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Il marketing di oggi e di domani

Tu sei lì tranquillo in macchina che conversi amabilmente con tua figlia e ti telefona un venditore perché un giorno, tanto tempo fa, avevi comprato qualcosa da loro, e vuole proporti questo e quell’altro prodotto. Tu dici che non hai il budget ma la persona no, insiste, vuole (meglio: deve) vendere. Tu molto tranquillo gli dici allora di toglierti, per favore e per sempre, dalla loro lista.

La vendita fatta in questo modo non può più funzionare. Seth Godin ce l’ha spiegato bene tanti anni fa (anzi, lui ci ha pure costruito una carriera sopra), e in ogni caso oggi sappiamo che non funziona e non ha un futuro (nemmeno un presente, peraltro).

Basta, non se ne può più! Io espongo la mia merce sul bancone (elettronico), faccio soft marketing offline senza vendere nulla ma rispondendo alle domande di chi può essere potenzialmente interessato; ma non farò né farò mai più fare telefonate a freddo, sperando che dall’altra parte la persona non stia aspettando altro che io gli magnifichi le caratteristiche delle mie traduzioni.

La lingua piemontese, oggi

L’ultimo numero di Multilingual pubblica un mio articolo sullo stato della lingua piemontese oggi. Si può leggere qui.

Piedmontese, an endangered language è una breve storia della lingua piemontese; e parla di grammatica, musica, letteratura e soprattutto di quello che ritengo essere il punto essenziale per la conservazione di questa e altre lingue minacciate dalla globalizzazione: ovvero il fatto che le si parli ai propri figli.

In GoPiedmont, il mio blog dedicato all’argomento, il discorso è ovviamente più articolato. (Anche la foto mi sembra più naturale.)

Risposte

Il mio ultimo post era una richiesta d’aiuto, motivata dal fatto che tante teste pensano mooolto meglio di una sola (il potere del crowdsourcing, lo potremmo chiamare ora). (A proposito: Renato Beninatto ci fa sapere che in 36 giorni l’ultimo libro di Dan Brown, 614 pagine, è stato tradotto in svedese da sette traduttori, rivisto, impaginato, stampato e distribuito in 300mila copie.)

Ho ricevuto pochi suggerimenti, il che può voler dire essenzialmente due cose:
– ho pochi lettori (ma sarebbe un colpo troppo grande alla mia vanità di scrittore, preferisco non ritenerla una causa);
– la felicità, soprattutto se associata al lavoro, lascia attoniti e sconcertati (sì, dev’essere senz’altro così! :-).

Tra i consigli richiesti, Silvina Dell’Isola suggerisce questo “piccolo granello” (così lo ha chiamato lei). Ok, può dare qualche indicazione.

E segnala un altro contributo di taglio accademico, mettendo l’accento su quanto riportato alla slide 45:

Paradosso del reddito: maggiore reddito non determina maggiore felicità. […]
Nel tempo: negli ultimi decenni nei paesi industrializzati il reddito pro capite è aumentato molto, ma la felicità media è leggermente diminuita.

Questo è un punto da studiare. Il problema principale, credo, […] continua a leggere »

Luca Goldoni, un incontro imprevisto


Al liceo (e anche dopo) non credo di aver letto Dostoevskij, se escludiamo i canonici brani su Il materiale e l’immaginario; però, quando intorno ai vent’anni o poco dopo mi è venuto il morbo della lettura, ho scoperto, letto e riletto Goldoni (Luca).

Lo confesso: è stato mooolto più divertente. Libri come Viaggio in provincia e Colgo l’occasione sono stati per me un esempio splendido di scrittura felice, qualcosa che nel tempo si è sedimentato indelebilmente in me. Ignoro se sia vera letteratura, ma lo ritengo del tutto secondario: invece il fatto che quei libri abbiano contribuito ad insegnarmi a scrivere davvero è importante, e come!

Però poi, negli anni, il suo stile ha cominciato ad attrarmi di meno. A partire da Maria Luigia donna in carriera l’impressione che avevo è che si fosse un po’ persa la felicità di scrittura presente nei libri precedenti. In sostanza, non apprezzavo il fatto che il Luca Goldoni che conoscevo si fosse allontanato dal suo oggetto abituale – l’Italia e gli italiani di oggi, in tutte le loro manifestazioni e sfumature – […] continua a leggere »

Crush It!


È un fatto che i blog sono un fenomeno che trasformerà – e presto – il mondo. Sono un luogo di discussione e confronto, ma anche un modello di business da non sottovalutare. Le prove sono innumerevoli, e una di queste è Gary Vaynerchuk, vulcanico imprenditore, blogger, e ora anche autore.

Il suo Crush It! è un fantastico inno alla passione. Per cominciare occorre guardare questo video, quindici minuti di autentica passione. La stessa passione che si ritrova nel libro.

Il volume è una guida passo passo per creare un blog e, sul lungo termine, trarne profitto. Cosa che è possibile solo alla condizione che la passione sia la guida dell’intero progetto (meglio, dell’intera vita).

Già, perché per dirla con Gary,

I measure my success by how happy I am, not how big the business is or how much money I’ve made.

Ecco il mondo di domani, luogo dove affari e passione, famiglia e lavoro si fondono in un’unica mistura vincente.

Combattimento, ancora combattimento

Non dappertutto e non comunque, ma la cosiddetta crisi (che io continuo a non capire) ha colpito duro. Uno dei risultati, nel nostro settore, è che le grandi agenzie estere – quelle la cui struttura del lavoro è parcellizzata e molto ben organizzata – ne approfittano per dettare le condizioni ai “loro” traduttori.

Il loro discorso, in sostanza, è: o mangi questa minestra o salti dalla finestra. Nulla di nuovo, per carità: la novità è che l’economia va periodicamente e ciclicamente su e giù (ma non tutti se ne rendono conto) e che nuove leve si affacciano alla professione (e per loro è tutto nuovo).

La sostanza dietro alla sostanza, però è:

si può rifiutare il lavoro pagato male.

Perdere un cliente che paga poco non è una vera perdita: da un punto di vista economico è un guadagno. (Senza contare il beneficio altissimo che deriva dall’essere in controllo della situazione, dal poter depennare dall’elenco clienti un cliente che non porta benefici.)

Resistere si può – è un vantaggio.

Dopo Forlì (ma anche no)

Riprendo ed espando il mio commento fatto al post di Luigi Muzii a proposito del convegno Tecnologie per la traduzione: giornate di aggiornamento e formazione tenutosi a Forlì la settimana scorsa.

Non ho partecipato e non posso giudicare nello specifico, ma in generale posso dire che un convegno così me lo immagino benissimo anche senza esserci stato. A me personalmente non interessano più i vari discorsi sulle tariffe, la tecnologia, l’avvenire della professione… mi sembra tutto troppo terribilmente già visto, rivisto e visto ancora.

Anche una mia partecipazione a conferenze del genere sarebbe sostanzialmente poco utile, perché rischierei di ribadire concetti stanchi e ritriti.

Perché il problema è il medesimo descritto in Flatlandia, ovvero avere gli strumenti giusti per percepire una realtà che cambia. E il mondo della traduzione – ma vorrei dire quantomeno il mondo del lavoro tout court – è mutato completamente, e i paradigmi che valevano ieri oggi perdono di senso. Occorre riflettere su almeno un paio di punti fondamentali:

– è proprio necessario lavorare con clienti che non ci garbano (leggi: che pagano troppo poco)? (Hint: se vogliamo farci del male, sì.)

– C’è una strada sola che porta ad […] continua a leggere »

La collina di Pavese e i libri di Gianni Davico

Parlavamo del mio libro con Silvina Dell’Isola; e io dicevo:

Il libro fa parte di me ma io voglio andare oltre, mangiarmi una collina come dice Pavese.

Al che lei risponde:

Questa battuta-citazione è roba degna da postare su Brainfood, Gianni! 🙂

Cosa che a me non sembrava. Però, ripensandoci, forse il concetto merita di essere ampliato: quel libro per me è del tutto passato, fa parte della mia storia personale e un poco dell’industria italiana della traduzione, è ancora attuale per chi si prende la briga di leggerlo ma non più per me.

Il punto è, come diceva l’Abbé Pierre, che sono stanco di quello che ho fatto e sono riposato di quello che ancora devo fare. E quel che devo fare è scrivere altri tre libri: filosofia spicciola (2011) – golf (2013) – piemontese (2015).

Assolutamente lineare, assolutamente semplice, assolutamente come già fatto.

Respect, o della scoperta dell’acqua calda

Il numero di settembre dell’ATA Chronicle contiene un articolo di Terena Bell sul tema, duro a morire, del rispetto – 2010 e seguitiamo a parlare delle stesse cose. Aaargh! – cui, dice l’autrice, quest’anno ha dato la stura il mio articolo.

L’intervento si legge, con lievi modifiche, qui. Suppongo che il post sia il Bell-pensiero originale, ma né il post né l’articolo citano il fatto che uno riprenda l’altro: e il copyright?

In ogni caso ritengo condivisibili le premesse, ma le conclusioni mi paiono e nazional-popolari e fuori luogo, oltre che terribilmente ovvie. Dice infatti Bell:

To summarize, as an industry, we feel underappreciated, misunderstood and used.

Davvero? Il rapporto che ho con i miei clienti non ha la minima traccia di questi sentimenti. Offro un servizio professionale, risolvo dei problemi, facilito la vita e per questo vengo pagato. E se così non fosse sarei da lungo tempo andato a fare altro; perché concordo con Gary Vaynerchuk quando dice: “There’s way too many people […] that are doing stuff they hate. Please stop doing that!”

Ma il passo successivo mi ha lasciato di stucco:

My solution to this problem will most likely not […] continua a leggere »

Scusa, ma hai detto "marketing"?

Ricevo questa mail da una traduttrice argentina, bel résumé, buoni studi, clienti discreti. Però tutto questo viene fuori solo aprendo l’allegato e leggendolo con attenzione, mentre la mail riporta, a caratteri cubitali, che il prezzo è di EUR 0,025 a parola.

Due-centesimi-e-mezzo-a-parola.

(E quel mezzo centesimo, che pure è il 20% del totale richiesto, è secondo me umiliante da chiedere. Non due, non tre: mezzo centesimo.)

Alla produttività media di un traduttore, a tempo pieno parliamo di 50 euro (lordi) al giorno. Esclusi malattia, tempo per cercare nuovi clienti, fermo macchina, aggiornamenti e così via; e considerando di avere lavori tutti i giorni, tutto il giorno.

Due-centesimi-e-mezzo-a-parola. L’Argentina non è l’Italia; ma anche così questa persona non avrà nessuna maniera di crearsi una famiglia, avere dei figli e così via, se vorrà mantenersi col proprio lavoro. No way.

Mi sono venute in mente le parole di Rodrigo Vergara, nella lunga intervista che gli feci e che è riportata in maniera pressoché integrale nel mio libro:

Quando la gente è disperata si offre per meno, e allora non sarà più possibile chiedere quello che è giusto, e non vedo come ci si potrà difendere nel lungo periodo.

Io comunque le […] continua a leggere »