Dic 26

Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.
Elio Vittorini

L’amico mio più caro, colui che tante volte non solo mi ha salvato da pianti e da dolori, ma anche mi ha indicato vie nuove per tornare a casa e nuove strade per esplorare il mondo, incoraggiato, sgridato quand’era il caso ma sempre voluto bene, ci ha lasciati in questi giorni. Allora il mio sentimento è questo: che qualunque parola ora sarebbe vacua e fors’anche irrispettosa. Voglio rispettare e onorare la sua memoria col silenzio. Anch’io ho bisogno di silenzio, e prendo quindi per ora congedo dai miei venticinque lettori.

Dic 19

Mentre entravo per la solita lezione settimanale di pilates ai Ciliegi oggi, come tutti i lunedì del mondo, davanti a me camminava un signore distinto, di mezza età, i capelli brizzolati, vestito di tutto punto nel suo bel cappotto blu, le scarpe lucide, e sotto il braccio un fascicolo di un certo spessore, che ho immaginato essere un catalogo con un listino prezzi o simile. Evidentemente era diretto all’hotel per un incontro di lavoro.

È stato un attimo. Ho visto in lui il me che avrei potuto essere, che potrei benissimo essere oggi, un executive con lo stipendio a tanti zeri, tante responsabilità, tanto potere e tanto rispetto da parte dei propri pari e dei sottoposti. Immodestamente dico che ne avrei avute le doti.

Invece nel fotogramma successivo lui è andato diritto all’albergo e io ho girato per il golf, e riflesso nel vetro della porta ho visto Gianni Davico con un berretto comprato al Decathlon per pochi euro, con la tuta e le scarpe da ginnastica come ho quasi sempre durante un giorno normale. Insomma un me stesso mite, semplice, fors’anche dimesso, come in effetti sono io.

È stato spontaneo fare un raffronto: là un uomo di successo e qui un ragazzo semplice. Ma non ho dovuto pensare: non cambierei mai e poi mai e poi mai la mia posizione magari instabile con la carriera e le responsabilità di quell’uomo. Preferisco la mia tuta e le mie fide Adidas, preferisco essere semplice e lineare.

Mi sono venute in mente le parole di Jakob Burak:

La decisione più difficile per un uomo di successo è rinunciare alla propria strepitosa capacità di accumulare denaro per fare spazio a una vita più equilibrata, più umile, nella quale avere il tempo per dedicarsi a cause che con gli affari non hanno niente a che vedere.

Mi tengo le mie scarpe da ginnastica, non ho nessuna invidia, va benissimo così.

Dic 12

Come al solito, per cercare di spiegarmi devo prenderla da lontano. Precisamente da qui:
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Era il 21 luglio 1953, a Ben Hogan mancavano pochissimi giorni ai quarantun anni, e quella celebrazione – che allora poteva parere una giusta consacrazione di risultati raggiunti e una spinta per il futuro – fu – a posteriori ci è chiaro – un addio, perché la sua carriera golfistica era di fatto finita.

Ecco, allora parallelamente al mio dolce mito mi sento un grande avvenire dietro le spalle, per citare Gassman. La mezza età è insomma questo dibattersi tra ciò che non è più e il fare i conti con quello che si è fatto e quello che ancora si vuole (vorrebbe) fare (i montaliani nonfatti); e in mezzo ci sono, pesanti e pressanti, le responsabilità e le attese che altri ripongono, legittimamente o meno, in te.

Io vedo la mia posizione nel mondo, stabilita, sostanzialmente solida, rotonda. Quello che ho fatto, più o meno, l’ho fatto; ora mi restano delle esplorazioni differenti, ma anche mi resta la sensazione che troppe cose sono al di là delle mie possibilità (appunto per gli anni che sono passati). Non è colpa di nessuno se il tempo scorre ma sono andato troppo in là, sono sulla strada dove non c’è ritorno.

Se dovessi sintetizzare tutto questo in una frase, direi che il sentirmi cinquantenne pur essendo quarantanovenne fa l’intera differenza.

Il mio corpo è una buona metafora del mio intero essere: perché com’esso giorno per giorno perde agilità, elasticità, reattività (la vista cala, mi tolgo e metto continuamente gli occhiali perché con gli occhiali non riesco più a leggere; corro un po’ più piano e un po’ meno a lungo di prima; e un giorno è un dente e un altro la schiena, un giorno il fianco e un altro le caviglie, ecceterissima), la mente fa altrettanto. E io mi ripeto, ridico le cose; ma del resto l’ho appena detto che questo è il diario di un cinquantenne, con ciò che di positivo e di negativo (e il tanto mezzo e mezzo) che la mia esistenza porta con sé.

Sono spunti interessanti per qualcuno? Sono solo pensieri che girano in tondo? Non so dare un giudizio preciso, io li registro e basta.

Dic 05

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Ogni tanto mi torna in mente uno dei più bei messaggi che io abbia mai letto su Langit, luogo virtuale dove tra poco “festeggerò” i miei vent’anni di frequentazione. È un messaggio dell’anno 2000 o giù di lì, l’autore è Roberto Arcangeli, traduttore che conobbi in una magnifica cena a casa sua il giorno del Ringraziamento del 2004 – l’occasione generale essendo questa conferenza.

(Mi fa sorridere l’essere così nostalgico quando parlo di industria della traduzione, ma d’altra parte il tempo passa e vedo che nulla cambia. Né nulla cambierà in futuro. “Tu credi che lunedì mattina…“)

Il titolo della mail era (cito a memoria) Quante cocuzze ce so’ nel cocuzzaro? (l’ho cercata in vecchi computer, in archivi, avevo chiesto anche a Roberto ma ormai temo che quel messaggio si sia perso per sempre nella cybersfera), e la sostanza dell’intervento era l’imperituro tema del quanto (non) sia conveniente inseguire a tutti i costi un cliente che si sa già che paga poco e – soprattutto – quanto sia importante essere professionali nel presentarsi al proprio pubblico, potenziale e no. Il vil denaro insomma, che di fatto misura una professione. (Non la definisce, no; ma la misura.)

Mi è tornata in mente, questa mail – come detto, mi torna in mente ogni tanto, come una sorta di piccola Moby Dick dell’industria della traduzione –, per un paio di messaggi letti venerdì su Langit. Non importa il contenuto specifico; ma importa molto l’atteggiamento che troppi sedicenti professionisti hanno nei confronti del proprio mercato. E il discorso, non sorprenderà, è molto generale e vale in tutti i settori.

In sintesi estrema: le parole sono pietre, e in trenta secondi si vede se sei un professionista nel tuo lavoro oppure no. L’atteggiamento e l’attitudine verso l’esterno sono fondamentali in tutti i settori, ma troppo spesso l’immagine che un traduttore dà del proprio lavoro è l’esatto contrario di quel che dovrebbe essere. È per questo che nonostante corsi e ricorsi, prediche inutili e tempo che passa la sostanza non cambia. E dunque non stupirà se il traduttore non gode di somma stima nel mercato.

Nov 28

nebbia
Ora che non ho più il mio rifugio tra i monti (la storia della cui terminazione racconterò più avanti, quando l’avrò capita – perché se oggi dovessi spiegare il perché e il percome veramente non saprei che cosa dire – e interiorizzata meglio), mi sento più libero di spaziare nei miei peregrinari montani.

Venerdì, dopo una settimana di piogge continue, e nonostante il meteo incerto, ho scelto comunque di andare a percorrere questo sentiero. (“The timing is never right”, come dice Tim Ferriss.)

Era un luogo che, per quanto vicino ai percorsi soliti, non conoscevo; o meglio nel mio tempo adolescenziale affondavano vaghissimi ricordi di questo santuario, ma niente di più. (Quante volte passiamo accanto a cose e scegliamo di ignorarle!)
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Coi miei fidi scarponcini sono partito, ho camminato, ho liberato i pensieri. I contorni erano a tratti nebbiosi, a tratti più chiari. Ho apprezzato particolarmente il fatto di aver attraversato il crinale che divide la valle Maira dalla val Varaita, perché mi è sembrata un buona metafora dell’andare oltre. Oltrepassare le barriere mentali. Nel primo pomeriggio ero perso, volutamente perso in quelle montagne.

Niente, camminare mi definisce tanto, mi aiuta, mi libera. Conoscere davvero queste montagne, parlare con le persone, capire la differenza tra un pino, un larice e un abete, sentire il pietrisco sotto le scarpe: queste sono le cose che soprattutto voglio fare.

Nov 21

varigotti
M’accorgo che parlo sempre più spesso, qui, del concetto di mezza età: perché mi appartiene, perché sono io, perché vedo la fine del mio tempo, perché il mio corpo si trasforma, perché non riesco più a fare cose che prima mi venivano naturali.

Poi penso anche che questa fase della vita porta con sé – almeno per me porta con sé – oneri, responsabilità e pesi che spesso faccio fatica a sopportare. Troppe volte mi sento legato, non in grado di fare le cose che veramente vorrei, non veramente libero.

Da tempo mi immagino una sorta di diario di un cinquantenne, che è un po’ la fase dopo La Vita 2.0; ma penso anche che quel diario esiste già, è di fatto questo blog. E mi piacerebbe anche scrivere il quarto libro: ma tra il primo e il secondo sono passati otto anni (e mi sembravano decisamente troppi), tra il secondo e il terzo sei, e ora ne sono trascorsi altri cinque e non ho nulla di concreto in mano.

Pensieri confusi, insomma, pensieri che non hanno una direzione precisa. Pensieri che girano in tondo. Allora dov’è il valore che vorrei trasmettere con questo mio diario pubblico? Accetto i miei limiti, e va bene; ma vorrei andare oltre, mangiarmi una montagna della valle Grana, e invece montalianamente sono sempre “della razza / di chi rimane a terra”. È davvero questa dunque la mezza età, questa perenne attesa di un equilibrio che dovrebbe giungere ma invero non arriva mai?

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Nov 14

l'andata

l’andata


Sono stato qualche giorno con mia figlia piccola a Venezia.

Papà e figlia, figlia e papà in un dialogo fitto e continuo, lungo quattro giorni. Io tutto preso dalla meraviglia delle sue scoperte, come gli occhi dilatati dalla sorpresa quando si è resa conto che il ponte di Rialto è così alto; o una lunghissima passeggiata nel sestiere Castello, dove i turisti sono rarissimi, e Michela che mi dice che per lei quella è la zona più bella di Venezia, pareggiata forse solo dai canali dietro l’isola di Torcello, oltre la chiesa, in un luogo dove ci arrivi solo andandoci apposta e/o molto per caso.

La magia è negli occhi di chi guarda, insomma. E penso a Venezia come città in piena difficoltà, perché è di fatto un albergo gigante, un luogo dove vivere è complicato, è resistenza, è un atto d’amore.

E penso a me stesso, anche, a come sono cambiato in questi anni (questo diario è uno specchio abbastanza fedele di questa trasformazione): pubblico e ingessato un tempo, intimista e lieve oggi. E con tanti capelli grigi, è vero; ma che mi paiono quasi medaglie al valore.

il ritorno

il ritorno


Ma soprattutto penso a che cosa significa essere genitore, che in poche parole mi sembra l’essenza della vita stessa. E ritorno a un punto centrale, qualcosa che capisco col cuore ma non ho mai inteso bene con la mente:

This bus ride was it.[…] This was life itself.

Il viaggio in treno, il gatto dentro il negozio, il Canal Grande attraversato di sera, la pioggia e la notte che scendevano, il tramonto visto dalla Giudecca. Questo era. Questo è.

Nov 07

Oggi partiamo da questo articolo, che il mio socio ha condiviso sulla mia bacheca FB qualche giorno fa.

Quando si parla di letteratura mi si aprono, sempre e immediatamente, dei circuiti mentali. Ho parlato tante volte qui, in questi anni, del mio rapporto lavorativo con la letteratura: che non è una storia d’amore mancata ma una presa di coscienza.

Tutto potrebbe essere fatto partire intorno al 1989, quando per la prima volta vidi Firenze ed ebbi dentro di me un senso intenso della letterarietà del vivere. Tenevo un diario in quel periodo – a ben pensarci ho sempre tenuto un diario, forse dalla prima liceo (circa da quando Borg perse la finale di Wimbledon nel 1981) a oggi, sia pure in forme differenti –, ed era pieno di commenti di letteratura. Fu anche il periodo in cui scoprii Luca Goldoni – che è a modo suo letteratura di prima scelta.

Il passo successivo potrebbero essere i complimenti del mio professore di tesi, Riccardo Massano, al quale piacque l’idea di Tesi & testi, ovvero del vivere con la parola scritta. (I lettori di questo blog lo sanno bene, ma per me una cosa è vera principalmente quando è scritta.) In mezzo ci fu Pavese naturalmente, e tutto il mio bruciare di passione per la sua vita.

Quando cominciai a lavorare fu quindi naturale rivolgermi alle case editrici: mi sembrava l’ovvio sbocco. Come ho detto altre volte (per esempio qui) Giulio Einaudi e Norberto Bobbio, loro di pirzona pirzonalmente, mi incoraggiarono a proseguire gli studi su Pavese e a lavorare per le case editrici. Ma litterae, si sa, non dant panem. E anche se il mio vero mestiere sarebbe stato l’etimologo ciò che traduciamo oggi – ciò che abbiamo tradotto negli ultimi vent’anni, invero – sono brochure, documenti di vendita, manuali tecnici, contratti, bilanci, comunicazioni aziendali, schede tecniche eccetera.

Aiutiamo le aziende “a comunicare in tutte le lingue in maniera professionale”: questo è scritto nella home page di Tesi & testi da quindici anni almeno. Ed è un fatto, una cosa vera: perché io gestire tutto questo l’ho sempre fatto con passione, è stato un caso ma non un ripiego. Sono contento della bòita che ho creato, della mia vita lavorativa e professionale, a tornare indietro non cambierei nulla invero, è compiuta così. E quell'”effetto di toccare un filo di corrente”, per dirla con Pavese (diario, 8 ottobre 1948), che mi dà la letteratura me lo tengo per me, per i miei pensieri pubblici e privati. Non è un tormento, è una passione; ma la professione, quella, va bene così.

Ott 31

scandeluzza
Per quanto le parole siano limitate nel descrivere le sensazioni, sono sempre più accurate e più profonde delle immagini. È anche per questo che scrivo, è anche per questo che tengo questo mio diario pubblico: perché so perfettamente che le parole sono inadeguate a descrivere delle sensazioni, ma le immagini, se da un lato facilitano il compito, dall’altro lo semplificano troppo, più di quanto sia necessario od opportuno.

Vale infatti sempre la replica di Italo Calvino a Elémire Zolla, che gli magnificava una scena di tempesta in un film (cito a memoria):

Come osi paragonare un’ondata cinematografica a quelle di Melville?

Io insomma cerco di avvicinarmi alla radice delle cose con i mezzi che ho – principalmente quindi la parola scritta; e poi anche camminando, correndo e muovendomi nel paesaggio intorno a me. (E rare volte mi sembra anche di riuscirci un pochino.)

Questa mattina sono partito per un giro sulla mia amata bici per le colline del Monferrato, meraviglie che trovo a due passi da casa: la nebbia avvolgeva il paesaggio, ma una foto – per quanto magnifica – non descriverebbe i pensieri, i mezzi pensieri, i pensieri abbozzati, la relazione più o meno profonda col paesaggio.

Questa mattina ero nel bel mezzo del mio Piemonte e mi sembrava una cosa bella.

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Ott 24

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Sabato pomeriggio mi si è fermata l’auto. Ero molto lontano da casa, in un luogo che conosco poco, e prima che succedesse il fatto avevo tutta l’intenzione di paesaggire, guidando piano, per stradine laterali, fermandomi ogni tanto per annusare il paesaggio, camminare, vedere com’è la vita in luoghi diversi dai miei consueti, visitare luoghi abbandonati. (Ehi, dopotutto quest’attività, per quanto stramba, rientra tra quelle che adoro maggiormente!)

Non che fossi contento, ovviamente; ma ho pensato che ciò che succede vale soprattutto per l’interpretazione che ne diamo noi. E io ero in un luogo “straniero”, senza impegni pressanti, non c’erano pericoli e c’era il sole. Un’auto che si ferma non mi è sembrata poi gran cosa. Guardare il mondo con lenti differenti invece sì.

Allora ho attraversato più volte quel paesino, nell’attesa della soluzione. Il mio problema non mi sembrava un gran problema, dopotutto; il fatto di uscire dal conforto del mio guscio un’opportunità, invece. E poi ci sono sempre persone gentili che ti aiutano – il mondo è una rete gigante, a ben vedere –, e al fondo delle cose arrivi sempre.

Quindi è stato un paesaggire un po’ a tentoni, molto limitato dalla contingenza; però mi è sembrata un’esplorazione con un senso intrinseco, come un guardare con una specie di lente di ingrandimento un paesino dove altrimenti, con buona probabilità, non mi sarei fermato mai.

Ho chiesto informazioni a una signora (che stava entrando in un vero negozio di alimentari); ho parlato con il vigile, con il meccanico. Mi è sembrato un paesino con un senso, un luogo certo lontano dalle comodità e dalle luci degli spendodromi, ma comunque un luogo quadrato e reale. Un posto dove, non importa quel che succede, sono sicuro sia bello veder passare le stagioni.

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