Set 06

Il dolore è nel tuo occhio timido
nella mano infantile che saluta senza grazia,
il dolore dei giorni che verranno
già pesa sulla tua ossatura fragile. […]
Tu hai salutato con un cenno debole
e un sorriso patito, sei rimasto
ombra nell’ombra un attimo, ora corri
a rifugiarti nella nostra ansia.
(Attilio Bertolucci, Bernardo a cinque anni)


Non scrivo più qui da diverse settimane. Cosa che per me è una sorta di sconfitta implicita, perché penso che lo scrivere serva ad analizzare se stessi, i pensieri, a sistemarli, a cercare soluzioni. Perché penso che scrivere mi serva come mangiare, come dormire. Perché è la mia gioia e la mia pena, la mia salvazione e la mia condanna.

Nella consapevolezza che quelle soluzioni, comunque, non le troverò; perché come dice Paolo Cognetti in Manuale per ragazze di successo,

Ho pensato che ognuno di noi è venuto al mondo con un nemico, e che da quel momento è destinato a perdere e poi perdere di nuovo, e che perciò tutte le vite meritano compassione.

(Lui offre anche uno spiraglio, quindi. Un plauso a Cognetti.)

Il punto è che sono tutto scombinato, che non riesco ad arrivare a un punto fermo. È la fatica di avere cinquant’anni, certo; ma è solo questo? Non voglio compiangermi, so che non serve a nulla, ma dico: possibile? Possibile che quel giovane dio che ero sia ora un uomo maturo senza un centro?

E in mezzo a questi pensieri, che si agitano di continuo dentro di me (“piccerì, a passà nun passa, ci si abitua”, direbbe Eduardo), il dolore come un diretto ti colpisce all’improvviso in pieno volto. E tu, io, non puoi fare a meno di cercare di descriverlo. Le parole escono da sole, un po’ come le canzoni di Vasco Rossi che “vengono fuori già con le parole”.

Scrivere è un atto di difesa. Non è un atto politico, è un fatto personale. Sono io da solo con me stesso che cerco di capire dove sbaglio, cosa fare.

Osservo la mia scrivania, che un tempo era così ordinata e oggi è un’accozzaglia di progetti a mezzo, idee abbozzate, cose posticce e provvisorie, papà là in fondo, Batista quasi del tutto invisibile. Ecco, anche dentro la mia testa c’è un paesaggio simile.

Poi, però, servono soluzioni. Allora ho pensato a Il garzone con la carriola di Umberto Saba, e in particolare all’attacco:

È bene ritrovare in noi gli amori
perduti, conciliare in noi l’offesa;
ma se la vita all’interno ti pesa
tu la porti al di fuori.

Perché poi così ho fatto, questa mattina. Il dolore grande, il magone che avevo dentro mi pesava così tanto che ho scelto di uscire, di fare una piccola commissione, di vedere il mondo fuori, fuori dalla mia testa, il che mi ha dato un po’ di serenità.

E poi ritorno qui, e qui mi rimane lo scrivere. Scrivere è un po’ come esorcizzare il dolore, dagli una forma. Il dolore è il nemico, ma almeno così è più conosciuto, ha un profilo, un colore e un peso specifico. Non ho risolto nulla, per carità! Ma come tante volte accade i miei poeti mi hanno aiutato a portare un po’ più in là il peso dei miei errori.


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