giu 29

CV
Ho seguito nelle settimane scorse un progetto per un amico: la scrematura di un certo numero di curriculum per una posizione all’interno della sua azienda.

Ne ho tratte alcune conclusioni generali, che espongo a seguire sotto forma di errori da non commettere. È una sorta breve pentalogo a vantaggio di chi ha bisogno di presentare il suo curriculum. E, ahimè, mi rendo conto anche che gli errori principali sono sempre gli stessi: cambiano gli attori ma si ripetono nel tempo esattamente uguali a se stessi.

(Avevo parlato di questi argomenti, tra gli altri luoghi, qui.)

  1. Non mandare il CV in Word

Questo perché un Word è un semilavorato: è sì il programma di scrittura di gran lunga più diffuso, ma non l’unico; mentre il PDF è uno standard per lo scambio di dati. (E i convertitori gratuiti da Word a PDF sono millanta e tutti di utilizzo immediato – dunque non ci sono scuse.)

  1. Occhio all’oggetto della mail

Spesso non ci si fa caso ma è importante! Un oggetto corretto è il primo contatto che si ha con l’interlocutore, e dunque la prima (e direi quasi unica) possibilità di fare un buon colpo d’occhio.

  1. Occhio all’inoltra e a quel che rimane nel corpo del testo

Questo punto è un corollario del precedente, un dettaglio altrettanto importante. Il tasto Inoltra è una tentazione, ma non va usato fuori contesto.

  1. Attenzione alle parole di presentazione, che devono essere brevi e mirate

Una mail di accompagnamento deve fare il suo lavoro in poche righe (cinque? dieci? in ogni caso pochissime). Nessuno ha tempo da perdere in queste cose, e il lettore deciderà subito se proseguire o meno nel contatto.

  1. Basta con i CV di otto pagine! Due sono più che sufficienti (ma una è ancor meglio)

Questo è il punto che a me personalmente dà più noia. Sono convinto che il résumé di Umberto Eco potrebbe avere tre pagine; quello di quasi chiunque altro due al massimo; ma se si tratta di qualcuno con esperienza limitata una pagina è decisamente più che sufficiente.

giu 22

Montemale di Cuneo
Mi sono imbattuto negli scritti di Franco Arminio.

Ho cominciato da qui. Poi sono passato a questo libro. Altri seguiranno.

La paesologia è un argomento che di fatto conosco bene, anche se questo termine non l’avevo mai sentito prima. Lo conosco perché nei fatti la paesologia mi tocca ogni volta che mi trovo nel mio rifugio tra i monti. (Osservo e ascolto, sostanzialmente.)

Appena ho cominciato a leggere gli scritti di Arminio mi sono venuti in mente alcuni collegamenti. Il primo è con Marco Paolini e tanta parte della sua opera (I cani del gas, in particolare). Attraverso Paolini ho pensato poi a Zanzotto e al suo paesaggire (ne avevo parlato qui), come una sorta di passaggio laterale. L’altro autore che mi è sovvenuto quasi subito è Gianni Celati (Verso la foce per primo; e non mi hanno stupito per nulla le parole ultime del primo libro di Arminio che ho letto, Vento forte tra Lacedonia e Candela: “Un ringraziamento particolare a Gianni Celati che è stato il primo a credere nella mia prosa”. Mi è sembrato un ri-conoscere qualcosa che sapevo già. Hai presente quando arrivi in un luogo – virtuale o reale, è lo stesso – e incontri qualcuno che non conosci ma che sai per istinto che è proprio come te? Ecco, questo.

Vento forte ha dei cedimenti, ogni tanto; è ripetitivo a tratti, e la lettura procede qui e là con fatica. Ma ha dei punti dove non puoi che pensare che non può che essere come dice Arminio:

Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta.

Terracarne
Certo, il mio paese tra i monti (218 abitanti all’ultimo censimento) è ben diverso dai paesi che Arminio descrive; e poi tecnicamente casa mia è in una borgata di una frazione del paese, ovvero è un luogo solitario e non di comunità. Ma il senso dell’esistenza di quel paesino abbarbicato tra i monti è ben chiaro e presente in me. Per questo nella scrittura di Arminio riconosco tanto di quel che ho scritto e pensato in questi anni.

In sostanza mi sembra di essere proprio all’inizio di questo cammino, e che ci sia moltissimo da fare. Io sono pronto a fare la mia parte – più precisamente, la sto già facendo. Se questo servirà a qualcosa ignoro, ma certamente servirà a me per capire delle cose, per vivere delle esperienze, per avvicinarmi a un concetto di vita che mi appartiene.

giu 15

Scott

Supernova
Ho comprato queste scarpe qui e questa bici qui.

Ora, il punto è questo: l’esperienza di comprare in un vero negozio mi sembra incomparabile all’acquisto in uno spendodromo. Più piena, più ricca, più completa. Forse avrei potuto risparmiare, ma ho pensato che la conoscenza specifica di chi vende è fondamentale per essere consigliato su un prodotto di cui conosci poco, e vale più delle luci brillanti, della musica e dei miraggi del prezzo più basso del mondo.

Qui non mi interessa tanto fare una filippica contro gli spendodromi di benniana memoria (ne avevo parlato, anni fa, qui – e oggi mi sento di confermare alla lettera e nella loro totalità quelle parole); qui voglio parlare del bene che ho trovato, ovvero fare l’elogio del negozio.

Le mie due esperienze di venerdì, compiute a distanza di un’ora l’una dall’altra, mi hanno lasciato dentro una sensazione molto piacevole, perché sono stato guidato verso la scelta di prodotti che facevano al caso mio. E questo è avvenuto in due luoghi, luoghi reali con persone (il signor Giannone in un minuto ha capito e mi ha spiegato qual è il mio problema con la corsa, e il signor Gai aggiustava tranquillo una bicicletta al fondo del suo bel negozio).

Il negozio è il luogo del saluto, del riconoscere, dell’essere conosciuto e riconosciuto. È il luogo della parola gentile, del sorriso. È un luogo vero, è – per forza – uno dei fondamenti della società nuova che stiamo costruendo.

E non è un caso che il mio progetto di vita sia basato su un luogo vero, aspro, acuto, affilato, bellissimo. Reale. Tout se tient, mi pare. È giusto che i mega-scatoloni luccicanti, quei non-luoghi, colpiscano l’immaginario di altre persone – come mia figlia quindicenne, per dire. È giusto che ai giovani non piaccia quello che piace alla vecchiezza, per dirla con Leopardi.

Ma quanto a me il discorso è differente: io, signor Giannone e signor Gai, vi ringrazio per avermi accolto nei vostri luoghi di vita.

giu 08

Ho la sensazione che la mia scrittura giri troppo in tondo, negli ultimi tempi. Il mestiere c’è, questo lo so, ma mi pare che troppo spesso i contenuti facciano il giro intorno a se stessi; insomma che il mio scrivere sia nodoso e involto e, nella sostanza, non aggiunga più quel valore che aggiungeva nei primi tempi di questo blog e poi durante il periodo della pubblicazione del libro.

Dove vado da qui?

Che cosa succede a chi si è preso l’impegno con se stesso e con i suoi venticinque lettori di sfornare un post a settimana perché sente di avere tanto di dire e da dare, ma poi comincia lentamente ad arrotarsi su di sé e non produce più quel valore che si è impegnato a produrre?

Che cosa succede all’equilibrista sul filo quando il filo comincia ad ondeggiare? O quando la motivazione dello stare sul filo comincia a venire meno? È questa stanchezza un segno della mezza età, ovvero dell’accettazione dell’esistente, dell’adagiarsi alla medietà, alla mediocrità?

Ma non dovevo andare a vedere che cosa c’è alla fine dell’arcobaleno? Non sarà mica questo il tempo di ammettere che doveva andare cosà ma è andata così?

Ho riletto, a mo’ di esercizio, tutti i post di quest’anno. Ne apprezzo alcuni, ma in tanti altri casi mi pare di ripetermi, di dibattermi intorno a problemi che poi non riesco a risolvere. Ovvero di essere una sorta di buffone della vita, un Homer Clapp, un Giovannino heartless.

Questo è il mio grande mah relativo a questo blog, la paura che il mio scrivere non porti da nessuna parte. Forse la piccola utilità, se c’è, sta nella descrizione di sensazioni; e in questo sentire ritrovarmi con qualche anima bella come la mia. Forse è poco, o forse no.

Investigare, ancora investigare.

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giu 01

bosco
Il tempo era incerto, questa mattina.

Appena sveglio ho guardato fuori dalla finestra. Ho sentito il profumo dell’erba tagliata di fresco e, in lontananza, il latrare dei cani. Era quella sensazione fissa, che ormai conosco bene, dell’essere a casa. Il motivo principale che mi spinge a tornare in questi luoghi.

La colazione quassù ha un gusto pieno e diverso. È un rito che ha inizio dal legno della stufa. Il fuoco della stufa sarà sempre amico mio.

Ieri, arrivato da poco, avevo pensato che la felicità può essere fatta anche a forma di bosco. Ma più precisamente, per me, consiste nell’essere bosco, nell’essere parte di questo ambiente. (Nel bene e nel male: perché il bosco da una parte è il mio polmone, respira per me e con me, ma dall’altra si mangia anno per anno il lavoro che nei secoli gli uomini qui hanno compiuto.)
squilla
Allora sono uscito per una passeggiata. Un po’ sull’onda di quella sensazione, un po’ per salutare i vicini e gli amici – anche questo è ormai un rito che mi piace compiere, quando ritorno qui dopo tanto tempo e quando vado via per tanto tempo.

Il tempo. Il tempo qui ha un significato e un valore diversi, rispetto alla vita di città. Il tempo qui è la mano della natura. E le ansie, poi! Le ansie faticano ad arrivare fin quassù – o almeno questa è la mia percezione.

Non ho pensato. Ho provato sensazioni.

mag 25

Stanley Kubrick , A tale of a Shoe-shine Boy - 1947

Stanley Kubrick , A tale of a Shoe-shine Boy – 1947


Ho deciso di praticare la gratitudine.

A volte mi dimentico di quanto sono fortunato. Me lo hanno ricordato, da ultimo, questo libro (improbabile ma vero) e questo film (che mi ha rammentato del mio progetto, che rimando e rimando, di attraversare la Corsica a piedi).

Ho pensato a due versi di Luciano Erba:

Quanto tempo mi resterà ancora per imparare
a sorridere e amare come te?

(Mamma a volte è noiosa, ma per me ha fatto col cuore e con la sua semplicità contadina molto di più di ciò che avrebbe potuto.)

Ho pensato a Jim Rohn. Vorrei diventare come colui che lui chiama “uno da due quartini”:

Immagino che tu ti faccia lucidare le scarpe. Il ragazzo che te le lucida svolge un lavoro incredibile per te. Di fatto, te le lucida meglio di chiunque altro al mondo. Ricompensandolo per il suo lavoro, considera che tipo di mancia gli dai. Dentro di te pensi: “Gli do una o due monete da 25 centesimi?” Se ti vengono in mente due cifre, scegli sempre la più alta; diventa uno da due quartini. […] Se tu dicessi: “Beh, gli darò una moneta da 25 centesimi”, questa riflessione ti influenzerebbe per il resto della giornata. Inizieresti a sentirti un po’ in colpa, un po’ insicuro. E di tanto in tanto, nel corso della giornata, ti guarderesti il cuoio lucente delle scarpe e diresti: “Sono proprio uno spilorcio. Una misera mancia da 25 centesimi per un risultato così!”
D’altro canto, […] se gli dessi due quartini, ti sentiresti ricco e fiducioso per tutta la giornata. Stenteresti a credere alla differenza che può fare una mentalità da due quartini.

So che rischio di diventare stucchevole e non mi va, ma in una parola voglio dire questo: sono grato a tantissime persone per essere qui, ora, a inanellare pensieri, accumulare sensazioni, cercare (vanamente) di tradurle in parole. Sono grato, sono grato.

mag 18

scorre
il suono della vita nelle nostre vite.

il vento che scompiglia le fronde.

le persiane che sbattono.

il canto allegro e luminoso dei passerotti.

due vecchi che si vogliono bene.

le emozioni che gorgheggiano nella pancia.

le sensazioni intraducibili in parole.

il tremolar de la marina visto da lontano.

il ricordo di chi non c’è più.

un lampo di beatitudine che non offende il nostro vicino.

la vita che comunque scorre.

mag 11

Bimbimbici
Metti un pomeriggio di sole pieno, una di quelle giornate dove la primavera è talmente sbocciata e rotonda che pensi di essere di essere in estate. (Ieri.)

Prendi una bici per te e una per tua figlia piccola.

Metti un evento come questo. L’impegno di tante persone sorridenti, l’idea che la bicicletta è divertente, economica, utile, anche maestra.

Tua figlioletta ti pedala accanto, tutta impegnata a farti vedere che anche nelle salite più ripide usa la marcia numero 3, e tu pensi che è vero quel che scriveva Sinisgalli, che la felicità si può prendere per la coda come un passero e che la vita, a ben vedere, è più o meno tutta qui.

mag 04

Non riesco ad immaginare la mia vita senza lo studio: niente più esami, nessuna tesi da scrivere, nessuna lezione da frequentare, nemmeno un appunto da prendere su un quaderno a righe appoggiato sulle gambe dove le righe sono totalmente inutili perché in certe posizioni l’unico modo per scrivere è andando storto.

Studio da vent’anni ormai, forse anche di più, e ora che è arrivato il giorno della laurea mi sento felice e persa allo stesso tempo.

Certo, si prova una sensazione di orgogliosa soddisfazione nel raggiungere questo traguardo, ma questo non è lo stesso tipo di traguardo che si raggiunge quando si fa una maratona. La corsa, questa volta, non finisce quando si supera il cartello su cui c’è scritto “arrivo”. Questa volta, non si può nemmeno rallentare per riposarsi un po’ e riprendere fiato: lo slancio iniziale deve continuare con la stessa velocità e costanza dei primi cento metri, ma mentre prima del cartello d’arrivo il percorso era ben delimitato con chiari segnali su entrambi i lati e con il pubblico che fa il tifo e che con un gesto della mano indica la strada da percorrere, una volta superato quel cartello tutto sparisce e di fronte si vede solo una grande pianura senza indicazioni. Non ci si può fermare e si continua a correre senza sapere dove andare. Ci si guarda intorno, prima a destra, poi a sinistra, non si vedono segnali, non si vedono tifosi, mentre le gambe continuano a correre e si va avanti comunque, sperando che quella sia la strada giusta.

All’orizzonte si intravedono diverse città, ma non si riesce a capire quale sia quella in cui potrò sentirmi a finalmente a casa: sembrano tutte uguali e tutte altrettanto luminose. Così, si cerca di scorgere anche solo una minima differenza: ecco, quella lì a sinistra emana una luce più blu delle altre. Blu è il mio colore preferito, è il colore delle mie passioni. Quando immagino la traduzione la vedo circondata da un’aura blu. È il colore che mi fa sentire a mio agio quando lo guardo e quello che ho scelto per la maglietta della mia maratona, è il colore che da anni dirige tutte le mie scelte. Cercherò di arrivare in quella città sperando di non trovare troppi ostacoli lungo la via.

Ancora uno sguardo al traguardo appena superato: è stato un percorso avvincente, ci sono state salite difficili ma anche piacevoli discese, è durato tanto e ora già mi manca.

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apr 27

Avvertenza per il lettore: questo è un post molto personale. Cioè, credo che molto di quel che scrivo affondi le radici nella mia esistenza (giusto o no che sia, io so scrivere così), ma qui vado forse ancora un po’ più in là.

Faccio un sogno ricorrente, in questo periodo. Credo che sia il segno – la figura, per ricordare ancora una volta Auerbach – che la mezza età è già qui con me. Che ci stia per entrare, che ci stia entrando o che ci sia già entrato fa poca differenza. Nel sogno, che è articolato e piuttosto indistinto, ci sono tre personaggi: io da piccolissimo e papà e mamma da giovani. Probabilmente è di una sorta di eden felice, del tempo precedente la mia consapevolezza.

Mi sovviene Bernard de Chartres:

Siamo come nani sulle spalle di giganti, ed è per questo che possiamo vedere più cose di loro e più lontane: non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.

Poi, da sveglio, mi guardo allo specchio e vedo un uomo maturo con i capelli grigi, con il volto che cambia, con i segni dell’età. (Non che li voglia nascondere, semplicemente li vedo.) Più d’uno mi dà del lei, e infastidirmi non mi porta a nulla. E poi vedo papà e mamma e il loro milione di anni in due, il passo stanco, i movimenti che costano fatica, la mente meno brillante giorno dopo giorno.

Nel mio eden, in quel paradiso, non esiste il tempo. Ci sono io piccolo e inconsapevole, esisto e registro quel che vedo e tocco, null’altro. Non ho paure di nessun genere perché ci sono quei due giganti al mio fianco. Non sarebbe nemmeno pensabile, la paura.

Forse quel sogno è la mia maniera di dire “grazie”, un piccolo grazie a quelle due persone che hanno fatto per me tutto quello che hanno potuto e saputo. Forse è un modo di tornare indietro a quando il tempo non esisteva ancora, non aveva confini né limiti.

Il mio sogno ricorrente è espressione delle mie paure, ma anche dell’accettazione delle responsabilità che mi toccano. Si fanno le cose perché tocca farle, nient’altro. E mi sovviene quel proverbio:

Muore il padre, muore il figlio, muore il nipote.

Il mio sogno ricorrente è la mia imperfezione fatta persona, i miei limiti che accetto, i miei punti deboli che fanno parte di me.

Il mio sogno ricorrente sono io.

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