Autore: giannidavico

La spiaggia, o dell’ozio creativo

È estremamente importante che tu possa disporre di un tempo continuo – diciamo almeno tre settimane all’anno (ho detto almeno) – per stare lontano dal lavoro, in maniera da ragionarci sopra a mente lucida e senza le preoccupazioni giornaliere che rendono molto difficile pensare strategie perché si è troppo occupati a badare alle urgenze e alla quotidianità.

(Ma se sei troppo occupato a inseguire le urgenze per curarti delle cose che ti importano davvero, la soluzione è semplice: smetti di pensare alle urgenze. Tutto lì.)

È chiaro che oggi non è pensabile poter stare per un tempo così lungo lontani dal computer: semplicemente non è possibile. Questo non significa però che le urgenze debbano avere la meglio sui progetti importanti o più in generale sulle priorità.

E la spiaggia è una metafora perfetta della pianificazione a lungo termine della propria vita. Che cosa vuoi davvero? Rispondere allo sfinimento all’ultima mail (e l’ultima mail non è mai, per definizione, l’ultima) oppure cose ed esperienze di sostanza? Immergerti nell’ennesimo progetto noioso da cui non imparerai nulla oppure qualcosa che sia per te e per te […] continua a leggere »

Paure immaginarie

Roberta, mia figlia grande, doveva sottoporsi a un vaccino qualche giorno fa. Pianti perché aveva paura, non voleva farlo, no, no e no! (Ricordo le mie stesse ansie di preadolescente al pensiero dell’appuntamento col dentista e quegli enormi arnesi di dolore.)

Avresti avuto voglia a consolarla, non c’era verso. Ma è stata costretta a farlo. Risultato: non ha sentito nulla. Nessun dolore, nessun fastidio, nessun sintomo successivo.

Ricordo uno zio che parlava della paura del buio, e diceva che il buio non è nulla, non esiste. (L’uomo nero mi fa paura ancora adesso, ma mi rendo conto che penso al nulla.)

Torna indietro a piacere con la memoria, e fai l’elenco delle tue paure. Quali risultati hanno avuto? Quante volte si sono dissolte nel nulla?

E dunque?

Notizie dai monti

Cosa dire? Qui, nelle montagne sopra Cuneo, sperduto in mezzo ai boschi della mia infanzia (che ora sono i boschi dell’infanzia delle bambine), le cose succedono lentamente. Più che altro questa settimana ho spaccato legna, l’ho messa via per l’inverno. Ho imparato ad usare degli attrezzi che non conoscevo, mi sono portato avanti col lavoro del venire ad abitare qui.

Saper usare le mani è importante. Saper fare le cose da sé, aggiustare qualcosa che è rotto ma può servire ancora e non per forza comprare uno strumento nuovo. Qualcosa che oggi non vale nulla e domani potrebbe anche non valere niente. Di quante cose abbiamo bisogno davvero? E soprattutto: di quante cose non abbiamo veramente bisogno?

Ho pensato alle cose che so fare – scrivere, giocare a golf, organizzare progetti, vendere. Ho pensato che mi bastano per mantenere la famiglia, curare mamma e papà, fare le cose che devo e che voglio fare.

Ho concluso quindi che questo gran problema del lavoro non esiste, per me. E sospetto che non esista nemmeno per tante persone che si dannano l’anima per arrivare […] continua a leggere »

Io non torno indietro

Ho fatto due conti. Non di soldi, ma di tempo, di anni, l’unica risorsa critica.

Ho pensato che la mia vita mi piace così. Anche con tutte le magagne che contiene. Anche con le sconfitte, le liti eccetera. Mi va bene così. Ci sto bene.

E poi voglio guardare avanti. Io non torno indietro. Ci ho messo tutti questi anni per arrivare – per caso – ad un risultato che mi soddisfa. Ora posso solo andare avanti posso solo migliorare.

E mi rendo anche conto che la felicità degli altri può dare fastidio. “Ma come? Io lavoro come un matto e quello pratica il 25×44 ed è pure felice?” Di domani ignoro, ma in questi tre anni sono stato sempre molto felice (di una felicità che Rita Levi-Montalcini definirebbe probabilmente da bambini, ma tant’è), ho mantenuto la mia famiglia, ho coltivato dei sogni per me grandi. Non è una ricetta e non è una garanzia, ma è – semplicemente è.

Ogni tanto mi volto indietro, guardo a quello che ero. Con tenerezza, ma senza rimpianti. Mi vedo giovane uomo in […] continua a leggere »

L’approccio intimista e l’approccio sociale

Anni di grandi incertezze, questi. Pochi soldi che girano, forse poco entusiasmo, naturalmente paura per l’avvenire. Ognuno reagisce alla sua maniera, ma oggi vorrei analizzare un paio di approcci alla questione: il primo che potremmo definire “intimista” e il secondo che potremmo definire “sociale”.

L’approccio intimista è quello che mi contraddistingue. L’idea base è che l’equilibrio dentro di me è il primo ingrediente necessario per una vita sana e felice: aiutare gli altri è fondamentale, ma può venire solo dopo che mi sono aiutato da solo, che ho trovato la mia strada. E allora mi verrà naturale, e sarà fonte di gioia, andare verso l’altro da me e dare al mondo tutto quello che posso – e che, del tutto immodestamente, credo essere molto.

È la stessa visione della vita – o una simile, comunque – che ha Simone Perotti, e che ha uno stuolo di blogger giustamente famosi come – solo per fare un paio di nomi – Chris Guillebeau e Leo Babauta.

In poche parole la formula è più o meno questa:

equilibrio interiore > felicità interiore > felicità per gli altri

[…] continua a leggere »

Mangiarmi una collina

Passare i quarant’anni vuol dire vedere la fine del tuo tempo, e questo vuol dire dare mooolto più valore al poco tempo che ti resta. Un tempo le priorità erano avere una famiglia, guadagnarmi da vivere e così via, adesso sono diventate una sola: esprimere al massimo i miei talenti e lasciare un segno nel mondo.

Questo vuol dire diventare inevitabilmente esploratori. Già, il mio mestiere di adesso è questo: l’esploratore. Sono sempre più spesso nel territorio intorno ai miei limiti, proprio perché voglio andare oltre, voglio vedere fino a dove riesco ad arrivare.

Non sono l’esperto, sono l’esploratore e la guida.

E vedo cose fantastiche: prima di tutto dentro di me, e poi al di fuori. Vedo cose che non immaginavo esistessero, vedo il tempo liberato, sento di essere arbitro del mio destino nel bene come nel male, e non credo esista una sensazione più piena – per me, almeno.

Il tempo liberato vuol dire fare a meno delle catene, vuol dire non dover soffrire per forza, vuol dire avere il pieno diritto di fare sbagli e imparare da […] continua a leggere »

Ripartenze

(da un sms di Andrea Tuveri)

 

Che cosa succede quando hai la sensazione di aver fatto tutto quel che potevi e ti sembra che ti manchino gli obiettivi?

Che cosa succede quando hai fatto quel che dovevi e volevi e ti hanno detto bravo, e poi ti ritrovi davanti allo specchio del bagno e pensi ‘e adesso dove vado’?

Dove vai?

Forse è il momentum che a un certo punto diventa negativo e, senza che tu te ne accorga, ti porta verso il basso. (All’inizio non puoi accorgertene, è tutto praticamente come prima; e quando te ne accorgi è passato già molto tempo, forse troppo tempo.)

Forse è semplice desiderio di dormire, dimentico di tutti i pensieri. Oppure la squilla di dantesca memoria. (Come tradurre una sensazione in parole?)

Insomma ci sei tu, nell’età del tuo massimo splendore – come sai benissimo vedendo papà che porterà l’ossigeno per sempre. Anzi, a dirla tutta siete in due: il tuo specchio e tu.

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Smart work vs. hard work

Parte della mia famiglia ha radici contadine, e io sono cresciuto in mezzo a racconti di fatica, sudori e giornate senza tregua. In tutto ciò, che ormai per me fa parte della mia personale mitologia (proprio perché mi è giunto insieme al latte materno), la soddisfazione ricavata dal lavoro non entrava in gioco. Il lavoro si faceva, e tanto, perché così bisognava fare: non c’era altra via.

Ti suona vagamente familiare?

Ma oggi le cose non stanno più così: soprattutto perché la tecnologia, se usata nella maniera corretta, ci viene in soccorso e ci permette di lavorare di meno e in maniera molto più efficace. Il vantaggio evidente è la liberazione del proprio tempo: più tempo per la famiglia, per fare le cose che ci piacciono, per aiutare gli altri, per cercare un significato più completo per la nostra esistenza e così via.

Occorre a questo proposito anche considerare la legge di Parkinson:

Il lavoro dura sempre quel tanto che è necessario a colmare il tempo disponibile per compierlo.

Ovvero: se abbiamo un giorno per portare a termine un progetto, impiegheremo tutto […] continua a leggere »

Senza apparire stucchevoli

Parlare di felicità, ok.

Come ho detto più volte, passati i quarant’anni mi ha colto una sorta di conoscenza maggiore dei meccanismi che regolano il mondo (almeno così penso io), e da allora ho cercato di mettere questa mia serenità d’animo a beneficio innanzitutto delle persone che mi sono vicine e care, e poi di chiunque abbia voglia di starmi ad ascoltare e di dialogare con me. L’ho fatto con il libro, lo faccio con i vari blog, con la mia pagina Facebook eccetera.

C’è un pericolo, però: a dire agli altri cosa dovrebbero fare diventi antipatico. E ti prendono pure in giro. Oppure ti dicono che vivi nel mondo delle favole. Insomma potresti diventare stucchevole, il guru che rispecchia il detto ‘chi sa fa, chi non sa insegna’.

Anche Rita Levi-Montalcini dice che la felicità è una cosa da bambini.

Il lavoro, secondo me

Io sono fortunato.

A dirla tutta, io sono un ragazzo molto fortunato.

Cominciamo da capo. Avevo 27 anni, ero appena laureato. Giulio Einaudi e Norberto Bobbio, il primo per lettera e il secondo per telefono, mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Cesare Pavese, che sarebbero stati il mio sbocco lavorativo naturale. Ma litterae non dant panem, si sa. Un giorno, per caso, alla Camera di Commercio di Torino mi imbattei in un dischetto – un floppy disk, scommetto che la maggior parte dei lettori non ne ha mai visto uno – contenente una lista di aziende piemontesi.

Mandai una lettera, offrii un servizio. Iniziai a lavorare, creai un’azienda. Per quindici anni ho lavorato come un matto, dalla mattina alla sera. Perché era giusto così, perché dovevo farmi una posizione, creare una famiglia, mantenere dei figli (delle figlie, nel mio caso; ma tant’è).

Poi, ad un certo punto è successo qualcosa. Ho passato i quarant’anni, segnatamente. Quarant’anni sono un traguardo importante. È tempo di bilanci, si cominciano a tirare i remi in barca. Vedi la fine del tuo tempo, capisci che non sei immortale, che non sarai qui per […] continua a leggere »