Feb 16


Era il 2004, io avevo cominciato a giocare da poche settimane, non avevo ancora dei bastoni miei e il primo che acquistai fu un ferro 3 [sic] al Decathlon. Il golf era un mondo quasi del tutto sconosciuto per me, riuscivo a capire pochissimo di concetti quali il loft, ma avevo intuito che un ferro con un numero basso poteva mandare la palla più lontana rispetto ad un ferro 8, 9 o anche 10 (già, all’epoca la Callaway produceva il ferro 10, ovvero l’attuale pitching wedge).

(Ricordo molto bene la faccia tra lo stupito e l’inorridito del mio maestro di allora quando mi vide con quell’arnese. Ma insomma il percorso verso la conoscenza è molto lungo, e anzi mi appare molto più lungo e intricato ora di quanto non fosse allora.)

Anche il mio primo set “serio”, i Mizuno MP-57, dei bastoni incantevoli al punto che li comprai online senza mai averli provati prima perché mi ero innamorato di quelle linee, aveva il ferro 3 (che conservo ancora). E anche se oggi amerei la sensazione cristallina e limpidissima che potrebbe darmi un ferro 3, o addirittura anche un rarissimo 2, so che copro con più efficacia le distanze intermedie tra i ferri medio-lunghi e i legni con gli ibridi.

Però il ferro 5 no, il ferro 5 è un altro discorso. Il ferro 5 è un buon test per mettere alla prova la tua abilità golfistica. Il ferro 5 lo devi saper tirare.

E io, pur usandolo da sempre, ho messo a punto da poco la mia tecnica per tirarlo. Perché questo è un bastone che devi prendere in mano con rispetto, che devi trattare bene e nella maniera corretta se vuoi che ti porti là dove desideri andare. Per fare uno yogiberrismo dirò che un ferro 5 non è un ferro 6.

Per me (non è ovviamente una ricetta universale, ma qualcosa di specifico che vedo funzionare nel mio caso) un ferro 5 dritto va tirato così:
– impugnatura da draw, ovvero che permetta di vedere la nocca dell’anulare della mano sinistra, mentre la mano destra si apre soltanto all’incirca della metà rispetto a quanto fa la sinistra);
– palla leggermente più indietro rispetto al centro dello stance (non più di un paio di centimetri);
spalla destra bassa e indietro;
K rovesciata;
– mirare a 3-4 metri a destra rispetto all’obiettivo;
– salita lenta;
– infine (ma è il punto più importante): debbo assicurarmi di non saltare dei passaggi, di farli nella giusta sequenza e soprattutto di liberare la mente dopo il pensiero e prima del colpo, in modo che sia il corpo, il mio subconscio, e non io ad eseguire il movimento.

Ripeto: questo funziona per me, che come la maggior parte dei golfisti tendo ad arrivare dall’esterno, ed è frutto di prove ed errori infiniti. Se la routine è fatta bene e se al momento opportuno riesco a mettere da parte la mente cosciente, allora il risultato è quasi una conseguenza logica. E la soddisfazione nel lasciar andare quel colpo è massima.

Dopo averlo provato innumerevoli volte in campo pratica, qualche giorno fa sono riuscito a portare in campo quel colpo. Margherita, buca 13, par 3 di 151 metri in discesa. D’estate è un ferro 6 con l’asta lunga e un 7 con l’asta corta, ma so che con temperature basse il ferro 5 è il bastone corretto per me. Ho eseguito la routine sia mentale che fisica nella maniera desiderata; quel colpo è partito dritto all’asta, esattamente come era stato visualizzato, è atterrato a meno di un metro dalla buca ed è rimasto lì. La sensazione dentro di me è stata quella di un lavoro compiuto, di una gioia limpida e cristallina; soprattutto, sono riuscito a farla percolare per intero, in maniera da poterla richiamare in futuro ogniqualvolta sarà necessario.

Gen 25

“Golf Italia” è sopravvissuta all’annus horribilis e arrivata al quarto numero. Contiene le mie recensioni:

Brett Cyrgalis, Golf’s Holy War. The Battle for the Soul of a Game in an Age of Science (perché la filosofia è fondamentale per il nostro golf);
Kris Tschetter con Steve Eubanks, Mr. Hogan, the Man I Knew. An LPGA Player Looks Back on an Amazing Friendship and Lessons She Learned from Golf’s Greatest Legend (perché Hogan vorrei che ci fosse sempre quando si parla di golf).

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Gen 14


Quando vado a guardare nella mia scheda sul sito Federgolf la pagina Tesseramento ritorno per un attimo bambino. Un attimo soltanto, ma un attimo magico.

L’occhio scorre la lista dei circoli che sono fiero di aver “rappresentato” in questi diciassette anni di golf (il diciottesimo sta iniziando), e io mi paragono a qualche mio mito calcistico di allora, qualche “vecchio” di metà anni Settanta (chessò, qualcuno ondivago come Anastasi, Boninsegna o Benetti, o qualche altro più “stabile” come Furino). Per loro erano le casacche calcistiche (del resto il Gianni bambino non poteva pensare ad altra attività sportiva che non il calcio; e dove sarei ora se non fossi cresciuto con l’album dei calciatori Panini?), per me sono i miei tre circoli (ma dire due più uno è forse più corretto).

Questa lunga premessa per dire che quest’anno sono passato dai Ciliegi alla Margherita, ovvero ho compiuto la stessa scelta di sei anni fa, sostanzialmente con le stesse motivazioni e con lo stesso groppo in gola. Ed entrambi mi sono molto chiari.

La motivazione principale è la competizione, il giocare in un “vero” campo di golf, in un ambiente competitivo. Questo per me è un aspetto fondamentale, giocare contro se stessi ma all’interno di un contesto dove una vittoria ha un significato almeno tanto sportivo quanto sociale. Un luogo dove il golf è un’attività sacra, che va praticata e sofferta e goduta con tutto il cuore e il cervello e financo l’anima, perché il golf è una cosa seria. Ovvero: il golf è troppo bello per essere giocato con una pallaccia (Stefano dixit).

Il groppo in gola è lo stesso di sei anni fa, soltanto un pochino più acuto. Perché il tempo passa e gli anni di golf davanti a me si assottigliano, e la vista cala, e i capelli ingrigiscono, e devo fare il doppio degli sforzi rispetto a prima solo per arrivare allo stesso risultato; ma tutte le persone dei Ciliegi sono ancora là, amici e conoscenti, persone che ho lasciato con dispiacere ma con la promessa di tornare presto. (Quasi tutte, ma niente nomi, perché “Not everybody wants publicity, you know.”)

Insomma alle porte della stagione numero diciotto accanto all’anno troverò scritto “Margherita”. Ci saranno accadimenti meravigliosi. E io sono felice di assistere a quel che accadrà.

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Dic 18


Ogni tanto mi diletto a rileggere i pensieri relativi al mio golf che esprimo qui da dodici anni. L’occasione è in genere un fatto esterno che mi porta a sensazioni e convinzioni che sono già presenti in me, anche se magari dimenticate.

L’avvenimento recente è stato il cambiamento del sistema di calcolo dell’handicap, che come ciascun golfista sa è stato portato a termine il 15 dicembre. In base alle indicazioni che si trovavano dappertutto mi era chiaro che il mio nuovo handicap sarebbe stato 2,6, ma vederlo scritto fa un effetto pieno e strano, perché il “due virgola, stabile” è un sogno che ho cullato e accarezzato per anni – dal 2014, nientemeno – senza mai poterlo toccare con mano (se non per un brevissimo giorno).

È vero che le ultime gare sono state per me brillanti (77 – 75 – 75 – 70 i risultati recenti, e 77,8 la media dell’anno), ma vedere quel numerino, che per me ha la stessa precisa valenza che aveva la stella da sceriffo che mi appuntavo sulla camicia a quadrettoni quand’ero bambino (allora ero nientemeno che Tex Willer di pirzona pirzonalmente, ora sarò qualcosa come un novello Ben Hogan), è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di altro nutrimento che di se stessa.

Ora il viaggio continua. E la domanda non cambia: dove vado da qui? Me lo sono chiesto, e per ora mi sono dato una risposta provvisoria – mantenere il due virgola stabile. Che forse non basta o forse è troppo generica, ma questo significa in primo luogo che devo rafforzare la parte mentale del mio golf, nel senso che devo essere nell’ordine di idee del girare mediamente in 75 colpi al massimo in qualunque campo, con punte occasionali in alto o in basso.

Con un occhio – o forse entrambi – al mio obiettivo di lungo termine: diventare scratch entro i 55 anni di età. L’età avanza inesorabile e il tempo stringe, e quindi quel lungo periodo non è poi così tanto lungo, e magari là non ci arriverò mai; ma forse il mio obiettivo è più importante della stella da sceriffo che oggi porto sul petto.

Ieri mia figlia Michela (Michi per me), rispondendo a una domanda di antologia, ha scritto un pezzo per me magnifico che del tutto casualmente, ma in maniera magistrale, riassume e forse espande i miei pensieri:

L’autore con l’opposizione tra l’orso e l’uomo ci fa pensare che esiste un mondo inimmaginabile dove non ce l’aspettiamo, e che il confine tra realtà e immaginazione è più sottile di quanto riusciamo ad immaginare.
Gli uomini, ogni giorno, sono impegnati e stressati con il lavoro, vanno sempre di fretta e sembra che non abbiano più tempo per creare dei bei ricordi che si porterebbero per sempre nel cuore.
Non hanno di certo tempo per pensare al mondo delle favole e, da quando non sono più bambini, non viaggiano più con la mente usando immaginazione e fantasia.
Questo racconto, però, ci dimostra che se siamo disposti a fermare per qualche istante la nostra vita per immaginare un mondo fantastico potremmo ritrovare la felicità e la spensieratezza persa nelle innumerevoli faccende quotidiane.
Secondo me, l’autore ci insegna a non pensare sempre a tutti gli impegni che abbiamo, perché ce ne saranno sempre, ma a staccare dal ritmo consueto delle nostre giornate per qualche ora, per riscoprire un mondo che non sapevamo neanche esistesse e apprezzare le piccole cose considerate futili.

E dunque, Gianni, goditi il viaggio.

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Nov 06

Il terzo numero di “Golf Italia” – una bella tradizione che si sta creando, e visti i tempi non è cosa da poco – contiene le mie recensioni:

Mark Cannizzaro, Seven Days in Augusta. Behind the Scenes at the Masters;
Roberto Livraghi, Musica, golf e… qualcos’altro.

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Ott 04

Ho fatto qualche giorno fa qualche buca in compagnia di un handicap 54, e non è stata un’esperienza positiva. Non per lo swing tutt’altro che impeccabile della persona, né per il fatto che il risultato dei colpi fosse casuale, cose perfettamente comprensibili in qualcuno che inizia; ma per la mancanza di conoscenza delle regole più elementari di etichetta. Un paio di episodi mi hanno colpito sopra tutti: il bunker non rastrellato e le linee sul green calpestate.

Una parola sul primo caso, che considero più grave in quanto costituisce mancanza di rispetto sia verso il campo che verso i compagni che verso gli altri giocatori: purtroppo capita in maniera ahimè troppo frequente. (Mi si perdoni il paragone irriverente: rastrellare un bunker, che sia di percorso, di un green o di pratica, equivale a tirare l’acqua dopo aver usato il gabinetto.)

Mi sono fatto scrupolo di far sapere alla persona che avrebbe dovuto rastrellare il bunker, anche se temo che osservazioni del genere portino a crearsi dei nemici senza offrire un reale beneficio, perché il nostro ego in questi casi è pronto ad entrare in campo senza indugi, e mi chiedo dunque che cosa capiterà la volta successiva: la persona si renderà conto che l’etichetta è qualcosa di necessario, oppure si sentirà offesa e per questo in diritto di continuare a sbagliare? Ma io voglio bene al golf e considero le regole importanti al fine di ottenere soddisfazione nel gioco stesso.

A mio avviso il problema non è non conoscere le regole: è non avere idea che questa mancata conoscenza può provocare danni al campo, che vanno evitati il più possibile per garantire a tutti un’esperienza di gioco ottimale. E qui si aprirebbe un discorso relativo ai circoli, che tramite i maestri dovrebbero essere responsabili di mandare in campo persone con un minimo di conoscenza dell’etichetta, e magari dell’umiltà necessaria per imparare ciò che non si sa. (Nei miei primi mesi di golf andavo in campo alle 7:30 di mattina perché nessuno vedesse i miei colpi orribili di army golf, e ancora oggi appena qualcuno si avvicina troppo sento un fremito di responsabilità personale nel non andare abbastanza veloce.) Discorso che però subito si allargherebbe alle difficoltà economiche dei circoli stessi… un problema di non facile soluzione, in un mondo che ha – e questo lo capisce anche un purista come me – incertezze ben più grandi di questa.

Ad ogni modo ho pensato a una possibile soluzione. L’anno scorso avevo compilato un breve vademecum per il golfista esordiente, che si trova qui. È una lista di regole di etichetta che dovrebbero apparire elementari (l’etichetta non è altro che buon senso applicato), ma che purtroppo troppo spesso non lo sono. Questo vademecum è una goccia nel mare, ma è una mia risposta a situazioni disorientanti come quella di qualche giorno fa.

Set 11

Ho avuto ieri l’opportunità di presentare Campo pratica in diretta sulla pagina Facebook di Aerogolf.

I punti salienti:
– è ok se non vai a misery hill, ma ti perdi un pezzo di divertimento (2:30);
– Ben Hogan says… (3:41);
– l’importanza del maestro (5:02);
– il riscaldamento prima della pratica (7:46);
il video di Mickelson che guarda Jimenez riscaldarsi (8:43);
– il tempo da dedicare alla pratica: quante volte, per quanto tempo, come dividerlo per settori (8:55);
– abbattere il muro tra campo pratica e campo (14:30);
– Arnold Palmer a un par 5: Which tree? (16:43);
– cosa succede se Massimo Scarpa sfida un dilettante a una gara di drive? e a una di putt? (23:54);
– Dave Pelz: il colpo più difficile in assoluto (24:16);
– come praticare il putt (25:32);
– esempio di sessione di pratica del gioco corto (30:52);
– due parole sul gioco lungo (31:59).

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Ago 27

Il secondo numero di “Golf Italia” contiene le mie recensioni:

Andrea Mezzadri, Il Divano sul Green: Storie di Golf al Tempo del Covid-19;
Bob Rotella, Il golf è il gioco della fiducia.

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Lug 08

Come Jack Walsh (Robert De Niro) in Prima di mezzanotte, allorché Alonzo Mosley gli traffica attorno con delle ricetrasmittenti e lui sorride perché – dice – “mi sento di nuovo uno sbirro”, io sentivo la mancanza delle mie care recensioni di libri di golf.

Ora l’attesa è finita.

“Golf Italia” è una rivista nuova, più forte della pandemia. Ecco le mie recensioni per il numero di giugno-luglio 2020:

Dave Alred, Sotto pressione. Gestire lo stress, sfruttare l’energia e performare quando conta;
Michael Carroll, Fit For Golf Warm-Up Manual. Golf Warm-Up Routines For Every Level Of Golfer (prodotto digitale).

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Giu 10

C’è un problema apparentemente banale, ma molto significativo da un punto di vista golfistico, che riguarda un luogo preciso della buca 18 del Merion Golf Club:

Esattamente da quel punto, giusto settant’anni fa, Ben Hogan tirò uno dei colpi di golf più famosi dell’intera storia golfistica, immortalato dalla foto di Hy Peskin, a detta di innumerevoli storici la più famosa foto mai fatta a un golfista. Chiunque si trovi a giocare le 18 buche di uno dei campi più famosi del mondo, un campo che trasuda storia a ogni cantone (il 27 settembre 1930, per ricordare un fatto soltanto, Bobby Jones completò su questo medesimo percorso il suo Grand Slam vincendo lo US Amateur Championship), si sente quasi costretto una volta giunto in quel punto del fairway della 18 a provare quel colpo: la conseguenza è che l’erba intorno a quel punto è perennemente mancante.

Quel colpo fa parte di una storia che di per sé è uno dei maggiori avvenimenti sportivi di tutta la storia del golf, ovvero il ritorno sui campi da golf di Ben Hogan dopo l’incidente avvenuto il 2 febbraio 1949, quando Hogan stava tornando con la moglie – Hogan viaggiava sempre con la moglie – e la sua auto fu colpita da un pullman guidato da un autista che nella nebbia aveva tentato un sorpasso decisamente avventato. Hogan subì talmente tanti traumi che il dubbio dominante dei medici, nei giorni successivi, era che non sarebbe più tornato a camminare – il golf a quel punto era ben al di là dell’immaginabile. Eppure la sua tenacia e la sua dedizione lo fecero tornare sui campi nel giro di un anno, e poi a vincere il torneo di maggior prestigio, quello cui teneva di più, sedici mesi dopo quel tragico giorno.

Quel giorno era la trentaseiesima buca per Hogan (all’epoca il terzo e quarto giro dello US Open si giocavano entrambi al sabato), un uomo che prima e dopo di ciascun giro di golf doveva sottoporsi a un rigido regime di sali e fasciature, per alleviare il dolore alle gambe malandate dopo l’incidente. Dopo il drive Hogan sapeva che i due leader, Lloyd Mangrum e George Fazio, avevano terminato prima di lui a 287 colpi. I calcoli erano semplici: un birdie per vincere, un par per il play off del giorno successivo (e in teoria anche un bogey per uscire dai giochi, anche se possiamo supporre con ragionevole certezza che un pensiero del genere non poteva attraversare la mente di Hogan).

Aveva ancora oltre 180 metri a inizio green. La scelta era tra un legno 4, che probabilmente nessuno al mondo sapeva tirare meglio di lui, e quel ferro 1 che aveva messo in sacca togliendo il ferro 7 perché, come disse, “non ci sono ferri 7 a Merion”. Ma il pericolo del legno 4 era che avrebbe sì agevolmente passato il bunker che proteggeva l’ingresso alla buca, ma col pericolo di finire nel rough al fondo, da dove un par sarebbe stato piuttosto complicato. Quindi la scelta era pressoché forzata.

Skee Reigel, un golfista che finì dodicesimo in quel torneo, e che si trovava in quel momento negli spogliatoi sopra il pro shop, un luogo da cui si godeva la vista del green della 18, ricorda la scena come “incredibilmente tranquilla, come se ci fossero 10mila persone sedute in chiesa”. In quel momento Hy Peskin, fotografo emergente della rivista “Life”, si era piazzato esattamente dietro a Hogan, a meno di cinque metri da lui, mentre l’uomo considerava il da farsi e, momenti dopo, immortalò quell’attimo. A quanto è dato sapere non c’erano altri fotografi, o quantomeno non ci sono giunte altre fotografie del gesto.

Questa elegante fotografia in bianco e nero, che sarebbe stata pubblicata su quella rivista nove giorni dopo e che adorna le clubhouse di mezzo mondo, mostra Hogan in equilibrio perfetto, l’eleganza nel vestire, il cappello di lino che era uno dei suoi tratti distintivi, e tutto il pubblico voltato a osservare la palla, quasi “dimenticandosi” della storia che stava dipanandosi proprio in quegli istanti.

La palla atterrò con sicurezza in green, e due putt consentirono a Hogan l’accesso al play off del giorno dopo (che vinse). Il secondo putt, di poco più di un metro – ovvero il colpo in assoluto più difficile nel golf – entrò dal bordo destro della buca, ma era tutt’altro che scontato e avrebbe anche potuto uscire, come si vede qui al minuto 0:39. Se così fosse stato, la storia che racconteremmo oggi sarebbe molto più simile a quella del Masters del 1946, dove in green alla 18 dell’ultimo giro fece tre putt da 4,6 metri per mancare il play off per un colpo. Ma a volte le stelle si allineano tutte insieme in vista di un risultato.

E anche quel ferro 1 ha una storia da raccontare. Fu rubato quel giorno stesso, insieme alle scarpe di Hogan, e ritrovato solo nel 1983: fu presentato a Hogan, che lo esaminò con grande cura e poi disse: “It’s good to see my old friend back”. Si trova ora nel museo della USGA. Nel libro Hogan parla di ferro 2, ma in seguito ammise di essersi sbagliato e confermò che si trattava di un ferro 1.

10 giugno 1950: il giorno di una magia senza tempo.

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