ago 31

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È cominciata, in maniera bella e casuale, tre anni fa; è proseguita due, e poi l’anno scorso. E domani, di nuovo. È la tradizione familiare di trascorrere il compleanno nella mia patria seconda.

Mi sovviene Pavese:

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno.

Quarantotto anni non sono tanti né pochi, semplicemente sono. Penso soprattutto alle esperienze che voglio fare, al vento in faccia, ad attraversare la Corsica a piedi, ad arrivare ad handicap zero. Ad altri traguardi impegnativi che col tempo mi fisserò.

La mia maniera di augurarmi buon compleanno, quella più piena e viva che conosca, è prendermi del tempo per pensare a come lasciare segni di vita dentro di me. Fare un piano di vita per le seconde nove, insomma.

Cercare di fare mia la lezione di Oliver Sachs:

There is no time for anything inessential.

Ben sapendo che sarà inutile, in sostanza, che la cima delle cime non esiste se non dentro di noi. Ma dentro di me esiste, e come! La cima è fissarmi un traguardo impegnativo e poi raggiungerlo. La cima è camminare, è respirare.

ago 24

libri Goldoni
La mia passione per la scrittura e i libri di Luca Goldoni ha origini abbastanza lontane. Dopo tre anni passati a studiare (si fa per dire) economia, avevo da poco fatto il passaggio a lettere, ovvero alla sola facoltà cui davvero avrei potuto appartenere, e un’amica mi consigliò questo autore che non conoscevo. Fu un amore subitaneo e totale, e la sua leggerezza di scrittura è stata una delle pietre miliari per il mio scrivere.

(Non credo di averlo mai raccontato, ma espressioni come appoggiami il formaggio sono diventate parte del lessico familiare di casa Davico. Da noi sarebbe impensabile passare il formaggio: si può soltanto appoggiarlo.)

Qualche anno fa ebbi la fortuna di conoscere lo scrittore di persona, e insieme a lui il figlio Alessandro. È un’amicizia distante, fatta di contatti rarefatti, ma che mi rallegra in pieno.

Ebbene, ora padre e figlio hanno dato alle stampe Francesco Baracca. L’eroe dimenticato della grande guerra, che è una sorta di biografia romanzata di un eroe oggi abbastanza messo da parte. Mi è venuto bene, quindi, approfittare di questo legame per fare a loro qualche domanda sul libro, che personalmente ho trovato fresco e leggero.
Baracca
– Com’è nata l’idea del libro?
Fra i tanti libri per i cento anni della prima guerra mondiale, mancava il ricordo dell’eroe dell’aviazione Francesco Baracca.

– Che cosa in particolare vi ha attratto del personaggio?
Ha realizzato con mezzo secolo di anticipo il famoso pensiero di Che Guevara: indurirsi senza perdere tenerezza.

– Come sarebbe diventato Francesco Baracca se fosse invecchiato?
È difficile immaginare da vecchio un uomo che ha vissuto così intensamente ogni istante della sua brevissima vita.

– Qual è l’insegnamento principale che ci resta di lui?
Che la vita e la tenacia vincono la paura.

Un concetto importante del libro, ribaditomi da Luca Goldoni in una cordiale telefonata di qualche giorno fa, è che un eroe come Baracca era abituato a vivere per così dire su due piani: perché da una parte c’erano le feste, la mondanità, le belle donne e la bella vita di cui un personaggio come lui faceva parte in maniera naturale, ma dall’altra c’era la consapevolezza che il giorno dopo ci si poteva alzare per andare a combattere e anche morire. Questo a differenza di chi andava in trincea, che a un certo punto veniva quasi a sperare di farla finita, perché non ne poteva più delle condizioni di vita disperate, della fame, dell’igiene assente e così via. Francesco Baracca potrebbe essere paragonato a uno di quei protagonisti dei romanzi ottocenteschi di cappa e spada, con una vita bellissima e – allo stesso tempo – la possibilità concreta e reale di morire.

In due parole questo è un libro gradevole e di rapida lettura, che attrae come un romanzo – non di cappa e spada, ma come un racconto fresco dei giorni nostri. Grazie, Luca e Alessandro, per averlo immaginato e scritto.

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ago 17

montagne
È un mese che sono qui, come l’anno scorso è giunta l’ora di migrare.

L’addio monti di oggi mi tocca nel profondo, come tutte le volte che lascio questi luoghi. (Un poco, o forse tanto, anche perché il tempo che passa abbrevia le volte in cui ciò ancora accadrà.) Ieri ho fatto i miei consueti giri a salutare le persone care. La sensazione è ancora quella di essere uno straniero a questa terra, ma diviene più lieve.

Questo è un paese piccolo con una comunità molto forte, un paese che evolve, che cambia, un paese fatto sia di giovani che di anziani. È insomma un pezzettino di mondo non dimenticato ma che fiorisce, e anche questo me lo fa apprezzare. (E non mi sorprende che giovani coppie vengano qui a mettere radici.)

In questo mese mi sono svuotato di tutte le tossine accumulate. Avrei voluto fare molto di più – certi giorni li ho passati semplicemente a guardare le cose, incapace di muovermi o di fare alcunché –, ma ripartire sereno è tantissimo. E poi la vita è fatta anche di passaggi a vuoto, di tempo che passa e basta.

La nostalgia del luogo mi prende. Ma non voglio combatterla, la lascio entrare dentro di me. Perché questo è un luogo magico con tanto di speciale. Ci saranno altri ritorni, altre partenze, altro sole e altra pioggia – per oggi va bene così.

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ago 10

F24
Non è solo un’ossessione mia, lo so. Di fatto siamo in milioni, tutti tormentati da un F24 dopo l’altro. Ne paghi uno ed è già ora del prossimo, e non metti mai un punto fermo al tuo lavoro.

Io in questi anni ho avuto difficoltà, e non tanto per via della cosiddetta crisi. Anzi, a ben vedere dal punto di vista del flusso lavorativo e del rapporto entrate/uscite la “crisi” è stata benedetta, per la mia attività: ha portato semplificazione e nuove opportunità. Ma io, io ho fatto errori, sono stato ingannato (i famosi “consulenti”), ho passato degli anni difficili.

Ma è tutto passato. Martedì della settimana scorsa mi sono messo tutto alle spalle. È successo con una lunga camminata in montagna, otto ore di pensieri leggeri e profumi e viste incomparabili. (L’ho raccontato qui, in piemontese perché il mercoledì è sempre giorno di GoPiedmont per me, e la gioia nel renderlo pubblico è stata simile a quella di un “parto” – per tipo e importanza paragonabile all’uscita dei miei libri, tanto per dire.) Ho pensato che ho pagato tutti i debiti e ora, dopo venticinque anni di lavoro, posso finalmente – de facto – entrare nella professione. Una gavetta un tantino lunga, ma non scopro oggi di essere lento in qualunque cosa.

Potrebbe sembrare un fallimento, ma è di fatto un nuovo inizio. È una sensazione magnifica quella di avercela comunque fatta, di essere comunque arrivato fino a qui con un’attività che funziona, soddisfa clienti, produce reddito e così via; anche se avrei potuto fare molto meglio, guadagnare di più eccetera.

(Ricordo un’intervista a Vasco Rossi, credo fosse l’estate del 1986 o giù di lì, in cui lui diceva più o meno non sono ricco ma ho comprato casa a mia madre e sono primo in classifica, i soldi arriveranno.)

Quindi va bene così e insomma io, noi, ce la possiamo fare. Ho quasi quarantotto anni ma sono lento in tutto, e poi ho fatto delle cose, ho capito delle cose. La cosa bella è poter essere qua a parlarne, avere delle prospettive future, poter ricominciare. Cominciare davvero.

ago 03

estate
Sono salito quassù sui monti.

Ne avevo proprio bisogno, questa volta più di altre. Volevo dimenticare le storture, le cose brutte, i dispiaceri; cercare di aggiustare dentro di me l’aggiustabile, poi studiare come affrontare a pieno petto l’affrontabile, e infine dimenticarmi di ciò che non posso cambiare.

Qui ho seguito lavoro e progetti, certo; ma soprattutto ho fatto altre cose. Ho tagliato molte fronde e ortiche, ho spaccato della legna; ho camminato tanto, ho corso, sono andato in bici. Ho guardato i bambini giocare, ho giocato con loro.

Innanzitutto volevo – dovevo – fare la pace con me stesso, perdonarmi i miei errori. Quel che non ho fatto, pazienza. Pazienza anche per i tanti errori. Sono comunque qui a respirare, il che non mi pare cosa da poco.

Venire quassù mi è servito per azzerare i miei debiti col mondo, ripartire. Scrollarmi di dosso gli errori eccetera. Posso fare ancora tante cose belle, partendo da qui. Cioè insomma il mio rifugio tra i monti è luogo di partenze e di ritorni, ma soprattutto di ripartenze.

In questi giorni questo luogo è stato animato di persone. Anche questo ha contribuito a rendere vario il periodo. Perdere i riferimenti “cittadini” mi è servito, e come!

Partendo da qui farò ancora tante cose, errori compresi; ma soprattutto respirerò più leggero.

lug 27

Meaningoflife
Gestisco la mia attività da oltre vent’anni. Vent’anni sono un tempo lunghissimo, un periodo in cui succedono tante cose, in cui assisti a tanti fenomeni.

Dal 1992 a oggi ho avuto una miriade di consulenti. Intendo qui questo termine nella sua accezione più ampia possibile, a includere notai, avvocati, commercialisti, informatici, meccanici e via dicendo: ovvero chiunque abbia utilizzato la sua esperienza professionale (vera o presunta) per consigliarmi sul da farsi rispetto a problemi specifici dell’attività.

Ebbene, di tutte queste persone che si sono avvicinate a Tesi & testi posso dire che la stragrande maggioranza è stata in buona fede. Solo in qualche caso c’è stata una sorta di dolo, materializzatasi nell’approfittare di uno stato di bisogno. Se chiudo gli occhi mi vengono in mente due casi eclatanti: una società di informatica che mi vendette come indispensabile un servizio di cui non avevamo assolutamente bisogno e che di fatto consisteva nel nulla, solo che fu brava a presentarlo come necessario (come non pensare alla macchina che fa “ping” di montypyphoniana memoria?); e uno studio di avvocati che presentò il suo servizio come toccasana, quando tali professionisti sapevano per certo – ora lo so senza ombra di dubbio – che sarebbe stata la mia rovina.

Tolti questi due casi, per tutti gli altri il desiderio di aiutare era sincero. E se in tanti casi il valore è corrisposto al costo, in alcune evenienze ha prodotto danni notevoli; danni che in determinati casi ho scoperto soltanto anni dopo (il Cigno nero torna inesorabile).

Quindi ho riflettuto non sul latte versato, punto sul quale non ho maniera di intervenire, ma sulla seconda parte della mia attività lavorativa, sugli anni che mi restano per produrre valore e sul come non ripetere (cercare di non farlo, perlomeno) gli errori marchiani fatti in passato.

E la risposta è una sola: maggiore attenzione da parte mia. La fiducia va bene, ma vigilare anche. Prometto a me stesso che sarò più attento, tutelerò meglio la mia attività, sarò vigile e cauto: la mia esperienza servirà – e tanto, suppongo – al me stesso che verrà.

lug 20

camino
Provo sentimenti e sensazioni contrastanti, qui nel mio rifugio tra i monti.

La serenità e la pace del luogo, il cuore che mi si allarga ogni volta che vi faccio ritorno. L’idea di un rifugio che posso chiamare “casa”, di un luogo che mi accoglie sempre e comunque.

Ma sento, inesorabilmente sento anche la complessità della vita “pubblica”, del lavoro, delle responsabilità. Ciò che equivale grossomodo a dire che la mezza età è qui con me. Io, che già di natura non posso certo dirmi lineare, vedo intorno a me tanti fatti che non mi piacciono ma che non posso cambiare. Il passare inesorabile del tempo, goccia a goccia, con tutto quel che ciò comporta; e poi il peso degli errori. Chi lo sapeva che ingenuità e piccolezze di anni fa sarebbero diventate montagne non superabili? Io no. Nessuno mi aveva avvertito.

I caprioli mangiano le more e, a tarda sera, fanno latrare i cani del vicinato. Il bosco avanza a poco a poco e si riprende ciò che un tempo era suo. Forse questa è una sorta di metafora del vivere.

Qui però è più facile avere pensieri “assoluti”, sognare – sognare almeno – una vita con pochi giorni dispari e tanti pari.

Dal camino esce un filo di fumo, e quel fumo è figura di assoluto.

lug 13

Multilingual
Leggo, sull’ultimo “Multilingual”, il canto del cigno dell’azienda di traduzioni ad opera di Terena Bell. Qui l’articolo. La sua visione è che la translation company di medie dimensioni sta di fatto morendo. È tutto relativo, ovviamente; ma, nelle sue parole:

The translation company of the future will either sell over $10 million a year or it will sell under $1 million, but there will be no companies in between.

Six year from now, oltretutto. Questo genere di previsioni è sempre pericoloso.

Lei sostiene che l’industria della traduzione come la conosciamo noi non sarà mai più la stessa (“the industry as we know it will never be the same again”): cosa che non è di certo una previsione, ma un fatto sotto gli occhi di tutti. Nessun settore è oggi uguale a come era dieci anni fa; probabilmente posso rammaricarmi del buon tempo andato, e dire che anche per me non torneranno i fasti dei primi anni Duemila, nei quali stavo costruendo un’azienda sana, solida e in crescita, mentre poi sono successe delle cose sia dentro che fuori di me per cui il mondo del lavoro di oggi non assomiglia neanche un po’ a quello di allora; ma non è questo il punto.

Il fatto è che la realtà è sfaccettata e non si può tagliare con l’accetta in questa maniera. Le aziende, in due parole, comprano dalle società di traduzioni la capacità di gestire progetti più o meno complessi; comprano tranquillità. Poi magari non sempre otterranno l’una e l’altra cosa, ma questa è l’idea, e non vedo come possa cambiare nel futuro a noi visibile. E dunque segnare dei confini precisi, sia di tempo che di dimensioni, presta il fianco a facili interrogativi.

Poi certo, è condivisibile l’idea che tutto questo rientri in un manicomio più grande, che troppe regole oggi sono sbagliate, che il mondo del lavoro così come è fatto oggi non può funzionare sul lungo termine (o più semplicemente non è giusto). Ma il fatto rimane: le previsioni apocalittiche sono sempre pericolose.

Va comunque riconosciuto all’autrice il merito di aver scritto un articolo lucido su un tema che pare essere caduto nel dimenticatoio delle analisi degli ultimi anni, mentre si tratta pur sempre di un attore di primo piano (e non sostituibile) nell’industria della traduzione. Insomma possiamo essere d’accordo o meno con lei, ma certo non possiamo non fermarci a riflettere quando per esempio scrive:

No one wants to spend $0.28 a word anymore and no one has for a really long time. Quality is not king and hasn’t been for even longer. No industry can fight tech for too long and that’s exactly what we did.

lug 06

Ho chiesto a Chiara Zanardelli, ottima traduttrice con cui lavoro da tanti anni, un pezzo su come vede lei l’equilibrio tra lavoro e famiglia. (La nozione generale è che nessuno di noi abbia idea davvero di che cosa succede, e che tutto sia sempre difficilissimo, ma che comunque tentare di definire il mondo con i propri pensieri e le proprie parole possa essere d’aiuto per sé e per gli altri.) Ecco che cosa ne è venuto fuori.

road
“I want it all”. Si potrebbe sintetizzare con le parole della notissima canzone dei Queen la mia vita da quando sono libera professionista e mamma, attualmente ben lontana dalla Vita 2.0 che ha abbracciato il proprietario di questo blog. E allora perché raccontare proprio qui la mia esperienza da stakanovista-equilibrista? Per mostrare un approccio alternativo, perché ognuno può trovare la sua felicità o detto proprio con le parole di Gianni “Ciascuno, poi, troverà la sua propria via. E questo perché nessuno può insegnare alcunché a chicchessia”.

Confesso: lavoro molto più delle 25 ore settimanali di Gianni. E la mia lotta quotidiana è sempre con il tempo. Una lotta ossessiva perché vorrei far di più su tutti i fronti. Ma temo che questo sia un problema del mondo moderno. Continuiamo a correre. Ma verso un obiettivo o solo per abitudine?

Per non rischiare di correre a vuoto è importante delineare un proprio percorso. E quindi seguirlo con dedizione e organizzazione, tappa dopo tappa. Per me l’obiettivo è riuscire a conciliare famiglia e lavoro. E non crediate che sia facile solo per il fatto che non sono dipendente. I liberi professionisti tendono spesso a lavorare troppo piuttosto che poco; siamo poco inclini, soprattutto agli esordi, a dire “no”. Ci lasciamo guidare dalla paura: paura di perdere il cliente, paura di “uscire dal giro”. Quando piuttosto dovremmo temere di non fornire un servizio di qualità o di arrivare stremati alla deadline a causa di uno stress eccessivo.

Io ho scelto di dedicare gran parte dei miei pomeriggi alla famiglia. Alle 16 interrompo il lavoro e sono in “balìa” delle mie figlie tra corsi, parchi o altre attività. Alle 21,30 però mi rimetto quasi sempre alla scrivania per un altro paio di orette che mi consentono di stare al passo con il lavoro e soddisfare le esigenze dei clienti. Molti clienti capiscono, altri meno. Pazienza. Altri ancora traggono beneficio dai miei orari perché sono in grado di gestire in serata alcune piccole urgenze.

Nella mia giornata la tecnologia ha un ruolo essenziale. Da un lato mi consente di automatizzare molti processi (fatturazione, gestione di preventivi e risposte alle richieste) e di velocizzare il lavoro (CAT ma anche strumenti di gestione terminologica, sistemi di ricerca e tanto altro), dall’altro crea l’illusione di essere sempre a disposizione del cliente. Con uno smartphone in mano è possibile rispondere in tempo reale alle richieste. Se in passato essere assenti dal PC per due-tre ore in orario d’ufficio poteva comportare la perdita di interessanti opportunità (i lavori devono essere spesso assegnati in tempi brevi), oggi è possibile rispondere via email, Skype oltre che telefonicamente, indipendentemente da dove si sia o cosa si stia facendo.

Molti mi guardano come un marziano quando parlo del mio lavoro serale. E sì, non è sempre facile perché la stanchezza a fine giornata c’è per tutti. Naturalmente alla sera mi occupo delle attività più leggere, da riprendere la mattina a mente fresca. Tuttavia mi piace l’idea di potermi godere le ore pomeridiane con le mie figlie senza compromettere la mia realizzazione professionale. Un equilibrio sempre precario e perfezionabile ma che mi consente di non rinunciare a nulla come accade, loro malgrado, a molte donne lavoratrici, soprattutto in Italia. Ma questo è un altro discorso.

giu 29

CV
Ho seguito nelle settimane scorse un progetto per un amico: la scrematura di un certo numero di curriculum per una posizione all’interno della sua azienda.

Ne ho tratte alcune conclusioni generali, che espongo a seguire sotto forma di errori da non commettere. È una sorta breve pentalogo a vantaggio di chi ha bisogno di presentare il suo curriculum. E, ahimè, mi rendo conto anche che gli errori principali sono sempre gli stessi: cambiano gli attori ma si ripetono nel tempo esattamente uguali a se stessi.

(Avevo parlato di questi argomenti, tra gli altri luoghi, qui.)

  1. Non mandare il CV in Word

Questo perché un Word è un semilavorato: è sì il programma di scrittura di gran lunga più diffuso, ma non l’unico; mentre il PDF è uno standard per lo scambio di dati. (E i convertitori gratuiti da Word a PDF sono millanta e tutti di utilizzo immediato – dunque non ci sono scuse.)

  1. Occhio all’oggetto della mail

Spesso non ci si fa caso ma è importante! Un oggetto corretto è il primo contatto che si ha con l’interlocutore, e dunque la prima (e direi quasi unica) possibilità di fare un buon colpo d’occhio.

  1. Occhio all’inoltra e a quel che rimane nel corpo del testo

Questo punto è un corollario del precedente, un dettaglio altrettanto importante. Il tasto Inoltra è una tentazione, ma non va usato fuori contesto.

  1. Attenzione alle parole di presentazione, che devono essere brevi e mirate

Una mail di accompagnamento deve fare il suo lavoro in poche righe (cinque? dieci? in ogni caso pochissime). Nessuno ha tempo da perdere in queste cose, e il lettore deciderà subito se proseguire o meno nel contatto.

  1. Basta con i CV di otto pagine! Due sono più che sufficienti (ma una è ancor meglio)

Questo è il punto che a me personalmente dà più noia. Sono convinto che il résumé di Umberto Eco potrebbe avere tre pagine; quello di quasi chiunque altro due al massimo; ma se si tratta di qualcuno con esperienza limitata una pagina è decisamente più che sufficiente.

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