ott 27

Carducci
Abbiamo parlato di come scrivere un curriculum, giovedì.

Mi rendo conto che sono argomenti prosaici, molto terra terra; ma del resto le basi servono per costruire carriere solide (non ne sono ingrediente sufficiente, questo no).

Parlando in seminari come questi la mente mi va spesso al me stesso di vent’anni fa, quando mi trovavo in situazioni simili. Sarei stato un bravissimo editor, per dire; ma mi mancò il coraggio di presentarmi di persona a Giulio Einaudi, che mi avrebbe certamente accolto nella sua squadra.

Poi presi altre strade; sostanzialmente costruii quel lavoro che, allora come ora, scarseggiava. Fui fortunato, certo; e credo anche che le condizioni di oggi siano ben diverse da quelle di allora.

Io, ad ogni modo, sono partito da quello che abbiamo (che può anche non essere molto) e da lì ho cercato di costruire. Sono partito da regole base, che potrebbero apparire scontate ma non lo sono:

– ho ricordato ad esempio il fatto che Carducci ai suoi esami di letteratura italiana all’università di Bologna bocciava chiunque si presentasse con cognome e nome;

– ho parlato di quell’aberrazione che è il formato europeo (fatti salvi i casi in cui è strettamente richiesto).

Ho presentato alcuni casi reali di mail ricevute nel corso degli anni che contenevano frasi degne del miglior Io speriamo che me la cavo; e non l’ho ricordato, ma per tanti anni ho coltivato un mezzo progetto di scrivere un libro con esempio reali di curricula ridicula ricevuti. (Ma era già uscito questo libro, e insomma non avrei avuto molto da aggiungere.)

Ora altri interventi arricchiranno e completeranno il corso. Quanto a me, poiché adoro le citazioni terminerò ricordando le parole di Pavese (Il mestiere di vivere, 16 agosto 1950):

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

ott 20

words
Be’, i commenti dei partecipanti al primo incontro di questo corso sono stati molto positivi. Questo è un primo risultato; naturalmente non basta, perché è importante che le informazioni che sono passate diventino poi pensiero in chi le ha recepite, e soprattutto, poi, azione. Pavese: essere e fare, potremmo dire con Italo Calvino.

Per me era la prima volta in cui tenevo un seminario a distanza – io, lo schermo davanti e laggiù, chissà dove, un gruppo numeroso di traduttori e aspiranti traduttori che attendevano suggerimenti. Ho avuto un po’ d’ansia prima di cominciare, ma una volta che il seminario ha avuto inizio non ho più pensato, ho semplicemente fatto quel che so fare bene.

Come amo ricordare in questi casi citando Tim Ferriss,

Io non sono l’esperto. Sono l’esploratore e la guida.

Il che significa che mi prendo la responsabilità delle affermazioni che faccio, che illustro dati e non solo opinioni; e nello stesso tempo che mi rendo conto che la materia è delicata perché i traduttori sono tanti (come tanti sono i panettieri, gli avvocati e financo i supermercati, del resto) e perché la professione evolve alla velocità della luce.

Ma il traduttore intelligente non teme il cambiamento. Lo dice bene Mark Hurst:

Now is the moment to learn bit literacy.

E meglio Pasolini:

Non importa avere amato, solo amare importa.

(Ho cercato a lungo, nel tempo, la fonte di questa citazione: so di averla letta in un suo libro ma non sono più riuscito a ritrovarla.)

E meglio ancora, forse, Pavese (lettera a E., 14 ottobre 1932):

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

industria
Intanto il corso va avanti: domani si completerà il primo modulo, e per quanto mi riguarda giovedì completerò la mia partecipazione parlando di résumé (o curriculum vitae et studiorum, o più semplicemente CV), facendo mio l’augurio di Nelo Risi:

Vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

(Che poi era l’intento medesimo, preciso, che mi ponevo quando ho scritto il libro, tanti anni fa. Non tutto si può fare e non siamo certo immuni dall’errore, ma insomma l’obiettivo è passare della conoscenza.)

ott 13

STL
Ho iniziato a lavorare (lavorare, via, condividere è più soddisfazione che lavoro) con Sabrina Tursi quasi quattro anni fa, e grazie a lei ho tenuto per STL diverse giornate di seminario in aula, in cui abbiamo parlato degli argomenti che conosco (il marketing per il traduttore, con tutto quel che gli sta intorno).

Domani alziamo l’asticella, per così dire: sarà la mia prima giornata di corso a distanza. L’apprendimento a distanza ha diversi vantaggi e qualche svantaggio: è più economico ma meno “interattivo”, in estrema sintesi. Ma non per questo non è utile, anzi: la mia promessa con me stesso è che chiunque vi prenda parte ricavi dall’investimento un valore almeno dieci volte superiore – altrimenti se ne perde il senso.

L’intero programma è qui. E devo dire che è davvero completo, perché copre ad ampio spettro tantissimi temi che interessano i traduttori che fanno il loro ingresso sul mercato, e sono dunque desiderosi di apprendere qualche strumento in più.

L’appuntamento con me è per domani (Prezzi, preventivi, agenzie: il mercato del traduttore), e poi di nuovo per la settimana prossima, quando parleremo di curriculum (CV e lettera di presentazione). Ma oltre a me ci sono tanti altri colleghi preparati e competenti, che renderanno questo corso completo e ricco.

Temi diretti, immediati, poco “accademici”: forse ci si potrebbe/dovrebbe aspettare che le scuole di traduzione colmino lacune come queste, ma nella pratica così non è (per fare uno yogiberrismo, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica no). Dunque si fa.

ott 06

escolo
Allora: in una parola qui, in questo luogo magnifico e (apparentemente) solitario delle nostre valli, c’è bisogno di tutto. Ma facciamo un passo indietro.

L’avventura ebbe inizio circa sessant’anni fa, quando lou magistre, Sergio Arneodo, disse ai suoi allievi di allora che riempivano la piccola aula scolastica:

Da encuéi coumensé co a scrive ente la lengo que vous a moustrà vosto maire.
(Da oggi incominciate anche a scrivere nella lingua che vi ha insegnato a parlare vostra madre.)

L’Escolo di Sancto Lucìo de Coumboscuro è un’avventura straordinaria, che risalta la diversità (la società ci vorrebbe tutti omologati, tutti macdonaldizzati e perfettamente allineati ma non è detto che tutti si sia d’accordo con questa esigenza) e va avanti grazie all’impegno di persone che hanno capito (meglio, che sanno per istinto e conoscenza) che la montagna ha un valore.

Il futuro di questo progetto è difficile e incerto, ma il progetto è magnifico e va sostenuto. C’è bisogno di tutto ma c’è una maniera bellissima per aiutare la scuola e nello stesso tempo ricavarne benefici anche materiali: comprare dei prodotti di aziende agricole che la sostengono (avendone tra l’altro anche un vantaggio fiscale). Qui le istruzioni.

Io l’ho fatto – ho cominciato proprio sabato. Poca cosa, ma è stata la prima di tante volte. Perché la montagna è una risorsa, perché la diversità culturale è un valore, perché l’omologazione non è d’obbligo.

Quando penso a Mauro Arneodo, anima dell’intero progetto, non mi può non venire in mente il verso di Orazio:

Aut insanit homo aut versus facit.

E non è tutto: quando lui mi ha presentato il progetto del dizionario provenzale, dove per esempio trovi millanta maniere in uso sulle nostre montagne per descrivere la neve, ho pensato che quest’altro progetto affascinante è un risvolto della stessa faccenda, la tutela delle infinite sfaccettature che compongono la vita sulle nostre montagne. Risorse che non moriranno fino a che persone come lui, e coloro che come lui si dedicano a progetti come questi, continueranno a dare l’anima nonostante tutte le difficoltà per una realtà in cui credono.

Aut insanit homo aut versus facit, già. Ma quell’uomo è tutt’altro che pazzo.

set 29

manhattan
Ho cambiato, nelle settimane scorse (mesi, più precisamente), fornitore di connettività Internet e telefonica. Le ragioni sono illustrate qui. Ne ho ricavate alcune lezioni per il futuro, che indico a seguire.

  1. La maggior parte delle persone agisce in buona fede. Ho avuto a che fare, in questi mesi, con decine di persone differenti: commerciali, operatori di call center, tecnici e così via. La maggior parte di esse cerca di fare il massimo con gli strumenti che ha a disposizione.
  1. Le organizzazioni non esistono per fornire un servizio, ma per alimentare se stesse. Nulla di nuovo, per carità, ma mi è stato lampante in questi mesi che io sono solamente un numero per loro, un’infinitesima tessera in un mosaico molto più grande fatto di consumatori.
  1. Comunicare con tali organizzazioni è impossibile. Per il semplice fatto che esse non hanno nessun interesse ad ascoltare le tue esigenze: tu sei un numero, e una volta che si avvia un processo esso va avanti per forza di inerzia, ma senza alcuna passione intrinseca.
  1. Nella stragrande maggioranza dei casi nessuno, all’interno di tali organizzazioni, ha idea di che cosa succede. Tu sei in balia di questa o di quella informazione, spesso inaccurata quando non palesemente falsa: non per cattiva fede, semplicemente perché l’organizzazione stessa non ha l’obiettivo di fornire un servizio accurato, ma di far soldi tramite un nuovo cliente (o, più precisamente, “consumatore”).

Queste considerazioni, basate su fatti realmente accaduti, danno la stura a riflessioni e poi osservazioni molto più interessanti (ma in gran parte ancora da fare): perché quanto detto fino a qui è la pars destruens, ovvero l’osservazione di quanto non funziona. Ma dato che con tutta probabilità non c’è maniera alcuna che queste cose possano funzionare in modo diverso (una grande azienda non esiste per soddisfare un’esigenza di un suo consumatore, ma solo per perpetuare se stessa attraverso politiche aggressive, utili crescenti – almeno nelle intenzioni – e così via), il mio obiettivo è di concentrarmi sulla pars costruens. Ovvero: che cosa posso fare io, singolo e con mezzi limitati, per uscire da questo sistema che mi considera puramente consumatore fino alla fine dei miei giorni?

Alcune risposte, sia pure provvisorie (ma nulla di quello che penserò e scriverò sarà mai, per definizione, definitivo), le ho già date: su tutte, il libro e il mio conseguente progetto di vita sui monti. Io credo fermamente che la risposta vada in quella direzione, e sono confortato in questo pensiero da tanti casi come pecoranera, solo per citare il primo che mi viene in mente.

Con la prossima stagione comincerò a occuparmi dell’orto. Mi rendo conto, ci arrivo tardissimo pur avendo una mamma fatta di terra e sudore e nebbia e fango; ma insomma, chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliege non sa nulla dell’uva.

In due parole: occorre ancora tanta riflessione, ma la risposta alle grandi organizzazioni per le quali non sei altro che l’ennesimo consumatore è fatta di autoproduzione di pomodori. Rinuncerai a tante comodità, è vero, ma avrai in cambio la tua libertà.

set 22

Ho seguito con interesse una discussione nata il 10 agosto sulla lista ATA Business Practices. L’input iniziale è venuto da Kevin Hendzel (del cui blog ho parlato qui), sempre attivissimo sui temi delle relazioni con i media per i traduttori.

L’articolo in sé non diceva nulla di particolare, ma ha scatenato una discussione lunghissima e decisamente stimolante. Riporto a seguire alcuni passi che mi hanno colpito, insieme a qualche seguito e qualche mio commento.

L’idea fondamentale è che l’industria, o più precisamente il mercato, delle traduzioni è ben più articolata di quanto si possa credere leggendo e studiando: e questo per almeno due motivi.

1. Si tratta di un mercato talmente frammentato che nessuno può coglierne in maniera esaustiva non solo le minime sfumature, ma anche larghi segmenti. O, per usare un’ottima metafora di Kevin Hendzel:

Imagine trying to get a handle on the size, growth and revenue of mom-and-pop dry cleaners in the US. You’d better be prepared to hitch a ride with the Google street maps cars for a year or two because that’s what you’re going to need to do. Go out and visit every one.

(Non si tratta di svilire il lavoro di Common Sense Advisory, che a volte viene visto come fumo negli occhi: è semplicemente che non è possibile, almeno con gli strumenti che abbiamo a disposizione oggi, fotografare in maniera completa questo mercato.)

2. Ci sono tantissimi segmenti premium (l’accento è sull’aggettivo) dove la competenza specifica sulla materia è un prerequisito (non parliamo delle capacità traduttive, quelle sono scontate), ma dove il prezzo non è il primo né il secondo fattore di scelta. (Questo dovrebbe far suonare un campanello presso tanti traduttori che si lamentano dei prezzi eccetera.) Al riguardo, e sempre all’interno di quella discussione, cito due commenti che trovo illuminanti (per tutti i commenti riportati qui e non miei ho avuto il permesso dei rispettivi autori, che ringrazio):

The premium market is not all that structured and hardly ever appears in ‘official’ documents on ‘the translation industry’. (Chris Durban)

In contrast to the increasingly homogeneous commodity translation markets, the premium translation markets (and I use the plural form because there are countless such markets) are heterogeneous to the point of advanced fragmentation and consequently extremely difficult to identify. (Robin Bonthrone)

E poi c’è un altro commento di Chris Durban che mi ha colpito e che allarga il discorso:

Too often, translators complain about prices and incomes and lack of respect (at what is manifestly the bulk end of the market) but don’t do the work to change; don’t get themselves organized.

Sul “rispetto” avevo detto la mia tanti anni fa qui e qui. E in quella parola, organizzarsi, sta a mio avviso la chiave di quasi tutto, in questo lavoro.

Significativo anche questo “outing” di Kirti Vashee, se non altro perché proviene da qualcuno che non è solo un esperto di settore, ma ha per anni sostenuto tesi contrarie (la saggezza del resto essendo non il pretendere di avere sempre ragione, ma la facoltà di cambiare opinione quando la realtà ci suggerisce che sia il caso).

Sul piano delle soluzioni (“Sì, ma cosa faccio in pratica?”) cito ancora Chris Durban:

To pre-empt “but they are in Europe; I’m in the US — a trip would be far too expensive!” I’d answer something like: hey, you’ve been working with clients in country X for a decade or so. As you describe it, this sounds like an ongoing problem. Traveling to that country once every two or three years (and arranging brief meetings with existing clients + prospects to take place during that trip, possibly linking in a trade show or industry event) is not unreasonable, for both language and business reasons. And if you charge reasonable prices, it shouldn’t break the bank: you can take a cheap flight, get inexpensive rail tickets, stay with friends or in inexpensive BnBs and so on.
I’m serious. This is one of the “investment in yourself” type initiatives that I see as very important, paying off at all levels for translators interested in building their business or shifting their business focus. It is also enjoyable (or should be); in my experience, (re)connecting with our source languages is one of the things that linguists like.

E, per intero, questo post di Kevin Hendzel. Il quale, tra le altre cose, dice:

The bulk market, perhaps not surprisingly, tends to dominate discussions of the industry. It is often treated as though it were the entire industry.

The translation industry is best represented as a very long continuum that encompasses all market segments, with raw bulk free machine translation (MT) at one end and $25,000 tag line translations of three words at the other.

While bulk-market translators’ heads are buried in dictionaries, premium market translators are buried inside their clients’ heads.

Insomma si dibatte. C’è la crisi, ci sono concorrenti agguerriti, c’è Google Translate ma le opportunità, di pari passo, abbondano.

set 15

famiglia
(Rielaboro qui alcuni pensieri della settimana scorsa.)

A volte mancano le parole.

Io, pur essendo di fatto cresciuto nella famiglia di mamma, ho sempre avuto l’idea che la mia famiglia fosse quella di papà, forse perché poco o tanto mi vergognavo di quelle origini povere e campagnole.

Ma quella famiglia – la mia famiglia – ha radici profonde e salde, e i cui anelli tengono. Allora incontrarsi, come mi è successo mercoledì scorso, al funerale di una zia mi ha fatto, come una madeleine, tornare alla mente tanti episodi della famiglia, soprattutto di quando ero bambino e il mondo finiva più o meno a Tetti Lusso.

A volte mancano le parole ma se ci penso bene no, non è che manchino: è soltanto che noi facciamo tante cose, ci immaginiamo dei monti lontani, facciamo la guerra, facciamo il giro del mondo ma alla fine ci troviamo sempre sul sagrato di quella chiesa a ricordare chi non c’è più.

La famiglia è sangue, è terra, è vento e nebbia e fatica e travaille qui dure victoire qui vient: ma la vittoria non è nulla, è soltanto fare le cose come vanno fatte e poi trovarsi ogni tanto, salutarsi, riconoscersi, dire una parola insieme, rispettare gli antenati e fare il bene. Perché ha ragione Cesare Pavese quando nella Luna scrive:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

E lo stesso si può dire per la brava persona: la vita è lunga, e quel che fai parla per te molto più forte che non quel che dici.

Qualche anno fa Camillo Brero mi disse:

Com ch’am disìa mia mama, ‘ricòrd-te Lino che a sto mond a venta fé bin, fé ‘d bin, vorèj bin, dì ël bin, përchè ël Bin an veuja bin. Butlo për orcin e pòrtit-lo dapress sempe’. E ti it ses un testimòni.
[Come mi diceva mia mamma, 'ricordati Lino che a questo mondo bisogna comportarsi bene, fare del bene, voler bene, dire il bene, perché il Bene ci voglia bene. Legatelo al fazzoletto e portalo con te per sempre'. E tu sei un testimone.]

Allora io sono soltanto un semplice testimone, nulla più; e dentro di me, per riprendere le parole di Gustavo Buratti, come un imbuto il sangue di tutti coloro che sono passati di qua prima di me cola. Soltanto questo.

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set 08

La Corsica dunque misura la mia vita. I pensieri che provoca, così facendo, sono a volte gioiosi e a volte un po’ tristi. Sia gli uni che gli altri sono però sempre sereni: questo posso giurarlo (Stefano Tomassini, Amor di Corsica)
Marmuntagnja
Non è stato diverso rispetto all’anno scorso – non poteva esserlo.

Per giorni prima della partenza avevo immaginato quel “pellegrinaggio”, il sabato pomeriggio, a salutare, rendere omaggio, vedere per una volta ancora i luoghi della “mia” Corsica. (No, la Corsica non è mia, sarò sempre un ospite qui, ma l’incantagione che mi provoca la rende parte di me.)

Quando è venuto il momento ho preso l’auto. C’era mia figlia piccola con me, il che rendeva meno doloroso quel distacco. Siamo andati verso i luoghi che fanno parte della nostra mitologia corsa: Porto Pollo (ça va sans dire), Serra di Ferro (per via di U San Petru), Marmuntagnja (dove, e non so spiegarmi con precisione perché, c’è una casa che è per me l’epitome perfetta dell’idea che ho della Corsica).

Della nostra mitologia, perché è assolutamente vero quel che scrive Stefano Tomassini (Amor di Corsica):

In un certo senso posso però dire di averli già fregati. Il mal di Corsica è una malattia familiare: non so se l’hanno ereditata ma è certo che i miei figli non potranno mai fare finta che la Corsica sia per loro un posto qualsiasi.

Pochi luoghi, sempre i medesimi. Adoro le novità ma in un giorno come quello non potevo non voler camminare ancora una volta in quei luoghi che mi hanno visto felice, tanti anni fa come pochi giorni fa.

Ancora Tomassini:

Forse misuravo il mio rapporto con quell’isola che un’altra volta lasciavo e che un’altra volta mi promettevo di rivedere.
Forse, quasi di nascosto, segretamente, scoprivo che la Corsica era la mia misura, la misura della mia vita.

Ecco, queste parole definiscono con sufficiente precisione i motivi di quel mio vagare: è stato quasi un ripercorrere i miei pensieri di questi dodici anni corsi, ripercorrere con la mente episodi magari non significativi ma che comunque fanno parte di una vita, anzi di più vite. E in quella parola, “misura”, c’è probabilmente la chiave (via, una chiave) del mio attaccamento all’isola.
lumin
Poi, mia figlia e io, da soli, avevamo un “appuntamento” al calar del sole: accendere un lumino proprio in quel giorno e proprio in quel momento (è una vecchia tradizione piemontese che ricorda il voto di Superga fatto nel 1706 da Vittorio Amedeo II). È stato un arrivederci sereno ai “nostri” luoghi di Corsica.

Sempre Tomassini dice che le partenze sono “sopportabili finché ci saranno ritorni, o almeno l’idea di poter tornare”: ecco, quel pellegrinaggio è stato un salutare quei luoghi e quelle persone, un arrivederci. Mi sono salutato, per così dire: mi sono rimescolato e mi sono riconosciuto, direbbe Ungaretti. Questo percorso mi ha portato pace, e la partenza è stata sopportabile.

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set 01

Porto Pollo
Quarantasette anni – quelli cui arrivo oggi – sono uno sproposito.

Seguendo una tradizione familiare iniziata due anni fa e proseguita l’anno scorso, anche quest’anno trascorro questo giorno nella montagna in mezzo al mare, e più precisamente in quei luoghi che per me, chiudendo gli occhi, sono casa.

Penso a tante cose. Penso a chi per anni mi ha augurato buon compleanno e ora non c’è più (“nel cuore / nessuna croce manca”, direbbe Ungaretti). Penso ai progetti che ho abbandonato o dovuto abbandonare, a tutto quel che avrei voluto e potuto fare e non ho fatto e insomma, sono nell’età in cui qualche bilancio devi farlo per forza e non tutto è ancora possibile. O, come direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

Penso, citando Zu, a quel che succede due giorni dopo l’antivigilia del vero capodanno, che è poi il medesimo concetto che Luca Goldoni ha espresso più volte nei suoi libri.

E dunque oggi è un giorno nuovo. E mi viene in soccorso il Pavese del diario (23 novembre 1937):

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.

E sempre lui scriveva, il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Insomma davanti a me ci sono tanti progetti da immaginare, da seguire, da fare. Forza!

ago 25

Canni
Accadde dodici anni fa. Per la prima volta arrivai (casualmente) in Corsica e subito questa terra mi sembrò magica.

Con gli anni l’ho girata, principalmente a piedi (o, per dirla con Pavese: “Non invidiava le automobili, sapeva che in automobile si attraversa ma non si conosce una terra. A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro”), ne ho adorati i piccoli paesi dell’interno (soprattutto quelli dove nessuno, o quasi, mette piede – l’Oriu di Canni ieri verso fine giornata, per dire), i larghi silenzi. Anche il mare, si capisce; che però è quasi un incidente, qui: perché la vera magia è nel silenzio.

Ne ho scritto tante volte, sempre con ammirato stupore. Le sensazioni sono sempre le medesime della prima volta, solo più sfumate e articolate. Sarò sempre uno straniero, qui, un ospite: ma va bene così.

Ieri ho corso, dopo il tramonto: e quando l’asfalto e lo sfrigolare delle griglie dei ristoranti hanno lasciato il posto ai grilli e alla terra battuta, ancora la magia mi ha pervaso. Diventava notte e non c’era nulla che io potessi fare per fermarla ma non importava: ero nella mia terra preferita, libero e leggero, le scarpe sfioravano la terra e i profumi di quella notte incipiente mi avvolgevano. Magia di Corsica.

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