Mag 09

Sono partito per un giro in bicicletta, ieri verso fine pomeriggio. La bici distende i pensieri, per così dire, li sistema, li mette in fila. In più pioveva. Da sempre adoro la pioggia. La pioggia è mia amica.

Pensavo alle costrizioni delle nostre vite, alle cose che facciamo perché dobbiamo farle, o anche (e forse soprattutto) perché “così si fa”, perché così fan tutti. Quando non posso scappare la mia reazione è estraniarmi (l’estraniamento è anche una fuga, dopotutto). E in bici ci sono solo io con i miei pensieri, null’altro.

Poi il cerchio si è allargato alle cose belle che avrei potuto fare e non ho fatto. C’era un po’ di malinconia, insomma, mista all’accettazione che è la consapevolezza dell’età di mezzo.

Erano dunque pensieri un po’ scomposti, forse un poco più sistemati dopo il giro ma sempre posticci, sempre appiccicati, provvisori. Accettare il guado a volte non è facile. Mi accompagnava Umberto Saba, soprattutto, e le varie “creature della vita / e del dolore” (Città vecchia); e pensavo, col poeta, che

s’agita in esse, come in me, il Signore.

E c’era anche un poco di Montale (Mediterraneo):

Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale
siccome i ciottoli che tu volvi,
mangiati dalla salsedine.

Pensieri che giravano, mezzi pensati e mezzi informi, e non sapevano prendere una piega decisa. Già, perché certi pensieri in file ordinate non ci vogliono stare, in nessuna maniera. Ma almeno la bici serve a metterli un pochino in fila, a dargli un minimo di direzione – e se non vogliono stare in fila stiano così, io li registro lo stesso.

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Mag 02

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In mezzo alle mie montagne, sabato pomeriggio, mi è sembrato di capire qualcosa, anche se non sapevo né so dire che cosa.

Ero partito dal fondo della valle Grana e l’ho risalita, in auto, fino a dove è stato possibile, ovvero fino a che la strada non era bloccata dalla neve, qualche chilometro oltre il santuario di Castelmagno, fermandomi spessissimo per contemplare il paesaggio e fare brevi camminate. Faceva freddissimo, ma il pomeriggio era bello nonostante le previsioni. (Non è una metafora anche questa, forse?)

Non lo so spiegare, certe cose probabilmente non esistono nelle parole, però so che io in mezzo alle mie montagne mi sento in pace con me, mi sento sereno. Non penso che si possa parlare di felicità, perché probabilmente quello stato è al di là della felicità. È come la stanza accanto alla stanza della felicità, qualcosa del genere.

Mi accompagnavano le immagini, le immagini soprattutto, lo spettacolo meraviglioso che la natura aveva organizzato per me. E poi mi accompagnavano i suoni, principalmente due: il lieto e tranquillo scorrere dell’acqua e il canto sereno di uccelli di cui ahimè ignoro il nome.

Mi è venuto in mente un libro letto tanti anni fa, La via del Toro di Leo Buscaglia, di cui ricordo pochissimo ma so che descriveva sensazioni simili a quelle che ho provato sabato.

E mi sovveniva la squilla argentina di dantesca memoria.

La pace della mente è fatta anche di cose strane, a volte, di sensazioni che a raccontarle probabilmente perdono gran parte del loro peso specifico.

Verso l’imbrunire faceva molto freddo, un termometro che ho visto segnava quattro gradi, ma tutta l’atmosfera la temperatura l’aria la luce declinante i suoni e le cose erano magicamente assemblati in un uno tutto in cui io mi sentivo assolutamente sereno e in pace con me, come mi accade sempre quando sono nelle mie montagne.

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Mar 07

A mia conoscenza, la settimana 1-7 marzo non ha un nome preciso, è una settimana come tutte le altre; ma dovrebbe.

Dovrebbe averlo, perché è in questi giorni che in natura occorre il fenomeno più bello dell’anno: finisce l’inverno e la primavera ha inizio.

Ne ho parlato l’anno scorso, ricordando anche il colore delle foglie sul Po che proprio in questi giorni mutava. Mutava allora come ora.

I segni sono piccoli dapprima. Come questo:
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Ovvero le prime gemme nel giardino dirimpetto. Che sono un segno sicuro dell’imminenza di una nuova stagione.

E più forti poi. Come quanto ti svegli un mattino e senti che l’aria è differente, che il freddo se ne è andato. E allora ti sovviene Sinisgalli:

Un lampo di beatitudine
non offende il nostro vicino.
Lui dorme sulla panchina,
il passero gli vola intorno.
Lui sogna il lebbroso
ma sentiamo che il suo male
non è contagioso.

Gen 11

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Ho tardato a pubblicare oggi perché l’idea per il post mi è nata solo ieri sera tardi, e avevo bisogno di elaborarla, di “cucinarla” nel mio laboratorio di scrittura, e di chiedere – prima che fosse fuori – il parere e i consigli di mia figlia piccola nella maniera di cui dirò tra poco.

Tutto nasce da una combinazione di due fatti:

– sto leggendo questo libro. L’autore lo conosco bene (ne ho parlato ad esempio qui), il suo concetto di flow è un pilastro per le prestazioni in diversi campi;

– ieri, domenica, ho passato tanto tempo con mia figlia piccola a giocare insieme e fare altre cose (ma giocare soprattutto, anche perché per lei ogni cosa del mondo è un gioco). E se ieri nel gioco c’era solo il gioco e nessun’altra considerazione, pensandoci oggi ho capito che lei mi insegna tante cose del flow che sa per istinto, per natura: e dunque frutto laterale del giocare con lei è l’imparare come se si stesse leggendo un libro. (Ciò vale per tutti i bambini del mondo, naturalmente.)

Faccio un passo indietro: che cos’è il flow? Una buona definizione iniziale si trova qui, ma in parole povere è uno stato della mente in cui la persona è talmente assorta nel suo compito da dimenticarsi del mondo esterno e dal ricavare massima soddisfazione da quello che sta facendo.

(Nota laterale: mente e corpo non sono due entità distinte, ma un unicum, un uno tutto, un continuo. Questo il golf me lo ha fatto presente in maniera netta: dopo anni di deliberate practice mi è stato chiaro che la persona è un continuum, che non c’è confine tra il corpo e la mente. E questo vale nello sport, nella professione e in qualunque attività.)
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E per traslare questi concetti nel lavoro, dirò che il “buon business” auspicato da Csikszentmihalyi è ciò a cui da sempre, per istinto prima che per ragione, tendo. Ovvero, alla radice delle cose il concetto è questo: avere buoni rapporti con tutti gli stakeholder relativi al tuo lavoro (clienti, fornitori e così via) è una sana pratica di lavoro e di vita perché arricchisce dal punto di vista mentale la tua vita, la rende piena di significato, ti gratifica; e dopo, ma solo dopo e solo come conseguenza, è un vantaggio dal punto di vista economico.

In soldoni: lavorare bene si deve e conviene perché si vuole lavorare bene, perché si ha piacere e gioia nel farlo. Il guadagno viene soltanto dopo, solo come conseguenza. Lo dice bene Pavese:

L’ignorante non si conosce mica dal lavoro che fa ma da come lo fa.

Nel corso della vita i soldi si guadagnano e si perdono, le cose vanno bene e vanno male, ma non è questo il punto. Il denaro è decisamente sopravvalutato da questo punto di vista. (Non che non sia importante, non venirlo a dire a me dopo questi anni di tribolazioni e gente che, anche se non lo farà mai, dovrebbe chiedermi perdono; ma non è il cuore delle cose.)

Anni fa, quando dopo un lungo viaggio ritornai al punto di partenza, riportando la sede di Tesi & testi proprio nel luogo dove era nata, che è lo stesso luogo che fu sogno imprenditoriale e di vita di mio nonno Giovanni, il palazzo che ha segnato la storia della mia famiglia negli ultimi cento anni, scrissi:

Uno dei motivi più inconfessati e reconditi del mio essere imprenditore è proprio il seguire le orme del nonno, la sua idea di giustizia e rettitudine a prescindere da qualunque altra cosa.

Insomma capisco che le cose sono circolari, che tutto ritorna, che fare le cose in maniera giusta è il cuore del nostro lavoro e, probabilmente, della nostra intera vita. Tutte cose che mia figlia piccola sa per istinto. È per questo che, prima di pubblicare, le ho chiesto di leggere il pezzo e di darmi la sua opinione:
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Quanto a me, io ci metto anni ad arrivare allo stesso punto perché sono lento in tutto ma ci arrivo, ci arrivo.

Set 21

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Oggi ho visto nascere il giorno.

Ero nel mio rifugio tra i monti, ieri sera. Avevo puntato la sveglia molto presto ma poi mezz’ora prima ero già su, proprio come i bambini al primo giorno di scuola che alle sette e mezza girano già per casa con tutto il necessario in mano e chiedono “È ora? È ora? E adesso è ora?”

Pur in un periodo burrascoso ero eccezionalmente sereno, quasi senza pensieri. Mi sono preparato la colazione e poi l’ho consumata a luce spenta – di quella casa conosco ogni centimetro, una lampadina mi sembrava un di più non necessario.

Quindi ho preso la mia bici e sono tornato verso casa. Praticamente un mattino di fatica nera: i primi cinquanta chilometri sono scorsi via lisci, ma durante gli ultimi quaranta le gambe arrancavano anzichenò. Mi sovveniva Max Pezzali:

È allora che al volo ho realizzato
il rischio di passare la mia vita
sopra a un Peugeot che arranca in salita
mentre uno con il Fifty ti sorpassa, ride e va.

D’accordo, non è Montale e nemmeno Saba ma anche noi siamo ben oltre l’età della consapevolezza. E comunque mi sembrava tutto molto vero, reale, semplice. Vivo, eccezionalmente vivo.

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Ago 31

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È cominciata, in maniera bella e casuale, tre anni fa; è proseguita due, e poi l’anno scorso. E domani, di nuovo. È la tradizione familiare di trascorrere il compleanno nella mia patria seconda.

Mi sovviene Pavese:

Son lontani i mattini che avevo vent’anni.
E domani, ventuno.

Quarantotto anni non sono tanti né pochi, semplicemente sono. Penso soprattutto alle esperienze che voglio fare, al vento in faccia, ad attraversare la Corsica a piedi, ad arrivare ad handicap zero. Ad altri traguardi impegnativi che col tempo mi fisserò.

La mia maniera di augurarmi buon compleanno, quella più piena e viva che conosca, è prendermi del tempo per pensare a come lasciare segni di vita dentro di me. Fare un piano di vita per le seconde nove, insomma.

Cercare di fare mia la lezione di Oliver Sachs:

There is no time for anything inessential.

Ben sapendo che sarà inutile, in sostanza, che la cima delle cime non esiste se non dentro di noi. Ma dentro di me esiste, e come! La cima è fissarmi un traguardo impegnativo e poi raggiungerlo. La cima è camminare, è respirare.

Giu 08

Ho la sensazione che la mia scrittura giri troppo in tondo, negli ultimi tempi. Il mestiere c’è, questo lo so, ma mi pare che troppo spesso i contenuti facciano il giro intorno a se stessi; insomma che il mio scrivere sia nodoso e involto e, nella sostanza, non aggiunga più quel valore che aggiungeva nei primi tempi di questo blog e poi durante il periodo della pubblicazione del libro.

Dove vado da qui?

Che cosa succede a chi si è preso l’impegno con se stesso e con i suoi venticinque lettori di sfornare un post a settimana perché sente di avere tanto di dire e da dare, ma poi comincia lentamente ad arrotarsi su di sé e non produce più quel valore che si è impegnato a produrre?

Che cosa succede all’equilibrista sul filo quando il filo comincia ad ondeggiare? O quando la motivazione dello stare sul filo comincia a venire meno? È questa stanchezza un segno della mezza età, ovvero dell’accettazione dell’esistente, dell’adagiarsi alla medietà, alla mediocrità?

Ma non dovevo andare a vedere che cosa c’è alla fine dell’arcobaleno? Non sarà mica questo il tempo di ammettere che doveva andare cosà ma è andata così?

Ho riletto, a mo’ di esercizio, tutti i post di quest’anno. Ne apprezzo alcuni, ma in tanti altri casi mi pare di ripetermi, di dibattermi intorno a problemi che poi non riesco a risolvere. Ovvero di essere una sorta di buffone della vita, un Homer Clapp, un Giovannino heartless.

Questo è il mio grande mah relativo a questo blog, la paura che il mio scrivere non porti da nessuna parte. Forse la piccola utilità, se c’è, sta nella descrizione di sensazioni; e in questo sentire ritrovarmi con qualche anima bella come la mia. Forse è poco, o forse no.

Investigare, ancora investigare.

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Mar 09

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… una mezza poesia mi girava per la testa. Allora ho preso la scala e sono salito lassù, nell’ultimo ripiano della libreria dove riposano i miei poeti, in libri un po’ polverosi. Ne ho letta qualcuna.

Non ho capito molto, ma ho capito che capire è, in fondo, inutile (così scrisse Eduardo). Ho capito che è la dolcezza quella che salva il mondo, e mi sembra sufficiente.

Sinisgalli, Montale, e tutti i poeti che mi hanno accompagnato fino a qui.

Gli errori fatti, quel che avrei potuto fare e non ho fatto, quel qualcosa di buono che invece ho fatto.

Va bene così, mi sembra sufficiente.

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