Lug 31


Un anno fa passavo per lo stesso posto e per la medesima ragione.

Pocapaglia, sulla strada per il golf di Cherasco. Una di quelle gare che piacciono a me – fondamentalmente per sentirmi vivo.

E lì, in quel luogo, ho scattato la medesima foto di un anno fa. Io impantanato nelle mie indecisioni e nelle mie paure, nella fatica di vivere i miei cinquant’anni, che di per sé sarebbero l’età della pienezza e del compimento della vita. (I cinquanta sono i nuovi quaranta, immagino che si potrebbe dire.)

E naturalmente penso a lui. Cioè lo penso fondamentalmente nel modo in cui Montale pensava i suoi morti:

I miei morti che prego perché preghino
per me,

insomma un do ut des alla ricerca di un equilibrio che dubito di raggiungere mai. Un giorno, tanti anni fa, chiesi l’aiuto di Batista, volevo vuotare il sacco, dirgli tutte le mie schifezze e i miei travagli e i fallimenti – era il 2007 –, lui venne a Torino con un amico e pranzammo insieme al Kiki, uno splendido ristorante giapponese che non esiste più da anni (sic transit gloria mundi), e insomma ora cinquant’anni li ho davvero – mi manca un mese ai cinquantuno, per dirla tutta – e quell’aiutante magico è andato lontanissimo, a chi racconto ora tutti i miei maleur?

“Comunque dev’essere un bel posto, quello, perché tu ti meriti senz’altro di essere in un bel posto” – questo l’ha detto Mario. E mi ricordo di quel giorno che mi portasti con te a fare compere vicino ad Alba, attrezzi, un trapano, qualcosa del genere, e quell’amore folle che avevi per le bici pieghevoli. Era amore per la vita allo stato puro, una bici pieghevole come la pienezza della tua vita.

È passato un anno da quella foto ma io sono impantanato nelle mie difficoltà esattamente come un anno fa. Ciapatravers sta pizza, manco dritto so andare.


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