gen 19

Marc Chagall, La levitazione degli amanti

Marc Chagall, La levitazione degli amanti


Oggi mescolo diversi spunti.

Sono partito da una poesia di Alda Merini, o meglio dal ricordo delle sensazioni che quella poesia che non ricordo mi diede e mi dà. La poetessa parlava della leggerezza di Chagall come contraltare alla pesantezza della sua vita, che avvertiva piena. Ecco, sono partito appunto da una considerazione del genere, dal fatto che vorrei leggerezza e semplicità nelle mie giornate ma troppo spesso mi trovo a fare i conti con miei errori del passato, forse con mie sbadataggini o anche con decisioni che sono state plain stupid.

Amarcord si pronuncia con la o chiusa, dice Zu, e leggendolo e rileggendolo capisco che vedo quella sua leggerezza di scrittura come un bel traguardo cui mirare, perché riflette una leggerezza di vita (o anche solo un momento di leggerezza).

A volte mi viene da pensare come l’Homer Clapp dell’Antologia di Spoon River:

E allora capii di essere un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.

Ma poi ci rifletto, e non mi pare il caso. Mi sovviene Ligabue:

Leggero, nel vestito migliore
senza andata né ritorno, senza destinazione.

(Ligabue è stato importante come Montale e Luca Goldoni, nella mia formazione.) E cosa importa quel che non ho fatto? Quel che non ho fatto non ho fatto, pace. Pasolini:

Non importa avere amato, solo amare importa.

Sono qui. Respiro. Leggero. Il resto passa.

gen 12

Dragonero
Ho pensato molto, questo fine settimana.

Sono stato nel mio rifugio tra i monti per via di questa gara (l’ho fatta solo perché le previsioni del tempo erano eccezionalmente belle, altrimenti non mi sarei avventurato a correre al buio con zero gradi o che).

Sono arrivato ultimo (la prima volta mi era successo qui, e poi di nuovo di recente qui), ma sempre prima di tutti coloro che non c’erano. È stata un’esperienza splendida al mio passo tranquillo. Anche i crampi sono gran maestri. Soprattutto perché ho pensato alle parole di Pavese (nel diario, 1 luglio 1949):

Stasera, a Pavarolo, nella cena coi tre Garino e Einaudi e Natalia e Molina, sentito per la prima volta – oggettivamente – la decadenza fisica, l’incapacità di fare uno sforzo, un salto, un exploit. Stato male e storto tutta la sera. Per salvarmi, odiavo il mondo, l’uomo, la compagnia. Vecchia storia.

Insomma il punto non è arrivare, oppure no, ultimo: il punto è poter fare delle cose, e soprattutto fare delle cose che non potevo fare quando avevo venticinque anni. Il punto è respirare, sentirsi vivi.

Poi è stato il momento di godermi la notte stellata e magica nel mio rifugio tra i monti, quel luogo che amo chiamare casa. Ieri mattina c’è stato il rito che più di tutti amo fare quando sono là:
colazione
Una cosa semplice, semplice come una mattina di sole nelle montagne che han fatto il mio corpo e il mio animo. Certe sensazioni non possono essere espresse in parole oppure immagini, esistono e basta. Jovanotti:

Bella come una mattina d’acqua cristallina
come una finestra che mi illumina il cuscino
calda come il pane ombra sotto un pino
come un passaporto con la foto di un bambino

Poi sono sceso in paese a salutare gli amici. E scendendo mi sovveniva una bella poesia di Corrado Govoni, Le cose che fanno la domenica, che è uno splendido inno alla serenità.

Ho camminato tanto. C’era un silenzio lassù, una pace… L’aria, i panorami, la vista a perdita d’occhio: le Alpi marittime, la Langa alta e bassa, Alba, la collina torinese… e la piana, naturalmente: mezzo Piemonte, insomma, e una parte grande della mia serenità. Mi sono riempito gli occhi e lo spirito, mi sono rinfrancato: proprio là dove i pensieri (che tu lo voglia o no non è significativo) ti si disannebbiano e schiariscono.

Ho pensato, c’era il sole, sono stato bene con me.

gen 05

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.
Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti

Rosine
È stata strana la geografia della mia vita lavorativa: la versione corta è che ci ho messo circa ventitré anni per tornare al punto di partenza.

La versione lunga è un po’ più articolata. Tutto cominciò intorno al 1992, quando comprai il mio primo computer e iniziai a fare i primi piccoli lavori (una sorta di proto-Tesi & testi, diciamo): avevo una scrivania accanto al letto, e questo era tutto. Il modem era di là da venire (probabilmente non sapevo nemmeno che cosa fosse), il concetto di Internet non era nel vocabolario comune né nella pratica del lavoro.

A settembre 1994, fresco di laurea (avevo 27 anni – sono lento in tutto, questo mi è pacifico da tempo immemore), andai a lavorare per un ingegnere che stava creando una casa editrice multimediale (il CD interattivo allora era una frontiera, e come!): questa è stata di fatto la mia unica esperienza paragonabile in qualche maniera (maniera molto all’acqua di rose, per la verità) al lavoro dipendente. L’ufficio era in centro Torino, solo che i soldi durarono soltanto tre mesi e il quarto già non c’erano più (già allora capitava che non si pagasse il lavoro, che cosa credi?). E dunque il 31 gennaio 1995 nacque ufficialmente la mia ditta individuale, la Tesi & testi di Giovanni Davico, con sede in quello stesso luogo (l’ingegnere era assolutamente disorganizzato ma assolutamente geniale e, da un punto di vista lavorativo, ci completavamo bene – dunque non mi andava di perdere il legame).

Rimasi lì per un anno e mezzo, dopodiché ebbi il mio primo “vero” ufficio, una stanza di una ventina di metri quadrati nei pressi di Palazzo Nuovo. Non era male (vi scrissi il mio primo libro, tra l’altro), ma avevo ambizione; con l’aiuto di papà e mamma a fine 1997 acquistai – nel palazzo a fianco – una sede molto più grande, che come ho detto più volte immaginavo di riempire di persone e progetti. La cosa si avverò ma solo in parte; comunque dopo una partenza lenta (eh, questo tema è una costante) l’attività prese l’abbrivio e funzionò bene a pieno regime. Furono gli anni del mio impegno pubblico, delle conferenze, del libro, degli interventi su Langit e altrove. (Soprattutto delle conferenze ho ricordi splendidi.)
Guastalla
Poi fu una combinazione di due fatti: l’incipere dei quarant’anni e una mia evoluzione personale, insieme alla cosiddetta crisi che tolse lavoro e opportunità. Risultato: spostai l’attività in un ufficio più piccolo e più decentrato. Era un bel luogo, tranquillo, dove potevo pensare in santa pace. Spesi un bel po’ di denaro per sistemarlo come desideravo e mi ci trovavo anche bene ma fu solo un passaggio, perché il numero di persone si ridusse ancora e alla fine mi sembrava eccessivo avere un ufficio lontano da casa, con tutti i costi (anche di tempo) che ciò comporta, quando era di fatto inutile. (Non vi scrissi libri, e a pensarci ora lo trovo curioso.)
bande nere
Mi trasferii allora – era il 2009 – in un ufficio a fianco di casa, tredici metri quadri che mi hanno accolto per qualche anno e hanno visto la gestazione del mio libro più recente e di tanti pensieri che prima mi erano sconosciuti.

Circa un anno fa mi sono spostato nuovamente, e grazie a sistemazioni interne lo studio di oggi è la stessa stanza che nel 1992 costituì il punto di partenza della mia attività. Ventitré anni, sette uffici, tre libri. Insomma ho fatto il giro del mondo (si fa per dire) per arrivare oggi allo stesso punto di partenza, col vantaggio non da poco di poter guardare questo luogo – e per estensione il mondo – con occhi nuovi.

Taggato:
dic 29

segni
Ho visto il mio corpo, negli ultimi anni, cambiare. Lo sento, soprattutto: perché i capelli grigi si vedono, ma lo scricchiolare delle giunture si sente.

È cambiato il mio animo: verso i trent’anni, quando muovevo i primi passi nella professione, ero sicuro di me, un ragazzo giovane in giacca e cravatta che sapeva il fatto suo. Poi qualcosa è cambiato: l’ultima volta che credo di essere apparso giovane è stato al congresso dell’AITI. Avevo quarantun anni allora e stavo cambiando, naturalmente; ma poi il processo ha acquistato momento.

È cambiata la mia anima, come conseguenza di tutto ciò che è successo e non successo in questi anni. Oggi tutto mi pare più difficile, mi pare di vivere al 5%, di esprimere solo la superficie delle mie possibilità reali.

Ma alla fine, sebbene nel mio cuore nessuna croce manchi, non credo sia così grave. Alla fine credo che Sabina esprima bene lo stato delle vite di coloro che giovani non sono più, ma per i quali la vecchiaia è ancora di là da venire:

Il premio degli anni che passano è la capacità di accogliere ogni giorno, benigno o severo, di trovargli un milione di pregi e un magro difetto.

Cioè insomma ho preoccupazioni materiali – all’età mia dovrei già essere sistemato e non fare sempre i conti con i centesimi di euro – e nell’animo, luogo dove difficilmente le cose sono strutturate come piacerebbe a me (mi sarebbe piaciuto, per dir meglio: perché ora anche se non tutto è al posto giusto va bene così), ma non importa: essere qui a registrare i miei pensieri, vedere il mio corpo e il mio spirito, io, trasformarsi ha un che di magico e va bene così.

dic 22

Questo mio diario, nato sei anni fa per registrare le mie riflessioni sull’industria della traduzione e poi col tempo dilatatosi, modificatosi e cresciuto a contenere i miei pensieri in maniera più allargata – ho perso focus, questo è certo; ma io non voglio (né so) fare quello che mi conviene, voglio fare quello che mi va –, è anche lo specchio della mia ingenuità e del mio candore, che a volte sono un valore e a volte un difetto; ma sono sempre parte di me. Io non so mentire, e di conseguenza non so scrivere per finta.

Ora che Natale si avvicina – e Natale magari puoi non sopportarlo per lunghissimi periodi della vita per gli obblighi che comporta, ma quando hai bambini che gironzolano per casa è sempre un avvenimento magico, e non c’è da aggiungere altro –, questo post è sostanzialmente un augurio ai miei venticinque lettori.

A volte mi pare di smarrire gli obiettivi, di non sapere perché faccio le cose; tante volte i compiti che mi attendono mi paiono troppo difficili ma poi so, so che capita qualcosa che mi fare capire il perché di patimenti e tribolazioni che, a viverli, paiono troppo grandi e comunque ingiusti.

Tante cose mi hanno ferito ma insomma sono ancora qui. Mi sono svegliato, questa mattina, e questa è già una vittoria. Tanti sogni sono caduti ma questa caduta l’ho metabolizzata, qualunque cosa sia successa e di chiunque sia la colpa è acqua passata. Penso, con Quasimodo, che

non aspetto
perdono da nessuno, molti mi devono lacrime
da uomo a uomo

e questo mi basta. Che le lacrime arrivino o no non ha importanza, perché non è qualcosa su cui io abbia potere. (Cioè, so che non arriveranno e va bene così, facciamo prima.)

Ho dentro di me le risorse che servono. E quando non bastano ho l’appoggio di una famiglia solida, di quelle che ci sono anche quando potrebbe non parere. (O meglio, ci sono ma sono invisibili perché non vogliono apparire, sanno per istinto che l’esempio conta infinitamente di più delle belle parole.)

Insomma l’avvenire non mi spaventa, e il presente neppure. Mi capiteranno ancora brutte cose e cose bellissime, e andrà bene comunque. Le risposte sono tutte dentro di me. E sono pure giuste.

Per finire: un tempo preferivo l’augurio di buon anno (“perché Natale è un giorno soltanto”, pensavo). Ora considero il valore degli auguri per questo giorno magico, che è quello che faccio – di cuore – ai miei venticinque lettori; e il resto verrà da sé.

dic 15

Tòjo
È morto un amico, qualche giorno fa.

Un ragazzo di 82 anni, sempre col sorriso sulla bocca e una parola buona per tutti. Sempre di buonumore, qualcuno che portava gioia ovunque andasse.

Se n’è andato così, in un momento, senza nessun tipo di preavviso.

Per il giorno del funerale mi sono tornate in mente le parole che Simon Turner pronunciò all’orazione funebre per David Henderson:

Oggi farò un buon pranzo e berrò un buon bicchiere in onore dell’amico scomparso. Forse potrò anche ubriacarmi, perché così lui avrebbe voluto.

Allora proprio in quel momento ho scelto di fare l’attività che amo di più, giocare a golf. Ho giocato a golf durante il suo funerale, perché la sua volontà sarebbe stata la gioia e non certo le lacrime.

Il giorno dopo sono andato a trovarlo al cimitero. Ho cercato a lungo la tomba, poi grazie ad un aiutante magico che si è materializzato nella forma della signora dei fiori l’ho trovata. Sono stato con lui per un po’, gli ho parlato, ho versato qualche lacrima. Poi sono andato a casa sua a fare le condoglianze alla famiglia, e a portare la mail che gli avevo scritto qualche settimana fa dopo il nostro ultimo incontro e che – poiché non avevo ricevuto risposta – avevo in animo di portargli di persona giovedì scorso all’inaugurazione di questa mostra, dove ero certo che l’avrei trovato. Ma la sera prima è arrivata la ferale notizia, e questo non è più stato possibile. Ho pianto a dirotto di fronte alla figlia, l’emozione mi impediva di trattenermi ma ho detto le poche parole che intendevo dire.

La lezione che lui ci lascia – che mi lascia – è che la morte possiamo sconfiggerla solo volendoci bene tra di noi e sorridendo sempre. Domani sarà troppo tardi per qualunque cosa.

In più, non dobbiamo avere paura, non dobbiamo scappare. Non è stato gioioso andare a casa sua ma è stato bello.

Con tutta la gioia che ci hai portato il sonno, mio caro Tòjo, ti sarà leggero.

dic 08

bòsch
Nella settimana che comincia ora farò delle cose belle. (Descrivo volutamente queste attività che verranno a breve con nome e aggettivo minimi, semplici, perché sulla scia di certo Ungaretti e di tutto Saba – e di chissà di quanti altri poeti che sono dentro di me e di cui ora non ho memoria – penso a quelle come a qualcosa di estremamente lieve, lineare, gioioso nella sua tranquilla elementarità.)

Domani pomeriggio prenderò la strada per Cuneo guidando lentamente ed evitando le autostrade per andare a sentire questa conferenza, che è una maniera per ricordare a me stesso che le lingue cosiddette “minoritarie” minoritarie poi tanto non sono, nella vita quotidiana delle persone come noi che non fanno la Storia.

Verso sera prenderò la strada per Montemale di Cuneo e andrò nel mio rifugio tra i monti solo per andare nel mio rifugio tra i monti. Sarò solo, e farà freddo, questo è certo, ma il caldo buono della stufa me lo farà dimenticare. (Non è certo il freddo il mio problema, il mio problema è che arrivato a quest’età la strada è mooolto meno lineare di come me l’ero immaginata quand’ero un giovane dio.)

Mercoledì mi sveglierò, presto, sentirò il freddo intorno a me mescolato alla felicità che quel luogo mi dà. Mi preparerò la colazione al caldo buono della stufa, e non sarà più la prima volta. Poi passerò la mattina a lavorare – non a tagliare la legna, ma a progetti di traduzione – e verso l’ora del desinare riprenderò la strada consueta che mi riporterà alla piana.

Dunque oggi, questo mio sabato del villaggio, “è come un giorno d’allegrezza pieno, / giorno chiaro, sereno”. Domani e dopodomani saranno giorni calmi, lenti, fuori dal tempo e dentro alle cose belle di quando l’attesa diventa vita che scorre.

dic 01

festa

Sabato 22 novembre si è tenuta una conferenza – brillante e viva, molto più di quanto mi sarei aspettato – che è stata di fatto un fare il punto sulla lingua piemontese oggi. Ne ho scritto qui; ne ho scritto in piemontese perché mi viene difficile conversare della mia lingua in una lingua altra, sia pure quella dominante e quella che è per me normale per i pensieri pubblici.

Ora, passato qualche giorno, vorrei fare qualche considerazione un pochino più distaccata. (Per quanto ciò sia possibile, perché con Tavo Burat so che “‘L piemontèis a l’é mè pais. / Tuta la resta a l’é mach d’anviron”.)

Prima di tutto, occasioni come queste sono utili per fare la conta delle cose e delle persone: guardarci in faccia, noi rari nantes in gurgite vasto, riconoscere che c’è un problema (e sì, mi rendo conto che al mondo ci sono questioni ben più pressanti, ma è il tempo che ho dedicato alla mia rosa a rendere la mia rosa così importante, insomma).

Il problema esiste, questo è certo. La diminuzione dei parlanti (tacciamo degli scriventi, visto che il 98% dei parlanti la mia lingua è di fatto analfabeta – absit iniuria verbo –, ovvero non è in grado di scriverla) è fatto noto e riguarda tantissime lingue del mondo, non certo solo la piemontese.

Però vorrei dire: il mio rapporto con il piemontese è tranquillo, non è fatto di battaglie o di aspettative. Il piemontese è il mio paese, è la lingua in cui penso quando mi arrabbio, è quell’idioma che vorrei conoscere meglio in tante sfumature che mi sfuggono ma che alla fine penso va bene così, ho iniziato a sentire questa lingua dal mio primo giorno di vita, è lingua normale di comunicazione e di pensiero e di fatti, per me. Certo mi dispiace vederla denigrata ma insomma costituisce la mia normalità, non c’è giorno che non la adoperi parlata e scritta, mi accompagna, mi porta verso la maturità e sperabilmente mi porterà verso la vecchiaia. La so parlare, la so scrivere, la parlo e la scrivo correntemente ma non devo dimostrare alcunché a chicchessia, non devo convincere nessuno.

Né penso che ci sia una cesura tra l’ieri e l’oggi. Questa lingua è un continuum lungo dieci secoli, ha attraversato miseria e guerre ed è ancora qui, oggi tante persone le vogliono bene e la adoperano. Per me, per me personalmente è una necessità; no, di più, è una normalità. Questa lingua mi definisce, mi aiuta a sapere chi sono e da dove vengo.

Che FB porti a un appiattimento, che questa lingua venga adoperata a sproposito non è rilevante, a mio modo di vedere. Ovvero: vista dall’interno questa lingua è viva, e come! L’appiattimento vale per tutte le lingue, mica solo per quelle regionali.

Dice: “non serve a nulla”. Be’, io sono la prova vivente che non è così, serve a definire il mio mondo e questo mi basta. La politica potrebbe fare mille cose belle ma non le farà, non arriverà la cavalleria a salvare una cultura e dunque ognuno di noi farà la sua parte e andrà bene così.

nov 24

3_Park_Avenue_Building
Questo articolo mi ha dato da riflettere.

TransPerfect è stata per me per anni l’epitome dell’azienda che avrei voluto costruire. Ho ammirato il coraggio imprenditoriale dei due fondatori; forse l’incoscienza, quasi, di quando – correva l’anno 1993 – accettarono quel progetto grandissimo di traduzione verso il russo di 600 pagine: erano ancora all’università ma avevano già dentro di loro l’idea, chiara, di creare la società di traduzioni più grande al mondo.

(Lascio da parte qui tutti i commenti negativi che tantissimi traduttori hanno verso questa azienda, per i suoi metodi sbrigativi eccetera – avendoci lavorato come fornitore per un certo periodo, sia pure molto tangenzialmente, posso dire di aver sperimentato di persona tutto questo, ma non è ciò di cui voglio parlare qui: mi impressionò molto di più, per dire, la vista che si godeva dal trentanovesimo piano del grattacielo di Park Avenue, 3.)

Nel 2000 l’azienda entrò nella Inc. 500, ed era la prima volta per il nostro settore: io mi sentii talmente felice per quel riconoscimento che fu come se l’avessero dato a me, perché veniva pubblicamente premiata l’importanza del mio mestiere. (Erano anni in cui quella parola, growth, era come una sorta di stella polare per me.) Il fatturato 2013 ha superato i 400 milioni di dollari. Tutto pare quindi andare a gonfie vele. Ma…

Ma forse i soldi sono diventati troppi, forse è stata la sete di potere, oppure le gelosie, chissà. Il punto è che sono entrati in scena gli avvocati, il che – comunque sia – non è un bel segno. (Se hai bisogno di un avvocato hai comunque perso.)

Succederà quel che succederà, però per parte mia la lezione è questa: oggi sono molto più contento di non essere riuscito a costruire una grande azienda, perché casi come questo dimostrano che il pericolo che le cose prendano una brutta piega è più che reale. Tutti quei soldi danno ebbrezza, certamente, ma non danno libertà e dunque non mi attirerebbero, né invidio i due fondatori. Preferisco far fatica (anche tanta) nel mio piccolo ma essere libero, mi bastano e mi piacciono i miei fatti minimi, va bene così.

nov 17

funnelling
Mi sono messo a pensare quanti preventivi posso aver preparato in questi vent’anni. Certamente sono migliaia, e negli ultimi mesi il numero medio a settimana è aumentato. È invece diminuita la percentuale di preventivi accettati, ovvero quelli che diventano ordini.

(A questo proposito mi piace pensare a un concetto che si esprime con una parola sola, funnelling, ovvero l’idea che un contatto passa attraverso fasi successive fino a divenire un ordine; anche se qui trattiamo solo dell’ultima fase, quando un preventivo diventa un ordine.)

Quando un preventivo non viene confermato né mi viene detto qualcosa in proposito, faccio sempre – via, spesso – seguito al contatto con una telefonata o una mail (senz’altro meglio una telefonata, ma dipende dal contesto) per cercare di capire il motivo.

Va da sé che il motivo principe è dalla notte dei tempi il prezzo, ma questo motivo è diventato – nella mia percezione almeno – di recente più importante. Ovvero: nella maggior parte dei casi, se un mio preventivo non viene accettato ciò dipende dal fatto che il cliente (potenziale, ma anche attuale) ha trovato un’alternativa più economica che reputa più confacente al caso suo.

Ebbene, io credo che la risposta sia dentro di me – e sia giusta. Ovvero: non ridurrò il prezzo solo perché il mercato propone alternative più economiche alla mia. Per intuito e per scelta ho puntato sin dall’inizio al processo e non al prezzo. Ovvero: do tranquillamente per scontato che esistano alternative meno care rispetto alla mia proposta, ma sia perché so quanto mi costa produrre quel che vendo, sia perché pongo l’accento sul processo e non sul prezzo, sia perché so perfettamente che puntare sul prezzo è una politica suicida, non lavoro sul prezzo. Ciò non significa che non proponga degli sconti quando lo reputo il caso, né che non abbia a mente l’interesse del cliente (per conto del quale agisco); ma soltanto che il prezzo non è la mia prima preoccupazione. Il mio buon nome lo è.

Preferisco perdere un cliente che non è disposto a pagare quello che chiedo che negoziare allo sfinimento sul singolo euro. Intendiamoci: il singolo euro in questi anni è importante per chiunque e va tenuto in conto, non assecondo la politica dello spreco. Dico soltanto che conoscendo il mercato e i punti di forza e di debolezza della mia offerta, la mia proposta è tarata sia sulla parte interna (quel che so di poter offrire) che sulla parte esterna (nello specifico il cliente per come lo conosco io, e in generale il mercato) della transazione.
Eddie Moscone
Se non va, pazienza. La risposta è dentro di me, ed è giusta.

Il mio lavoro, insomma, si riassume efficacemente nelle parole di Jack Walsh in Prima di mezzanotte:

Dammi quello che è giusto, Eddie, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

preload preload preload