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La mia nita

Ki ha consumato il suo dio
a furia di pregarlo e di ripregarlo
per la paura di viver tutto e di non capire
per la vergogna mai digerita di dovere anche morire
(Davide Van De Sfroos, Ki)

Nita è una parola langhetta che conosco grazie a Batista. Nita è la pàuta, la paciarin-a, ovvero il fango, la fanghiglia, il pantano, insomma quella melma dove mi trovo e da cui non so – per il momento – uscire.

È una forma – un po’ allungata nel tempo, peraltro – della fatica di avere cinquant’anni.

Io so che io sono il centro del mio mondo, devo essere la base di me stesso. Questo mi è chiaro; la teoria la so bene. Eppure per uscirne ho bisogno di ragionare, che per me vuol dire scrivere. Scrivi fin ch’a basta, e peui scrivi ëncora ‘n pòch. Devo andare a pescare tutto il nero che c’è dentro di me, e per farlo devo scrivere.

La mia nita sono io che non ho un centro. Certo, la mia base sono io; ma forse adesso non ho forze sufficienti per fare io da base a me medesimo me stesso […] continua a leggere »