lug 21

Tanti anni fa – ero ragazzo – riuscii per un pomeriggio ad unire due mie grandi passioni: il calcetto e le Langhe. Aver giocato per una volta al mio sport preferito di allora in una terra che consideravo (e considero) pressoché sacra fu una gioia grandissima, mi diede la soddisfazione che deriva dal senso delle cose che si compiono.

Ieri, dentro di me, è successa una cosa simile: ho potuto mettere insieme il mio mestiere in senso lato – nella fattispecie l’appartenenza alla comunità langitiana – con il luogo che più d’ogni altro considero casa.

Era un avvenimento che ho sognato da quest’inverno nei dettagli, e che ora sono contento di aver contribuito a creare. Eravamo in pochi, ma l’atmosfera dei raduni è sempre gioiosa e rilassata e questo mi bastava. È stato qualcosa di molto semplice, semplice come le mie montagne.

Non abbiamo (non che sappia io almeno) foto di questo raduno. Pur nella civiltà dell’immagine, dove lo scatto domina dovunque e comunque, ho pensato alle parole di Italo Calvino (che cito a memoria, ma che un giorno scrisse ad uno scrittore amico ‘Come osi paragonare un’immagine alla potenza della parola scritta?’); e dunque il fatto che di questo raduno nel tempo rimarranno solo dei ricordi e qualche piccolo scritto come questo non mi dispiace affatto.

Tutto cambia, tutto si trasforma. Ho incontrato Langit nel 1996 e col tempo ne ho sperimentate mille sfaccettature. Ieri abbiamo aggiunto un piccolo tassello a questo mosaico gigante, e ne sono felice.

lug 14

Se telefonando
Sono stato con il mio fornitore di telefonia fissa e ADSL (non importa il nome) negli ultimi sette – otto anni, da quando decisi di liberarmi dal giogo dell’incumbent (e giurai a me stesso che mai in vita mia, mai per nessun motivo, sarei tornato indietro; intendo restare fedele alla promessa).

Con questo fornitore ho passato due traslochi cambiando città, ma siamo riusciti a fare tutto in buona regola. Sono stato sempre discretamente soddisfatto.

Fino a quest’anno almeno. Ad aprile, in seguito ad uno spostamento interno, ho chiesto di traslocare la linea. All’interno dello stesso stabile, sullo stesso piano, tra due appartamenti confinanti. Il lavoro consiste nello spostare una borchia telefonica 10 metri [sic] più in là.

La mia richiesta è del 26 aprile o giù di lì. A oggi ancora nulla. Il problema è che telefono al numero verde e parlo con una malcapitata persona che non ha assolutamente alcun potere decisionale né autorità di alcun tipo. Ha le mani legate, legge uno schermo e probabilmente la più parte del tempo si domanda che cosa facendo lì. L’ultima volta, qualche giorno fa, l’operatore mi dava ragione, simpatizzava con me e con questa assurdità italiana del 2014, ma diceva che non poteva fare nulla. Lui capiva me e io capivo lui, ma di fatto stavamo perdendo tempo in due.

Simone Perotti l’ha detto bene qui. Il problema è che non ci si prende la responsabilità di quello che si fa. Questo provider – ma di fatto è assolutamente la stessa cosa per tutti gli altri – si trincera dietro il fatto di essere una grande azienda, che è un organismo senza testa e senza onore. Mi sovviene la mia diatriba di questi anni con l’INPS: io avrei voluto parlare con qualcuno da uomo a uomo ma invece no, o ci si parla per raccomandate, avvocati eccetera oppure… oppure niente, è così è basta.

Ora. La mia attività, sia lavorativa che professionale in genere che extralavorativa, passa per la sua quasi totalità dalla nuvola. Devo spostare un cavo di dieci metri e in quasi tre mesi questo non è stato possibile. Ha ragione Simone Perotti che se ne va in mare, hanno ragione – mille volte ragione – coloro che lasciano l’Italia: perché queste cose qui, che sono scandalose (perché questa è la parola), rimangono la normalità e non possiamo fare nulla. Perché di là c’è una grande azienda e di qua c’è una bottega.

Poi guardo le pubblicità di questo o quel fornitore di telefonia fissa e mobile e non mi arrabbio, no. Ho visto e toccato con mano il servizio pessimo offerto. Io scrissi la carta dei diritti del cliente di Tesi & testi il 1° febbraio 1995, e ogni tanto vado a rileggermela per cercare di essere all’altezza della situazione, di essere davvero quel professionista che dico di essere. Ma nel caso dei fornitori di telefonia no, non c’è carta dei diritti che tenga. Al di là di tutte le parole belle conta quello che vedi e che sperimenti, ed è il disastro totale.

In conclusione oggi firmo un contratto con un fornitore nuovo. Sarà meglio? Sarà peggio? Non lo posso sapere ora, ma almeno non sarò stato ad aspettare che un operatore parlasse con un tecnico, e che questi si mettesse d’accordo con un collega, firmassero un foglio d’ordine eccetera.. Almeno l’avrò scelto io.

lug 07

rallentare
Cioè, l’altro giorno una signora che mi ha visto due volte in vita sua – e dunque non mi conosce per nulla – mi ha guardato negli occhi e ha detto: “Ha l’aria molto stanca”.

Io fino ai 35 – 40 anni ho sempre dimostrato meno degli anni che avevo, ma ora credo che questi quasi 47 si vedano tutti, e fors’anche qualcuno di più. (Guardo le mie foto e penso ma possibile che tutti quei capelli grigi siano i miei? Proprio tutti quanti?)

Allora quelle poche e semplici parole mi hanno dato da pensare. E credo che la signora abbia ragione. Insomma devo smetterla di cercare sempre di andare più in là dei miei limiti; anzi accettare le proprie debolezze è un gran pregio. Non ho più il tempo di fare tutto quello che vorrei: forse è un bene o forse un male, ma comunque è un fatto.

Il principio 80/20 è fondamentale. Tagliare gli angoli. Lasciare andare. E mi sovvengono anche le parole che Bob Rotella disse a Darren Clarke, nei giorni precedenti il British Open del 2011. Cito a memoria da questo bellissimo libro, ma in breve disse, a lui che si lamentava di non riuscire a toccare la palla: “Darren, tu sai già giocare a golf. Non hai nulla da dimostrare. Vai in campo e fai quello che sai fare benissimo”.

Quel che ho fatto ho fatto, errori e magagne e tempo buttato e sciocchezze varie compresi: quel che so fare so fare, quel che non so pazienza, me ne faccio una ragione. L’altro giorno ho piantato dei pomodori con le mie figlie, nel mio rifugio tra i monti. Quella signora aveva ragione. L’ansia di strutturare il mio tempo di veglia mi corre sempre dietro, ma per ora mi dedico ai pomodori.

giu 30

logo
Ho costruito una bella bòita, in questi anni. Mi guardo indietro e riconosco di esserne fiero. Ho dato lavoro a tante persone, ho servito tanti clienti (nelle migliaia, in un caso e nell’altro).

(Il tutto per caso, by the way.)

Ma da solo, da solo avrei potuto fare ben poco: io so organizzare persone e mezzi, motivare, gestire: sono bravo in questo, ma tradurre non è il mio mestiere. So scrivere, e anche in questo mi picco di essere bravo: ma non sono un traduttore.

Allora questo è un ringraziamento, pubblico e cumulativo, piccolo e sincero, per tutti quei – tanti, tantissimi – traduttori con cui sono entrato in contatto in questi diciotto anni di mestiere. Se ci trovassimo tutti insieme riempiremmo un palazzetto dello sport. Alcuni li incontrerò presto, altri li conosco bene, altri ancora non li ho mai conosciuti di persona ma insomma: vi considero parte fondamentale di questa avventura.

E la parte più bella della nostra storia dobbiamo ancora scriverla.

giu 23

tempo
Sto diventando sempre più geloso e protettivo verso il mio tempo, tendo a dire no molto più spesso. Non voglio più seguire i mille rivoli di quel che si vorrebbe da me, voglio essere l’arbitro del mio stesso destino.

Già, perché faccio comunque troppi errori, ci sono troppe cose che non riesco a cambiare e che devo accettare così come sono, storte e nodose e involte: e dunque il mio tempo non sarà mai veramente mio al 100%. Cionondimeno è prezioso, è di fatto quello che mi definisce e io non voglio buttarlo via.

Per esempio sul lavoro non so che cosa sia una riunione, salvo casi del tutto eccezionali. C’è un libro che mi fa da guida e ci sono due principi cui mi ispiro, il principio di Pareto e la legge di Parkinson – e non molto altro, davvero.

La mia ricchezza è questa, ed è foriera di infinite sensazioni che è complicato (ma affascinante) descrivere: il tempo che mi rimane mi servirà anche e principalmente a cercare di catturare in parole queste ineffabili sensazioni.

giu 16

bòce
Ero un infante tra le braccia di mamma, un suo possesso.

Ero un bambino diligente e timidissimo.

Ero un ragazzino che stava piuttosto da solo, più perché le cose andavano così che per scelta.

Ero un ragazzo studioso.

Ero un giovane uomo con un sogno, e mi piaceva pensarmi un giovane dio.

Ero un uomo giovane con qualche disillusione e sbavatura, ma le cose che succedono hanno una loro logica.

Sono un uomo fatto, coi capelli grigi e tanti progetti e sogni.

Sarò un uomo maturo, e che cosa accadrà vedremo.

Sarò un anziano con le sue fisime e croci. (Nel mio cuore nessuna croce mancherà.)

Sarò un corpo senza vita, ma allora sarebbe proprio bello un ultimo sguardo a verificare questo: se nel momento in cui il mio corpo entrerà in quel piccolo luogo che da decenni è destinato a me tante persone verseranno lacrime, e magari si fermeranno per qualche minuto intontite, allora sarò stato una brava persona.

giu 09

Piatta
Langit è stata la mia prima “casa” per le traduzioni, luogo virtuale in cui dal 1996 – con periodi di interruzione anche lunghi – ho imparato tantissimo, espresso le mie idee, dato notizie, raccolto informazioni, litigato furiosamente, incontrato persone in gamba e così via.

Diciotto anni fa, non solo per me, le cose erano molto diverse. Allora mi è parsa una bella cosa organizzare un raduno – un tempo erano molto più frequenti – per i simpatizzanti di questa lista, ma aperto a tutti i traduttori e alle loro famiglie, nel mio rifugio tra i monti il 19 e 20 luglio prossimi.

L’incontro è pensato come un momento conviviale nello spirito che da sempre caratterizza Langit. (Non sono successe solo cose belle, in tutti questi anni; ma lo spirito di comunità esiste, e come.)

Programma e aggiornamenti sono in questo gruppo FB.

In parole semplici è un incontro tranquillo – tranquillo come me – in un luogo povero e affascinante – se sia bello non so, ignoro se lo si possa dire – dove c’è una casa tra i monti che è aperta sempre.

giu 02

64
Ieri. Alla Turin Half Marathon. 2:02:05.

Niente di eclatante, per carità – quasi mille runner hanno fatto meglio di me –, ma è un risultato significativo per me, che ho abbassato di oltre 23 minuti il mio tempo (so che migliorarsi partendo da fondo classifica può non apparire difficile, ma vieni te a correre!).

Tuttavia, al di là dei numeri il sugo di tutta la storia è questo: un solo, semplice minuto. Ovvero, io sono partito con l’idea di correre al ritmo di 7 minuti al kilometro, velocità che sapevo mi avrebbe permesso di arrivare in fondo; però appena dopo la partenza ho incontrato un amico (una persona con un obiettivo importante, una maratona tra 110 giorni, che ha tutte le carte in regola per raggiungere in pieno – Propp lo chiamerebbe l’aiutante magico), il quale ha corso al mio passo anche quando avrebbe potuto andare decisamente più veloce. Insomma, quel 7 è diventato 6 e io sono stato incoraggiato a tenere quel ritmo per me elevato; e l’ho mantenuto per tutto il tempo, anzi aumentandolo nella seconda parte di gara.

Ovvero, grazie all’amico ho fatto una cosa che non sapevo nemmeno di saper fare. Eppure la sensazione bellissima è stata proprio quella di procedere con passo spedito quando intorno a noi più d’uno mostrava chiari segni di fatica, e di conseguenza superare tanti compagni di avventura; così, in maniera semplice e tranquilla.

(E verso i tre quarti di gara il flow era assoluto, accompagnato dall’idea che di tante sensazioni non potrai mai parlare, semplicemente perché non possono essere espresse con le parole.)
lap
Tutto per quel minimo minuto. Un minuto può fare la differenza. E, già che ci siamo, aggiungerò che anche chiacchierare amabilmente con l’amico lungo tutto il percorso può fare la differenza (lo dico soprattutto a me stesso e alla mia difficoltà di rapportarmi con gli altri).

Quindi le lezioni di ieri sono due:

- poniti degli obiettivi precisi e lucidi, ed è di fatto automatico che li raggiungerai;

- resistere per un minuto in più, quando potresti pensare che le forze ti stanno abbandonando (è una metafora, sia chiaro), può fare la differenza – e come.

mag 26

Lei – la cugina più cara che ho – mi dice:

È difficile abituarmi all’assenza dei miei genitori.

Già, probabilmente per me è molto più facile (ora), che a pochi metri da me ho due vecchietti che si fanno compagnia, lui molto malfermo sulle gambe e lei amorosa nelle cure, in una casa tranquilla in un giorno qualunque, questo.
Centosessantaquattro anni in due, sono i miei genitori.

Ma se apri quella porta e trovi il vuoto, che cosa trovi? Che cosa pensi? Che cosa senti?

Storia vecchia. Alla fine è solo l’esempio che resta, tutto il resto passa come acqua fresca. Alla fine svuoti le tasche e ti rimane sono quello che hai dato, nulla di quello che hai preso ti rimane. Curioso, no?

mag 19

Questo mio diario pubblico è lo specchio sostanzialmente fedele dei miei pensieri connessi alla professione e, più in generale, al tempo che mi rimane.

I commenti più fastidiosi sono quelli che mettono in dubbio la mia buona fede, come accaduto qualche giorno fa. Che mi si tacci tra le righe di ipocrisia. Perché ho dei grossi buchi di ignoranza – questo lo so, né lo nascondo -, ma quel che ho nel cuore ho nella penna, ovvero qui.

Ho cominciato qui, a novembre di sei anni fa, 273 articoli fa, a dire la mia sul mondo della traduzione: ovvero riguardo all’unico mestiere di cui, sebbene assolutamente per caso, io mi sia mai occupato. Poi col tempo la visione si è allargata, ho cominciato a scorgere, a immaginare, la fine del mio tempo, e quindi a dare importanza a fatti minimi della vita.

Già, perché alla fine questi pensieri non sono per nulla originali. Li espresse per esempio Rocco Scotellaro, tanti anni fa:

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

O Pasolini, in tanta parte della sua produzione. Ma insomma io non pretendo di essere quello che non sono, semplicemente registro qui i miei pensieri pubblici. Ciascuno poi ne farà l’uso o il non-uso che crede. Riprendo un’altra citazione che mi è cara, questa di Nelo Risi:

Vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.
In vita
le fatiche sono altro che dodici
e la vita che tu vivi è una sola,
chi vede il mondo come un ospedale
non potrà che viverlo da ammalato
(l’ha detto Goethe) e il suo malanno
allora l’avrà voluto.

Non importa quello che succede, io sono aperto alle critiche di chiunque. Vorrei solo che chi si rapporta a me tenga in conto le parole di Quasimodo:

Non sono
in pace con me, ma non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo.

Qualunque cosa accada va bene. La maggior parte di esse non ha nessunissima importanza; io registro quel che mi pare significativo, e passo oltre.

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