Autore: giannidavico

Un cambio di stagione

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Ieri mattina la caldaia, per la prima volta nell’anno, ha raggiunto la temperatura e dunque si è spenta prima del tempo. Questo significa una cosa bella e precisa: che la settimana che inizia oggi è di fatto quella che segna la fine dell’inverno e il passaggio verso la nuova stagione.

Sono sceso sotto e ho respirato dell’aria differente. Già, l’aria, ieri mattina, era differente: più lieve, meno greve, più piena. E la luce era più calda e più intensa.

Questa è una delle settimane dell’anno che preferisco, perché questo passaggio è molto importante. Il carnem vale è ormai alle spalle, un clima più mite è dritto di fronte a noi. Da studente universitario questo cambiamento lo avvertivo sul pullman che mi portava a casa da Palazzo Nuovo, perché il colore delle foglie sul Po mutava in maniera decisa nel giro di quei – questi – pochi giorni; ora è la caldaia, ma il risultato non cambia.

Quando esprimo questo concetto, invariabilmente mi sento dire: “Ma la primavera inizia il 21!” Lo so che il calendario dice questo, però allora mi costringi […] continua a leggere »

I libri degli altri

I libri degli altri
La mia vera passione professionale è stata da sempre lo scrivere per altri. Scrivere è un atto che mi viene facile, spontaneo, naturale. Intendiamoci, però: quella naturalità è frutto di esercizio costante, di studio e lettura e scrittura continui. È traspirazione, in sostanza; forse – ho detto forse – con un minimo tocco di ispirazione, ma il sudore viene di gran lunga al primo posto.

Ebbene, ho creato questo sito per dirlo in maniera “ufficiale”, per far sapere che la mia competenza è a disposizione di chi ha dei contenuti da trasmettere ma è mancante di tempo o di strumenti o comunque ha altre priorità.

I libri degli altri è ovviamente un prestito da Italo Calvino, e insieme un omaggio a quel grande editor che è stato; e, indirettamente, a Cesare Pavese e insomma alla teoria di tutti coloro per i quali la parola scritta è sacra. Ovvero, per dirla con lo stesso Calvino, nella replica a Elémire Zolla che gli magnificava una scena di tempesta in un film:

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Che te lo dico a fare?

donnie brasco
Il post di oggi nasce da un commento casuale fatto da un’insegnante sulla rinata lista Langit a proposito di un misero compenso percepito per un lavoro. L’occasione è casuale, ma il tema è generale – e anche ricorrente – e val la pena approfondirlo.

Io, per dirla con Nelo Risi,

vorrei solo che dall’urto
nascesse una più energica morale.

Ma so anche che Donnie Brasco direbbe: “Che te lo dico a fare?”

Il sottinteso di un misero compenso è questo: è bene accettare qualunque prezzo ci venga offerto, altrimenti non si lavora.

Ebbene, lasciamo da parte il bene della categoria, il rispetto verso i colleghi, considerazioni morali eccetera. Non parliamo di questo.

Parliamo “semplicemente” della convenienza economica e professionale, per un traduttore (o un insegnante, o un giornalista, o un web writer o i mille altri mestieri che oggi compongono “il popolo delle partite IVA”, è lo stesso), di accettare un compenso che sta ben al di sotto del livello […] continua a leggere »

The Repairman

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Lui è Filippo Margiaria, di Monticello d’Alba, che in una mansarda del suo paese ha fondato due anni fa con Paolo Giangrasso Aidia, casa di produzione cinematografica.

Poi c’è Scanio, ingegnere mancato che si guadagna da vivere riparando macchine da caffè.

E infine c’è Helena e la storia di The Repairman, commedia d’autore dal gusto nord europeo girata in provincia di Cuneo.

Ora, non è tanto la provincia di Cuneo, che pure mi è cara in quanto “casa” mia, quanto piuttosto il sottotitolo del film: Perché cambiare vita, se puoi aggiustare quella che hai? Già, perché questo concetto ha almeno una duplice valenza, in quanto riferibile sia alle nostre vite disastrate dalla realtà che ci circonda che alle cose. Questa è storia vecchia, ma la storia si ripete sempre e comunque. Lo diceva già Montale:

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

E quanto al secondo […] continua a leggere »

La sindrome del cit.

Ho imparato a scrivere – scrivere in maniera tecnica, ovvero precisa – sostanzialmente grazie a quattro maestri:

– Ugo Foscolo, che nelle Ultime lettere di Jacopo Ortis mi permise di vedere che cosa vuol dire veramente l’eccellenza nello scrivere (avevo diciott’anni allora, ma ricordo ancora in maniera netta la sensazione di precisione che trasmetteva la scelta di quelle e non altre parole);

Italo Lana, che fu il primo a insegnarmi la scrittura tecnica: e lo fece senza fanfara, ma con la pratica;

Luca Goldoni, la cui leggerezza mi rapì verso i venticinque anni;

Riccardo Massano, che si prese la briga di leggere e rileggere e se del caso commentare ogni singola riga della mia tesi: probabilmente ero già bravino quando arrivai a quel punto, ma fu lì che imparai davvero a scrivere seguendo delle regole precise e non solo il flusso dei pensieri.

Già, perché non lo sanno in tanti ma la scrittura è un mestiere, un mestiere che si impara andando a bottega, scrivendo tutti i giorni, leggendo e studiando. Proprio come si impara a […] continua a leggere »

Avere il mal di pancia

Oggi la facciamo corta.

In uno dei miei primi post su questo mio diario pubblico, oltre sei anni fa, dichiaravo di non sapere che cosa significasse la parola “crisi”. (Un po’ era ingenuità, un po’ era spocchia.)

Poi questo fenomeno l’abbiamo subito in tutte le salse, nei media e nella realtà dei fatti, per cui pare diventata una seconda natura per chiunque.

Io forse allora ero troppo ottimista; per quanto mi riguarda, però, la peggiorata situazione economica della mia azienda – e di conseguenza mia e della mia famiglia – è più frutto di miei errori, che a loro volta sono lampi del caso, piuttosto che non di mancanza di lavoro.

Però, come ci ricorda zio Aldo detto Botti, classe ’28, chi ha costruito quel bel ponte di pietra sul rio Sasso non ha più il mal di pancia.

Quindi: il mal di pancia è un segno che siamo vivi. E, alla Zu, per essere vivo devi essere vivo.

In sostanza: ci sediamo in un luogo tranquillo, pensiamo al da farsi. Poi lo facciamo, e andiamo avanti.

Leggero

Oggi mescolo diversi spunti.

Sono partito da una poesia di Alda Merini, o meglio dal ricordo delle sensazioni che quella poesia che non ricordo mi diede e mi dà. La poetessa parlava della leggerezza di Chagall come contraltare alla pesantezza della sua vita, che avvertiva piena. Ecco, sono partito appunto da una considerazione del genere, dal fatto che vorrei leggerezza e semplicità nelle mie giornate ma troppo spesso mi trovo a fare i conti con miei errori del passato, forse con mie sbadataggini o anche con decisioni che sono state plain stupid.

Amarcord si pronuncia con la o chiusa, dice Zu, e leggendolo e rileggendolo capisco che vedo quella sua leggerezza di scrittura come un bel traguardo cui mirare, perché riflette una leggerezza di vita (o anche solo un momento di leggerezza).

A volte mi viene da pensare come l’Homer Clapp dell’Antologia di Spoon River:

E allora capii di essere un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.

Ma poi ci rifletto, e non mi pare il caso. Mi sovviene Ligabue:

Leggero, nel vestito migliore
senza andata né ritorno, senza destinazione.

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Il sole sul sentiero

Dragonero
Ho pensato molto, questo fine settimana.

Sono stato nel mio rifugio tra i monti per via di questa gara (l’ho fatta solo perché le previsioni del tempo erano eccezionalmente belle, altrimenti non mi sarei avventurato a correre al buio con zero gradi o che).

Sono arrivato ultimo (la prima volta mi era successo qui, e poi di nuovo di recente qui), ma sempre prima di tutti coloro che non c’erano. È stata un’esperienza splendida al mio passo tranquillo. Anche i crampi sono gran maestri. Soprattutto perché ho pensato alle parole di Pavese (nel diario, 1 luglio 1949):

Stasera, a Pavarolo, nella cena coi tre Garino e Einaudi e Natalia e Molina, sentito per la prima volta – oggettivamente – la decadenza fisica, l’incapacità di fare uno sforzo, un salto, un exploit. Stato male e storto tutta la sera. Per salvarmi, odiavo il mondo, l’uomo, […] continua a leggere »

I miei uffici

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.
Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti

Rosine
È stata strana la geografia della mia vita lavorativa: la versione corta è che ci ho messo circa ventitré anni per tornare al punto di partenza.

La versione lunga è un po’ più articolata. Tutto cominciò intorno al 1992, quando comprai il mio primo computer e iniziai a fare i primi piccoli lavori (una sorta di proto-Tesi & testi, diciamo): avevo una scrivania accanto al letto, e questo era tutto. Il modem era di là da venire (probabilmente non sapevo nemmeno che cosa fosse), il concetto di Internet non era nel vocabolario comune né nella pratica del lavoro.

A settembre 1994, fresco di laurea (avevo 27 anni – sono lento in tutto, questo mi è pacifico da tempo immemore), andai a lavorare per un ingegnere che stava creando una casa editrice multimediale (il CD interattivo allora era una frontiera, e come!): questa è stata di fatto la mia […] continua a leggere »

Ho pensato questo

segni
Ho visto il mio corpo, negli ultimi anni, cambiare. Lo sento, soprattutto: perché i capelli grigi si vedono, ma lo scricchiolare delle giunture si sente.

È cambiato il mio animo: verso i trent’anni, quando muovevo i primi passi nella professione, ero sicuro di me, un ragazzo giovane in giacca e cravatta che sapeva il fatto suo. Poi qualcosa è cambiato: l’ultima volta che credo di essere apparso giovane è stato al congresso dell’AITI. Avevo quarantun anni allora e stavo cambiando, naturalmente; ma poi il processo ha acquistato momento.

È cambiata la mia anima, come conseguenza di tutto ciò che è successo e non successo in questi anni. Oggi tutto mi pare più difficile, mi pare di vivere al 5%, di esprimere solo la superficie delle mie possibilità reali.

Ma alla fine, sebbene nel mio cuore nessuna croce manchi, non credo sia così grave. Alla fine credo che Sabina esprima bene lo stato delle vite di coloro che giovani non sono più, ma per i quali la vecchiaia è ancora di là da […] continua a leggere »