giornalista, o un web writer o i mille altri mestieri che oggi compongono “il popolo delle partite IVA”, è lo stesso), di accettare un compenso che sta ben al di sotto del livello di sopravvivenza.

(Occorre “spezzare l’assedio”, per dirla alla Luca Canali.)

Io capisco bene l’obiezione di chi sta entrando sul mercato del lavoro dopo aver fatto tutti i corsi del mondo, è perfettamente preparato/a ma riceve solo offerte a 3 euro l’ora.

Ebbene, c’è una notizia: quei 3 euro l’ora non ti porteranno da nessuna parte. Ti faranno solo del danno. A te, non al mercato. A te.

I 3 euro l’ora hanno senso solo se inseriti in un progetto, ovvero in cambio dell’imparare un mestiere, ovvero con una prospettiva reale e documentata. Realtà, non promesse.

Certamente dopo tanti anni di mestiere mi è “facile” parlare così. Però i problemi di liquidità ce li ho anch’io, gli errori li faccio anch’io e così via.

Ma questo è un assioma: i 3 euro/ora / i 3 centesimi/parola eccetera ti fanno un danno. Non ti portano alcun beneficio.
Eddie
Mi piacerebbe che chi si trova in situazioni del genere riflettesse su questo fatto, considerasse che farsi del male non è lecito (oltre che sciocco). Capisco le sue obiezioni ma mi piacerebbe che andasse oltre, che trovasse un’altra via perché questa non gli/le porterà del bene.

È difficile, lo so. Richiede tempo, sudore, lo so. Fortuna, anche. Ma un punto di arrivo sensato potrebbe, a mio avviso, essere riassunto nelle parole di Jack Walsh in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddy, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Io non sarò l’ennesimo “professionista” che si immolerà sull’altare del lavoro irretito da promesse e atterrito da quel che vede intorno a sé, e tu avrai quello che chiedi. In un rapporto corretto, dove guadagnerò quello che è giusto perché avrò portato valore al mio committente.

feb 09

The-Repairman
Lui è Filippo Margiaria, di Monticello d’Alba, che in una mansarda del suo paese ha fondato due anni fa con Paolo Giangrasso Aidia, casa di produzione cinematografica.

Poi c’è Scanio, ingegnere mancato che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè.

E infine c’è Helena e la storia di The Repairman, commedia d’autore dal gusto nord europeo girata in provincia di Cuneo.

Ora, non è tanto la provincia di Cuneo, che pure mi è cara in quanto “casa” mia, quanto piuttosto il sottotitolo del film: Perché cambiare vita, se puoi aggiustare quella che hai? Già, perché questo concetto ha almeno una duplice valenza, in quanto riferibile sia alle nostre vite disastrate dalla realtà che ci circonda che alle cose. Questa è storia vecchia, ma la storia si ripete sempre e comunque. Lo diceva già Montale:

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

E quanto al secondo punto (le cose), vale una visita il sito collegato.

Quanto al film, uscirà il 26 febbraio in diverse città italiane (le date saranno a brevissimo qui), con un’anteprima a Torino il 19 febbraio in presenza del cast.

Ho avuto l’opportunità di poter vedere la pellicola, che racconta una storia / non storia godibile, che è appunto quella di Scanio – persona che si trova ai margini del mondo in quanto non vuole saperne di andare al ritmo dettato da altri. Il film è composto di battute felici e veloci, e non contiene un “messaggio” vero e proprio; o forse il sugo di tutta la storia sta nel fatto che non tutto nella vita si può riparare, a volte è meglio chiudere un capitolo e procedere oltre.

Niente, parola all’azione.

feb 02

di chi sarà questa frase?

di chi sarà questa frase?


Ho imparato a scrivere – scrivere in maniera tecnica, ovvero precisa – sostanzialmente grazie a quattro maestri:

– Ugo Foscolo, che nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis mi permise di vedere che cosa vuol dire veramente l’eccellenza nello scrivere (avevo diciott’anni allora, ma ricordo ancora in maniera netta la sensazione di precisione che trasmetteva la scelta di quelle e non altre parole);

Italo Lana, che fu il primo a insegnarmi la scrittura tecnica: e lo fece senza fanfara, ma con la pratica;

Luca Goldoni, la cui leggerezza mi rapì verso i venticinque anni;

Riccardo Massano, che si prese la briga di leggere e rileggere e se del caso commentare ogni singola riga della mia tesi: probabilmente ero già bravino quando arrivai a quel punto, ma fu lì che imparai davvero a scrivere seguendo delle regole precise e non solo il flusso dei pensieri.

Già, perché non lo sanno in tanti ma la scrittura è un mestiere, un mestiere che si impara andando a bottega, scrivendo tutti i giorni, leggendo e studiando. Proprio come si impara a fare il fornaio. Un mestiere che ha regole precise (matematica e latino sono solo due facce della medaglia medesima, non sono due mondi che non comunicano tra di loro) e non si improvvisa.

Invece negli ultimi anni ha preso piede la sindrome del cit. Puoi citare qualunque autore, fuori contesto o meno, che la frase sia apocrifa o meno: tanto alla fine metti un “cit.” ed è tutto risolto. Il cit. è il passaporto che sdogana qualunque pensiero e ti libera pure la coscienza, in quanto citazione di pensiero altrui.

Ma non basta! Se mi citi una frase voglio – devo – sapere quanto meno chi è l’autore, e preferibilmente vorrei – dovrei – anche conoscere la fonte. Altrimenti è tutto un manicomio, il pensiero tritato della società liquida.

Quindi: va bene che tu citi un autore, che riporti una frase e così via: lo apprezzo ma per piacere, dammi maniera di risalire alla fonte.

gen 26
ricominciare

Ponte Alidosi (Castel del Rio, Valle del Bidente)

Oggi la facciamo corta.

In uno dei miei primi post su questo mio diario pubblico, oltre sei anni fa, dichiaravo di non sapere che cosa significasse la parola “crisi”. (Un po’ era ingenuità, un po’ era spocchia.)

Poi questo fenomeno l’abbiamo subito in tutte le salse, nei media e nella realtà dei fatti, per cui pare diventata una seconda natura per chiunque.

Io forse allora ero troppo ottimista; per quanto mi riguarda, però, la peggiorata situazione economica della mia azienda – e di conseguenza mia e della mia famiglia – è più frutto di miei errori, che a loro volta sono lampi del caso, piuttosto che non di mancanza di lavoro.

Però, come ci ricorda zio Aldo detto Botti, classe ’28, chi ha costruito quel bel ponte di pietra sul rio Sasso non ha più il mal di pancia.

Quindi: il mal di pancia è un segno che siamo vivi. E, alla Zu, per essere vivo devi essere vivo.

In sostanza: ci sediamo in un luogo tranquillo, pensiamo al da farsi. Poi lo facciamo, e andiamo avanti.

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gen 19

Marc Chagall, La levitazione degli amanti

Marc Chagall, La levitazione degli amanti


Oggi mescolo diversi spunti.

Sono partito da una poesia di Alda Merini, o meglio dal ricordo delle sensazioni che quella poesia che non ricordo mi diede e mi dà. La poetessa parlava della leggerezza di Chagall come contraltare alla pesantezza della sua vita, che avvertiva piena. Ecco, sono partito appunto da una considerazione del genere, dal fatto che vorrei leggerezza e semplicità nelle mie giornate ma troppo spesso mi trovo a fare i conti con miei errori del passato, forse con mie sbadataggini o anche con decisioni che sono state plain stupid.

Amarcord si pronuncia con la o chiusa, dice Zu, e leggendolo e rileggendolo capisco che vedo quella sua leggerezza di scrittura come un bel traguardo cui mirare, perché riflette una leggerezza di vita (o anche solo un momento di leggerezza).

A volte mi viene da pensare come l’Homer Clapp dell’Antologia di Spoon River:

E allora capii di essere un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.

Ma poi ci rifletto, e non mi pare il caso. Mi sovviene Ligabue:

Leggero, nel vestito migliore
senza andata né ritorno, senza destinazione.

(Ligabue è stato importante come Montale e Luca Goldoni, nella mia formazione.) E cosa importa quel che non ho fatto? Quel che non ho fatto non ho fatto, pace. Pasolini:

Non importa avere amato, solo amare importa.

Sono qui. Respiro. Leggero. Il resto passa.

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gen 12

Dragonero
Ho pensato molto, questo fine settimana.

Sono stato nel mio rifugio tra i monti per via di questa gara (l’ho fatta solo perché le previsioni del tempo erano eccezionalmente belle, altrimenti non mi sarei avventurato a correre al buio con zero gradi o che).

Sono arrivato ultimo (la prima volta mi era successo qui, e poi di nuovo di recente qui), ma sempre prima di tutti coloro che non c’erano. È stata un’esperienza splendida al mio passo tranquillo. Anche i crampi sono gran maestri. Soprattutto perché ho pensato alle parole di Pavese (nel diario, 1 luglio 1949):

Stasera, a Pavarolo, nella cena coi tre Garino e Einaudi e Natalia e Molina, sentito per la prima volta – oggettivamente – la decadenza fisica, l’incapacità di fare uno sforzo, un salto, un exploit. Stato male e storto tutta la sera. Per salvarmi, odiavo il mondo, l’uomo, la compagnia. Vecchia storia.

Insomma il punto non è arrivare, oppure no, ultimo: il punto è poter fare delle cose, e soprattutto fare delle cose che non potevo fare quando avevo venticinque anni. Il punto è respirare, sentirsi vivi.

Poi è stato il momento di godermi la notte stellata e magica nel mio rifugio tra i monti, quel luogo che amo chiamare casa. Ieri mattina c’è stato il rito che più di tutti amo fare quando sono là:
colazione
Una cosa semplice, semplice come una mattina di sole nelle montagne che han fatto il mio corpo e il mio animo. Certe sensazioni non possono essere espresse in parole oppure immagini, esistono e basta. Jovanotti:

Bella come una mattina d’acqua cristallina
come una finestra che mi illumina il cuscino
calda come il pane ombra sotto un pino
come un passaporto con la foto di un bambino

Poi sono sceso in paese a salutare gli amici. E scendendo mi sovveniva una bella poesia di Corrado Govoni, Le cose che fanno la domenica, che è uno splendido inno alla serenità.

Ho camminato tanto. C’era un silenzio lassù, una pace… L’aria, i panorami, la vista a perdita d’occhio: le Alpi marittime, la Langa alta e bassa, Alba, la collina torinese… e la piana, naturalmente: mezzo Piemonte, insomma, e una parte grande della mia serenità. Mi sono riempito gli occhi e lo spirito, mi sono rinfrancato: proprio là dove i pensieri (che tu lo voglia o no non è significativo) ti si disannebbiano e schiariscono.

Ho pensato, c’era il sole, sono stato bene con me.

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gen 05

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.
Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti

Rosine
È stata strana la geografia della mia vita lavorativa: la versione corta è che ci ho messo circa ventitré anni per tornare al punto di partenza.

La versione lunga è un po’ più articolata. Tutto cominciò intorno al 1992, quando comprai il mio primo computer e iniziai a fare i primi piccoli lavori (una sorta di proto-Tesi & testi, diciamo): avevo una scrivania accanto al letto, e questo era tutto. Il modem era di là da venire (probabilmente non sapevo nemmeno che cosa fosse), il concetto di Internet non era nel vocabolario comune né nella pratica del lavoro.

A settembre 1994, fresco di laurea (avevo 27 anni – sono lento in tutto, questo mi è pacifico da tempo immemore), andai a lavorare per un ingegnere che stava creando una casa editrice multimediale (il CD interattivo allora era una frontiera, e come!): questa è stata di fatto la mia unica esperienza paragonabile in qualche maniera (maniera molto all’acqua di rose, per la verità) al lavoro dipendente. L’ufficio era in centro Torino, solo che i soldi durarono soltanto tre mesi e il quarto già non c’erano più (già allora capitava che non si pagasse il lavoro, che cosa credi?). E dunque il 31 gennaio 1995 nacque ufficialmente la mia ditta individuale, la Tesi & testi di Giovanni Davico, con sede in quello stesso luogo (l’ingegnere era assolutamente disorganizzato ma assolutamente geniale e, da un punto di vista lavorativo, ci completavamo bene – dunque non mi andava di perdere il legame).

Rimasi lì per un anno e mezzo, dopodiché ebbi il mio primo “vero” ufficio, una stanza di una ventina di metri quadrati nei pressi di Palazzo Nuovo. Non era male (vi scrissi il mio primo libro, tra l’altro), ma avevo ambizione; con l’aiuto di papà e mamma a fine 1997 acquistai – nel palazzo a fianco – una sede molto più grande, che come ho detto più volte immaginavo di riempire di persone e progetti. La cosa si avverò ma solo in parte; comunque dopo una partenza lenta (eh, questo tema è una costante) l’attività prese l’abbrivio e funzionò bene a pieno regime. Furono gli anni del mio impegno pubblico, delle conferenze, del libro, degli interventi su Langit e altrove. (Soprattutto delle conferenze ho ricordi splendidi.)
Guastalla
Poi fu una combinazione di due fatti: l’incipere dei quarant’anni e una mia evoluzione personale, insieme alla cosiddetta crisi che tolse lavoro e opportunità. Risultato: spostai l’attività in un ufficio più piccolo e più decentrato. Era un bel luogo, tranquillo, dove potevo pensare in santa pace. Spesi un bel po’ di denaro per sistemarlo come desideravo e mi ci trovavo anche bene ma fu solo un passaggio, perché il numero di persone si ridusse ancora e alla fine mi sembrava eccessivo avere un ufficio lontano da casa, con tutti i costi (anche di tempo) che ciò comporta, quando era di fatto inutile. (Non vi scrissi libri, e a pensarci ora lo trovo curioso.)
bande nere
Mi trasferii allora – era il 2009 – in un ufficio a fianco di casa, tredici metri quadri che mi hanno accolto per qualche anno e hanno visto la gestazione del mio libro più recente e di tanti pensieri che prima mi erano sconosciuti.

Circa un anno fa mi sono spostato nuovamente, e grazie a sistemazioni interne lo studio di oggi è la stessa stanza che nel 1992 costituì il punto di partenza della mia attività. Ventitré anni, sette uffici, tre libri. Insomma ho fatto il giro del mondo (si fa per dire) per arrivare oggi allo stesso punto di partenza, col vantaggio non da poco di poter guardare questo luogo – e per estensione il mondo – con occhi nuovi.

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dic 29

segni
Ho visto il mio corpo, negli ultimi anni, cambiare. Lo sento, soprattutto: perché i capelli grigi si vedono, ma lo scricchiolare delle giunture si sente.

È cambiato il mio animo: verso i trent’anni, quando muovevo i primi passi nella professione, ero sicuro di me, un ragazzo giovane in giacca e cravatta che sapeva il fatto suo. Poi qualcosa è cambiato: l’ultima volta che credo di essere apparso giovane è stato al congresso dell’AITI. Avevo quarantun anni allora e stavo cambiando, naturalmente; ma poi il processo ha acquistato momento.

È cambiata la mia anima, come conseguenza di tutto ciò che è successo e non successo in questi anni. Oggi tutto mi pare più difficile, mi pare di vivere al 5%, di esprimere solo la superficie delle mie possibilità reali.

Ma alla fine, sebbene nel mio cuore nessuna croce manchi, non credo sia così grave. Alla fine credo che Sabina esprima bene lo stato delle vite di coloro che giovani non sono più, ma per i quali la vecchiaia è ancora di là da venire:

Il premio degli anni che passano è la capacità di accogliere ogni giorno, benigno o severo, di trovargli un milione di pregi e un magro difetto.

Cioè insomma ho preoccupazioni materiali – all’età mia dovrei già essere sistemato e non fare sempre i conti con i centesimi di euro – e nell’animo, luogo dove difficilmente le cose sono strutturate come piacerebbe a me (mi sarebbe piaciuto, per dir meglio: perché ora anche se non tutto è al posto giusto va bene così), ma non importa: essere qui a registrare i miei pensieri, vedere il mio corpo e il mio spirito, io, trasformarsi ha un che di magico e va bene così.

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