set 22

Ho seguito con interesse una discussione nata il 10 agosto sulla lista ATA Business Practices. L’input iniziale è venuto da Kevin Hendzel (del cui blog ho parlato qui), sempre attivissimo sui temi delle relazioni con i media per i traduttori.

L’articolo in sé non diceva nulla di particolare, ma ha scatenato una discussione lunghissima e decisamente stimolante. Riporto a seguire alcuni passi che mi hanno colpito, insieme a qualche seguito e qualche mio commento.

L’idea fondamentale è che l’industria, o più precisamente il mercato, delle traduzioni è ben più articolata di quanto si possa credere leggendo e studiando: e questo per almeno due motivi.

1. Si tratta di un mercato talmente frammentato che nessuno può coglierne in maniera esaustiva non solo le minime sfumature, ma anche larghi segmenti. O, per usare un’ottima metafora di Kevin Hendzel:

Imagine trying to get a handle on the size, growth and revenue of mom-and-pop dry cleaners in the US. You’d better be prepared to hitch a ride with the Google street maps cars for a year or two because that’s what you’re going to need to do. Go out and visit every one.

(Non si tratta di svilire il lavoro di Common Sense Advisory, che a volte viene visto come fumo negli occhi: è semplicemente che non è possibile, almeno con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi, fotografare in maniera completa questo mercato.)

2. Ci sono tantissimi segmenti premium (l’accento è sull’aggettivo) dove la competenza specifica sulla materia è un prerequisito (non parliamo delle capacità traduttive, quelle sono scontate), ma dove il prezzo non è il primo né il secondo fattore di scelta. (Questo dovrebbe far suonare un campanello presso tanti traduttori che si lamentano dei prezzi eccetera.) Al riguardo, e sempre all’interno di quella discussione, cito due commenti che trovo illuminanti (per tutti i commenti riportati qui e non miei ho avuto il permesso dei rispettivi autori, che ringrazio):

The premium market is not all that structured and hardly ever appears in ‘official’ documents on ‘the translation industry’. (Chris Durban)

In contrast to the increasingly homogeneous commodity translation markets, the premium translation markets (and I use the plural form because there are countless such markets) are heterogeneous to the point of advanced fragmentation and consequently extremely difficult to identify. (Robin Bonthrone)

E poi c’è un altro commento di Chris Durban che mi ha colpito e che allarga il discorso:

Too often, translators complain about prices and incomes and lack of respect (at what is manifestly the bulk end of the market) but don’t do the work to change; don’t get themselves organized.

Sul “rispetto” avevo detto la mia tanti anni fa qui e qui. E in quella parola, organizzarsi, sta a mio avviso la chiave di quasi tutto, in questo lavoro.

Significativo anche questo “outing” di Kirti Vashee, se non altro perché proviene da qualcuno che non è solo un esperto di settore, ma ha per anni sostenuto tesi contrarie (la saggezza del resto essendo non il pretendere di avere sempre ragione, ma la facoltà di cambiare opinione quando la realtà ci suggerisce che sia il caso).

Sul piano delle soluzioni (“Sì, ma cosa faccio in pratica?”) cito ancora Chris Durban:

To pre-empt “but they are in Europe; I’m in the US — a trip would be far too expensive!” I’d answer something like: hey, you’ve been working with clients in country X for a decade or so. As you describe it, this sounds like an ongoing problem. Traveling to that country once every two or three years (and arranging brief meetings with existing clients + prospects to take place during that trip, possibly linking in a trade show or industry event) is not unreasonable, for both language and business reasons. And if you charge reasonable prices, it shouldn’t break the bank: you can take a cheap flight, get inexpensive rail tickets, stay with friends or in inexpensive BnBs and so on.
I’m serious. This is one of the “investment in yourself” type initiatives that I see as very important, paying off at all levels for translators interested in building their business or shifting their business focus. It is also enjoyable (or should be); in my experience, (re)connecting with our source languages is one of the things that linguists like.

E, per intero, questo post di Kevin Hendzel. Il quale, tra le altre cose, dice:

The bulk market, perhaps not surprisingly, tends to dominate discussions of the industry. It is often treated as though it were the entire industry.

The translation industry is best represented as a very long continuum that encompasses all market segments, with raw bulk free machine translation (MT) at one end and $25,000 tag line translations of three words at the other.

While bulk-market translators’ heads are buried in dictionaries, premium market translators are buried inside their clients’ heads.

Insomma si dibatte. C’è la crisi, ci sono concorrenti agguerriti, c’è Google Translate ma le opportunità, di pari passo, abbondano.

set 15

famiglia
(Rielaboro qui alcuni pensieri della settimana scorsa.)

A volte mancano le parole.

Io, pur essendo di fatto cresciuto nella famiglia di mamma, ho sempre avuto l’idea che la mia famiglia fosse quella di papà, forse perché poco o tanto mi vergognavo di quelle origini povere e campagnole.

Ma quella famiglia – la mia famiglia – ha radici profonde e salde, e i cui anelli tengono. Allora incontrarsi, come mi è successo mercoledì scorso, al funerale di una zia mi ha fatto, come una madeleine, tornare alla mente tanti episodi della famiglia, soprattutto di quando ero bambino e il mondo finiva più o meno a Tetti Lusso.

A volte mancano le parole ma se ci penso bene no, non è che manchino: è soltanto che noi facciamo tante cose, ci immaginiamo dei monti lontani, facciamo la guerra, facciamo il giro del mondo ma alla fine ci troviamo sempre sul sagrato di quella chiesa a ricordare chi non c’è più.

La famiglia è sangue, è terra, è vento e nebbia e fatica e travaille qui dure victoire qui vient: ma la vittoria non è nulla, è soltanto fare le cose come vanno fatte e poi trovarsi ogni tanto, salutarsi, riconoscersi, dire una parola insieme, rispettare gli antenati e fare il bene. Perché ha ragione Cesare Pavese quando nella Luna scrive:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

E lo stesso si può dire per la brava persona: la vita è lunga, e quel che fai parla per te molto più forte che non quel che dici.

Qualche anno fa Camillo Brero mi disse:

Com ch’am disìa mia mama, ‘ricòrd-te Lino che a sto mond a venta fé bin, fé ‘d bin, vorèj bin, dì ël bin, përchè ël Bin an veuja bin. Butlo për orcin e pòrtit-lo dapress sempe’. E ti it ses un testimòni.
[Come mi diceva mia mamma, 'ricordati Lino che a questo mondo bisogna comportarsi bene, fare del bene, voler bene, dire il bene, perché il Bene ci voglia bene. Legatelo al fazzoletto e portalo con te per sempre'. E tu sei un testimone.]

Allora io sono soltanto un semplice testimone, nulla più; e dentro di me, per riprendere le parole di Gustavo Buratti, come un imbuto il sangue di tutti coloro che sono passati di qua prima di me cola. Soltanto questo.

Taggato:
set 08

La Corsica dunque misura la mia vita. I pensieri che provoca, così facendo, sono a volte gioiosi e a volte un po’ tristi. Sia gli uni che gli altri sono però sempre sereni: questo posso giurarlo (Stefano Tomassini, Amor di Corsica)
Marmuntagnja
Non è stato diverso rispetto all’anno scorso – non poteva esserlo.

Per giorni prima della partenza avevo immaginato quel “pellegrinaggio”, il sabato pomeriggio, a salutare, rendere omaggio, vedere per una volta ancora i luoghi della “mia” Corsica. (No, la Corsica non è mia, sarò sempre un ospite qui, ma l’incantagione che mi provoca la rende parte di me.)

Quando è venuto il momento ho preso l’auto. C’era mia figlia piccola con me, il che rendeva meno doloroso quel distacco. Siamo andati verso i luoghi che fanno parte della nostra mitologia corsa: Porto Pollo (ça va sans dire), Serra di Ferro (per via di U San Petru), Marmuntagnja (dove, e non so spiegarmi con precisione perché, c’è una casa che è per me l’epitome perfetta dell’idea che ho della Corsica).

Della nostra mitologia, perché è assolutamente vero quel che scrive Stefano Tomassini (Amor di Corsica):

In un certo senso posso però dire di averli già fregati. Il mal di Corsica è una malattia familiare: non so se l’hanno ereditata ma è certo che i miei figli non potranno mai fare finta che la Corsica sia per loro un posto qualsiasi.

Pochi luoghi, sempre i medesimi. Adoro le novità ma in un giorno come quello non potevo non voler camminare ancora una volta in quei luoghi che mi hanno visto felice, tanti anni fa come pochi giorni fa.

Ancora Tomassini:

Forse misuravo il mio rapporto con quell’isola che un’altra volta lasciavo e che un’altra volta mi promettevo di rivedere.
Forse, quasi di nascosto, segretamente, scoprivo che la Corsica era la mia misura, la misura della mia vita.

Ecco, queste parole definiscono con sufficiente precisione i motivi di quel mio vagare: è stato quasi un ripercorrere i miei pensieri di questi dodici anni corsi, ripercorrere con la mente episodi magari non significativi ma che comunque fanno parte di una vita, anzi di più vite. E in quella parola, “misura”, c’è probabilmente la chiave (via, una chiave) del mio attaccamento all’isola.
lumin
Poi, mia figlia e io, da soli, avevamo un “appuntamento” al calar del sole: accendere un lumino proprio in quel giorno e proprio in quel momento (è una vecchia tradizione piemontese che ricorda il voto di Superga fatto nel 1706 da Vittorio Amedeo II). È stato un arrivederci sereno ai “nostri” luoghi di Corsica.

Sempre Tomassini dice che le partenze sono “sopportabili finché ci saranno ritorni, o almeno l’idea di poter tornare”: ecco, quel pellegrinaggio è stato un salutare quei luoghi e quelle persone, un arrivederci. Mi sono salutato, per così dire: mi sono rimescolato e mi sono riconosciuto, direbbe Ungaretti. Questo percorso mi ha portato pace, e la partenza è stata sopportabile.

Taggato:
set 01

Porto Pollo
Quarantasette anni – quelli cui arrivo oggi – sono uno sproposito.

Seguendo una tradizione familiare iniziata due anni fa e proseguita l’anno scorso, anche quest’anno trascorro questo giorno nella montagna in mezzo al mare, e più precisamente in quei luoghi che per me, chiudendo gli occhi, sono casa.

Penso a tante cose. Penso a chi per anni mi ha augurato buon compleanno e ora non c’è più (“nel cuore / nessuna croce manca”, direbbe Ungaretti). Penso ai progetti che ho abbandonato o dovuto abbandonare, a tutto quel che avrei voluto e potuto fare e non ho fatto e insomma, sono nell’età in cui qualche bilancio devi farlo per forza e non tutto è ancora possibile. O, come direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

Penso, citando Zu, a quel che succede due giorni dopo l’antivigilia del vero capodanno, che è poi il medesimo concetto che Luca Goldoni ha espresso più volte nei suoi libri.

E dunque oggi è un giorno nuovo. E mi viene in soccorso il Pavese del diario (23 novembre 1937):

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.

E sempre lui scriveva, il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Insomma davanti a me ci sono tanti progetti da immaginare, da seguire, da fare. Forza!

ago 25

Canni
Accadde dodici anni fa. Per la prima volta arrivai (casualmente) in Corsica e subito questa terra mi sembrò magica.

Con gli anni l’ho girata, principalmente a piedi (o, per dirla con Pavese: “Non invidiava le automobili, sapeva che in automobile si attraversa ma non si conosce una terra. A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro”), ne ho adorati i piccoli paesi dell’interno (soprattutto quelli dove nessuno, o quasi, mette piede – l’Oriu di Canni ieri verso fine giornata, per dire), i larghi silenzi. Anche il mare, si capisce; che però è quasi un incidente, qui: perché la vera magia è nel silenzio.

Ne ho scritto tante volte, sempre con ammirato stupore. Le sensazioni sono sempre le medesime della prima volta, solo più sfumate e articolate. Sarò sempre uno straniero, qui, un ospite: ma va bene così.

Ieri ho corso, dopo il tramonto: e quando l’asfalto e lo sfrigolare delle griglie dei ristoranti hanno lasciato il posto ai grilli e alla terra battuta, ancora la magia mi ha pervaso. Diventava notte e non c’era nulla che io potessi fare per fermarla ma non importava: ero nella mia terra preferita, libero e leggero, le scarpe sfioravano la terra e i profumi di quella notte incipiente mi avvolgevano. Magia di Corsica.

Taggato:
ago 18

Montemale
Me ne sono reso conto solo dopo averlo fatto.

Giovedì era il mio ultimo giorno d’estate completo nel mio rifugio tra i monti. Allora, complice la solitudine (che non è un limite, e comunque non lo era in quel giorno), ho passato il pomeriggio a camminare intorno al mio paese, a bere birra con gli amici, a salutare (nel senso etimologico del termine: alicui salutem dicere) amici vecchi e nuovi.

Esattamente come l’anno scorso; solo che allora era nel senso contrario, ovvero nel mio ultimo giorno di Corsica.

Mi è servito, quel pomeriggio, perché è sempre una settimana difficile, questa, per me: da un lato c’è la gioia per la partenza verso la mia patria seconda, quel luogo che per me da anni è casa, ma dall’altro c’è il lasciare il mio rifugio sui monti, quel luogo che considero la mia casa futura.

Il tutto quest’anno complicato – positivamente complicato, s’intende – dal fatto di aver conosciuto tante persone nuove, villeggianti o locali, con cui ho scambiato parole e chiacchiere, parlato e riso, vissuto momenti che fanno una comunità. (L’altra settimana ci ho messo un’ora ad attraversare il paese – e non è Milano! –, perché ad ogni angolo c’era qualcuno con cui scambiare due chiacchiere: cioè il salutarsi, ovvero il riconoscersi, ovvero l’essenza di una comunità.)

Cioè insomma ho pensato che il mio esistere non prescinde da quei luoghi e da quella comunità. Poi certo, vado a fare cose diverse ma altrettanto interessanti in una terra magica e bellissima, ma dai miei monti mi sono dovuto staccare. (Il giorno dopo ho fatto 90 km in mountain bike per tornare a casa, e questo è servito anche da un punto di vista fisico, e come!)

Delle partenze e dei ritorni, insomma: ovvero dell’appartenenza.

Taggato:
ago 11

Equitalia
Sono stato la settimana scorsa presso gli uffici Equitalia di Torino per un rimborso. Troppe cose non vanno, a seguire le mie impressioni.

I fatti: mi sono presentato per ricevere due rimborsi (EUR 28 per me ed EUR 18 per papà), dovuti alla tassa dei rifiuti. Prima considerazione: abbiamo pagato quel che ci era stato detto di pagare, perché se il comune incassa tramite banca non può pagare con lo stesso mezzo? Ma, prima ancora: perché non fa i calcoli giusti da subito, anziché correggere dopo? Oppure, visto che sbagliare è lecito: perché non trattiene quel denaro come acconto per il pagamento di quest’anno?

Ho fatto un’ora e rotti di coda e mezz’ora e passa allo sportello per ricevere questo denaro, più altri EUR 40 circa per non so che cosa. La signorina è stata molto gentile (non ha lesinato complimenti per la mia pazientissima figlia piccola), ma lei stessa non poteva non rendersi conto della kafkianità della cosa: mi diceva “e dire che siamo nell’era dei computer”, ed era costretta a compilare a mano ricevute infinite, si alzava ogni tanto e andava non so dove a fare non so cosa.

Tutto questo quanto costa al mio comune, a Equitalia, a me? Come minimo uno sproposito.

No, decisamente non è questa la strada. Abbiamo le risorse per fare le cose ma di fatto costringiamo dei poveretti a sostenere delle code infinite per ricevere denaro chiesto per errore, passiamo sopra ai problemi di chiunque trincerandoci dietro parole grosse come “Stato”, “INPS” e così via.

Non penso in vita di vedere questi problemi risolti. Qualche settimana fa parlavo di un fatto simile riguardante le grandi compagnie telefoniche: cambia il contesto, ma i principi rimangono quelli, immutabili e granitici. Le grandi organizzazioni – pubbliche o private – sono macchine da guerra, muri di gomma senza testa e senza cuore, più forti della buona volontà dei singoli. È comprensibile quindi che uno cerchi delle soluzioni personali (come l’andare per mare di Simone Perotti): non perché non tenga alla cosa pubblica, al bene comune, ma perché ha visto, ha capito che il suo fare non cambierà le cose, che non vivrà comunque in un “Paese più giusto”, per citare il sintagma che campeggia sulla home page di Equitalia.

La cura del bene pubblico è necessaria, ma da parte del singolo va fatta senza pubblicità: si fa e basta, perché è giusto così. Però nella consapevolezza del fatto che a parti rovesciate non ci sarà affatto un mondo più giusto: le cose stanno così, e prima ce ne facciamo una ragione prima possiamo passare oltre, a ciò che veramente è importante nella nostra vita.

ago 04

Sempre gli stessi pensieri, sempre quei 50mila che ci accompagnano da mattina a sera, sempre quelle catene che ci trasciniamo dietro.

E poi sempre dietro alle piccolezze che di fatto ci distolgono dalle cose veramente importanti della vita.

Come si esce da questo circolo vizioso? Le soluzioni principali sono due:
– imparare cose nuove, ovvero andare oltre i propri limiti;
– fare esperienze che ci procurino delle sensazioni positive.

Ciascuno le declinerà secondo gusti e personalità; e come scrive Paula Radcliffe

noi non siamo prigionieri di questo schema: abbiamo a portata di mano gli strumenti che ci consentono di cambiarlo, e il più efficace di tutti è l’immaginazione.

Ecco allora che il lavorìo mentale, quella bestia scura che scava continuamente dentro di noi, può diventare il nostro alleato: tramite l’immaginazione – se puoi immaginarlo puoi farlo; o, ciò che è lo stesso, per fare le cose devi prima immaginarle – tutto quel pensiero diventa forza positiva. Le difficoltà sono tante, ma non è questo il punto: l’equilibrio perfetto non esiste (in vita, almeno), ma trovare un equilibrium instabilis ci dà certamente, come dire?, una marcia in più.

lug 28

squilla argentina
Si può prendere la felicità
per la coda come un passero.
Si possono dimenticare i debiti
che abbiamo con il mondo.
Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.

lug 21

Tanti anni fa – ero ragazzo – riuscii per un pomeriggio ad unire due mie grandi passioni: il calcetto e le Langhe. Aver giocato per una volta al mio sport preferito di allora in una terra che consideravo (e considero) pressoché sacra fu una gioia grandissima, mi diede la soddisfazione che deriva dal senso delle cose che si compiono.

Ieri, dentro di me, è successa una cosa simile: ho potuto mettere insieme il mio mestiere in senso lato – nella fattispecie l’appartenenza alla comunità langitiana – con il luogo che più d’ogni altro considero casa.

Era un avvenimento che ho sognato da quest’inverno nei dettagli, e che ora sono contento di aver contribuito a creare. Eravamo in pochi, ma l’atmosfera dei raduni è sempre gioiosa e rilassata e questo mi bastava. È stato qualcosa di molto semplice, semplice come le mie montagne.

Non abbiamo (non che sappia io almeno) foto di questo raduno. Pur nella civiltà dell’immagine, dove lo scatto domina dovunque e comunque, ho pensato alle parole di Italo Calvino (che cito a memoria, ma che un giorno scrisse ad uno scrittore amico ‘Come osi paragonare un’immagine alla potenza della parola scritta?’); e dunque il fatto che di questo raduno nel tempo rimarranno solo dei ricordi e qualche piccolo scritto come questo non mi dispiace affatto.

Tutto cambia, tutto si trasforma. Ho incontrato Langit nel 1996 e col tempo ne ho sperimentate mille sfaccettature. Ieri abbiamo aggiunto un piccolo tassello a questo mosaico gigante, e ne sono felice.

preload preload preload