Il bicchiere mezzo pieno

fioritura
Guardo questo diario, sfoglio queste pagine, questi sette anni e mezzo di pensieri e lo vedo ondivago – in determinati periodi le idee e gli spunti fluiscono copiosi, in altri è tutto un rigirarmi nei concetti che già conosco, qualcosa che so non portare da nessuna parte.

(Ah, che invidia, la leggerezza di uno Chagall, la visione di gioco di Platini, la scrittura di Pavese, l’invecchiare lento e maestoso del Barolo, il Po che scorre placido, dimentico di qualunque cosa accada o non accada. Che invidia.)

Io registro con sincerità. A volte, è vero, non ho molto da dire ma lo dico lo stesso perché è importante per me tenere il filo delle cose qui. A volte è un filo di poca sostanza ma è questo il suo dipanarsi.

Da un po’ di tempo l’idea della mezza età mi accompagna, e questo credo comporti l’accettazione dei limiti e del tempo che passa. Il passare delle stagioni, l’entusiasmo che si fa esperienza. Accettare quel che non posso cambiare, soprattutto accettare che quello che faccio può anche non avere […] continua a leggere »

Farla fuori dal vaso

Lo sport è “solo” una metafora.

Sono nelle mie seconde nove, forse già alla 12 o alla 13, perso in mezzo al campo chissà dove.

I limiti che mi prefiggo di superare non vogliono essere dei record, sono “semplicemente” dei confronti con me stesso. Dei segni del mio essere vivo.

È questo che mi spinge a cercare il miglioramento nel gesto tecnico golfistico, a correre anche quando non ne avrei punto voglia, a fare kilometri in bici, ad andare in palestra, a camminare per ore anche in mezzo ai rovi (anzi proprio in mezzo ai rovi, col burrone davanti e la montagna dietro, le risposte vengono anche più chiare).

Ho scritto un libro che probabilmente contiene parole sensate ma la risposta non esiste, ciascuno la trova per sé.

Lo sport è “solo” una metafora. Voglio raddoppiare i miei sforzi perché il corpo cambia, perché finita la 12 arriva la 13 e un giorno, senza che io me ne accorga, qualcuno metterà per me l’asta in buca alla 18. Fine.

È per questo che voglio correre di più: non ho bisogno di dimostrare delle cose a chicchessia, solo dirmi delle cose.

Correre più forte. Tirare più lungo. Farla fuori dal […] continua a leggere »

Non una settimana come altre

A mia conoscenza, la settimana 1-7 marzo non ha un nome preciso, è una settimana come tutte le altre; ma dovrebbe.

Dovrebbe averlo, perché è in questi giorni che in natura occorre il fenomeno più bello dell’anno: finisce l’inverno e la primavera ha inizio.

Ne ho parlato l’anno scorso, ricordando anche il colore delle foglie sul Po che proprio in questi giorni mutava. Mutava allora come ora.

I segni sono piccoli dapprima. Come questo:
gemme
Ovvero le prime gemme nel giardino dirimpetto. Che sono un segno sicuro dell’imminenza di una nuova stagione.

E più forti poi. Come quanto ti svegli un mattino e senti che l’aria è differente, che il freddo se ne è andato. E allora ti sovviene Sinisgalli:

Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.

Italia che cambia – Visione 2040

Daniel
Gli agenti del cambiamento sono un vecchio pallino di Daniel Tarozzi.

Ma ora, ora le cose si fanno serie. Si parla di visione, di dare una mano concreta a costruire una nuova Italia. Di aprire il portafoglio, di donare del tempo per questo progetto.

Daniel spiega tutto qui.

Io ho aderito subito, perché Daniel ha la mia fiducia totale e incondizionata (fiducia che non viene dal nulla, ma da tutto quanto ha dimostrato di saper fare in questi anni). Con l’età che ho, gli anni che pesano su queste spalle come rami pieni di neve, non sono sicuro che tutto questo porterà effettivamente a qualcosa (ho visto tante visioni e promesse finire in bolle di sapone, e in questo senso “la storia non è magistra / di niente che ci riguardi”, per dirla con Montale).

Ma proprio la mia età, la mia età di mezzo diciamo, mi dà la forza per credere a questo progetto, alla sua visione 2040.

(Ripenso alla mia visione del mondo quando pavesianamente ero un “giovane dio” […] continua a leggere »

Gianni il saggio

… che poi la figura del vecchio saggio mica mi si addice. Solo perché ho scritto un libro sul tema della felicità o perché ne parlo spesso qui non significa che le mie esperienze siano di qualità “migliore” rispetto a quelle di chiunque altro. Sono, semplicemente sono.

Per me la sostanza è duplice: condividere e raccontare. Condividere, perché poter far sapere che ho scoperto che si potrebbe fare così, che la tal cosa funziona (almeno per me) può essere d’aiuto o di conforto a chi legge. Raccontare, perché mettere su carta i pensieri serve a ordinarli, a dare un senso alle cose che poi, alla fine delle fini, non hanno senso alcuno. Non posso fregar la morte, insomma, ma posso morire da vivo.

E il sugo di tutta la storia, alla fine, sono le sensazioni. Ieri ho camminato lungamente nel sole, 16 chilometri di colline, stradine e per la mia cittadina, e il sugo sono i pensieri che quel camminare produce. Il sugo sono le cose che voglio fare ancora, correre tantissimo e tirarla lunghissima e dritta sul campo da golf e attraversare la Corsica a piedi e tutte queste esperienze senza significato – e scrivere e descrivere le […] continua a leggere »

Cento anni

Ho scoperto che, prima di nascere, sono vissuto
sempre in uomini saldi, signori di sé,
e nessuno sapeva rispondere e tutti eran calmi.
(Cesare Pavese, Antenati, vv. 8-10)

Ho sensazioni strane, in questo periodo. Metterle su carta non è semplice. Credo che ciò sia connesso con la mezza età, il vedere – immaginarla, almeno – la fine del tempo, la trasformazione del corpo e della mente. E con la casa che è della mia famiglia da cento anni.
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Cento
anni.

Da quando le sette suore Rosine rimaste lasciarono il convento per prendere la via di Torino, correva l’anno 1920, e il nonno Giovanni comprò l’immobile per impiantare la sua fabbrica.

E c’è questa foto con papà e nonno che mi attrae tanto. Stimo sia della primavera avanzata del 1937, papà aveva 8 anni all’epoca, il nonno era negli ultimi mesi di vita – ma non lo diresti guardando la foto, né nessuno poteva prevederlo in quel momento.

E penso che il tempo è circolare. Io sono il padre (il nonno […] continua a leggere »

Cose che fanno un professionista

Il bello è forbirti e prepararti in tutta calma a essere un cristallo.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 4 maggio 1946

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Mi capita sotto gli occhi una citazione che illustra bene il concetto di professionista. (Il libro è questo, comprato usato per poche sterline, l’autore è questo.) Che si parli di traduzione, di sport, di panificazione o di qualunque attività umana, quando qualcuno può dirsi davvero professionista?

What a pair: humility and self-confidence! It is a prescription for deftness. Like me, you may not be called to be a pro golfer. Yet if playing golf can teach you to develop this combination of humility and self-confidence, it is a learning you can take with you elsewhere, so you can be a pro at whatever you are called to do.

Umiltà e massima fiducia nei propri mezzi: umiltà che porta alla pratica costante e quotidiana (dalle 10mila ore non si scappa, se davvero si vuole essere i numeri 1, o quantomeno i migliori se stessi che si possa diventare in […] continua a leggere »

Del rispetto

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Nel golf, un handicap basso comanda rispetto. Non lo chiede né lo pretende, lo riceve per il semplice fatto di essere.

Anche nelle professioni, in quella del traduttore come in qualunque altra, il rispetto non può essere chiesto: può soltanto essere ottenuto.

In parole povere, la questione del rispetto è un falso problema: non è sensato pretendere rispetto dai clienti, per il semplice fatto che per i nostri clienti – per il pubblico, per il mondo economico – i servizi che offriamo non sono in cima alla lista delle priorità. Il rispetto lo si ottiene in maniera naturale col tempo, col lavoro, col sudore e con la professionalità.

Il rispetto emana dai servizi che offri (ci vuole un minuto a capire se qualcuno è un professionista oppure no), che a loro volta sono un’espansione della tua identità lavorativa.

Il rispetto è insomma qualcosa di interno, non di esterno a noi. In questo blog ne ho parlato spesso (ad esempio qui), ma in effetti il concetto è sempre il medesimo e non cambia: il rispetto puoi soltanto riceverlo.

Partiamo dai fondamentali

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Nel post di lunedì scorso ero stato – volutamente – provocatorio, perché la mia idea è che bisogna dare degli scossoni e non solo delle piccole spinte per provocare il cambiamento.

Ma che cosa significa, questo, in pratica? Che cosa si potrebbe fare per migliorare la propria condizione economica al fine di migliorare il proprio stato generale di benessere? È una domanda legittima, cui ora cercherò di dare non delle risposte (impossibile), ma qualche indizio.

Parto dalla mia definizione di ricchezza:

La vera ricchezza è data dal tempo che hai a disposizione, non dal denaro.

Siamo sulla stessa pagina o no sul punto? Se no, non ha senso proseguire.

Se invece siamo intesi che è così, ne consegue che il lavoro è uno strumento per liberare il proprio tempo. E dunque condizione necessaria per la vita 2.0 (lo dico semplificando) è quella di lavorare per conto proprio. Il vero rischio è infatti essere un dipendente, ovvero ciò che un tempo appariva un rifugio sicuro. (Parlo per me, ma nonostante tutti gli errori fatti sino […] continua a leggere »

Mi hanno fatto un video

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La settimana scorsa sono stato travolto – positivamente travolto – dalle reazioni a questo post, ovvero all’intervista fattami da Daniel Tarozzi nel mio rifugio tra i monti e all’articolo scritto da Paolo Cignini. Ne faccio ora qualche considerazione.

Innanzitutto, un plauso va a queste due persone che hanno svolto un lavoro professionale e appassionato. Io ho solo raccontato la mia storia; e in seguito alle reazioni e ai commenti mi rendo conto (non che non lo sapessi, ma insomma è una conferma) che alla fine delle fini tutti abbiamo problemi e aspirazioni simili. Quindi qui vorrei dare alcune indicazioni che potrebbero essere utili a terzi.

Partiamo dalle precisazioni, tanto per sgombrare il campo.

La vita 2.0 è un processo che si affina nel tempo, che richiede metodo, costanza, lacrime, sudore e sangue (sudore soprattutto). Non è detto che sia così per tutti: a volte rimango stupito (non dovrei, lo so) nel vedere persone che ci mettono un attimo a fare passi che a me hanno richiesto anni. Ma in ogni caso non puoi pretendere di trovare la ricetta pronta: ciascuno dovrà adattare le […] continua a leggere »