Gen 01

Capodanno. Ma niente lista dei progetti da fare, niente elenchi dei buoni propositi che all’Epifania sono già morti. Solo registrare i miei pensieri. E le sensazioni, quelle sopra tutto.

La tristezza che mi prende da dentro e che mi mangia. Il mio malessere che non so mettere in parole, che non so spiegare. Qualcuno, bontà sua, mi ascolta; ma io cambio versione ogni dieci minuti, come mi si può seguire? La colpa è mia che non sono in grado di spiegarmi.

Io che, da giovane uomo, avevo scandito la mia vita per due generazioni dopo di me, oggi mi guardo allo specchio e sono parecchi i giorni in cui non mi piaccio per niente. Ma non voglio chiedere scusa, mi arrogo il diritto di stare male per conto mio. I miei pensieri sono disordinati; cionondimeno ritengo importante, prima di tutto per me, registrarli. Chi ride, pazienza. Come dice la regola numero cinque del Manuale di cattiveria per piccoli lupi: Gli altri, tutti al diavolo.

E dunque niente piani per il 2020, ma solo qualche augurio che mi faccio.

Mi auguro di mantenere l’autonomia di pensiero, e di pensare tanto. Se altri ritengono sciocchezze quel che penso non è un problema mio.

Mi auguro di avere serenità ogni tanto. La felicità l’ho scordata da tempo; ma avere un raggio di sole che mi scalda di tanto in tanto, questo potrebbe bastarmi.

Mi auguro di eliminare la tristezza che mi mangia da dentro, quel male sottile che mi rode e mi consuma. Perché un Gianni mangiato non pensa più ma vegeta soltanto.

Mi auguro di correre, di correre tantissimo. Di andare lontano tanto da perdermi lungo il cammino. E di strisciare carponi per fare venti metri più quando non riuscirò più nemanco a camminare.

Mi auguro consapevolezza. Mi auguro consapevolezza.

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Ott 18


Gianni.

Ho ascoltato più volte questo pezzo, che conosco per via delle mie figlie.

Ligabue dice niente paura. Ma come, niente paura? Io penso ai miei errori, al dolore inferto e subito, alle deviazioni di percorso (ah, come invidio chi sa andare diritto, chi ha idea di quello che fa – io storto o niente).

Gianni. E questo mio diario che registra pensieri confusi, io che dritto proprio non so andare.

A volte, però, mi par di capire. Sono lampi, e poi ricado nella mia mediocrità.

E che cosa sono queste lacrime che continuano a cadere? Sono figura dei miei errori. Le mie figlie sono la cosa più bella che la vita mi ha dato. Sono brave persone. E io non mi sento più all’altezza del mio compito. Che delusione, Gianni. Gianni.

(Ma io vi ho amate. Vi amo, vi amerò sempre. Io sono un papà imperfetto ma vi amo, vi amo nonostante me.)

E tutto quel che non funziona e che non va, la mia vita come un ingranaggio rotto, come un’auto da rottamare perché ha fatto il suo tempo.

La magia del tempo, le cose belle. Pavese (14 gennaio 1950): “Trovo che il mondo è bello e degno. Ma io cado”. Io sono quell’uomo, quel cinquantaduenne che era un ragazzo di belle speranze che oggi è l’ombra di se stesso. Gianni.

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Set 06

Il dolore è nel tuo occhio timido
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile. […]
Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.
(Attilio Bertolucci, Bernardo a cinque anni)


Non scrivo più qui da diverse settimane. Cosa che per me è una sorta di sconfitta implicita, perché penso che lo scrivere serva ad analizzare se stessi, i pensieri, a sistemarli, a cercare soluzioni. Perché penso che scrivere mi serva come mangiare, come dormire. Perché è la mia gioia e la mia pena, la mia salvazione e la mia condanna.

Nella consapevolezza che quelle soluzioni, comunque, non le troverò; perché come dice Paolo Cognetti in Manuale per ragazze di successo,

Ho pensato che ognuno di noi è venuto al mondo con un nemico, e che da quel momento è destinato a perdere e poi perdere di nuovo, e che perciò tutte le vite meritano compassione.

(Lui offre anche uno spiraglio, quindi. Un plauso a Cognetti.)

Il punto è che sono tutto scombinato, che non riesco ad arrivare a un punto fermo. È la fatica di avere cinquant’anni, certo; ma è solo questo? Non voglio compiangermi, so che non serve a nulla, ma dico: possibile? Possibile che quel giovane dio che ero sia ora un uomo maturo senza un centro?

E in mezzo a questi pensieri, che si agitano di continuo dentro di me (“piccerì, a passà nun passa, ci si abitua”, direbbe Eduardo), il dolore come un diretto ti colpisce all’improvviso in pieno volto. E tu, io, non puoi fare a meno di cercare di descriverlo. Le parole escono da sole, un po’ come le canzoni di Vasco Rossi che “vengono fuori già con le parole”.

Scrivere è un atto di difesa. Non è un atto politico, è un fatto personale. Sono io da solo con me stesso che cerco di capire dove sbaglio, cosa fare.

Osservo la mia scrivania, che un tempo era così ordinata e oggi è un’accozzaglia di progetti a mezzo, idee abbozzate, cose posticce e provvisorie, papà là in fondo, Batista quasi del tutto invisibile. Ecco, anche dentro la mia testa c’è un paesaggio simile.

Poi, però, servono soluzioni. Allora ho pensato a Il garzone con la carriola di Umberto Saba, e in particolare all’attacco:

È bene ritrovare in noi gli amori
perduti, conciliare in noi l’offesa;
ma se la vita all’interno ti pesa
tu la porti al di fuori.

Perché poi così ho fatto, questa mattina. Il dolore grande, il magone che avevo dentro mi pesava così tanto che ho scelto di uscire, di fare una piccola commissione, di vedere il mondo fuori, fuori dalla mia testa, il che mi ha dato un po’ di serenità.

E poi ritorno qui, e qui mi rimane lo scrivere. Scrivere è un po’ come esorcizzare il dolore, dagli una forma. Il dolore è il nemico, ma almeno così è più conosciuto, ha un profilo, un colore e un peso specifico. Non ho risolto nulla, per carità! Ma come tante volte accade i miei poeti mi hanno aiutato a portare un po’ più in là il peso dei miei errori.

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