lug 27

Meaningoflife
Gestisco la mia attività da oltre vent’anni. Vent’anni sono un tempo lunghissimo, un periodo in cui succedono tante cose, in cui assisti a tanti fenomeni.

Dal 1992 a oggi ho avuto una miriade di consulenti. Intendo qui questo termine nella sua accezione più ampia possibile, a includere notai, avvocati, commercialisti, informatici, meccanici e via dicendo: ovvero chiunque abbia utilizzato la sua esperienza professionale (vera o presunta) per consigliarmi sul da farsi rispetto a problemi specifici dell’attività.

Ebbene, di tutte queste persone che si sono avvicinate a Tesi & testi posso dire che la stragrande maggioranza è stata in buona fede. Solo in qualche caso c’è stata una sorta di dolo, materializzatasi nell’approfittare di uno stato di bisogno. Se chiudo gli occhi mi vengono in mente due casi eclatanti: una società di informatica che mi vendette come indispensabile un servizio di cui non avevamo assolutamente bisogno e che di fatto consisteva nel nulla, solo che fu brava a presentarlo come necessario (come non pensare alla macchina che fa “ping” di montypyphoniana memoria?); e uno studio di avvocati che presentò il suo servizio come toccasana, quando tali professionisti sapevano per certo – ora lo so senza ombra di dubbio – che sarebbe stata la mia rovina.

Tolti questi due casi, per tutti gli altri il desiderio di aiutare era sincero. E se in tanti casi il valore è corrisposto al costo, in alcune evenienze ha prodotto danni notevoli; danni che in determinati casi ho scoperto soltanto anni dopo (il Cigno nero torna inesorabile).

Quindi ho riflettuto non sul latte versato, punto sul quale non ho maniera di intervenire, ma sulla seconda parte della mia attività lavorativa, sugli anni che mi restano per produrre valore e sul come non ripetere (cercare di non farlo, perlomeno) gli errori marchiani fatti in passato.

E la risposta è una sola: maggiore attenzione da parte mia. La fiducia va bene, ma vigilare anche. Prometto a me stesso che sarò più attento, tutelerò meglio la mia attività, sarò vigile e cauto: la mia esperienza servirà – e tanto, suppongo – al me stesso che verrà.

lug 20

camino
Provo sentimenti e sensazioni contrastanti, qui nel mio rifugio tra i monti.

La serenità e la pace del luogo, il cuore che mi si allarga ogni volta che vi faccio ritorno. L’idea di un rifugio che posso chiamare “casa”, di un luogo che mi accoglie sempre e comunque.

Ma sento, inesorabilmente sento anche la complessità della vita “pubblica”, del lavoro, delle responsabilità. Ciò che equivale grossomodo a dire che la mezza età è qui con me. Io, che già di natura non posso certo dirmi lineare, vedo intorno a me tanti fatti che non mi piacciono ma che non posso cambiare. Il passare inesorabile del tempo, goccia a goccia, con tutto quel che ciò comporta; e poi il peso degli errori. Chi lo sapeva che ingenuità e piccolezze di anni fa sarebbero diventate montagne non superabili? Io no. Nessuno mi aveva avvertito.

I caprioli mangiano le more e, a tarda sera, fanno latrare i cani del vicinato. Il bosco avanza a poco a poco e si riprende ciò che un tempo era suo. Forse questa è una sorta di metafora del vivere.

Qui però è più facile avere pensieri “assoluti”, sognare – sognare almeno – una vita con pochi giorni dispari e tanti pari.

Dal camino esce un filo di fumo, e quel fumo è figura di assoluto.

lug 13

Multilingual
Leggo, sull’ultimo “Multilingual”, il canto del cigno dell’azienda di traduzioni ad opera di Terena Bell. Qui l’articolo. La sua visione è che la translation company di medie dimensioni sta di fatto morendo. È tutto relativo, ovviamente; ma, nelle sue parole:

The translation company of the future will either sell over $10 million a year or it will sell under $1 million, but there will be no companies in between.

Six year from now, oltretutto. Questo genere di previsioni è sempre pericoloso.

Lei sostiene che l’industria della traduzione come la conosciamo noi non sarà mai più la stessa (“the industry as we know it will never be the same again”): cosa che non è di certo una previsione, ma un fatto sotto gli occhi di tutti. Nessun settore è oggi uguale a come era dieci anni fa; probabilmente posso rammaricarmi del buon tempo andato, e dire che anche per me non torneranno i fasti dei primi anni Duemila, nei quali stavo costruendo un’azienda sana, solida e in crescita, mentre poi sono successe delle cose sia dentro che fuori di me per cui il mondo del lavoro di oggi non assomiglia neanche un po’ a quello di allora; ma non è questo il punto.

Il fatto è che la realtà è sfaccettata e non si può tagliare con l’accetta in questa maniera. Le aziende, in due parole, comprano dalle società di traduzioni la capacità di gestire progetti più o meno complessi; comprano tranquillità. Poi magari non sempre otterranno l’una e l’altra cosa, ma questa è l’idea, e non vedo come possa cambiare nel futuro a noi visibile. E dunque segnare dei confini precisi, sia di tempo che di dimensioni, presta il fianco a facili interrogativi.

Poi certo, è condivisibile l’idea che tutto questo rientri in un manicomio più grande, che troppe regole oggi sono sbagliate, che il mondo del lavoro così come è fatto oggi non può funzionare sul lungo termine (o più semplicemente non è giusto). Ma il fatto rimane: le previsioni apocalittiche sono sempre pericolose.

Va comunque riconosciuto all’autrice il merito di aver scritto un articolo lucido su un tema che pare essere caduto nel dimenticatoio delle analisi degli ultimi anni, mentre si tratta pur sempre di un attore di primo piano (e non sostituibile) nell’industria della traduzione. Insomma possiamo essere d’accordo o meno con lei, ma certo non possiamo non fermarci a riflettere quando per esempio scrive:

No one wants to spend $0.28 a word anymore and no one has for a really long time. Quality is not king and hasn’t been for even longer. No industry can fight tech for too long and that’s exactly what we did.

lug 06

Ho chiesto a Chiara Zanardelli, ottima traduttrice con cui lavoro da tanti anni, un pezzo su come vede lei l’equilibrio tra lavoro e famiglia. (La nozione generale è che nessuno di noi abbia idea davvero di che cosa succede, e che tutto sia sempre difficilissimo, ma che comunque tentare di definire il mondo con i propri pensieri e le proprie parole possa essere d’aiuto per sé e per gli altri.) Ecco che cosa ne è venuto fuori.

road
“I want it all”. Si potrebbe sintetizzare con le parole della notissima canzone dei Queen la mia vita da quando sono libera professionista e mamma, attualmente ben lontana dalla Vita 2.0 che ha abbracciato il proprietario di questo blog. E allora perché raccontare proprio qui la mia esperienza da stakanovista-equilibrista? Per mostrare un approccio alternativo, perché ognuno può trovare la sua felicità o detto proprio con le parole di Gianni “Ciascuno, poi, troverà la sua propria via. E questo perché nessuno può insegnare alcunché a chicchessia”.

Confesso: lavoro molto più delle 25 ore settimanali di Gianni. E la mia lotta quotidiana è sempre con il tempo. Una lotta ossessiva perché vorrei far di più su tutti i fronti. Ma temo che questo sia un problema del mondo moderno. Continuiamo a correre. Ma verso un obiettivo o solo per abitudine?

Per non rischiare di correre a vuoto è importante delineare un proprio percorso. E quindi seguirlo con dedizione e organizzazione, tappa dopo tappa. Per me l’obiettivo è riuscire a conciliare famiglia e lavoro. E non crediate che sia facile solo per il fatto che non sono dipendente. I liberi professionisti tendono spesso a lavorare troppo piuttosto che poco; siamo poco inclini, soprattutto agli esordi, a dire “no”. Ci lasciamo guidare dalla paura: paura di perdere il cliente, paura di “uscire dal giro”. Quando piuttosto dovremmo temere di non fornire un servizio di qualità o di arrivare stremati alla deadline a causa di uno stress eccessivo.

Io ho scelto di dedicare gran parte dei miei pomeriggi alla famiglia. Alle 16 interrompo il lavoro e sono in “balìa” delle mie figlie tra corsi, parchi o altre attività. Alle 21,30 però mi rimetto quasi sempre alla scrivania per un altro paio di orette che mi consentono di stare al passo con il lavoro e soddisfare le esigenze dei clienti. Molti clienti capiscono, altri meno. Pazienza. Altri ancora traggono beneficio dai miei orari perché sono in grado di gestire in serata alcune piccole urgenze.

Nella mia giornata la tecnologia ha un ruolo essenziale. Da un lato mi consente di automatizzare molti processi (fatturazione, gestione di preventivi e risposte alle richieste) e di velocizzare il lavoro (CAT ma anche strumenti di gestione terminologica, sistemi di ricerca e tanto altro), dall’altro crea l’illusione di essere sempre a disposizione del cliente. Con uno smartphone in mano è possibile rispondere in tempo reale alle richieste. Se in passato essere assenti dal PC per due-tre ore in orario d’ufficio poteva comportare la perdita di interessanti opportunità (i lavori devono essere spesso assegnati in tempi brevi), oggi è possibile rispondere via email, Skype oltre che telefonicamente, indipendentemente da dove si sia o cosa si stia facendo.

Molti mi guardano come un marziano quando parlo del mio lavoro serale. E sì, non è sempre facile perché la stanchezza a fine giornata c’è per tutti. Naturalmente alla sera mi occupo delle attività più leggere, da riprendere la mattina a mente fresca. Tuttavia mi piace l’idea di potermi godere le ore pomeridiane con le mie figlie senza compromettere la mia realizzazione professionale. Un equilibrio sempre precario e perfezionabile ma che mi consente di non rinunciare a nulla come accade, loro malgrado, a molte donne lavoratrici, soprattutto in Italia. Ma questo è un altro discorso.

giu 29

CV
Ho seguito nelle settimane scorse un progetto per un amico: la scrematura di un certo numero di curriculum per una posizione all’interno della sua azienda.

Ne ho tratte alcune conclusioni generali, che espongo a seguire sotto forma di errori da non commettere. È una sorta breve pentalogo a vantaggio di chi ha bisogno di presentare il suo curriculum. E, ahimè, mi rendo conto anche che gli errori principali sono sempre gli stessi: cambiano gli attori ma si ripetono nel tempo esattamente uguali a se stessi.

(Avevo parlato di questi argomenti, tra gli altri luoghi, qui.)

  1. Non mandare il CV in Word

Questo perché un Word è un semilavorato: è sì il programma di scrittura di gran lunga più diffuso, ma non l’unico; mentre il PDF è uno standard per lo scambio di dati. (E i convertitori gratuiti da Word a PDF sono millanta e tutti di utilizzo immediato – dunque non ci sono scuse.)

  1. Occhio all’oggetto della mail

Spesso non ci si fa caso ma è importante! Un oggetto corretto è il primo contatto che si ha con l’interlocutore, e dunque la prima (e direi quasi unica) possibilità di fare un buon colpo d’occhio.

  1. Occhio all’inoltra e a quel che rimane nel corpo del testo

Questo punto è un corollario del precedente, un dettaglio altrettanto importante. Il tasto Inoltra è una tentazione, ma non va usato fuori contesto.

  1. Attenzione alle parole di presentazione, che devono essere brevi e mirate

Una mail di accompagnamento deve fare il suo lavoro in poche righe (cinque? dieci? in ogni caso pochissime). Nessuno ha tempo da perdere in queste cose, e il lettore deciderà subito se proseguire o meno nel contatto.

  1. Basta con i CV di otto pagine! Due sono più che sufficienti (ma una è ancor meglio)

Questo è il punto che a me personalmente dà più noia. Sono convinto che il résumé di Umberto Eco potrebbe avere tre pagine; quello di quasi chiunque altro due al massimo; ma se si tratta di qualcuno con esperienza limitata una pagina è decisamente più che sufficiente.

giu 22

Montemale di Cuneo
Mi sono imbattuto negli scritti di Franco Arminio.

Ho cominciato da qui. Poi sono passato a questo libro. Altri seguiranno.

La paesologia è un argomento che di fatto conosco bene, anche se questo termine non l’avevo mai sentito prima. Lo conosco perché nei fatti la paesologia mi tocca ogni volta che mi trovo nel mio rifugio tra i monti. (Osservo e ascolto, sostanzialmente.)

Appena ho cominciato a leggere gli scritti di Arminio mi sono venuti in mente alcuni collegamenti. Il primo è con Marco Paolini e tanta parte della sua opera (I cani del gas, in particolare). Attraverso Paolini ho pensato poi a Zanzotto e al suo paesaggire (ne avevo parlato qui), come una sorta di passaggio laterale. L’altro autore che mi è sovvenuto quasi subito è Gianni Celati (Verso la foce per primo; e non mi hanno stupito per nulla le parole ultime del primo libro di Arminio che ho letto, Vento forte tra Lacedonia e Candela: “Un ringraziamento particolare a Gianni Celati che è stato il primo a credere nella mia prosa”. Mi è sembrato un ri-conoscere qualcosa che sapevo già. Hai presente quando arrivi in un luogo – virtuale o reale, è lo stesso – e incontri qualcuno che non conosci ma che sai per istinto che è proprio come te? Ecco, questo.

Vento forte ha dei cedimenti, ogni tanto; è ripetitivo a tratti, e la lettura procede qui e là con fatica. Ma ha dei punti dove non puoi che pensare che non può che essere come dice Arminio:

Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta.

Terracarne
Certo, il mio paese tra i monti (218 abitanti all’ultimo censimento) è ben diverso dai paesi che Arminio descrive; e poi tecnicamente casa mia è in una borgata di una frazione del paese, ovvero è un luogo solitario e non di comunità. Ma il senso dell’esistenza di quel paesino abbarbicato tra i monti è ben chiaro e presente in me. Per questo nella scrittura di Arminio riconosco tanto di quel che ho scritto e pensato in questi anni.

In sostanza mi sembra di essere proprio all’inizio di questo cammino, e che ci sia moltissimo da fare. Io sono pronto a fare la mia parte – più precisamente, la sto già facendo. Se questo servirà a qualcosa ignoro, ma certamente servirà a me per capire delle cose, per vivere delle esperienze, per avvicinarmi a un concetto di vita che mi appartiene.

giu 15

Scott

Supernova
Ho comprato queste scarpe qui e questa bici qui.

Ora, il punto è questo: l’esperienza di comprare in un vero negozio mi sembra incomparabile all’acquisto in uno spendodromo. Più piena, più ricca, più completa. Forse avrei potuto risparmiare, ma ho pensato che la conoscenza specifica di chi vende è fondamentale per essere consigliato su un prodotto di cui conosci poco, e vale più delle luci brillanti, della musica e dei miraggi del prezzo più basso del mondo.

Qui non mi interessa tanto fare una filippica contro gli spendodromi di benniana memoria (ne avevo parlato, anni fa, qui – e oggi mi sento di confermare alla lettera e nella loro totalità quelle parole); qui voglio parlare del bene che ho trovato, ovvero fare l’elogio del negozio.

Le mie due esperienze di venerdì, compiute a distanza di un’ora l’una dall’altra, mi hanno lasciato dentro una sensazione molto piacevole, perché sono stato guidato verso la scelta di prodotti che facevano al caso mio. E questo è avvenuto in due luoghi, luoghi reali con persone (il signor Giannone in un minuto ha capito e mi ha spiegato qual è il mio problema con la corsa, e il signor Gai aggiustava tranquillo una bicicletta al fondo del suo bel negozio).

Il negozio è il luogo del saluto, del riconoscere, dell’essere conosciuto e riconosciuto. È il luogo della parola gentile, del sorriso. È un luogo vero, è – per forza – uno dei fondamenti della società nuova che stiamo costruendo.

E non è un caso che il mio progetto di vita sia basato su un luogo vero, aspro, acuto, affilato, bellissimo. Reale. Tout se tient, mi pare. È giusto che i mega-scatoloni luccicanti, quei non-luoghi, colpiscano l’immaginario di altre persone – come mia figlia quindicenne, per dire. È giusto che ai giovani non piaccia quello che piace alla vecchiezza, per dirla con Leopardi.

Ma quanto a me il discorso è differente: io, signor Giannone e signor Gai, vi ringrazio per avermi accolto nei vostri luoghi di vita.

giu 08

Ho la sensazione che la mia scrittura giri troppo in tondo, negli ultimi tempi. Il mestiere c’è, questo lo so, ma mi pare che troppo spesso i contenuti facciano il giro intorno a se stessi; insomma che il mio scrivere sia nodoso e involto e, nella sostanza, non aggiunga più quel valore che aggiungeva nei primi tempi di questo blog e poi durante il periodo della pubblicazione del libro.

Dove vado da qui?

Che cosa succede a chi si è preso l’impegno con se stesso e con i suoi venticinque lettori di sfornare un post a settimana perché sente di avere tanto di dire e da dare, ma poi comincia lentamente ad arrotarsi su di sé e non produce più quel valore che si è impegnato a produrre?

Che cosa succede all’equilibrista sul filo quando il filo comincia ad ondeggiare? O quando la motivazione dello stare sul filo comincia a venire meno? È questa stanchezza un segno della mezza età, ovvero dell’accettazione dell’esistente, dell’adagiarsi alla medietà, alla mediocrità?

Ma non dovevo andare a vedere che cosa c’è alla fine dell’arcobaleno? Non sarà mica questo il tempo di ammettere che doveva andare cosà ma è andata così?

Ho riletto, a mo’ di esercizio, tutti i post di quest’anno. Ne apprezzo alcuni, ma in tanti altri casi mi pare di ripetermi, di dibattermi intorno a problemi che poi non riesco a risolvere. Ovvero di essere una sorta di buffone della vita, un Homer Clapp, un Giovannino heartless.

Questo è il mio grande mah relativo a questo blog, la paura che il mio scrivere non porti da nessuna parte. Forse la piccola utilità, se c’è, sta nella descrizione di sensazioni; e in questo sentire ritrovarmi con qualche anima bella come la mia. Forse è poco, o forse no.

Investigare, ancora investigare.

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giu 01

bosco
Il tempo era incerto, questa mattina.

Appena sveglio ho guardato fuori dalla finestra. Ho sentito il profumo dell’erba tagliata di fresco e, in lontananza, il latrare dei cani. Era quella sensazione fissa, che ormai conosco bene, dell’essere a casa. Il motivo principale che mi spinge a tornare in questi luoghi.

La colazione quassù ha un gusto pieno e diverso. È un rito che ha inizio dal legno della stufa. Il fuoco della stufa sarà sempre amico mio.

Ieri, arrivato da poco, avevo pensato che la felicità può essere fatta anche a forma di bosco. Ma più precisamente, per me, consiste nell’essere bosco, nell’essere parte di questo ambiente. (Nel bene e nel male: perché il bosco da una parte è il mio polmone, respira per me e con me, ma dall’altra si mangia anno per anno il lavoro che nei secoli gli uomini qui hanno compiuto.)
squilla
Allora sono uscito per una passeggiata. Un po’ sull’onda di quella sensazione, un po’ per salutare i vicini e gli amici – anche questo è ormai un rito che mi piace compiere, quando ritorno qui dopo tanto tempo e quando vado via per tanto tempo.

Il tempo. Il tempo qui ha un significato e un valore diversi, rispetto alla vita di città. Il tempo qui è la mano della natura. E le ansie, poi! Le ansie faticano ad arrivare fin quassù – o almeno questa è la mia percezione.

Non ho pensato. Ho provato sensazioni.

mag 25

Stanley Kubrick , A tale of a Shoe-shine Boy - 1947

Stanley Kubrick , A tale of a Shoe-shine Boy – 1947


Ho deciso di praticare la gratitudine.

A volte mi dimentico di quanto sono fortunato. Me lo hanno ricordato, da ultimo, questo libro (improbabile ma vero) e questo film (che mi ha rammentato del mio progetto, che rimando e rimando, di attraversare la Corsica a piedi).

Ho pensato a due versi di Luciano Erba:

Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?

(Mamma a volte è noiosa, ma per me ha fatto col cuore e con la sua semplicità contadina molto di più di ciò che avrebbe potuto.)

Ho pensato a Jim Rohn. Vorrei diventare come colui che lui chiama “uno da due quartini”:

Immagino che tu ti faccia lucidare le scarpe. Il ragazzo che te le lucida svolge un lavoro incredibile per te. Di fatto, te le lucida meglio di chiunque altro al mondo. Ricompensandolo per il suo lavoro, considera che tipo di mancia gli dai. Dentro di te pensi: “Gli do una o due monete da 25 centesimi?” Se ti vengono in mente due cifre, scegli sempre la più alta; diventa uno da due quartini. […] Se tu dicessi: “Beh, gli darò una moneta da 25 centesimi”, questa riflessione ti influenzerebbe per il resto della giornata. Inizieresti a sentirti un po’ in colpa, un po’ insicuro. E di tanto in tanto, nel corso della giornata, ti guarderesti il cuoio lucente delle scarpe e diresti: “Sono proprio uno spilorcio. Una misera mancia da 25 centesimi per un risultato così!”
D’altro canto, […] se gli dessi due quartini, ti sentiresti ricco e fiducioso per tutta la giornata. Stenteresti a credere alla differenza che può fare una mentalità da due quartini.

So che rischio di diventare stucchevole e non mi va, ma in una parola voglio dire questo: sono grato a tantissime persone per essere qui, ora, a inanellare pensieri, accumulare sensazioni, cercare (vanamente) di tradurle in parole. Sono grato, sono grato.

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