nov 24

3_Park_Avenue_Building
Questo articolo mi ha dato da riflettere.

TransPerfect è stata per me per anni l’epitome dell’azienda che avrei voluto costruire. Ho ammirato il coraggio imprenditoriale dei due fondatori; forse l’incoscienza, quasi, di quando – correva l’anno 1993 – accettarono quel progetto grandissimo di traduzione verso il russo di 600 pagine: erano ancora all’università ma avevano già dentro di loro l’idea, chiara, di creare la società di traduzioni più grande al mondo.

(Lascio da parte qui tutti i commenti negativi che tantissimi traduttori hanno verso questa azienda, per i suoi metodi sbrigativi eccetera – avendoci lavorato come fornitore per un certo periodo, sia pure molto tangenzialmente, posso dire di aver sperimentato di persona tutto questo, ma non è ciò di cui voglio parlare qui: mi impressionò molto di più, per dire, la vista che si godeva dal trentanovesimo piano del grattacielo di Park Avenue, 3.)

Nel 2000 l’azienda entrò nella Inc. 500, ed era la prima volta per il nostro settore: io mi sentii talmente felice per quel riconoscimento che fu come se l’avessero dato a me, perché veniva pubblicamente premiata l’importanza del mio mestiere. (Erano anni in cui quella parola, growth, era come una sorta di stella polare per me.) Il fatturato 2013 ha superato i 400 milioni di dollari. Tutto pare quindi andare a gonfie vele. Ma…

Ma forse i soldi sono diventati troppi, forse è stata la sete di potere, oppure le gelosie, chissà. Il punto è che sono entrati in scena gli avvocati, il che – comunque sia – non è un bel segno. (Se hai bisogno di un avvocato hai comunque perso.)

Succederà quel che succederà, però per parte mia la lezione è questa: oggi sono molto più contento di non essere riuscito a costruire una grande azienda, perché casi come questo dimostrano che il pericolo che le cose prendano una brutta piega è più che reale. Tutti quei soldi danno ebbrezza, certamente, ma non danno libertà e dunque non mi attirerebbero, né invidio i due fondatori. Preferisco far fatica (anche tanta) nel mio piccolo ma essere libero, mi bastano e mi piacciono i miei fatti minimi, va bene così.

nov 17

funnelling
Mi sono messo a pensare quanti preventivi posso aver preparato in questi vent’anni. Certamente sono migliaia, e negli ultimi mesi il numero medio a settimana è aumentato. È invece diminuita la percentuale di preventivi accettati, ovvero quelli che diventano ordini.

(A questo proposito mi piace pensare a un concetto che si esprime con una parola sola, funnelling, ovvero l’idea che un contatto passa attraverso fasi successive fino a divenire un ordine; anche se qui trattiamo solo dell’ultima fase, quando un preventivo diventa un ordine.)

Quando un preventivo non viene confermato né mi viene detto qualcosa in proposito, faccio sempre – via, spesso – seguito al contatto con una telefonata o una mail (senz’altro meglio una telefonata, ma dipende dal contesto) per cercare di capire il motivo.

Va da sé che il motivo principe è dalla notte dei tempi il prezzo, ma questo motivo è diventato – nella mia percezione almeno – di recente più importante. Ovvero: nella maggior parte dei casi, se un mio preventivo non viene accettato ciò dipende dal fatto che il cliente (potenziale, ma anche attuale) ha trovato un’alternativa più economica che reputa più confacente al caso suo.

Ebbene, io credo che la risposta sia dentro di me – e sia giusta. Ovvero: non ridurrò il prezzo solo perché il mercato propone alternative più economiche alla mia. Per intuito e per scelta ho puntato sin dall’inizio al processo e non al prezzo. Ovvero: do tranquillamente per scontato che esistano alternative meno care rispetto alla mia proposta, ma sia perché so quanto mi costa produrre quel che vendo, sia perché pongo l’accento sul processo e non sul prezzo, sia perché so perfettamente che puntare sul prezzo è una politica suicida, non lavoro sul prezzo. Ciò non significa che non proponga degli sconti quando lo reputo il caso, né che non abbia a mente l’interesse del cliente (per conto del quale agisco); ma soltanto che il prezzo non è la mia prima preoccupazione. Il mio buon nome lo è.

Preferisco perdere un cliente che non è disposto a pagare quello che chiedo che negoziare allo sfinimento sul singolo euro. Intendiamoci: il singolo euro in questi anni è importante per chiunque e va tenuto in conto, non assecondo la politica dello spreco. Dico soltanto che conoscendo il mercato e i punti di forza e di debolezza della mia offerta, la mia proposta è tarata sia sulla parte interna (quel che so di poter offrire) che sulla parte esterna (nello specifico il cliente per come lo conosco io, e in generale il mercato) della transazione.
Eddie Moscone
Se non va, pazienza. La risposta è dentro di me, ed è giusta.

Il mio lavoro, insomma, si riassume efficacemente nelle parole di Jack Walsh in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddie, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

nov 10

Avevo passato un paio di mesi decisamente frustranti dal punto di vista lavorativo: pochissimi progetti, tempi morti, fatturato di conseguenza in calo pesante. Con la famiglia da mantenere, l’INPS da pagare, qualche attività che voglio seguire. Non è bello, a questa età, avere insicurezze del genere.

Poi, però, è arrivata la provvidenza. La provvidenza nel senso goethiano del termine:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Nota laterale: per quanto il concetto sia certamente goethiano, queste parole sono in realtà attribuite erroneamente a Goethe. Derivano da una traduzione in inglese molto libera dei versi 214-230 del Faust, ad opera di John Aster (Londra, Cassell, 1835, p. 20).

Seconda nota laterale: mi chiedo – ma morirò senza risposta – perché non sono capace a prendere strade dritte ma per arrivare a qualsiasi punto devo sempre prendere la strada più impervia, più lunga, più tortuosa. Bonassé, diremmo in piemontese di me.

È successo questo: letto di una collega che rifletteva a voce alta su FB delle straripanti assurdità del mercato delle traduzioni, per cui oggi è possibile comprare un servizio a prezzi impensabili anni fa (e non necessariamente quel servizio è pessimo); ponderate le sue parole pacate, che descrivevano senza giudicarla una realtà di fronte ai suoi occhi, ma con l’intento di condividere un’opinione per avere un confronto; atteso che la mia stima per quella collega, che pure non avevo mai visto, era decisamente alta; tutto questo considerato l’ho chiamata e le ho proposto di incontrarci per mettere insieme le nostre idee, le preoccupazioni e le opportunità relative al nostro mestiere per vedere se potevamo arrivare a qualche conclusione che ci permettesse di uscire dall’impasse.

Per preparare l’incontro, per ricavarne il massimo, ho riflettuto a lungo sulla mia attività, sui vent’anni di mestiere, sulle mie debolezze e sui miei punti di forza. Ne ho ricavato un documento di una pagina che era di fatto un piano d’azione. Quello che voglio fare per dimostrare che sono bravo, fuori dai denti potrei averlo chiamato.

Ebbene, la cosa bella – la provvidenza nel senso goethiano del termine – non si è manifestata in ricette magiche provenienti dalla collega (io ho praticato soprattutto l’ascolto attivo con lei), ma nel fatto che l’essermi costretto a riflettere sull’attività mi ha dato visione e respiro. Aria.

Il risultato è stato che esattamente da quel giorno il flusso di lavoro è come per magia (ma la magia non c’entra nulla) aumentato, e da allora – quasi un mese fa – faccio fatica a stare dietro a tutti i progetti. Ma poiché mi sento come rigenerato da quel processo creativo che ha avuto il culmine in quell’incontro il lavoro non mi pesa: lo faccio lietamente perché è bello e giusto farlo.

La provvidenza ha questo potere quasi magico, insomma. La magia del pensare e del fare, del compromettersi, dell’andare oltre. E questa è anche la lezione che ne ho ricavata. Con un grazie sincero alla mia collega.

nov 03

sta calm
Sono partito da una fotografia: un mio professore del liceo, ora in pensione terminati i suoi doveri pubblici, nutre la piccola nipote. Bene, questa immagine bellissima mi ha fatto pensare.

Questo professore, forse un po’ burbero ma senza dubbio corretto – una brava persona sotto tutti i punti di vista –, mi aveva fatto patire più di poco all’epoca (io ero bravino ma i suoi voti li sudavi, e come!).

Ebbene, c’è un’immagine potente che mi viene dalla lettura di un romanzo di Richard Bach (Uno, credo, ma potrei sbagliarmi) e che ho collegato a questa fotografia. Il protagonista, un aviatore (come il vero Richard Bach, cosa che gli è stata quasi fatale un paio di anni fa), parla con il sé giovane di tanti anni prima, per consigliarlo sulla strada da intraprendere (queste cose sono reali, sai? mai sentito parlare di angeli?).

Più volte nel tempo mi sono immaginato di parlare al me stesso di un tempo, soprattutto per avvertirmi – di fronte a un bivio importante – che la strada meno battuta sarebbe stata quasi certamente sempre quella giusta. (E mi tormenta quella sensazione di impotenza nel non poter modificare il corso delle cose pur essendo presente.)

Se io potessi avvicinare ora il mio professore di allora – siamo intorno all’anno 1985 – e fargli vedere questa fotografia, come cambierebbero le cose per me e per lui?

In una maniera sola, io credo: entrambi prenderemmo la vita in maniera mooolto più rilassata. Saremmo molto più calmi (io almeno – parlo per me), faremmo mooolto meno cine.

Allora la lezione è questa: caro Gianni, prendi una fotografia di un nonno che nutre un bambino, osservala a lungo. Pensa a prendere le cose in maniera più leggera, te la caverai bene lo stesso.

ott 27

Carducci
Abbiamo parlato di come scrivere un curriculum, giovedì.

Mi rendo conto che sono argomenti prosaici, molto terra terra; ma del resto le basi servono per costruire carriere solide (non ne sono ingrediente sufficiente, questo no).

Parlando in seminari come questi la mente mi va spesso al me stesso di vent’anni fa, quando mi trovavo in situazioni simili. Sarei stato un bravissimo editor, per dire; ma mi mancò il coraggio di presentarmi di persona a Giulio Einaudi, che mi avrebbe certamente accolto nella sua squadra.

Poi presi altre strade; sostanzialmente costruii quel lavoro che, allora come ora, scarseggiava. Fui fortunato, certo; e credo anche che le condizioni di oggi siano ben diverse da quelle di allora.

Io, ad ogni modo, sono partito da quello che abbiamo (che può anche non essere molto) e da lì ho cercato di costruire. Sono partito da regole base, che potrebbero apparire scontate ma non lo sono:

– ho ricordato ad esempio il fatto che Carducci ai suoi esami di letteratura italiana all’università di Bologna bocciava chiunque si presentasse con cognome e nome;

– ho parlato di quell’aberrazione che è il formato europeo (fatti salvi i casi in cui è strettamente richiesto).

Ho presentato alcuni casi reali di mail ricevute nel corso degli anni che contenevano frasi degne del miglior Io speriamo che me la cavo; e non l’ho ricordato, ma per tanti anni ho coltivato un mezzo progetto di scrivere un libro con esempio reali di curricula ridicula ricevuti. (Ma era già uscito questo libro, e insomma non avrei avuto molto da aggiungere.)

Ora altri interventi arricchiranno e completeranno il corso. Quanto a me, poiché adoro le citazioni terminerò ricordando le parole di Pavese (Il mestiere di vivere, 16 agosto 1950):

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

ott 20

words
Be’, i commenti dei partecipanti al primo incontro di questo corso sono stati molto positivi. Questo è un primo risultato; naturalmente non basta, perché è importante che le informazioni che sono passate diventino poi pensiero in chi le ha recepite, e soprattutto, poi, azione. Pavese: essere e fare, potremmo dire con Italo Calvino.

Per me era la prima volta in cui tenevo un seminario a distanza – io, lo schermo davanti e laggiù, chissà dove, un gruppo numeroso di traduttori e aspiranti traduttori che attendevano suggerimenti. Ho avuto un po’ d’ansia prima di cominciare, ma una volta che il seminario ha avuto inizio non ho più pensato, ho semplicemente fatto quel che so fare bene.

Come amo ricordare in questi casi citando Tim Ferriss,

Io non sono l’esperto. Sono l’esploratore e la guida.

Il che significa che mi prendo la responsabilità delle affermazioni che faccio, che illustro dati e non solo opinioni; e nello stesso tempo che mi rendo conto che la materia è delicata perché i traduttori sono tanti (come tanti sono i panettieri, gli avvocati e financo i supermercati, del resto) e perché la professione evolve alla velocità della luce.

Ma il traduttore intelligente non teme il cambiamento. Lo dice bene Mark Hurst:

Now is the moment to learn bit literacy.

E meglio Pasolini:

Non importa avere amato, solo amare importa.

(Ho cercato a lungo, nel tempo, la fonte di questa citazione: so di averla letta in un suo libro ma non sono più riuscito a ritrovarla.)

E meglio ancora, forse, Pavese (lettera a E., 14 ottobre 1932):

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

industria
Intanto il corso va avanti: domani si completerà il primo modulo, e per quanto mi riguarda giovedì completerò la mia partecipazione parlando di résumé (o curriculum vitae et studiorum, o più semplicemente CV), facendo mio l’augurio di Nelo Risi:

Vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

(Che poi era l’intento medesimo, preciso, che mi ponevo quando ho scritto il libro, tanti anni fa. Non tutto si può fare e non siamo certo immuni dall’errore, ma insomma l’obiettivo è passare della conoscenza.)

ott 13

STL
Ho iniziato a lavorare (lavorare, via, condividere è più soddisfazione che lavoro) con Sabrina Tursi quasi quattro anni fa, e grazie a lei ho tenuto per STL diverse giornate di seminario in aula, in cui abbiamo parlato degli argomenti che conosco (il marketing per il traduttore, con tutto quel che gli sta intorno).

Domani alziamo l’asticella, per così dire: sarà la mia prima giornata di corso a distanza. L’apprendimento a distanza ha diversi vantaggi e qualche svantaggio: è più economico ma meno “interattivo”, in estrema sintesi. Ma non per questo non è utile, anzi: la mia promessa con me stesso è che chiunque vi prenda parte ricavi dall’investimento un valore almeno dieci volte superiore – altrimenti se ne perde il senso.

L’intero programma è qui. E devo dire che è davvero completo, perché copre ad ampio spettro tantissimi temi che interessano i traduttori che fanno il loro ingresso sul mercato, e sono dunque desiderosi di apprendere qualche strumento in più.

L’appuntamento con me è per domani (Prezzi, preventivi, agenzie: il mercato del traduttore), e poi di nuovo per la settimana prossima, quando parleremo di curriculum (CV e lettera di presentazione). Ma oltre a me ci sono tanti altri colleghi preparati e competenti, che renderanno questo corso completo e ricco.

Temi diretti, immediati, poco “accademici”: forse ci si potrebbe/dovrebbe aspettare che le scuole di traduzione colmino lacune come queste, ma nella pratica così non è (per fare uno yogiberrismo, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica no). Dunque si fa.

ott 06

escolo
Allora: in una parola qui, in questo luogo magnifico e (apparentemente) solitario delle nostre valli, c’è bisogno di tutto. Ma facciamo un passo indietro.

L’avventura ebbe inizio circa sessant’anni fa, quando lou magistre, Sergio Arneodo, disse ai suoi allievi di allora che riempivano la piccola aula scolastica:

Da encuéi coumensé co a scrive ente la lengo que vous a moustrà vosto maire.
(Da oggi incominciate anche a scrivere nella lingua che vi ha insegnato a parlare vostra madre.)

L’Escolo di Sancto Lucìo de Coumboscuro è un’avventura straordinaria, che risalta la diversità (la società ci vorrebbe tutti omologati, tutti macdonaldizzati e perfettamente allineati ma non è detto che tutti si sia d’accordo con questa esigenza) e va avanti grazie all’impegno di persone che hanno capito (meglio, che sanno per istinto e conoscenza) che la montagna ha un valore.

Il futuro di questo progetto è difficile e incerto, ma il progetto è magnifico e va sostenuto. C’è bisogno di tutto ma c’è una maniera bellissima per aiutare la scuola e nello stesso tempo ricavarne benefici anche materiali: comprare dei prodotti di aziende agricole che la sostengono (avendone tra l’altro anche un vantaggio fiscale). Qui le istruzioni.

Io l’ho fatto – ho cominciato proprio sabato. Poca cosa, ma è stata la prima di tante volte. Perché la montagna è una risorsa, perché la diversità culturale è un valore, perché l’omologazione non è d’obbligo.

Quando penso a Mauro Arneodo, anima dell’intero progetto, non mi può non venire in mente il verso di Orazio:

Aut insanit homo aut versus facit.

E non è tutto: quando lui mi ha presentato il progetto del dizionario provenzale, dove per esempio trovi millanta maniere in uso sulle nostre montagne per descrivere la neve, ho pensato che quest’altro progetto affascinante è un risvolto della stessa faccenda, la tutela delle infinite sfaccettature che compongono la vita sulle nostre montagne. Risorse che non moriranno fino a che persone come lui, e coloro che come lui si dedicano a progetti come questi, continueranno a dare l’anima nonostante tutte le difficoltà per una realtà in cui credono.

Aut insanit homo aut versus facit, già. Ma quell’uomo è tutt’altro che pazzo.

set 29

manhattan
Ho cambiato, nelle settimane scorse (mesi, più precisamente), fornitore di connettività Internet e telefonica. Le ragioni sono illustrate qui. Ne ho ricavate alcune lezioni per il futuro, che indico a seguire.

  1. La maggior parte delle persone agisce in buona fede. Ho avuto a che fare, in questi mesi, con decine di persone differenti: commerciali, operatori di call center, tecnici e così via. La maggior parte di esse cerca di fare il massimo con gli strumenti che ha a disposizione.
  1. Le organizzazioni non esistono per fornire un servizio, ma per alimentare se stesse. Nulla di nuovo, per carità, ma mi è stato lampante in questi mesi che io sono solamente un numero per loro, un’infinitesima tessera in un mosaico molto più grande fatto di consumatori.
  1. Comunicare con tali organizzazioni è impossibile. Per il semplice fatto che esse non hanno nessun interesse ad ascoltare le tue esigenze: tu sei un numero, e una volta che si avvia un processo esso va avanti per forza di inerzia, ma senza alcuna passione intrinseca.
  1. Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno, all’interno di tali organizzazioni, ha idea di che cosa succede. Tu sei in balia di questa o di quella informazione, spesso inaccurata quando non palesemente falsa: non per cattiva fede, semplicemente perché l’organizzazione stessa non ha l’obiettivo di fornire un servizio accurato, ma di far soldi tramite un nuovo cliente (o, più precisamente, “consumatore”).

Queste considerazioni, basate su fatti realmente accaduti, danno la stura a riflessioni e poi osservazioni molto più interessanti (ma in gran parte ancora da fare): perché quanto detto fino a qui è la pars destruens, ovvero l’osservazione di quanto non funziona. Ma dato che con tutta probabilità non c’è maniera alcuna che queste cose possano funzionare in modo diverso (una grande azienda non esiste per soddisfare un’esigenza di un suo consumatore, ma solo per perpetuare se stessa attraverso politiche aggressive, utili crescenti – almeno nelle intenzioni – e così via), il mio obiettivo è di concentrarmi sulla pars costruens. Ovvero: che cosa posso fare io, singolo e con mezzi limitati, per uscire da questo sistema che mi considera puramente consumatore fino alla fine dei miei giorni?

Alcune risposte, sia pure provvisorie (ma nulla di quello che penserò e scriverò sarà mai, per definizione, definitivo), le ho già date: su tutte, il libro e il mio conseguente progetto di vita sui monti. Io credo fermamente che la risposta vada in quella direzione, e sono confortato in questo pensiero da tanti casi come pecoranera, solo per citare il primo che mi viene in mente.

Con la prossima stagione comincerò a occuparmi dell’orto. Mi rendo conto, ci arrivo tardissimo pur avendo una mamma fatta di terra e sudore e nebbia e fango; ma insomma, chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva.

In due parole: occorre ancora tanta riflessione, ma la risposta alle grandi organizzazioni per le quali non sei altro che l’ennesimo consumatore è fatta di autoproduzione di pomodori. Rinuncerai a tante comodità, è vero, ma avrai in cambio la tua libertà.

set 22

Ho seguito con interesse una discussione nata il 10 agosto sulla lista ATA Business Practices. L’input iniziale è venuto da Kevin Hendzel (del cui blog ho parlato qui), sempre attivissimo sui temi delle relazioni con i media per i traduttori.

L’articolo in sé non diceva nulla di particolare, ma ha scatenato una discussione lunghissima e decisamente stimolante. Riporto a seguire alcuni passi che mi hanno colpito, insieme a qualche seguito e qualche mio commento.

L’idea fondamentale è che l’industria, o più precisamente il mercato, delle traduzioni è ben più articolata di quanto si possa credere leggendo e studiando: e questo per almeno due motivi.

1. Si tratta di un mercato talmente frammentato che nessuno può coglierne in maniera esaustiva non solo le minime sfumature, ma anche larghi segmenti. O, per usare un’ottima metafora di Kevin Hendzel:

Imagine trying to get a handle on the size, growth and revenue of mom-and-pop dry cleaners in the US. You’d better be prepared to hitch a ride with the Google street maps cars for a year or two because that’s what you’re going to need to do. Go out and visit every one.

(Non si tratta di svilire il lavoro di Common Sense Advisory, che a volte viene visto come fumo negli occhi: è semplicemente che non è possibile, almeno con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi, fotografare in maniera completa questo mercato.)

2. Ci sono tantissimi segmenti premium (l’accento è sull’aggettivo) dove la competenza specifica sulla materia è un prerequisito (non parliamo delle capacità traduttive, quelle sono scontate), ma dove il prezzo non è il primo né il secondo fattore di scelta. (Questo dovrebbe far suonare un campanello presso tanti traduttori che si lamentano dei prezzi eccetera.) Al riguardo, e sempre all’interno di quella discussione, cito due commenti che trovo illuminanti (per tutti i commenti riportati qui e non miei ho avuto il permesso dei rispettivi autori, che ringrazio):

The premium market is not all that structured and hardly ever appears in ‘official’ documents on ‘the translation industry’. (Chris Durban)

In contrast to the increasingly homogeneous commodity translation markets, the premium translation markets (and I use the plural form because there are countless such markets) are heterogeneous to the point of advanced fragmentation and consequently extremely difficult to identify. (Robin Bonthrone)

E poi c’è un altro commento di Chris Durban che mi ha colpito e che allarga il discorso:

Too often, translators complain about prices and incomes and lack of respect (at what is manifestly the bulk end of the market) but don’t do the work to change; don’t get themselves organized.

Sul “rispetto” avevo detto la mia tanti anni fa qui e qui. E in quella parola, organizzarsi, sta a mio avviso la chiave di quasi tutto, in questo lavoro.

Significativo anche questo “outing” di Kirti Vashee, se non altro perché proviene da qualcuno che non è solo un esperto di settore, ma ha per anni sostenuto tesi contrarie (la saggezza del resto essendo non il pretendere di avere sempre ragione, ma la facoltà di cambiare opinione quando la realtà ci suggerisce che sia il caso).

Sul piano delle soluzioni (“Sì, ma cosa faccio in pratica?”) cito ancora Chris Durban:

To pre-empt “but they are in Europe; I’m in the US — a trip would be far too expensive!” I’d answer something like: hey, you’ve been working with clients in country X for a decade or so. As you describe it, this sounds like an ongoing problem. Traveling to that country once every two or three years (and arranging brief meetings with existing clients + prospects to take place during that trip, possibly linking in a trade show or industry event) is not unreasonable, for both language and business reasons. And if you charge reasonable prices, it shouldn’t break the bank: you can take a cheap flight, get inexpensive rail tickets, stay with friends or in inexpensive BnBs and so on.
I’m serious. This is one of the “investment in yourself” type initiatives that I see as very important, paying off at all levels for translators interested in building their business or shifting their business focus. It is also enjoyable (or should be); in my experience, (re)connecting with our source languages is one of the things that linguists like.

E, per intero, questo post di Kevin Hendzel. Il quale, tra le altre cose, dice:

The bulk market, perhaps not surprisingly, tends to dominate discussions of the industry. It is often treated as though it were the entire industry.

The translation industry is best represented as a very long continuum that encompasses all market segments, with raw bulk free machine translation (MT) at one end and $25,000 tag line translations of three words at the other.

While bulk-market translators’ heads are buried in dictionaries, premium market translators are buried inside their clients’ heads.

Insomma si dibatte. C’è la crisi, ci sono concorrenti agguerriti, c’è Google Translate ma le opportunità, di pari passo, abbondano.

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