Ott 18


Chi mi segue anche distrattamente sa che Simone Perotti è uno dei miei miti per quanto riguarda la crescita personale, il nostro contributo al mondo, lo stare bene con se stessi e così via. Per essere più precisi, è il miglior “acquisto” che io abbia fatto quest’anno.

Ricordo perfettamente la posizione del suo Adesso basta, che mi guardava dritto in faccia alla Feltrinelli di Torino, le sensazioni provate durante la lettura e i benefici avutine dopo (e che proseguono oggi).

Il mese scorso è uscito il nuovo romanzo di Simone, Uomini senza vento. Ed è una prova impegnativa per l’autore, perché – anche se è stato scritto prima di Adesso basta – segue il successo clamoroso del suo saggio sul downshifting: è normale che si guardi con un po’ di sospetto il volume.

Né io facevo eccezione: mi sono avvicinato al libro con diffidenza. Ma a lettura conclusa devo dire che, a mio parere, l’esame è superato a pieni voti: sia quanto a incastro narrativo, sia per stile di scrittura. Parlare di un romanzo qui potrebbe apparire fuori luogo (l’ho fatto una volta sola prima d’oggi), ma in realtà i temi sono quelli di cui mi occupo da tempo. In questo video Simone stesso illustra il libro in poche parole. Per conto mio, dirò soltanto che mi ha appassionato la metamorfosi di Renato col dipanarsi della vicenda, il suo rendersi conto dello stare male nella inettitudine che gli aveva fatto da corazza per tanto, troppo tempo al punto da prendere finalmente una decisione epocale per la sua propria vita. Anche Renato insomma a un certo punto dice adesso basta.

In più, sono onorato che Simone abbia accettato di rispondere ad alcune mie domande. Ho parlato con lui del libro, ovviamente, ma il discorso si è poi allargato in maniera naturale ai temi che sono cari a lui come sono cari a me. Spunti interessanti, che gettano un pochino di luce in più sopra ad una persona che ha tanto da dire. Ecco a seguire la nostra conversazione.

Gianni: Tu hai detto che Renato, il protagonista, non è una tua proiezione. Ma erro nel lo scorgere in lui nella prima parte del libro e nell’ultima il Simone di prima e il Simone di adesso?

Simone: Renato, il protagonista della storia, è costruito con materiali reali, miei se vogliamo, cioè mattoni che sono stati assemblati col fango della mia vita precedente, cotti sotto quel sole nero. Dunque è fatto della mia materia, ma non sono io. È ipocondriaco, attendista, pauroso, labile nella mente e nel corpo, ha paura, si fa trascinare, è incerto nelle scelte, non vuole problemi (neanche io, in effetti, ma poi in pratica…). Dunque è il prototipo dell’uomo senza vento, ovvero la più vasta popolazione dell’epoca. Io e Renato ci assomigliamo poco prima e assai più dopo.

G: Renato nel corso della storia prende in mano la sua vita, mentre noi troppo spesso rimaniamo incagliati in relazioni che non hanno futuro, in lavori che non ci soddisfano e così via. Il tuo messaggio di speranza per il lettore è quindi implicito. Ma se dovessi sintetizzarlo – o anche ampliarlo, perché no? – a beneficio di chi legge questa intervista, che cosa diresti?

S: Un romanzo non ha un messaggio sintetizzabile, altrimenti sarebbe un saggio. Diciamo che la sua vicenda potrà far specchiare qualcuno di noi, potrà darci il senso di come la vita potrebbe essere, potrà farci assaporare l’enorme mondo fuori dai tracciati ripetitivi dei nostri percorsi urbani. Spero che questo avvenga, perché in tal caso il romanzo sarebbe riuscito.

G: Che cosa hai imparato dallo scrivere questo romanzo?

S: Ho goduto, soprattutto, del gusto di scrivere in modo diverso. Avevo appena fatto la mia scelta di andare e cambiare vita. Mi ritrovavo nel mio fienile da solo, nel silenzio, e potevo scrivere. È stato naturale specchiarmi un poco in questa tematica. Ma era la prima volta che la vivevo davvero. È stato splendido, una prova ulteriore che la scelta era stata corretta.

G: Un giorno scrivesti, a me ignorante di tutte le cose del mare, che “buon vento” è l’augurio di rito che ci si fa tra marinai quando si prende il mare. Ora che, per dirla con Pavese, “sei consacrato dai grandi cerimonieri”, che cosa ti aspetti dai tuoi libri in termini di successo, di rapporto col pubblico, di opportunità per te? Dove ti porterà secondo te il tuo vento?

S: Guarda, ora sarebbe legittimo aspettarsi grandi cose, perché i lettori sono tanti, i libri vendono, e essere ambiziosi è più che possibile. Ma come sempre a me viene sotto il palato un sapore dolce e amaro, una sensazione ben chiara, che mi spinge ad augurarmi qualcos’altro. Io spero che ogni mio libro venga acquistato da 10mila persone, cioè da pochissime rispetto a quanto fatto con Adesso Basta, e pochissime rispetto a quanto sarebbe legittimo attendersi dal futuro. E sai perché? Perché questo significa 10-15mila euro di guadagni, cioè denari utilissimi per me che non lavoro più, che posso investire in cose utili. Di più non me ne servono. Ma soprattutto vorrebbe dire poter continuare sempre a scrivere e a pubblicare, che invece è la mia vita profonda. Dunque vorrei il minimo possibile, per dirla così. Certamente non mi auguro di vendere alla Faletti, perché quello significa fin troppa notorietà, fin troppo clamore, e io, che pure so difendermi benissimo da questo, preferisco altro.

G: Prendo spunto da una domanda che ti ha fatto Alessandra Muglia sul Corriere (“Ma il successo non ti sta portando a ringranare la marcia dopo che avevi deciso di ‘scalarla’?”) per ampliare il discorso. Ora che sei famoso e che il tuo talento è conosciuto, è inevitabile che ti si chieda di fare questo, di fare quello eccetera; cosa che, evidentemente, va a cozzare con l’idea di downshifting. Vedi questo cambiamento come uno squilibrio? E se sì, come pensi di affrontarlo?

S: Lo affronto come un periodo di impegno necessario, perché, torno a dire, io ora ci vivo con i libri, anzi, ci campo. Dunque costruire una base di attenzione (io che ero quasi sconosciuto fino a poco tempo fa) è essenziale per poter andare avanti. Devo dirti che se domani qualcuno mi confermasse che questa base c’è e dunque da ora in avanti ogni libro può essere preso in considerazione da un piccolo zoccolo duro di critici e di lettori (che vorrebbe dire non essere più un outsider ma uno scrittore normale), io smetterei all’istante qualunque attività di promozione riservandomi il gusto di presentare il libro nei posti che più mi piacciono, se e quando voglio. Non scomparirei alla Salinger, ma certamente ridurrei molto gli impegni. Detto ciò, ti assicuro, gli impegni di oggi sono niente rispetto al lavoro precedente, sono sempre piacevoli, sono agevoli in termini di tempo. Dunque, tutto bene.

G: Sai rintuzzare bene le inevitabili critiche che ti giungono. Però come ti senti a dover spiegare sempre le stesse cose?

S: Un po’ mi annoia. Lo faccio sulle questioni fondamentali, perché tengo maledettamente che quel che scrivo venga preso per vero e alcune mie idee vengano rispettate come autentiche. Su alcune di queste idee risponderò sempre, una volta in più dell’ultimo tentativo dell’ultimo critico. Ci sono cose su cui occorre combattere, e io lo farò sempre. Fa parte della mia natura.

G: Mi stupisco che tu non citi mai (a quanto ne so) Tim Ferriss, che pure esprime concetti simili ai tuoi. Cosa pensi in generale di quel che in questo campo proviene dall’America?

S: Non conosco Tim Ferriss, se è interessante lo leggerò. Sul tema dei sogni e di come lavorare duro per realizzarli non ho chiesto molte opinioni ai libri. Sono il mio tema fisso, il tarlo, da anni, e sento di avere diritto alle mie opinioni. Io credo che molti di noi potrebbero scriverli molti dei saggi che leggiamo. È quello che mi hanno detto in tanti circa i miei libri e trovo che sia uno splendido complimento. Per loro naturalmente.

G: Infine: che cosa succederà a Renato dopo la fine della storia?

S: Renato è un personaggio che prende una via ben precisa, che fa un salto decisivo. Nasce con lui un personaggio che, chissà, potrebbe anche avere altre vite…

Ott 11


Sono stato, in questi ultimi anni, un ragazzo molto fortunato: al punto, tra le altre cose, di essermi imbattuto nell’opera di autori e blogger che mi hanno aiutato tantissimo nei pensieri, nella chiarezza di obiettivi, nella ricerca della semplicità e così via. Chris Guillebeau è tra questi felici pochi.

Seguo il suo blog dal giorno in cui l’ho scoperto (fu una fulminazione: non potevo credere che i concetti che esprimeva in maniera così lineare e semplice avessero così tanta forza dirompente in me), e lo cito spesso e volentieri qui, su Twitter e altrove.

Qualche settimana fa è uscito il suo libro, The Art of Non-Conformity, naturale estensione del blog.

Il blog è una miniera di informazioni nel campo dei viaggi, dell’imprenditorialità, della filosofia spicciola, del coraggio di essere differenti, del desiderio di lasciare traccia di sé. È il primo passo quindi, e per quanto è ampio e articolato potrebbe anche essere tutto. Il libro invece va un po’ più in là, aggiunge notizie e dà al suo scrivere un senso per ora compiuto.

Ecco alcune citazioni che mi hanno colpito, prese qua e là nel libro, un mio personalissimo florilegio:

An important part of the guru-free philosophy is that no one is better than anyone else, and most of what you need to know, you already know. (p. 16).

Can you continue in your quest for 10,000 hours or more? If so, you’re on the right track. (p. 83)

Going to a place like Syria could easily be once-in-a-lifetime adventure, but for me it was just another day at the office. (p. 188)

The fun thing about setting big goals is that once we really get serious about setting them, we often find that they take less time to achieve than we initially expect. (p. 191)

One of the things that separates a goal from a dream is a deadline. (p. 192)

Mediocre travel doesn’t produce many memories. (p. 199)

Which is more important – showing up for eight hours or actually doing the work? (p. 215)

E la conclusione del volume (“It’s your turn now”) può diventare il tuo inizio. Insomma, per dirla con Ligabue, “quando tocca a te / tocca a te”.

Lug 19

Per la prima volta dedico un intero post a un romanzo; ma non soltanto perché l’estate porta con sé in maniera naturale la voglia di letture più leggere, è che proprio si tratta di un libro che si sposa perfettamente con i temi di cui mi occupo da tempo.

Studio illegale, di Duchesne, a.k.a. Federico Baccomo, è il racconto – largamente autobiografico – di come la professione forense (o di “avvocato d’affari”, direbbe l’autore), così attraente dall’esterno, può essere in realtà alienante e portare l’individuo ben lontano dai suoi desideri e sogni. E questo è il collegamento con Brainfood.

Anche, mi ha colpito il sorprendente parallelismo con la vita del traduttore (e chissà di quanti altri mestieri e professioni che non conosco). A ben vedere infatti, l’avvocato (sì, il termine è probabilmente troppo generico ma rende l’idea) è motivato dalle medesime paure: di non guadagnare abbastanza, di perdere i clienti e così via. Questo lo spinge a ritmi di lavoro infernali e – visti da di fuori – senza senso alcuno.

Ma Andrea Campi, il protagonista, alla fine ne ha abbastanza e lascia lo studio, anche senza prospettive certe. Già solo questo suo coraggio gli vale una medaglia e un “bravo!” da parte mia. E quindi:

Il crepuscolo cala una cortina lucida sui palazzi mentre il vento si ferma un istante e poi riprende a soffiare, e il futuro mi sembra così banalmente bianco e bello. (p. 318)

(Alla fine, mettila come vuoi, chi decide di fare il salto poi col cavolo che si pente.)

Giu 17

Adesso basta
Ci sono libri – pochi – che non ti fanno dormire la notte, che ti fanno pensare, pensare, pensare e poi ti fanno agire. Agire. Adesso.

Ieri ho passato la mattina per bancarelle e librerie, e alla Feltrinelli di Torino c’era un libro che pareva mi guardasse, Adesso basta. Ho cercato di ignorarlo, ma cercava proprio me. L’ho comprato, portato a casa, nel pomeriggio ho cominciato a leggere le prime pagine e ho pensato: “Ehi, ma queste sono le stesse cose che dico e che faccio io, esattamente queste!”

Ho imparato, ad esempio, che quel che faccio da un paio d’anni a questa parte si chiama downshifting.

Ho evidenziato alcuni passaggi:

I prodotti, la loro accessibilità, la loro apparente convenienza sono sufficienti a spingere orde intere di persone, pure benestanti, pure acculturate, a uscire tutte le mattine da casa con la loro vettura fiammante, a percorrere a passo d’uomo strade intasate, a lavorare per dieci, dodici ore in modo sempre identico, sentendosi anche privilegiate, e poi a ritroso, e poi ancora avanti, senza che ci sia un ordine perentorio, senza che qualcuno alzi la voce. (p. 7)

Scrivere e navigare erano la mia vita, cose a cui il pensiero andava costantemente. (p. 16) [ho pensato ehi, togli navigare e metti il golf e quello sono io, sputato!]

Quando si dice “no” a qualcosa dopo si sta meglio, dopo si fa quello che si desiderava: ciò per cui il no era stato partorito. (p. 19)

Io sono un ragazzo fortunato – lo so, lo so bene –, ma leggere la storia di un ex manager di successo che oggi “si dedica interamente a scrivere e navigare” mi fa pensare che non sono da solo ad avere cambiato, che una vita migliore è possibile non solo per me ma per chiunque voglia fare il salto. Purché, volendolo, cominci adesso – adesso – a programmarlo.

Ora approfondirò la lettura, leggerò il suo blog, penserò molto. Ma il messaggio è chiaro:

una vita migliore, più ricca di significato e fatta a nostra misura, è possibile. Che cosa ne pensi?

Mar 23


Quella dei dizionari è una malattia che ho contratto all’università, dopo aver capito (tardi, ovviamente) che la letteratura era ciò che veramente volevo studiare e conoscere. Ricordo che il dizionario di italiano che più amavo era il Garzanti: avevo anche iniziato a tenere un elenco di parole italiane che non vi comparivano. Poi, per mio conto, avevo compilato un dizionario di parolacce, sulla scia de La mala lingua di Augusta Forconi: molto divertente, ma è sempre rimasto nel cassetto.

Nella lingua italiana, insomma, mi sono rimescolato e mi sono conosciuto, per dirla con Ungaretti. (E tutto ciò soprattutto grazie ai grandi maestri che ho avuto la fortuna di avere allora, in primis Riccardo Massano – che mi ha insegnato davvero a scrivere – e Guido Davico Bonino – che ha tenuto per platee di studenti/spettatori lezioni che erano sostanzialmente degli show. Pavese, poi, ha completato il tutto.)

Per caso mi sono imbattuto qualche settimana fa in questo Dizionario delle Combinazioni Lessicali. Poiché sono orgoglioso del mio scrivere (forse l’unica attività in cui davvero non temo confronti), è uno strumento che mi ha subito incuriosito.

Acquistatolo e sfogliatolo, ho poi conosciuto l’autore; e gli ho fatto qualche domanda per capire più a fondo la natura di quest’opera. Ecco qui le sue riflessioni.

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Gen 22

Il mio primo incontro “virtuale” con Luigi Muzii risale a ben oltre dieci anni fa, quando comprai e lessi avidamente il suo La redazione dei documenti tecnici, uno dei primissimi – e tutt’ora pochi – volumi in italiano dedicati alla redazione tecnica.

Poi lessi altro di lui, fino all’incontro avvenuto di persona a Bologna, all’ultimo congresso AITI: ho conosciuto un conversatore brillante e nello stesso tempo scettico, che si interroga sul senso del proprio lavoro e dell’industria in cui è immerso.

Alcuni giorni fa gli ho chiesto se voleva rispondere a qualche domanda. “A tuo rischio e pericolo…”, è stata la risposta: col sorriso e in pieno stile muziano. Pensate, fatte e mandate. Ecco qui il primo guest blogger di Brainfood.

Gen 05

De Biase
Mi sono imbattuto in questo volume per caso, nel corso delle ricerche per il mio libro sulla filosofia spicciola (18.635 parole al momento; dei contenuti non so giudicare), e ho iniziato a sfogliarlo in maniera distratta, da lettore vorace e consumato e abituato a troppi libri inutili. (Saccente, in una parola.)

Poi però arrivo a pagina 78 e trovo una frase, sui motivi per i quali in economia si parla troppo poco di felicità, che vorrei avere scritto io:

Quasi che la felicità fosse considerata un punto d’arrivo talmente alto e indefinibile da dover restare fuori dal dibattito.

Allora mi appassiono. Mi faccio attento e guardingo, trovo altri concetti che attirano la mia attenzione. Mi incuriosisco. Naturalmente arrivo al sito di Luca De Biase, che è un punto di partenza per altre riflessioni.

Adesso c’è molta carne al fuoco e, per ora, di più non so dire. Però bravo Luca, non ti conosco ma il tuo lavoro è ottimo.

Nov 21

Oggi parlo di me. Il mio libro è arrivato a 8.185 parole, entro settembre 2010 sarà terminato, entro fine anno sarà (auto)pubblicato.

È diverso rispetto al progetto originario: più ampio e più circoscritto al tempo stesso. Parla di felicità (questo concetto che teniamo sempre così nascosto, di cui troppo spesso parliamo con circospezione e vergogna), fortuna, ricchezza, dell’autenticità come valore-guida per il secondo decennio del secolo, di come la tecnologia può facilitare il nostro lavoro e così via.

Sono i temi che conosco, quelli dove mi sento preparato e – soprattutto – sento di poter portare valore a chi si prenderà la briga di leggerlo. Un Brainfood molto ampliato, insomma; con un tocco di Campo pratica e uno spruzzo lieve di GoPiedmont; e anche un po’ di Twitter, perché no?

Non insegnerò nulla, ma faciliterò il compito di chi vorrà imparare da sé. Per fare questo, per fare di questo mio terzo libro il lavoro più grande e bello di cui sarò capace, mi occorre il tuo aiuto. Sì, per individuare libri e siti che non conosco sui temi che ho elencato prima e su altri quali:

– perché i blog cambieranno il mondo;
– l’importanza della felicità, anche quando applicata al lavoro;
– la ricchezza, intesa come tempo a disposizione per fare le cose che adoriamo;
– i disastri che diventano fortuna.

Taglio pratico, mi raccomando!
Scrivimi! (Per favore.)

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Nov 10


È un fatto che i blog sono un fenomeno che trasformerà – e presto – il mondo. Sono un luogo di discussione e confronto, ma anche un modello di business da non sottovalutare. Le prove sono innumerevoli, e una di queste è Gary Vaynerchuk, vulcanico imprenditore, blogger, e ora anche autore.

Il suo Crush It! è un fantastico inno alla passione. Per cominciare occorre guardare questo video, quindici minuti di autentica passione. La stessa passione che si ritrova nel libro.

Il volume è una guida passo passo per creare un blog e, sul lungo termine, trarne profitto. Cosa che è possibile solo alla condizione che la passione sia la guida dell’intero progetto (meglio, dell’intera vita).

Già, perché per dirla con Gary,

I measure my success by how happy I am, not how big the business is or how much money I’ve made.

Ecco il mondo di domani, luogo dove affari e passione, famiglia e lavoro si fondono in un’unica mistura vincente.

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Set 14

Renato Beninatto, da poco tornato dalla parte degli LSP (bem-vindo!), scrive un articolo degno di nota sull’ultimo numero di MultiLingual. L’impressione che ha, dice, è che c’è molta poca innovazione nell’industria della traduzione. (Come dargli torto? Personalmente avverto netta l’esigenza di sfide intellettuali nuove, soprattutto per via della ripetitività degli incarichi che incontro.)

Tre, secondo lui, sono i dogmi che hanno finora impedito il progresso nel nostro settore:

– le memorie di traduzione sono un asset;
– la revisione migliora la qualità;
– meno traduttori danno un risultato più omogeneo.

Concordo anche sul primo (argomento creato per vendere CAT, i quali però hanno valore solo quando la memoria esiste già e solo nella misura in cui un traduttore li sa usare) e sul terzo (con una buona automatizzazione dei processi – cosa che oggi è alla portata di qualunque budget – è preferibile usare diversi traduttori bravi piuttosto che un solo superesperto per ottenere traduzioni più veloci e, tutto considerato, meno care), ma è il secondo di questi punti quello che credo più interessante per l’industria della traduzione nel suo complesso.

È un tema di cui si occupa da un paio di anni almeno; e ricordo il suo affollatissimo seminario alla conferenza ATA del 2007. In sostanza, dice Renato, più passaggi in una traduzione aumentano, non diminuiscono, la probabilità di errore. La soluzione consiste nel trovare le risorse migliori che facciano il lavoro giusto da subito. O, per usare le sue parole,

Focusing on doing things right the first time, companies can eliminate the editing stage. Total quality is knowing what needs to be done, having the means to do it, then doing it right the first time, every time.

Da segnalare anche questa intervista in cui espande i medesimi temi.

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