Categoria: famija

Humus

Ho in questi mesi un problema di salute che potrebbe diventare importante, oppure potrebbe risolversi senza troppo infierire. Ieri sera aprendo il file degli esami del sangue avevo, com’è logico e naturale, un misto di apprensione e di speranza; ma niente, il livello di ferritina non vuole saperne di scendere. Allora forse viene naturale fare una sorta di bilancio della vita trascorsa fino a qui.

Non ho pensato in sequenza logica, ma ho pensato per scomparti della mia vita.

Ho cominciato dall’amico mio più caro, quel cowboy coraggioso che è andato lontanissimo – curioso, forse, il fatto che questo blog sia nato proprio da quella malattia che ha mangiato il suo corpo –, ma non sono riuscito a pensare “lòn ch’a farìa Batista?”

Il secondo pensiero è stato per nonno Giovanni, al suo senso di rettitudine e giustizia precedente qualunque cosa, al suo essere industriale e socialista nello stesso tempo, alle ali che gli furono tarpate dal fascismo prima e dal cuore poi, lui che praticamente all’età mia di adesso stava già salutando la vita. Una grande fortuna è stata crescere sentendone i racconti, e in famiglia e al di fuori. Alle elementari stufavo i compagni dicendo loro “sai che […] continua a leggere »

05/02/1986

Il 5 febbraio è una data scolpita in maniera cristallina dentro di me. Il 5 febbraio di tanti anni fa se ne andò la persona cui probabilmente più di tutte devo, perché più di tutte ha contribuito a plasmare il mio carattere, la persona che è stata di fatto la mia mamma: nonna Teresa, ovvero Teresa Leonetta Sabena vedova Bosco, nata a Rosario di Santa Fe il 7 luglio 1896 e spirata serenamente nel suo letto il 5 febbraio 1986.

Ricordo tutto del momento in cui, quel giorno, ricevetti la notizia della sua morte. Io ero nel cortile (delle Rosine ovviamente), stavo lavando la macchina. Da sopra si affaccia un’amica di mia sorella che era a casa nostra, mi dice “a l’ha telefonà tò mama, tò nòna a l’é mòrta”. Ricordo perfettamente l’immobilità di quell’attimo, il sangue che per un secondo ha smesso di circolare dentro di me (mi è successo qualche altra volta in vita, per esempio il 20 dicembre 2016 quando Sara mi telefonò per annunciarmi la morte di Batista e io prima di sentire quelle parole dissi ‘io so perché mi telefoni’; ma quella fu la prima, una sensazione che non avevo modo di situare nella mia […] continua a leggere »

Perdonare, percolare, passare oltre

Sono stato oggi pomeriggio nel luogo che per tanti anni è stata la mia seconda/prima casa, luogo che ho a lungo sognato diventasse la mia vera casa, luogo dove sono passate generazioni della mia famiglia.

E sì, avevo ben presente l’insegnamento di Augusto Monti, “non tornare a Monesiglio”; sapevo a cosa sarei andato incontro ma ero nei paraggi e la tentazione è stata troppo forte. E ancora sì, sapevo che sarebbe stato doloroso, ma sapevo anche che prima o poi avrei dovuto fare i conti con questo passato così pesante e così gioioso.

In sostanza sono arrivato lì, e vedevo questo gruppo di case e non lo riconoscevo quasi più: le porte divelte, le finestre staccate, i pavimenti profanati, i tetti rifatti. Un cantiere. La vita che scorre, com’è giusto che sia. Mi sono avvicinato con circospezione a quel luogo per me sacro, ed ero del tutto incredulo – anche se nulla di quanto vedevo mi stupiva, in realtà.

Però dentro di me pensavo: dove sono tutti i segni di trentanove anni di vita?

Già, perché nello stesso tempo avevo davanti agli occhi in questo cortile un milione e mezzo circa di immagini felici della vita mia e […] continua a leggere »

Ij vej a son milanta

Io di anni ne ho cento: sono nato nel 1920, quando nonno Giovanni comprò il convento delle Rosine per farne casa e impiantarvi la sua tessitura.

O forse ne ho centoquaranta, che sono gli anni che avrebbe Giovanni Davico se fosse vivente.

Ma potrebbero essere centoventiquattro, perché nonna Teresa (Sabena Leonetta vedova Bosco) è nata a Rosario di Santa Fe il 7 luglio 1896.

O novantuno, gli anni che sono passati dalla nascita di papà a oggi.

Io ho tutti gli anni che avrebbero i familiari che sono nati molto prima di me e che mi hanno preceduto. Ho anche la mia età, ma questa è solo una curiosa coincidenza.

Ho guardato le mie mani


Callose, nodose, involte.

Le mani di un uomo nel suo cinquantaduesimo anno di età.

Le mani di un uomo che ha fatto tanti errori.

Le mani di qualcuno che non deve più fare finta.

Mani che sanno scagliare un driver con discreta perizia, che sanno tirare un putt con delicatezza, che sanno solfeggiare sulla tastiera, un sintagma dopo l’altro. Mani che sanno accarezzare, che sanno bloccare, che chiedono perdono e sanno perdonare.

Mani piene di speranza e di progetti. Mani nelle quali nessuna croce manca, mani consapevoli dei propri errori e delle proprie manchevolezze; ma anche dell’allegria e delle possibilità.

Mani che fanno famiglia.

A dirla tutta, mani vive.

Un anno è lungo


È successo un anno fa, esattamente a quest’ora.

E, proprio come un anno fa, ho passato la mattina a fare cose insignificanti. Forse per non pensare.

Ma da tanto tempo non scrivo più di te. E questo non va bene, perché non deve arrivare il giorno in cui non si pronuncia più il tuo nome – quello sarebbe il giorno in cui tu moriresti davvero (ma non ti preoccupare papà, non succederà almeno fino a che io sarò in vita).

Non è che non ti pensi (Eduardo: “Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua”), peraltro; solo che già, ci si abitua al corso nuovo delle cose. Alfonso Gatto:

Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”.

I “miei” poeti tante volte mi hanno aiutato, anche con te mi aiutano. Sì, perché ricavo da loro le parole che non so dire.

Onorare la memoria. Parlare di te, […] continua a leggere »

Erbo ‘d famija


La foto ritrae papà e mamma di ritorno da messa, la domenica delle Palme 1 aprile 2012. È una foto che ho scattato di soppiatto dal balcone di casa, quasi una foto rubata, a mia memoria l’ultima immagine di papà prima che iniziasse la fase rapida – be’, forse non troppo rapida, ma comunque decisa – del declino.

Guardando la foto mi par di capire delle cose.

Papà portava l’ossigeno da un anno circa, e sia pure claudicante procedeva a passo ancora relativamente spedito. Mamma lo assisteva sicura, a sua volta assistita dal ramo d’ulivo. Ieri sera mi diceva che papà negli ultimi tempi le diceva che Radio Maria li aveva “proprio salvati” (nel senso della compagnia, del ritmo delle cose). Non mi supporta questa fede, ma ne ho il massimo rispetto.

Dice Tavo Burat (Erbo ‘d famija):

Pare e Mare
quat grand,
eut ëpceron…

ij vej a son
milanta

cobia
a cobia

rèja
d’agraf

an gabi
scarbolëtte

An ti ‘me ant un tracior sò sangh a cola.

[Padre e Madre
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Il mio quarto figlioletto


Il libro, alla fine, è uscito.

È uscito nei tempi previsti, il 30 marzo. La cosa non mi stupisce punto, perché tutto ciò che riguarda papà è sempre stato elegiaco e tranquillo. Sapevo che l’avrei fatto, l’ho fatto e sono soddisfatto.

Quel giorno sono andato a ritirare con mamma le prime copie. Era una mattina di nuvole, io ero imbarazzato e sulla porta del mio editore-amico le ho detto quello che fino ad allora le avevo taciuto, ovvero che avevo scritto un libro su papà. (Noi parliamo poco, questo si sa, mi sono fatto una ragione del fatto di non trovare mai le parole giuste quando è il momento, devo sempre parlare mediando con le mie insicurezze.)

In quel momento avevo un crogiuolo di sentimenti che come al solito non riuscivo a esprimere in maniera chiara. Mi sentivo stranito e fuori luogo, soprattutto perché questo è un libro molto personale, dove per forza dico tanto delle mie radici.

Ora lo prendo in mano, lo accarezzo, per suo tramite mi sembra quasi di parlare con papà, di […] continua a leggere »

Trapassare, tracimare, percolare, diventare


Oggi papà avrebbe compiuto 89 anni. Ma poiché io trapasso, tracimo, percolo in lui, poiché più passa il tempo e io – senza nemanco accorgermene – divento lui, penso che questa affermazione non sia del tutto esatta. Io credo che sia più corretto dire che oggi papà compie 89 anni.

Perché papà vive, e come! In me almeno è vivissimo e presente.

Perché sempre più spesso mi accorgo di fare delle cose, di essere dentro a dei gesti, che sono gli stessi che faceva lui. Per esempio piego la testa di lato in un determinato modo, di fronte a una certa situazione, e mi accorgo che lui ha fatto precisamente la stessa cosa millanta volte in situazioni simili; la sola differenza è che ora vedo quella cosa da dentro, mentre prima vi assistevo da fuori.

Perché di lui mi accompagnano tutte le immagini e i ricordi che ho. Mi accompagna il suono della sua voce, che ogni tanto vado a ritrovare in qualche video casuale fatto per sbaglio. Mi accompagnano le fotografie.

(Dalle fotografie, e […] continua a leggere »

La vita di papà


Io oggi penso che la morte di papà, che è un avvenimento di soli quattro giorni fa, mi abbia insegnato tantissimo (e tanto mi insegna e insegnerà ancora).

Fatico a credere alla mia serenità di questi giorni, come fatico a credere alle mille testimonianze di vicinanza e affetto che abbiamo ricevuto e che riceviamo. E io a tutti dico che sono sereno, che la sua morte è stato un atto perfettamente naturale, che non c’è nulla da aggiungere e che va bene così.

Io penso che la vita di papà mi dice questo: possono anche trattarti male, puoi avere tanti rovesci di fortuna, ma la tua serenità rimane sempre con te, e anzi diviene col tempo sempre più salda.

Questo è il succo: che tu sei tu. Che le disgrazie non possono scalfire chi sei, ma solo renderti più pieno e più forte.

Io penso che la vita di papà sia questo, io penso che in due parole mi renda più forte e di conseguenza con molti più strumenti per poter aiutare chi mi sta vicino. E mi […] continua a leggere »