Set 19

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Oggi vorrei sviluppare – abbozzare, almeno – un pensiero, che è quello della pianificazione a lungo termine.

Ovvero (la vedo dal mio punto di vista, ovviamente): penso che nonostante tutti i miei anni, nonostante le magagne, le cose che non vanno eccetera ho ancora tanto di bello da dare e da ricevere dagli anni a venire. Tanto, tanto davvero; a condizione, però, che il tempo sia inserito in un “disegno”, nella convinzione di fondo che quel che desideri, presto o tardi, si avvera.

Mi rendo conto che troppo spesso sono preso dai problemi del momento, dalle mille faccende di cui domattina mi sarò già completamente dimenticato – dunque affanni che non hanno importanza reale. E questo, credo, accomuna tutti quanti.

Mi ero dato un compito per la Corsica: la stesura di un file che ho chiamato “le 100 cose”, che è l’elenco di ciò che voglio fare da vivo. Ho cominciato, ma prende del tempo perché richiede tanto pensiero, tanta concentrazione. (E i miei capelli grigi sono un segnale non equivocabile che io di tempo non ne ho poi così tanto.) E ho capito anche che il risultato migliore posso averlo con brevi periodi di pensiero, in momenti di totale rilassamento e pensieri svuotati.

Sono convinto che questo è un punto importante: per questo ne parlo qui, adesso, pubblicamente, anche se ho solo mezze risposte, solo punti abbozzati, solo sette dei cento punti fissati. Ma è fondamentale.

E nel dettaglio ho capito che le direzioni che voglio prendere sono due soprattutto: una che riguarda il mio corpo (il camminare, lo sport) e l’altra che concerne lo scrivere (questi blog sono terapeutici, gli articoli sono terapeutici, sì; ma io voglio andare oltre, mangiarmi una collina – o forse più esattamente mangiarmi una montagna, un passo per volta).

Cerco di fare spesso questa attività, credo sia utile. Di più, sostanziale (“strategica”, avrei detto un tempo, nel tempo in cui volevo creare un’azienda che immaginavo di riempire di persone e progetti). Mi permetto di consigliarla a chi legge. E chiedo anche a chi legge qual è la sua strada in questo senso, ovvero come cerca di andare oltre al quotidiano, di lasciare un segno del proprio passaggio, di morire da vivo.

Set 12

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L’ultimo numero di MultiLingual contiene un mio articolo dedicato alle vendite per i traduttori. Il PDF è qui. (Nel 2009 la medesima rivista aveva già ospitato un paio di miei interventi – qui e qui.)

Sarò grato a chi vorrà leggere e dire la sua, ma in sostanza riprendo un mio vecchio pallino. Questo mio diario pubblico è pieno di suggerimenti e considerazioni relativi al marketing e alle vendite, che sono uno dei perni di chiunque lavori per conto proprio.

Il punto fondamentale, a mio modo di vedere, è che troppo spesso al traduttore manca “la terza gamba”: se dal punto di vista linguistico le cose sono in genere a posto, e se dal punto di vista informatico sono abbastanza a posto, lo stesso non si può dire in troppi casi per il marketing e le vendite.

E in ogni caso la vendita è piacevole! Vendere significa avere la possibilità di dimostrare le proprie abilità. Non basta avere un servizio eccellente (scontato), bisogna saperlo comunicare al proprio pubblico potenziale. Se ti piace il tuo lavoro la vendita è divertente: a me sembra un corollario logico.

Qui abbiamo parlato tanto di questi argomenti, perché da qui non si scappa. Ovvero vediamo le cose sotto diversi punti di vista, ma alla fine comunicare la propria professionalità è esattamente importante come essere dei professionisti. Questo dico. (E magari, dai e dai, stai a vedere che dall’urto nasce davvero una più energica morale.)

Set 05

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Oggi è un giorno di confine.

Oggi è il giorno del ritorno dalla montagna in mezzo in mare, da quel luogo di incantagione che amo in maniera sconsiderata, una partenza che spera – di più, confida – in un ritorno.

Se il momento dello sbarco al porto di Bastia è un momento pieno di luce, di sole e di colori, di attese e di promesse (che poi puntualmente si avvereranno), il momento dello stacco dal medesimo porto – che accadrà da qui a poche ore – è un momento non triste, no, triste non di può dire, ma certo carico di pathos, di sentimenti pieni.

In più, come ormai tradizione negli ultimi anni, quando ritorno dalla Corsica ho anche per l’anagrafe un anno in più (ciò aggiungendosi a questo preciso momento dell’anno in cui, soprattutto con la ripresa della scuola dei figli, più chiaro che a Capodanno si avverte che un altro anno è passato; e se per avventura sei nato proprio in questo periodo le cose si sommano). In sostanza sono partito che avevo IIL anni e torno avendone IL. Ma un tempo tenevo maniacalmente al compleanno, ora invece mi sembra qualcosa che accade come tante altre cose, che non richiede grande considerazione. (Però accade, e questa tradizione familiare la trovo ormai molto mia, mi appartiene.)
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Invece più importanti – estremamente più importanti – sono le sensazioni di questo soggiorno, quelle provate camminando soprattutto. Di quando me ne stavo seduto a guardare le montagne. Di quando entravo in un paesino come in punta di piedi, per non disturbare l’armonia del luogo. Dei grandi silenzi, immensi, come quello della piazza di Serra di Scopamene all’imbrunire, interrotto solo dal gorgogliare della fontana; e poco più in là una signora che raccoglieva le foglie secche. Della vista dal faro di Senetosa, luogo un tempo abbandonato e ora riportato a nuova vita nell’accogliere viandanti. Di Marmuntagnja, ovviamente.

il faro di Senetosa

il faro di Senetosa


La Corsica. Il mal di Corsica. Lascio questa terra già pensando al ritorno prossimo, e comunque con gli occhi e la mente pieni di gioia.

Ago 29

Questo fatto angosciante mi ha colpito qui, nella mia patria seconda, in uno dei periodi che è tra i più belli dell’anno, in un luogo che amo immensamente, pieno com’è di luce e di silenzio.

Nei giorni successivi ho pensato tanto a quello che era successo. Come tutti mi sono sentito piccolo e insignificante. E non ho avuto nulla da dire a proposito che paresse intelligente o che fosse di un minimo di consolazione.

Allora ho cercato di rispondere come potevo. Correndo un po’ più forte, camminando per qualche chilometro in più, restando un poco di più in silenzio. Tutte cose che non servono a nulla, lo capisco bene, ma un poco sono servite a me per interiorizzare un fatto che – per quanto ci si possa aspettare che accada – al suo accadere ci trova del tutto impreparati.

Ho pensato a me e alla mia famiglia, al sicuro nella nostra stabilità, come contraltare al disastro di quelle povere famiglie. Non ho voluto nel modo più assoluto leggere articoli o guardare foto di quei giornalisti-sciacalli che si precipitano sui luoghi delle disgrazie per “sentire le impressioni”. Non voglio entrare nelle loro storie estorte “per dovere di cronaca”.

Insomma questo, che sarebbe stato per periodo dell’anno un post leggero, pieno di quella luce di cui la Corsica abbonda, è invece una raccolta di pensieri che non hanno un senso compiuto, proprio perché il fatto è troppo recente perché possa già essere stato “digerito”. Poi lentamente la vita riprenderà il suo corso, ce ne faremo una ragione – e del resto per noi, che non siamo toccati direttamente dalla sciagura, non è cosa così ardua –, passeremo oltre. Ma oggi volevo, anche se l’ho fatto in maniera scomposta, registrare un pensiero per coloro che sono stati colpiti da questa tragedia.

Ago 22

Vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.
[…] Chi vede il mondo come un ospedale
non potrà che viverlo da ammalato
(l’ha detto Goethe) e il suo malanno
allora l’avrà voluto.
Nelo Risi

Interrompo le mie elucubrazioni sulla Corsica per esprimere un concetto che ritengo importante in merito all’industria della traduzione.

L’osservazione nasce da contatti avuti con colleghi e traduttori nei giorni scorsi, ma affonda le radici nel passato. (Niente di veramente nuovo quindi.)

(Mi rendo conto che queste parole possono apparire vuote, pronunciate da qualcuno che parla soprattutto di montagna e di Corsica e di filosofia spicciola eccetera. Mi rendo conto. Cionondimeno, gestire progetti di traduzione è stato da sempre il mio unico mestiere e due o tre cose sul settore, insomma, le so.)

Vedo troppo pressappochismo nel settore, qualcosa che non fa bene all’industria della traduzione nel suo insieme. Manca la precisione che è richiesta a chi lavora con le parole scritte. Troppa improvvisazione, troppo “tanto va bene comunque così”.

Non va bene così!

Lunedì prossimo tornerò parlare di Corsica e di camminate, ma oggi vorrei che sia chiaro che chi si lamenta di poca considerazione deve guardare innanzitutto alla sua professionalità: i miei preventivi sono mandati in tempo? Trasmettono conoscenza e sicurezza? Sto agendo davvero come professionista quale mi picco di essere?

Io in troppi casi vedo che questo non accade. E questo vale sia per traduttori singoli sia per agenzie. Il nostro settore è un settore come un altro: niente di impossibile, ma le regole base di commercio e professione vanno rispettate.

Poi tornerò a parlare di Corsica, ma insomma questo concetto vorrei che fosse chiaro.

Ago 15

A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso.
Cesare Pavese, La luna e i falò

Punta Zilia

Punta Zilia

Giorni del tutto sereni, questi. Sono immerso nella natura della terra che probabilmente amo sopra tutte, la montagna in mezzo al mare che mi ha accolto la prima volta quattordici anni fa e dove ogni volta ritorno sempre come fosse la prima e nello stesso tempo l’ennesima.

Qui cammino corro respiro, passeggio lungamente, ho i pensieri svuotati. Mi sento a casa. A volte penso alle vacanze di tanti anni fa, quando la mia lettura preferita era “Il Sole 24 Ore”, e anche se tante cose non le capivo pensavo che avrei dovuto, per fare quello che volevo fare – costruire una grande azienda con tante persone a lavorarci dentro eccetera eccetera eccetera. Poi gli anni sono passati e il percorso è stato molto diverso da come me lo immaginavo all’inizio, ma assolutamente più appassionante e interessante.

Oggi penso che ora avrei la maturità per ampliare l’azienda, costruire qualcosa che potrebbe assomigliare a quello che avevo in mente tanti anni fa. E lo penso qui perché in questo luogo immerso nella serenità e quindi privo di qualunque pensiero negativo mi viene più semplice cercare di costruire e immaginare il futuro come potrebbe essere e come vorrei che fosse.

Tante cose non le posso più fare e questo mi è chiaro, gli anni sono passati e sono nelle mie seconde nove. Tuttavia, ho lavorato sempre con passione e desiderio, come sempre con passione e desiderio sono venuto e torno in questa terra.

Tradicetu

Tradicetu


Ciò che mi manca rispetto ad allora probabilmente sono le ambizioni, perché adesso non ritengo più necessario fare tutte quelle cose come costruire una grande impresa: a me interessa molto di più osservare, camminare, respirare. Credo sia per questo che in luoghi come questi, così come nella Valle Grana, mi trovo assolutamente a mio agio. E se qualcosa manca, e se quella grande azienda comunque non verrà mai costruita, non lo considero un problema: è andata in questa maniera, ho fatto un milione di errori ma non mi rammarico di nessuna decisione presa, e tutto quello che ho fatto di sbagliato è servito per portarmi fino a qui: di questo sono molto contento. Quello che succederà vedremo, ma comunque vada sono soddisfatto.

Ago 08

Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua.
Eduardo

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Ieri, appena finito il raduno, la luce era meravigliosa nel mio rifugio tra i monti. Questo però non mi aiutava molto.

Già, perché da una parte c’era l’elaborazione di un lutto – per quanto piccolo – che era dovuto alla fine di questa bella giornata e delle piacevolezze che ha portato con sé; da un’altra c’era il pensiero che era l’ultima domenica d’estate che passavo in questo luogo che amo; da un’altra ancora c’era l’idea incombente che questo possa essere l’ultimo anno che trascorro qui; e infine (ma in ordine sparso) c’era il fatto che la mia prima iscrizione a Langit è di vent’anni fa.

Insomma ho pensato alla mia vita che scorre rapida, e al fatto che non riesco a lasciare il segno come vorrei.

Quindi c’era l’idea delle cose che finiscono. E quindi mi ha preso una malinconia fortissima, pensando alle cose che avrei potuto fare e non ho fatto, alle parole che avrei potuto dire e non ho detto. Alle possibilità avute e non sfruttate.

La malinconia delle cose che finiscono, la malinconia delle cose che non sono state.

Tutto quello che avrei potuto fare in più e invece non ho fatto.

E ho pensato a me stesso, alle mie forze declinanti come la vista, alle possibilità che non avrò più. Questa era la mia malinconia completa e piena di ieri pomeriggio, non appena il raduno è finito.

Allora questa mattina ho puntato la sveglia molto presto, ho fatto colazione al caldo buono della stufa e poco prima delle otto lasciavo l’auto qualche chilometro sotto il Santuario. Poco dopo le nove, da Punta Parvo, il panorama era questo:
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Ho camminato senza pensare per quasi cinque ore, percorrendo tredici chilometri e mezzo, scollinando, salendo, scendendo e scarpinando. Alla fine mi è sembrato – non l’ho pensato, ma mi è sembrato – che Eduardo abbia ragione, e insomma che forse da qui si possa ripartire con una consapevolezza nuova, che è quella dei tanti anni che sono trascorsi. Non ho più la gioventù con me, ma ho probabilmente dentro tanta forza per fare le cose che si potranno fare.

Ago 01

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Un paio di anni fa organizzai nel mio rifugio tra i monti (e dove, altrimenti? 😀 ) un raduno di Langit. Fu un incontro quasi intimo, a cui parteciparono poche persone; ma la cosa non mi stupì, soprattutto perché Cuneo è lontana da qualsiasi cosa; e tanto più questo luogo, una borgata di una frazione di un paesino abbarbicato sul crinale tra la valle Maira e la valle Grana, dove o ci vieni apposta o non sai nemmeno dell’esistenza. Ma fu piacevole, e ne conservo un bel ricordo – come credo con me i partecipanti.

In più quest’anno ricorre il ventennale dacché diedi il via all’attività di traduzioni. I miei pirmi vent’anni nell’industria della traduzione. E quindi ho pensato di unire le due cose, organizzando qui per domenica prossima, 7 agosto, un raduno rivolto in primo luogo a tutti i traduttori, le traduttrici e le loro famiglie con cui ho avuto il piacere di lavorare insieme in questo tempo che mi pare lunghissimo, e poi a tutti i traduttori di Langit indistintamente (e alle loro famiglie, ovviamente).

In vent’anni si fanno tante cose, errori conquiste gioie lacrime fatturati crescenti fatturati calanti eccetera, e quindi soprattutto si crea un senso di comunità: magari piccolo, per carità, ma il fatto che tanti traduttori sono oggi miei amici è comunque un segno che qualcosa si è fatto.

Questa giornata, poi, si inserisce in un momento molto particolare per me, per quanto riguarda il mio rapporto d’amore con questo luogo, perché come ho detto qui è ben possibile che dopo trentanove anni questo sia l’ultimo anno mio e della mia famiglia in questo luogo.

(Tante persone hanno “fatto il tifo” per me in questo periodo riguardo a questo intoppo; e le ringrazio davvero. Il punto però è che al momento non so dire che cosa preferirò fare il prossimo anno. Lo saprò nei prossimi mesi, suppongo.)

Comunque sia, la sfida è lanciata: mi impegno a fare di questa giornata una piccola e piacevole festa. E tra vent’anni si vedrà.

Lug 25

Ho dei pensieri contrastanti in questo periodo. Un po’ agitosi, non ordinati come vorrei. (Non riesco a definirla bene questa cosa, ma so che quando ci sono troppi accadimenti non riesco a seguire tutto, vado in confusione e conseguentemente non sono tranquillo.)

Luglio non è stato – fino ad ora almeno – il mese che pensavo che fosse, principalmente per questo e questo motivo. Io me lo immaginavo così, ma pensare di “controllare” gli accadimenti è pura illusione.

Sabato mattina ho giocato a golf, ma il pomeriggio l’ho passato sui tetti. Stare sui tetti a cambiare le tegole è divertente, prendermi cura della casa è un’attività che mi dà soddisfazione (sebbene stia nell’angolo dei “lavori ad alto rendimento”, per dirla alla Batista). Quindi le mie percezioni cambiano – segnatamente l’età di mezzo è pericolosamente vicina a me. È un fatto che accetto perché sarebbe sciocco contrastare il tempo; ma non sono sicuro che mi piaccia poi così tanto.

Poi c’è il corpo che cambia – la vista che cala, sopra tutto –, e quindi l’idea del tempo che scorre inesorabile. Papà e mamma che per la prima volta quest’anno dal 1978 non vedranno la nostra casa sui monti.

Dal lato buono delle cose c’è la montagna in mezzo al mare che si avvicina, e sogno già quell’aria, quella luce, quei colori, quelle sensazioni.

Insomma sono qui, registro dei pensieri. Niente di particolare, niente che resisterà alla prova del tempo ma il mio impegno è comunque questo, registrare dei pensieri.

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Lug 18

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Avevo un problema grosso. Per tutta la settimana scorsa avevo continuato a pensare a quello che era successo la domenica precedente, a casa mia nel mio rifugio tra i monti. È qualcosa che sono riuscito ad elaborare solo l’altro ieri, sabato, salendo al bivacco Rousset, che è un luogo che mi dà pace e tranquillità.

Sì, un fatto molto simile mi era successo l’anno scorso, quando salendo lassù avevo avuto la sensazione magnifica di liberarmi completamente dei problemi avuti con l’INPS che mi avevano tolto il sonno per un paio di anni: fu proprio come togliermi un peso, una splendida metafora della leggerezza dopo il tormento.

Questa volta è stato un po’ diverso, nel senso che sono salito lassù magari un po’ inconsciamente ma di fatto con l’idea di pensare, di riflettere, di sistemare le cose dentro di me. E quando sono arrivato in cima a quelle montagne sono stato in grado di capire quello che non riuscivo a razionalizzare.

(Non era #ER16, come hanno paventato alcuni amici! I bambini non hanno fatto alcun disastro, e nessuno si è lamentato!)

Ho capito che il nostro padrone di casa ha compiuto un atto sbagliato. (Non interessano qui i dettagli, basterà dire che ha avuto un atteggiamento che colpisce e offende una famiglia – la mia – che dalla notte dei tempi anima quel luogo.) Mi sono messo il cuore in pace, ho capito che posso anche rischiare di “perdere” il mio rifugio e pazienza, però devo dire a lui come stanno le cose e come la vedo io, perché quello che ha fatto non è giusto.

E insomma una volta che ho capito questo semplice fatto sono stato molto più tranquillo. Ho capito veramente perché ero salito fin lassù: in effetti era proprio per quel motivo lì.
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E allora il discorso generale, al di là di quello che è successo a me, che può essere importante o meno, è che camminare chiarifica i pensieri. Camminare in montagna li chiarifica ancora di più, li pulisce veramente.

E quindi l’andare nel mio rifugio tra i monti mi sembra già un’ottima occasione per sistemare le cose; ma a volte può non bastare, e allora devo salire un po’ più in alto, per esempio ai 2300 e rotti del monte Grum, e sedermi lassù in perfetto silenzio. E così certamente le cose – almeno dentro di me, e senza fare alcunché di particolare – si risolvono.

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