Autore: giannidavico

Bimbimbici

Bimbimbici
Metti un pomeriggio di sole pieno, una di quelle giornate dove la primavera è talmente sbocciata e rotonda che pensi di essere di essere in estate. (Ieri.)

Prendi una bici per te e una per tua figlia piccola.

Metti un evento come questo. L’impegno di tante persone sorridenti, l’idea che la bicicletta è divertente, economica, utile, anche maestra.

Tua figlioletta ti pedala accanto, tutta impegnata a farti vedere che anche nelle salite più ripide usa la marcia numero 3, e tu pensi che è vero quel che scriveva Sinisgalli, che la felicità si può prendere per la coda come un passero e che la vita, a ben vedere, è più o meno tutta qui.

Martina Borgnese, La corsa dopo il traguardo

Non riesco ad immaginare la mia vita senza lo studio: niente più esami, nessuna tesi da scrivere, nessuna lezione da frequentare, nemmeno un appunto da prendere su un quaderno a righe appoggiato sulle gambe dove le righe sono totalmente inutili perché in certe posizioni l’unico modo per scrivere è andando storto.

Studio da vent’anni ormai, forse anche di più, e ora che è arrivato il giorno della laurea mi sento felice e persa allo stesso tempo.

Certo, si prova una sensazione di orgogliosa soddisfazione nel raggiungere questo traguardo, ma questo non è lo stesso tipo di traguardo che si raggiunge quando si fa una maratona. La corsa, questa volta, non finisce quando si supera il cartello su cui c’è scritto “arrivo”. Questa volta, non si può nemmeno rallentare per riposarsi un po’ e riprendere fiato: lo slancio iniziale deve continuare con la stessa velocità e costanza dei primi cento metri, ma mentre prima del cartello d’arrivo il percorso era ben delimitato con chiari segnali su entrambi i lati e con il pubblico che fa il tifo e che con un gesto della mano indica la strada da percorrere, una volta superato quel cartello tutto sparisce e di fronte si vede […] continua a leggere »

Un sogno ricorrente

Avvertenza per il lettore: questo è un post molto personale. Cioè, credo che molto di quel che scrivo affondi le radici nella mia esistenza (giusto o no che sia, io so scrivere così), ma qui vado forse ancora un po’ più in là.

Faccio un sogno ricorrente, in questo periodo. Credo che sia il segno – la figura, per ricordare ancora una volta Auerbach – che la mezza età è già qui con me. Che ci stia per entrare, che ci stia entrando o che ci sia già entrato fa poca differenza. Nel sogno, che è articolato e piuttosto indistinto, ci sono tre personaggi: io da piccolissimo e papà e mamma da giovani. Probabilmente è di una sorta di eden felice, del tempo precedente la mia consapevolezza.

Mi sovviene Bernard de Chartres:

Siamo come nani sulle spalle di giganti, ed è per questo che possiamo vedere più cose di loro e più lontane: non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti.

Poi, da sveglio, mi guardo allo specchio e vedo un uomo maturo con i capelli grigi, con il volto che cambia, con i segni dell’età. (Non che […] continua a leggere »

Il valore del silenzio

silenzio
C’è una frase di Vittorini che puntualmente mi ritorna in testa:

Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

Mi spiace non essere ancora (o più) riuscito a trovare la fonte; ricordo solo che è legata a Pavese. Il silenzio, in ogni caso, è un valore. Ben Hogan:

A lot of people don’t understand modesty. Not everybody wants publicity, you know.

E Montale:

Né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Penso alla distanza che c’è tra la realtà che abbiamo davanti agli occhi e alla realtà del nostro mondo interiore (la sento, più che altro). Alla distanza tra le parole e la realtà, all’estrema difficoltà di rendere una sensazione in parole. E al silenzio, soprattutto, figura – nel senso auerbachiano del termine – della quiete interiore. Ci vorrebbe silenzio, silenzio per parecchie generazioni.

Meteore

meteore
Io ne ho visti, di sedicenti professionisti (agenzie e traduttori), in questi miei vent’anni di professione andare e venire. Millantare conoscenze che non avevano. Tuttologi, eccetera.

Non lo dico con astio, proprio no. Il mio lavoro mi piace, quel che ho fatto mi piace. Ho fatto errori grandi come ruspe a tre piani: quindi ho creato qualcosa di buono ma anche distrutto valore con gli sbagli. Ma non è questo il punto: il punto è che ho sempre – spesso, via – lavorato con passione, ho messo energia positiva in quel che ho fatto e faccio. Ho dato poesia ai clienti, a mio modo di vedere. Già, c’è poesia anche in un manuale tecnico. Già. Perché sono innegabili le parole di Nuto:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

E in vent’anni ho capito tante cose. Ho assistito a trasformazioni epocali in questo settore (come in qualunque, l’industria della traduzione non è certo un’eccezione), ma quel che ho visto anche è che i principi sono sempre quelli e sono sempre validi. Tutto quello […] continua a leggere »

Martina Borgnese, Babele 2.0

Babele 2.0
Con piacere porgo ai miei venticinque lettori un altro pezzo di Martina Borgnese (il primo è qui).

La prima volta che sono entrata nel Dipartimento di Lingue Moderne dell’Università di Birmingham ho avuto una strana sensazione. Aprendo la porta, mi sono ritrovata in un edificio circolare che si estende verso l’alto: le travi di legno e i vetri che costituiscono l’intera struttura si incontrano in alto in una voluta a raggera perfettamente simmetrica che ricorda i petali sottili di un fiore. Stando al centro si può vedere l’intero edificio: le porte blu degli uffici, che diventano più scure man mano che si sale, si affacciano tutte verso l’interno mentre una scala troppo stretta e con i gradini troppo alti per non adattarsi meravigliosamente alla stravaganza di questa costruzione si arrampica tutt’intorno come un ramo di edera. Salendo per quei gradini si scopre che ad ogni piano corrisponde una lingua diversa: l’italiano alloggia al terzo.

Avevo già visto una costruzione simile, ma non ricordavo dove. All’improvviso, un’illuminazione: quella […] continua a leggere »

Geoff Welch, Powered by Humanity

PBH
Powered by Humanity è un ebook di Geoff Welch che ha attirato la mia attenzione, per una serie di motivi inestricabili tra di loro.

Innanzitutto, mescola professione e vita, o meglio stabilisce in maniera chiara che i meccanismi che regolano le nostre vite si possono applicare al lavoro senza soluzione di continuità. E questo è un concetto che mi piace, perché io non sono diverso quando indosso la maschera di professionista rispetto a quando sono a tavola con la famiglia. Sono sempre io, con i pregi e i difetti medesimi.

Questo mi ha fatto pensare al rapporto che ho con alcuni clienti: in alcuni casi è assolutamente splendido, e io darei qualunque cosa per renderli contenti (nella pratica lo faccio e non mi pesa), in altri è assolutamente problematico (e in qualche caso negli anni ho tagliato dei ponti del genere, perché mi drenavano troppe energie, mi consumavano troppa vita).

Poi, l’ebook parla del cambio di prospettiva che tutti dovremmo applicare:

Care about others at least as much as […] continua a leggere »

In mezzo scorre il fiume

Rio Tepice
Aveva spiovuto, ieri.

Ho preso la macchina con mia figlia piccola e due suoi amici e siamo andati al rio, che è il luogo per eccellenza della mia infanzia, spazio di avventure senza fine. Un giorno chiesero al mio migliore amico dove eravamo stati e lui rispose con fierezza: “Siamo andati a esplorare nuove terre”. Quella era vita!

A pensarci ora mi sovviene Pavese:

Oh da quando ho giocato ai pirati maltesi,
quanto tempo è trascorso.

Ma non ci sono andato per questo, no no. È stato un caso tangenziale cui ho pensato solo dopo, e nemmeno così tanto. Il motivo vero era la magia, ovvero la magia del mondo visto con gli occhi dei bambini. Tutto era magico per loro: attraversare un ponte, una lumachina, una pozzanghera profonda due dita, una pianta solo un poco fuori dell’ordinario.

Ci siamo infangati, ci siamo divertiti, sono stato un poco bambino anch’io con loro. Cioè insomma la felicità è elusiva e semplice allo stesso tempo, e un bambino può insegnarti tantissimo su di essa. La si […] continua a leggere »

Martina Borgnese, Una scelta non casuale

moleskine
Martina Borgnese è una traduttrice professionista e studiosa in pectore e, al momento, insegnante d’italiano all’Università di Birmingham. Per dirla con le sue parole:

Il mio proposito quotidiano è di fare della traduzione e dello studio non solo la mia ragione d’essere, ma anche la mia professione; nel frattempo, però, mi diletto ad insegnare italiano all’Università di Birmingham e a giocare a squash. Ecco quindi cosa sono: una studentessa da una vita e per tutta la vita, in uno spazio indefinito tra Italia ed Inghilterra… e traduttrice nel cuore.

Io le ho chiesto un pezzo, che spero il primo tra tanti, per Brainfood. Eccolo.

“Scelta”. Questa parola a me sembra avere un significato positivo.

“Scelta”. Più la rileggo e più mi sembra una parola positiva, ma non riesco a capire perché: se provo a definirla mi vengono in mente solo definizioni neutre.

Meglio controllare sul dizionario, magari mi sbaglio. Il primo dizionario che trovo in rete la indica come “indicazione o attuazione della propria preferenza per qlcu. o qlco. dopo una selezione, una valutazione delle altre possibilità […] continua a leggere »

Questa mattina…

libreria
… una mezza poesia mi girava per la testa. Allora ho preso la scala e sono salito lassù, nell’ultimo ripiano della libreria dove riposano i miei poeti, in libri un po’ polverosi. Ne ho letta qualcuna.

Non ho capito molto, ma ho capito che capire è, in fondo, inutile (così scrisse Eduardo). Ho capito che è la dolcezza quella che salva il mondo, e mi sembra sufficiente.

Sinisgalli, Montale, e tutti i poeti che mi hanno accompagnato fino a qui.

Gli errori fatti, quel che avrei potuto fare e non ho fatto, quel qualcosa di buono che invece ho fatto.

Va bene così, mi sembra sufficiente.