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Il vetro di Murano, i cinesi e la dura legge del mercato

In alcune botteghe di Murano si legge che gli articoli provenienti dalla Cina, spacciati per originali, rovinano il mercato. Ma chi affitta un locale commerciale nelle vicinanze di piazza San Marco a Venezia (perché a spostarsi di poche centinaia di metri dai luoghi canonici del turismo lagunare, checché se ne possa pensare, si vede bene che il flusso turistico è rarefatto) ragiona in un’ottica puramente commerciale, ovvero di vendite per metro quadro. E cos’altro dovrebbe fare? È un commerciante, dopotutto.

E inoltre: cosa sa il turista “medio” della differenza tra un vero vetro artistico di Murano e uno made in China? Saprebbe il mio lettore, immedesimatosi per un attimo nei panni di quel turista, riconoscerlo?

E le traduzioni? Il compratore “medio” (ammesso che esista una tale categoria) cosa sa della differenza tra una traduzione “de luxe” e una da battaglia? Di più: dirà forse l’oste che il suo vino è meno buono di quello che spilla il concorrente all’angolo?

Ceteris paribus, come potrebbe il prezzo non essere uno dei criteri primi? Non è forse responsabilità nostra, di noi operatori del settore, far percepire la differenza nel valore?

Sì. E non servono tante parole per far vedere che si è dei […] continua a leggere »

La fenomenologia dell’urgente

“Urgentissimo!” [di preferenza tutto maiuscolo]
“È urgente! Mi serve per ieri!”

Questi sono solo due esempi di accompagnamenti di ordini che riceviamo a volte dai nostri clienti. Nei miei primi anni di questo mestiere prendevo alla lettera tali messaggi, perché pensavo: “Questa persona ha un problema gravissimo, devo fare tutto il possibile per aiutarla”. Col tempo, però, ho cominciato a riflettere sull’abuso della parola; e con gli anni sono arrivato alla conclusione che occorre non farsi abbagliare dalla magia del termine “urgente”, perché non ha significato.

Che cosa vuol dire, infatti, “urgente”? Tra mezz’ora, un giorno, una settimana? Adesso? Non significa nulla! Dietro a questa parola, che dà importanza al lavoro di chi la pronuncia, sta spesso – ma vorrei dire sempre – una cattiva programmazione dei tempi e dei progetti. Di conseguenza, una buona pianificazione può risolvere il problema.

Non quello urgente, è chiaro.

What Not to Do in a Recession

Segnalo un veloce e bell’articolo apparso sul sito dell’Harvard Business School, “Five Missteps to Avoid in Volatile Times”, di David Stauffer.

In mezzo agli errori che non bisognerebbe commettere in tempi turbolenti, mi ha colpito soprattutto un suggerimento che, credo, valga per qualunque azienda di qualunque dimensione in qualunque tempo:

Cherish the customers who stayed with you through this slump. Chances are they’ll be your best buyers in good times, too.

Economics 101 for Translators

Segnalo un bell’articolo di uno dei miei miti dell’imprenditorialità, Norm Brodsky, Our Irrational Fear of Numbers, perché già nell’occhiello è presente un messaggio che vale per tutti gli imprenditori, ma che trovo molto azzeccato per i traduttori:

No, you didn’t start a company because you wanted to learn accounting. But you had better learn some – pronto – if you want to understand your business.

(Per combinazione ho letto l’articolo venerdì scorso, il giorno stesso in cui su Langit impazzava la solita polemica sulle tariffe, che è un gioco al massacro in cui nessuno può essere vincitore.)

Due punti, in sintesi:

Like it or not, you need to understand the numbers of your business, and that requires knowing something about accounting.

If you’ve never taken the time to learn the basics of accounting, even experienced entrepreneurs can get tripped up. On the other hand, when you do learn the basics of accounting, you realize that the numbers aren’t as complicated as you feared and that you’re finally developing the knowledge you need to be in control of your company.

Alla fine i numeri non sono così brutti, non possono fare paura! E per chi non sa […] continua a leggere »

Lettera a un maestro

Egregio dottor Mondo (anche se l’appellativo “dottore” mi sembra assurdamente riduttivo per rivolgermi a lei),

questa sera, appena entrato all’Archivio di Stato di Torino alla presentazione coordinata dalla professoressa Masoero di Officina Einaudi, il volume dedicato alle lettere editoriali di Pavese, la prima persona che ho incontrato è stata lei, lei che mi aveva aiutato tantissimo mettendomi a disposizione l’archivio de “La Stampa” allorché tra il 1993 e il 1994 stavo preparando la mia tesi su Pavese; quell’archivio dove avevo passato un pomeriggio appassionante di letture di articoli e avevo ricavato tanto materiale utile per la mia tesi.

Ebbene, lei mi ha domandato se avevo seguitato ad occuparmi di Pavese. Io, confusamente, ho balbettato di no.

Ho scordato, però, di menzionare gli articoli che ho pubblicato su una rivista di primo piano nell’editoria subalpina, “Studi Piemontesi”.

E non le ho detto che Giulio Einaudi per lettera e Norberto Bobbio per telefono mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Pavese, una volta che – fresco di laurea – cercavo il mio posticino nel mondo.

Poi le cose sono andate diversamente e oggi sono soddisfatto di ciò che faccio. Ma è altrettanto vero che ogni […] continua a leggere »

Inc., Flatlandia e la traduzione automatica

Sono andato in questi giorni a sfogliare alcuni vecchi numeri di “Inc.”. Ho aperto il primo (per me) numero, agosto 1998, comprato a Philadelphia – e ricordo bene il mio sentire di allora, confuso e curioso verso un mondo tutto da scoprire.

Mi ha colpito una citazione che avevo evidenziato:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Fa parte di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples. All’epoca il mio interesse era rivolto verso Internet, che era un oggetto oscuro e fascinoso. Oggi quelle parole mi hanno ricordato, attraverso Flatlandia, luogo dove la tridimensionalità non può essere percepita da esseri che vivono in due dimensioni, l’atteggiamento di molti, troppi traduttori verso la traduzione automatica: un misto di ribrezzo e paura. E comunque con il pensiero che si può avere quando esce il modello nuovo della propria auto: “Il mio è superiore…”

Del resto anche Jiri Stejskal, presidente dell’ATA, nell’ultimo numero di “ATA Chronicle”, rivista tradizionalmente conservatrice da questo […] continua a leggere »

Refusi

minimum fax
Il poster qui a fianco ha accompagnato tutti i traslochi di Tesi & testi. (Nella prima, minuscola sede era proprio sopra il fax.) È un regalo di Daniele di Gennaro, fondatore con Marco Cassini di minimum fax; me lo diede al primo Salone del libro cui parteciparono, nel 1994, e l’ho sempre tenuto caro perché le persone mi furono di primo acchito simpatiche.

Ora quei ragazzi si sono fatti uomini, e Marco Cassini ha pubblicato le sue memorie, ovvero il racconto dei primi quindici anni della casa editrice. L’ho letto d’un fiato, e poi riletto a cercare le similitudini tra una casa editrice e una “casa di traduzioni”; e, anche, tra le sue e le mie passioni.

Le “tre fasi della vita della casa editrice: l’età dell’innocenza, l’età della ragione, e il ritorno all’età dell’innocenza” (p. 69). Me ne sono reso conto leggendo le sue parole, ma per Tesi & testi – dunque per me – è stato lo stesso. L’innocenza e la spensieratezza di oggi sono figlie legittime della ragione di ieri, da […] continua a leggere »

The Knack

The Knack
Per anni ho continuato a chiedermi perché Norm Brodsky, imprenditore con vastissima esperienza e columnist per Inc. dal 1995, non riunisse i suoi articoli – vere e proprie illuminazioni – in un libro.

Ovviamente l’ha fatto: The Knack è in libreria da qualche mese. Ai fini dell’industria della traduzione (sebbene il discorso valga – è chiaro – per tutti i settori), Brodsky cita i tre criteri che usa per decidere se vale la pena investire in un’attività (pp. 42-44). Vediamoli.

1. L’oggetto deve essere conosciuto dal pubblico. Perché educare un mercato è un affare oltremodo costoso, sia in termini di denaro che di tempo. Il parallelo con le traduzioni è lampante: non sono io che devo educare il cliente, al limite sarà lui ad istruire me sulle sue necessità. E se sono bravo ad ascoltare, farò tesoro delle sue parole.

2. L’industria deve essere un pochino indietro rispetto alle necessità dei propri clienti (“antiquated”, dice Brodsky), ovvero ci devono essere margini di miglioramento. E nell’industria della traduzione le possibilità di perfezionare sistemi e processi sono enormi.

3. Il proprio mercato deve […] continua a leggere »

Il Cigno nero

Il Cigno nero
Questo non è un libro, è una sfida intellettuale.

Partiamo dalle definizioni. Un Cigno nero è un fenomeno che presenta tre caratteristiche: in primo luogo, è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, poiché niente nel passato può indicare in modo plausibile la sua possibilità. In secondo luogo, ha un impatto enorme. In terzo luogo, nonostante il suo carattere di evento isolato, la natura umana ci spinge a elaborare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo spiegabile e prevedibile (p. 11).

Secondo Taleb, noi agiamo come se fossimo in grado di prevedere gli eventi; ma tutto il volume è una prova continua di come l’improbabile e l’imprevedibile governano le nostre vite.

Anche Montale, ne La storia, aveva già espresso in maniera limpidissima concetti simili:

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

A seguire un paio di passi del libro di Taleb che mi hanno attratto in maniera particolare.

Più informazioni si danno, più le persone che le ricevono formulano ipotesi […] continua a leggere »

Dibattere semper

A Luigi Muzii il mio libro non è piaciuto. Me lo aveva già scritto in maniera civile anni fa; e del resto è un’opinione che, dal suo punto di vista, comprendo benissimo. Luigi è assolutamente rigoroso, preparato e competente – o, per dirla con le sue parole, “scettico […], difficile, critico e perennemente insoddisfatto”, per cui posso capire che il libro gli sia sembrato a tratti – o anche nella sua interezza – non all’altezza delle aspettative.

Tuttavia non sono d’accordo quando dice:

Il libro di Davico non contiene alcuna descrizione della realtà e delle prospettive del mercato italiano, se non nel senso di una loro visione molto personale; inutile cercare facts & figures.

Credo sia ingeneroso e forse anche un poco ingiusto.

La mia idea di allora era: descrivo la mia esperienza e la metto al servizio di chi vuole sapere qualcosa di più di questo settore, ben conscio del fatto che si trattava di una visione parziale e imperfetta. (Vado a memoria, ma non mi pare che qualcuno prima di me abbia parlato di “industria della traduzione” in Italia; mentre il sintagma è stato ripreso in innumerevoli occasioni dopo l’uscita del libro.)

E del […] continua a leggere »