Autore: giannidavico

Un sogno per otto (col resto di 124)

Oggi è un giorno normale, per me. O forse speciale: oggi parto per Sutri, dove martedì prossimo avrà inizio la gara per diventare professionisti di golf.

Centotrentadue iscritti, passeranno soltanto i primi otto. Gli altri centoventiquattro – ma chi parla mai degli altri centoventiquattro? – riporranno con calma le loro cose in valigia e faranno marcia indietro. Potranno ritornare un anno dopo, oppure conservare il sogno nel cassetto dei ricordi.

Dice Ligabue:

Ho messo via un po’ di illusioni
che prima o poi basta così
ne ho messe via due o tre cartoni
comunque so che sono lì.

E io, con i miei quarantaquattro anni, io che ho preso in mano un bastone poco più di sette anni fa, io che ho un lavoro, una famiglia da mantenere, dei genitori anziani, lascio tutto per dieci giorni e inseguo il mio sogno.

Beh, la vida es sueño y los sueños sueños son, potrei dire calderondelabarchianamente.

E la strada è comunque lunga. Vado.

La casa in collina


È successo qualche giorno fa. Ho accompagnato mia figlia piccola da un’amica che abita in una villa della collina torinese. Per me la ricchezza (intesa come soldi) legata a quei luoghi si configura in un tempo verbale, si annida: vedo il denaro letteralmente annidarsi in queste colline.

Mi aspettavo una villa imponente. Già la strada per arrivarci è significativa: è lunga chilometri ma è privata, e il viandante – che sia in auto oppure a piedi – ne è avvisato da diversi cartelli. Egli/ella è quindi gentilmente invitato a non entrare, a meno che non abbia un valido motivo.

(Non potevo fare a meno di pensare alle comunità cintate descritte da Jeremy Rifkin in L’era dell’accesso.)

La villa in questione da fuori non si vede. Entri e ti trovi una piscina nel giardino, poi passiamo nel garage dove si trova l’amica che cercavamo. Solo il garage è grande grossomodo il doppio di tutta casa nostra. (Fino al 1920 la nostra casa era l’appartamento della madre superiora delle suore Rosine, è il luogo dove nacque mio padre […] continua a leggere »

Il web e le montagne

Sabrina dice che quello che scrivo qui (la Piatta ecc.) è spesso buffo. Già, lei ama le cose veloci e i luoghi dove le cose succedono, mentre alla Piatta il fatto che arrivi una macchina è già un avvenimento.

(Ma gli avvenimenti veri sono i caprioli che corrono sotto casa, il silenzio totale della notte, l’aria che in questi giorni diventa frizzantina, la sera, e il profumo dell’erba e del legno appena tagliati.)

(Ah, sapere i nomi di quelle erbe e di quelle piante!)

Eppure qual è l’alternativa? La città, forse? Il luogo / non-luogo dove tutto è rumore e corsa? (Ma corsa per andare dove, poi?) Il luogo dove con centomila euro, il guadagno di anni di lavoro, compri un micro-nido per continuare a correre ancora più veloce?

No, grazie: questo non fa per me. Capisco mia figlia preadolescente e il suo desiderio di compagnia e amicizie, lei ha bisogno di costruire la sua personalità e alla Piatta non potrà fare molto, […] continua a leggere »

Nel silenzio dei monti

Giorni sereni alla Piatta, fine d’agosto tranquillo e con una schiera di nonni a farci compagnia.

Ogni tanto scendo a valle – lavoro, golf eccetera –, ma appena posso torno su. È un bel momento dell’anno, una cura meravigliosa per l’anima.

Non che i problemi si possano ignorare, tra qualche tempo torneremo giù tutti quanti e riprenderanno gli stress di sempre (certo più immaginari che reali, più nella mia testa che nei fatti – inquinamento acustico escluso, voglio dire).

Alcuni saranno risolti, altri no, altri si aggiungeranno: è tutto normale. Ma lassù si gode soprattutto del silenzio, e i pensieri sono limpidi e sereni.

Appena potrò quella diventerà la mia casa “ufficiale” (già adesso lo è in via ufficiosa), luogo dove gli inverni saranno lunghi e freddi ma la pace senza prezzo.

Io torno su.

Responsabilità = felicità?

Pensavo in questi giorni al concetto di responsabilità, e di come sia legato alla felicità.

Responsabilità anche per cose minime, come decidere un ristorante per la sera, una bottiglia di vino piuttosto che un’altra e così via (e a fortiori, ovviamente, per le cose grandi della vita). Responsabilità sempre, per tutte le decisioni di qualunque tipo che continuamente ci troviamo a dover prendere.

Mi pare che una delle ricette della felicità sia proprio quella di prendersi la responsabilità delle cose che si fanno: si sbaglierà all’occasione, certo, ma sarà stato per demerito/errore proprio e non per caso, sfortuna eccetera.

(Io sono l’arbitro e l’artefice del mio proprio destino, insomma.)

Ma il più delle volte accadrà il caso contrario: soprattutto nelle cose minime, dove qualunque decisione è meglio di nessuna decisione, si avrà soddisfazione derivata dalla propria scelta. E a maggior ragione nelle cose grandi, dove le decisioni fanno la differenza.

Non è facile, naturalmente. È più semplice e immediato delegare la responsabilità della decisione al nostro vicino. Ma è un abito mentale che si può imparare – cominciando dalle cose minime e senza importanza, appunto –, e una […] continua a leggere »

Tagliare gli angoli

Giù la maschera: il tempo davanti a te è troppo breve, non c’è più tempo per fare finta. Ruit hora, celeriter ruit hora, e tutto quello che vuoi fare devi iniziarlo adesso.

Johann Wolfgang Goethe ha delle opinioni interessanti al riguardo:

Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo.

La provvidenza si muove, ma si muoverà solo dopo che ti sarai mosso tu.

E non ci vuole molto a capire che cosa dobbiamo fare; solo che spesso arriviamo al momento di decidere e freniamo, tentenniamo, pensiamo e ripensiamo. È come se la provvidenza fosse dietro alla porta, pronta a intervenire, ma aspetta che partiamo noi.

Partiamo. Ora. Chris Guillebeau:

The next step is to do it, not take out a survey.

Cose di Corsica che amo

Il porto di Porto Pollo, nell’ora che volge il disio.

Camminare per un giorno intero vedendo forse quattro persone in tutto.

Prendere l’auto – quelle rare volte – da solo e guidare per mezz’ora lungo strade tutte curve. Verso Marmuntagnja, per esempio.

La Giraglia vista dal traghetto. (Ma questo l’ho già detto.)

L’idea che la Corsica è una terra fondamentalmente disabitata, con qualche persona qua e là, quali rari nantes in gurgite vasto.

Le torri genovesi della mia zona. Senetosa, sopra tutte, ça va sans dire.

Le prime note di un canto corso, la sera.

I sugheri della zona di Pianottoli Caldarellu e la meraviglia provata da Luca Goldoni (era in Sardegna, ma fa uguale) la prima volta che li vide, come se avesse sempre pensato che i tappi di sughero spuntassero fuori dalla terra già bell’e pronti.

(Non è tutto, ma dà l’idea.)

Corsica nazione

Sono perline per turisti. (Myself included.)

Già, nel bel mezzo della cena loro si mettono a cantare in corso, accompagnati dalle chitarre, e con i figli. E lo fanno tutte le sere, per tutta la stagione turistica.

Ma li conosco da anni. Vedo, so che sono cose in cui credono. Da Batista capitano le stesse cose, precise; e io Batista lo conosco bene, è una cosa fatta per lavoro ma prima di tutto perché navigare necesse, vivere non necesse.

Non importa sapere precisamente chi sono loro. Importa invece dire che tu sei lì. La valle del Taravu a fare da sfondo alla cena, la sera che giunge e – come mi accade in questi casi – loro iniziano a cantare e gli occhi mi si riempiono di lacrime.

Cantano in corso, ovviamente; ma anche in italiano, e in spagnolo. Potrebbero benissimo cantare in piemontese, perché non ci sono confini tra le lingue regionali.

Io sono sensibile a questi temi. La lingua, l’identità, il fare veramente le cose che vuoi, l’esprimere veramente quello che sei. […] continua a leggere »

Amor di Corsica, parte seconda

Il mal di Corsica è una malattia familiare: non so se l’hanno ereditata ma è certo che i miei figli non potranno mai fare finta che la Corsica sia per loro un posto qualsiasi.

Questo è un libro che dichiara passione incondizionata e totale alla montagna in mezzo al mare.

L’autore, Stefano Tomassini, arrivò in Corsica tanti anni fa, per caso – hai mai fatto caso a quante cose accadono per caso nelle nostre vite? – e da allora vi fa ritorno regolare.

In questo, e nella tranquilla pacatezza, ci assomigliamo. Il volume non è una guida turistica ma una dichiarazione d’amore. Letto sull’isola ha un sapore speciale, perché ritrovi subito le sensazioni, le luci, i profumi e i colori che contiene.

Personalmente lo lessi tanti anni fa, nella prima edizione, quando stavo per approdare per la prima volta in questa isola delle meraviglie. Non lo capii molto – è una scrittura eterea, a tratti difficile, ma sempre appassionata –, ma molto mi piacque. L’ho riletto in questi giorni qui a […] continua a leggere »

Amor di Corsica

Questo è un post di emozioni, che descrive una sensazione che per me è sempre la medesima. Ha un volto e un respiro, non cambia, si ripete all’infinito.

La scena si svolge al ristorante U San Petru (anche se in questo caso il termine “ristorante” è assolutamente riduttivo), in quella parte del golfo del Valinco che io chiamo casa. Iniziano gli chants corses (i Voci Rivolta, in questo caso) e gli occhi mi si riempiono di lacrime. Penso a tante cose tutte insieme, ma fondamentalmente l’idea è che non ci sono abbastanza sere nella vita da passare qui, sotto questo ulivo millenario, ad assaporare roba purcina e ascoltare questi canti.

Canti che sono di fatto la voce di un’isola, o meglio della montagna in mezzo al mare (molto più che non dell‘île de la beauté‏: e questo l’ho capito in maniera netta e limpidissima il giorno in cui sono salito sulla torre di Senetosa e mi sono guardato d’intorno).

Insomma il sentimento dominante è la nostalgia. Nostalgia di […] continua a leggere »