Giu 23

Roberto Guarnieri mi segnala questo articolo. È una lettura lunga, ma per il golfista seriamente intenzionato a migliorare il proprio gioco – che presumo essere il lettore “ideale” di questo blog – ne vale decisamente la pena, perché offre molti spunti. Ne consiglio dunque caldamente la lettura. (Chi non dovesse conoscere a fondo l’inglese potrebbe avvalersi di strumenti come DeepL, che restituiscono un testo ovviamente non perfetto ma comprensibile.)

Espongo il mio pensiero a seguire, sperando che sia fruttifero per chi legge e – perché no? – ne nasca una discussione.

Innanzitutto, perché è così importante il livello zero di handicap? Perché qualunque golfista che diventi un po’ bravino vorrebbe arrivare a zero? Che cos’è, esattamente, questo zero? Per come la vedo io, è la rosa del Piccolo principe, è la balena bianca di Moby Dick, è l’obiettivo ultimo, il sogno di qualunque golfista, quel sogno quasi impossibile – e in quel quasi c’è tutto il suo fascino – di giocare ad un livello che in qualche maniera sia paragonabile a quello di un professionista. Che poi il fatto che il gioco di un handicap zero non sia paragonabile a quello di un professionista è un altro paio di maniche, ed è un argomento che mi propongo di sviluppare in un successivo post (farò ricerche approfondite, ma grossomodo un handicap zero degli anni Settanta, allorché il concetto di scratch fu sviluppato, corrisponde ad un +3 di oggi: che è il livello minimo di gioco per poter aspirare ad una carriera da giocatore), ma comunque potremmo considerarlo una sorta di “dilettante professionista”.

Leggendo l’articolo non è stato possibile per me evitare il paragone con me stesso, la mia strategia delle 10mila ore di pratica concentrata e tutto il resto ampiamente documentata in questi dodici anni di blog, negli articoli, nel libro eccetera; e anche se ora sono molto meno talebano nel mio praticare e giocare, di fatto non ho mai avuto un handicap così basso. (Ci sono vari motivi: il campo, il maggior numero di giri, il fatto che ora mi importi di meno e così via.) E poi l’altro paragone forte è con The Dan Plan, di cui ho dato ampiamente conto qui negli anni passati, anche se quello è un progetto differente e comunque defunto da tempo (ma c’è la possibilità che diventi film).

In ogni caso Mike Carroll (di cui si veda qui la mia recensione al suo ebook Fit For Golf, anch’esso strumento molto utile), l’autore dell’articolo citato, si era dato un anno fa l’obiettivo di arrivare a zero partendo da un handicap di 5,1. Che è, di per sé, un obiettivo molto ambizioso.

Nei primi mesi del progetto la stragrande maggioranza del tempo è stata dedicata alla pratica di driver e wedge (l’importanza del putt è venuta fuori dopo): questo perché lui è decisamente lungo col driver, e nella maggior parte dei par 4 è in grado di raggiungere il green con un wedge; copre circa 125 metri con il pitching wedge (anche se sul fatto che il pitch sia un wedge potremmo discutere: a mio modo di vedere un wedge ha un loft almeno pari a 50°, e il pitch – che è intorno ai 46° – è un ferro a tutti gli effetti. Ma questo è un parere personale). Ovviamente è stato inondato di consigli sulla pratica di putt e gioco corto, anche se lui dice che il punto non è quello, quanto piuttosto fare meno colpi orribili e prendere più green in regulation (e non si può non essere d’accordo).

Che cosa penso io (thank you for asking): una volta che il gioco è ragionevolmente a posto, ovvero diciamo con un handicap intorno al 15-25, allora la maniera più efficace e veloce per scendere è proprio il gioco corto, unito al putt. Però, una volta che l’handicap arriva ad un livello basso (per me è stato 4), allora gioco corto e putt non bastano più, ovvero non ti potranno dare risultati di grande rilievo, e diventa fondamentale il driver. In seguito, quando (e se) riesci a superare quella barriera, allora gioco corto e putt ritornano in primo piano per andare oltre. Sono sicuro che ci sono fior di dati a confermare quanto dico in maniera sperimentale, anche se non ne ho contezza.

Sempre all’interno della pratica, Mike dice di aver speso molto tempo in due aree specifiche:

  • a provare colpi al rallentatore;
  • a ricercare la sensazione.

Il primo concetto è decisamente hoganiano; e quanto al secondo, questo blog è pieno di descrizioni di sensazioni. Nel golf tout se tient. Ma soprattutto ritengo importante sottolineare il fatto che la pratica efficace non è colpire un numero infinito di palline, ma consiste nel colpirne poche e ragionare molto su di esse. Questo è.

Inoltre, dice che in quel periodo il suo chipping è migliorato tantissimo; ma non per via della pratica, quanto per averlo praticato molto nel gioco regolare e averci riflettuto a lungo. (Parentesi: negli Stati Uniti il chip, che io personalmente adoro, è fondamentale, mentre da noi pare non abbia quasi cittadinanza.)

Molto ha imparato da un giro in cui, stando a -5 dopo 13 buche, ha finito in par. Nel leggere il racconto delle ultime buche di quel giro non puoi non soffrire con lui, perché non puoi non immedesimarti in giri simili che ti sono capitati; ma il punto importante è la lezione imparata, che è quella – vecchia, ritrita e sempre validissima – di vedere il giro come una serie di colpi da affrontare uno per volta. Cosa che appare semplice ma richiede grande applicazione mentale: non pensare al colpo precedente, non pensare al colpo successivo, non pensare allo score e così via ma pensare solamente al colpo da affrontare ora, fino a che le buche non saranno finite. Grande lezione.

A un certo punto, good for him, tutti i pezzi sono andati a posto e finire un giro sotto par è diventata la sua nuova comfort zone. Il che non vuol dire che ora giri sempre sotto par: vuol dire semplicemente che non è più spaventato, che è consapevole del fatto che è una cosa normale – tant’è vero che accade.

Una sua nota finale: “I don’t have any kids”. Ecco, anche questo va tenuto a mente…
Ma in ogni caso bravo lui, che ha raggiunto la sua balena bianca.
Cosa ne pensi?

Giu 22

È uscito il sesto numero di “Golf Italia”. Contiene le mie recensioni:

Natasha Solomons, Un perfetto gentiluomo (che cosa manca ad un ebreo tedesco immigrato in Gran Bretagna per essere considerato veramente un gentiluomo?);
Tom Coyne, A Course Called America. Fifty States, Five Thousand Fairways, and the Search for the Great American Golf Course (cercare l’essenza del golf nei campi d’America).

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Giu 14

Ho fatto una bella gara, in questi giorni. Una tipica gara di circolo, nulla di importante, ma un 73 che mi ha dato molte soddisfazioni.
E, al di là di quello che posso avere fatto o non fatto io, che può interessare sì e no a tre persone, ho ripensato all’esperienza di sabato e cercato di trarne delle indicazioni di valenza più o meno generale.

Innanzitutto, il mio handicap è sceso al livello più basso di sempre (2,4), il che è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di ulteriori rinforzi o commenti. Come credo sia per quasi qualunque golfista, quel numerino è pari alla stella da sceriffo che da piccoli ci attaccavamo alla camicia a quadrettoni, o – nella versione femminile – qualcosa come il cerchietto da principessa che conteneva mondi interi.

In secondo luogo, questo handicap è venuto a fronte di un “impegno” in campo pratica molto ridotto rispetto agli anni passati (chiedo scusa, ma per me imparare a giocare a golf è sempre stato assimilabile non dico ad un lavoro, ma comunque ad un’attività con regole precise e scandite), e invece a molto più tempo dedicato – in proporzione – al campo. (Perché alla Margherita ci sono delle regole non scritte, ma non per questo meno efficaci, e rimanere in campo pratica quando i tuoi amici vanno in campo è un’offesa decisamente grave.) Con un’eccezione significativa: quello che non è eliminabile è il tempo dedicato al putt e soprattutto al gioco corto: fatto 100 il tempo dedicato alla pratica, al momento 60 è il tempo dedicato al gioco corto, 30 al putt e lo scarno resto al gioco lungo.

In terzo luogo, sabato ho di sicuro fatto un giro brillante, ma con dei punti di debolezza che sono tipici miei, il più immediatamente evidente essendo la lunghezza col drive. Il mio drive non è certamente lungo, e questo è un limite col quale mi scontro e dove non posso fare molto, ma la sicurezza che ricavo dal legno 3, dagli ibridi e dai ferri è grande, e soprattutto più mi avvicino alla buca e più mi sento in controllo della situazione. Questo per dire che anche chi non è lungo dal tee ha ancora speranza, e come!

In quarto luogo, ora sono molto meno ossessionato di un tempo da numeri e statistiche. Anzi, devo dire che non le tengo nemmeno più: ho amato il tanto tempo che per lunghi anni ho dedicato alle statistiche, ma ora mi piace pensare in termini di risultato (nel golf you are your numbers, si sa), unitamente alla cara, vecchia analisi del giro. Quella sì non mi pare eliminabile: quindi trovo fondamentale rivedere nella mente tutti i colpi, ripensare allo stato d’animo avuto durante la preparazione e l’esecuzione del colpo, col risultato di avere alla fine delle 18 buche un’idea chiara su cosa ha funzionato benissimo e su che cosa invece è da rivedere.

Apr 07

È uscito il quinto numero di “Golf Italia”. Contiene le mie recensioni:

Stefano Ricchiuti, Golf, un gioco di testa. Psicologia e strategia sul campo da golf (allenare la mente per arrivare preparati all’appuntamento col campo);
James Ragonnet, Your Inner Golf Guru. Developing the Golf Instructor Within. The Science of Rethinking, Relearning, & Revamping Your Golf Swing (diventare l’accademia golfistica di se stessi, sulla base dell’idea che nessuno potrà mai sentire il nostro swing al posto nostro).

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Mar 29

Innanzitutto: credo che di questi tempi poter prendere parte ad una gara di golf sia – a prescindere dal risultato – un grande privilegio. Questo è quello che mi è successo nel fine settimana del 20-21 marzo, oltretutto nel mio campo. Ne tratteggio qui qualche impressione.

Non ha molta importanza il mio risultato, anche perché si sa che nel golf you are your numbers e io ho fatto parecchi disastri. Ricordo un conoscente, tanti anni fa, che mi spiegava perché ne aveva tirati 83 e non 82, e mi raccontava una serie infinita di sue noiosissime buche e io non riuscivo più a sganciarmi. Ma tra un 82 e un 85, per dire, non c’è differenza alcuna: a livello dilettantistico la differenza può essere tra 79 e 80, e una differenza importante c’è tra un 72 e un 73, ma tutto il resto è solo fuffa che ci raccontiamo per darci delle giustificazioni.

Quindi non parlo del mio gioco, ma racconto qualche episodio. Sabato alle 7 sono al circolo, la temperatura è intorno allo zero. C’è quell’atmosfera di leggera tensione che si respira in questo genere di gare, acuita dal fatto che con il Covid non puoi scherzare. E allora già all’ingresso c’è una sorta di comitato di accoglienza che verifica che ciascuno abbia i documenti necessari e la certificazione del tampone negativo (che chi gioca deve obbligatoriamente aver fatto nelle 72 ore precedenti l’inizio della gara). E poi in segreteria si forma una discreta coda dovuta appunto al fatto che i controlli sono molto più accurati: il braccialetto che diventa un lasciapassare, i moduli, naturalmente la temperatura…

Parlicchio con gli amici, infreddolito vado in campo. Ho 53 diconsi 53 anni, e la domanda che non posso far uscire dalla mente in questi casi è: è il caso che continui a partecipare a gare dove sono non dico il più anziano, ma certamente nel 10% più elevato per età? Dei miei due compagni di gioco, per dire, uno ha l’età di mia figlia piccola e l’altro avrà sì e no vent’anni (più no che sì, dovessi dire). Ma non è questo, il punto è il maledetto tempo che passa.

Eppure in questa gara, la prima nazionale per me da lunghissimo tempo (l’ultima uscita è stata proprio qui alla Margherita un anno e mezzo fa), c’è in me quella sensazione dell’essere di nuovo in pista, quel leggero brivido che compensa il freddo, la fatica e gli scricchiolii sinistri che sento nelle giunture. O come dice Jack Walsh ad Alonzo Mosley in Prima di mezzanotte, a mio modo di vedere il film più bello di sempre: “Mi sento di nuovo uno sbirro”. (Insomma Gianni: non dimenticare la tua fortuna.)

Ma insieme a quella c’è l’altra, meno immediata e molto più subdola cui facevo accenno prima, quell’idea del tempo che passa e che alla fine avrà la meglio su di me. E anche qui c’è chi (Fred Shoemaker, in un libro di Brett Cyrgalis) lo dice molto bene:

So che a un certo punto il golf finirà per me. È così per tutti. E mi mancherà. Non mi mancherà necessariamente un nuovo campo da golf e cose del genere. Ma un cestino di palle, nient’altro che il tempo… A volte è il sole delle dieci del mattino, o il tardo pomeriggio, quando il momento è giusto e tutto sembra in ordine. In qualche modo è allora che la vita ha più senso.

Al termine del primo giro mi ritrovo in putting green con un gruppo di amici cari, persone che appartengono al circolo da molto più tempo di quanto io sia in grado di pensare, e uno zelante arbitro viene a dirci che il protocollo stabilisce che un giocatore deve lasciare il circolo al massimo trenta minuti dopo il termine della gara. Di fronte al Covid non si scherza, no, e dunque mestamente ce ne andiamo tutti.

E proprio una leggera mestizia è la sensazione principe che mi rimane di questi due giorni, perché la vita in qualche maniera ci sta derubando di attività – come il putt con gli amici dopo un giro, per esempio – che dovrebbero appartenerci di diritto.

Non voglio farla troppo lunga, sono fortunato e me ne rendo conto; però siamo come motori a tre cilindri.

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Mar 05

Sono partito da un mio problema specifico.

Ma vorrei allargare il discorso a beneficio del lettore: perché si tratta di un problema proprio di qualunque golfista che giochi almeno da qualche tempo.

Il mio problema specifico è questo: non so fare draw col driver. Ma il problema generale è questo: quando giochiamo da un po’ di tempo (e a maggior ragione se giochiamo da tanto tempo, e a ragione ancora maggiore se pratichiamo tanto) si formano in noi degli automatismi di gioco, grazie ai quali non dobbiamo ogni volta pensare come si tira un bastone; ma semplicemente ripeschiamo in maniera automatica e inconsapevole le informazioni dalla memoria e le utilizziamo allo scopo. Chi più e chi meno a seconda del livello di abilità, ma questo vale per tutti.

Però… però quando abbiamo praticato a lungo un colpo specifico quello che sappiamo in maniera automatica può essere di grave intralcio, se non va nella direzione desiderata.

Nel mio caso il problema col driver mi è molto chiaro. Perché la teoria la so: fare draw col driver vuol dire allinearsi, per esempio, quattro gradi a destra rispetto all’obiettivo e avere la faccia del bastone che all’impatto punta due gradi a destra dell’obiettivo (ovvero aperta rispetto al bersaglio ma chiusa rispetto alla direzione dello swing). Questo è chiaro e pacifico e dimostrato dalla scienza (TrackMan in primis). Se il colpo è eseguito in questa maniera, la palla partirà in una direzione compresa tra la linea dello swing e la direzione della faccia (più vicina alla prima) e poi curverà verso l’obiettivo. Il classico draw perfetto, quello che un giocatore professionista è in grado di eseguire scientificamente senza pensarci più di tanto, o anche istintivamente senza pensarci per nulla.

Allora il problema non è più fare draw col driver, ma è prima disimparare tutte le conoscenze – tutte, via, tante, tutte quelle non corrette – che ho a proposito del driver, stratificate in lustri di pratica e letture e riflessioni e chiacchiere, e poi fare draw, perché nel mio caso (ma suppongo di essere in buona compagnia) la seconda cosa non può esistere senza la prima.

Un bel punto interrogativo. Certo, se il denaro non fosse un problema, allora penso che un paio d’ore di lezione alla settimana con un maestro per sei mesi potrebbero risolvere il problema, o quantomeno avviarlo a soluzione decisa. Ma il denaro è un problema, quindi la soluzione è da scartare a priori. (E del resto in passato ho preso molte lezioni dicendo al maestro che questa era la cosa prioritaria che volevo correggere/imparare, ma comunque non ci sono riuscito.)

Per partire da esempi sommi, mi viene in mente quanto David Leadbetter fece con Nick Faldo a metà anni Ottanta, prendendo un gran giocatore che era però insoddisfatto del suo swing e trasformandolo in un giocatore eccellente, in qualcuno che rimane nelle pagine centrali, e non nelle note, dei libri di storia del golf.

Però: in pratica?

Ogni tanto ascolto pareri che mi paiono sensati, oppure leggo o vedo qualcosa e mi metto lì di buzzo buono a provare e riprovare. L’ultima volta una settimana fa: ho tirato 85 drive tutti pensati. Ma poi il risultato non viene, questa è la realtà con cui mi scontro. O, più precisamente, mi trovo davanti ad un picco di crescita decisamente forte, davanti ad un muro che non so scalare.

Quindi la teoria mi è chiara: so che dovrei disimparare prima di imparare, e in quella maniera riuscirei a scavalcare quel muro e procedere oltre. Ma la pratica è diversa: la pratica è che sono arrivato ad un punto dove molto probabilmente è decisamente più saggio accettare i miei limiti e convivere, semplicemente convivere con l’idea che determinate azioni non sono in grado di farle. Un po’ teatralmente potrei qui citare Eduardo:

Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua.

Sì, perché qui si innesta un’altra sensazione che mi prende ogni tanto, quando mi rendo conto che per quanto possa impegnarmi e praticare ci sono cose che comunque non imparerò. E c’è una ragione molto precisa per questo, che per me è diventata limpida tanti anni fa quando Silvio Grappasonni in una telecronaca stava commentando un’uscita dalla sabbia di Ernie Els e disse qualcosa del genere: si vede che quel movimento l’ha praticato all’infinito sin da bambino, e dunque per lui è del tutto naturale. Al contrario le mie uscite dal bunker (ma col drive è esattamente la stessa cosa, soltanto un poco amplificata), per quanto praticate e raffinate col tempo e la pazienza, saranno sempre “costruite”, avranno sempre e comunque un che di posticcio, di appiccicato che le rende immediatamente riconoscibili.

E quindi la soluzione a questo problema non esiste. Non esiste per me come, credo (ahimè), per tanti dilettanti della mia età, per quanto bravi. O per meglio dire esiste: ed è nell’accettazione stoica dei limiti personali e del fatto che nessuno potrà mai veramente possedere il golf. E dico questo a consolazione di tutti noi, perché vale anche per i giganti del golf. Ad esempio Colin Montgomerie ha dichiarato che è stato veramente in the zone una volta sola, all’Open del Portogallo nel 1989, dove vinse per undici colpi. “La buca – ha detto – era come un secchio. Alla fine ho smesso di allinearmi per i putt – e sono entrati lo stesso. Non è più successo da allora”. E se lo dice Monty…

Feb 16


Era il 2004, io avevo cominciato a giocare da poche settimane, non avevo ancora dei bastoni miei e il primo che acquistai fu un ferro 3 [sic] al Decathlon. Il golf era un mondo quasi del tutto sconosciuto per me, riuscivo a capire pochissimo di concetti quali il loft, ma avevo intuito che un ferro con un numero basso poteva mandare la palla più lontana rispetto ad un ferro 8, 9 o anche 10 (già, all’epoca la Callaway produceva il ferro 10, ovvero l’attuale pitching wedge).

(Ricordo molto bene la faccia tra lo stupito e l’inorridito del mio maestro di allora quando mi vide con quell’arnese. Ma insomma il percorso verso la conoscenza è molto lungo, e anzi mi appare molto più lungo e intricato ora di quanto non fosse allora.)

Anche il mio primo set “serio”, i Mizuno MP-57, dei bastoni incantevoli al punto che li comprai online senza mai averli provati prima perché mi ero innamorato di quelle linee, aveva il ferro 3 (che conservo ancora). E anche se oggi amerei la sensazione cristallina e limpidissima che potrebbe darmi un ferro 3, o addirittura anche un rarissimo 2, so che copro con più efficacia le distanze intermedie tra i ferri medio-lunghi e i legni con gli ibridi.

Però il ferro 5 no, il ferro 5 è un altro discorso. Il ferro 5 è un buon test per mettere alla prova la tua abilità golfistica. Il ferro 5 lo devi saper tirare.

E io, pur usandolo da sempre, ho messo a punto da poco la mia tecnica per tirarlo. Perché questo è un bastone che devi prendere in mano con rispetto, che devi trattare bene e nella maniera corretta se vuoi che ti porti là dove desideri andare. Per fare uno yogiberrismo dirò che un ferro 5 non è un ferro 6.

Per me (non è ovviamente una ricetta universale, ma qualcosa di specifico che vedo funzionare nel mio caso) un ferro 5 dritto va tirato così:
– impugnatura da draw, ovvero che permetta di vedere la nocca dell’anulare della mano sinistra, mentre la mano destra si apre soltanto all’incirca della metà rispetto a quanto fa la sinistra);
– palla leggermente più indietro rispetto al centro dello stance (non più di un paio di centimetri);
spalla destra bassa e indietro;
K rovesciata;
– mirare a 3-4 metri a destra rispetto all’obiettivo;
– salita lenta;
– infine (ma è il punto più importante): debbo assicurarmi di non saltare dei passaggi, di farli nella giusta sequenza e soprattutto di liberare la mente dopo il pensiero e prima del colpo, in modo che sia il corpo, il mio subconscio, e non io ad eseguire il movimento.

Ripeto: questo funziona per me, che come la maggior parte dei golfisti tendo ad arrivare dall’esterno, ed è frutto di prove ed errori infiniti. Se la routine è fatta bene e se al momento opportuno riesco a mettere da parte la mente cosciente, allora il risultato è quasi una conseguenza logica. E la soddisfazione nel lasciar andare quel colpo è massima.

Dopo averlo provato innumerevoli volte in campo pratica, qualche giorno fa sono riuscito a portare in campo quel colpo. Margherita, buca 13, par 3 di 151 metri in discesa. D’estate è un ferro 6 con l’asta lunga e un 7 con l’asta corta, ma so che con temperature basse il ferro 5 è il bastone corretto per me. Ho eseguito la routine sia mentale che fisica nella maniera desiderata; quel colpo è partito dritto all’asta, esattamente come era stato visualizzato, è atterrato a meno di un metro dalla buca ed è rimasto lì. La sensazione dentro di me è stata quella di un lavoro compiuto, di una gioia limpida e cristallina; soprattutto, sono riuscito a farla percolare per intero, in maniera da poterla richiamare in futuro ogniqualvolta sarà necessario.

Gen 25

“Golf Italia” è sopravvissuta all’annus horribilis e arrivata al quarto numero. Contiene le mie recensioni:

Brett Cyrgalis, Golf’s Holy War. The Battle for the Soul of a Game in an Age of Science (perché la filosofia è fondamentale per il nostro golf);
Kris Tschetter con Steve Eubanks, Mr. Hogan, the Man I Knew. An LPGA Player Looks Back on an Amazing Friendship and Lessons She Learned from Golf’s Greatest Legend (perché Hogan vorrei che ci fosse sempre quando si parla di golf).

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Gen 14


Quando vado a guardare nella mia scheda sul sito Federgolf la pagina Tesseramento ritorno per un attimo bambino. Un attimo soltanto, ma un attimo magico.

L’occhio scorre la lista dei circoli che sono fiero di aver “rappresentato” in questi diciassette anni di golf (il diciottesimo sta iniziando), e io mi paragono a qualche mio mito calcistico di allora, qualche “vecchio” di metà anni Settanta (chessò, qualcuno ondivago come Anastasi, Boninsegna o Benetti, o qualche altro più “stabile” come Furino). Per loro erano le casacche calcistiche (del resto il Gianni bambino non poteva pensare ad altra attività sportiva che non il calcio; e dove sarei ora se non fossi cresciuto con l’album dei calciatori Panini?), per me sono i miei tre circoli (ma dire due più uno è forse più corretto).

Questa lunga premessa per dire che quest’anno sono passato dai Ciliegi alla Margherita, ovvero ho compiuto la stessa scelta di sei anni fa, sostanzialmente con le stesse motivazioni e con lo stesso groppo in gola. Ed entrambi mi sono molto chiari.

La motivazione principale è la competizione, il giocare in un “vero” campo di golf, in un ambiente competitivo. Questo per me è un aspetto fondamentale, giocare contro se stessi ma all’interno di un contesto dove una vittoria ha un significato almeno tanto sportivo quanto sociale. Un luogo dove il golf è un’attività sacra, che va praticata e sofferta e goduta con tutto il cuore e il cervello e financo l’anima, perché il golf è una cosa seria. Ovvero: il golf è troppo bello per essere giocato con una pallaccia (Stefano dixit).

Il groppo in gola è lo stesso di sei anni fa, soltanto un pochino più acuto. Perché il tempo passa e gli anni di golf davanti a me si assottigliano, e la vista cala, e i capelli ingrigiscono, e devo fare il doppio degli sforzi rispetto a prima solo per arrivare allo stesso risultato; ma tutte le persone dei Ciliegi sono ancora là, amici e conoscenti, persone che ho lasciato con dispiacere ma con la promessa di tornare presto. (Quasi tutte, ma niente nomi, perché “Not everybody wants publicity, you know.”)

Insomma alle porte della stagione numero diciotto accanto all’anno troverò scritto “Margherita”. Ci saranno accadimenti meravigliosi. E io sono felice di assistere a quel che accadrà.

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Dic 18


Ogni tanto mi diletto a rileggere i pensieri relativi al mio golf che esprimo qui da dodici anni. L’occasione è in genere un fatto esterno che mi porta a sensazioni e convinzioni che sono già presenti in me, anche se magari dimenticate.

L’avvenimento recente è stato il cambiamento del sistema di calcolo dell’handicap, che come ciascun golfista sa è stato portato a termine il 15 dicembre. In base alle indicazioni che si trovavano dappertutto mi era chiaro che il mio nuovo handicap sarebbe stato 2,6, ma vederlo scritto fa un effetto pieno e strano, perché il “due virgola, stabile” è un sogno che ho cullato e accarezzato per anni – dal 2014, nientemeno – senza mai poterlo toccare con mano (se non per un brevissimo giorno).

È vero che le ultime gare sono state per me brillanti (77 – 75 – 75 – 70 i risultati recenti, e 77,8 la media dell’anno), ma vedere quel numerino, che per me ha la stessa precisa valenza che aveva la stella da sceriffo che mi appuntavo sulla camicia a quadrettoni quand’ero bambino (allora ero nientemeno che Tex Willer di pirzona pirzonalmente, ora sarò qualcosa come un novello Ben Hogan), è una soddisfazione autotelica che non ha bisogno di altro nutrimento che di se stessa.

Ora il viaggio continua. E la domanda non cambia: dove vado da qui? Me lo sono chiesto, e per ora mi sono dato una risposta provvisoria – mantenere il due virgola stabile. Che forse non basta o forse è troppo generica, ma questo significa in primo luogo che devo rafforzare la parte mentale del mio golf, nel senso che devo essere nell’ordine di idee del girare mediamente in 75 colpi al massimo in qualunque campo, con punte occasionali in alto o in basso.

Con un occhio – o forse entrambi – al mio obiettivo di lungo termine: diventare scratch entro i 55 anni di età. L’età avanza inesorabile e il tempo stringe, e quindi quel lungo periodo non è poi così tanto lungo, e magari là non ci arriverò mai; ma forse il mio obiettivo è più importante della stella da sceriffo che oggi porto sul petto.

Ieri mia figlia Michela (Michi per me), rispondendo a una domanda di antologia, ha scritto un pezzo per me magnifico che del tutto casualmente, ma in maniera magistrale, riassume e forse espande i miei pensieri:

L’autore con l’opposizione tra l’orso e l’uomo ci fa pensare che esiste un mondo inimmaginabile dove non ce l’aspettiamo, e che il confine tra realtà e immaginazione è più sottile di quanto riusciamo ad immaginare.
Gli uomini, ogni giorno, sono impegnati e stressati con il lavoro, vanno sempre di fretta e sembra che non abbiano più tempo per creare dei bei ricordi che si porterebbero per sempre nel cuore.
Non hanno di certo tempo per pensare al mondo delle favole e, da quando non sono più bambini, non viaggiano più con la mente usando immaginazione e fantasia.
Questo racconto, però, ci dimostra che se siamo disposti a fermare per qualche istante la nostra vita per immaginare un mondo fantastico potremmo ritrovare la felicità e la spensieratezza persa nelle innumerevoli faccende quotidiane.
Secondo me, l’autore ci insegna a non pensare sempre a tutti gli impegni che abbiamo, perché ce ne saranno sempre, ma a staccare dal ritmo consueto delle nostre giornate per qualche ora, per riscoprire un mondo che non sapevamo neanche esistesse e apprezzare le piccole cose considerate futili.

E dunque, Gianni, goditi il viaggio.

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