Libri di golf, “Golf Magazine”, marzo 2024

Il terzo numero di “Golf Magazine” contiene la mia recensione di un libro di un golfista che è per me l’epitome di tanti fattori, tra i quali spicca la tenacia (“keep grinding” potrebbe essere il suo motto): Nick O’Hern.

Il libro è questo, ed è il sequel ideale di Tour Mentality, la cui traduzione – full disclosure: l’ho fatta io – uscirà a breve per Caissa Italia.

Libri di golf, “Golf Magazine”, dicembre 2023

Bringing the Monster to Its Knees

Ogni tanto mi capita di sentirmi come Jack Walsh (Robert De Niro) in Prima di mezzanotte, allorché Alonzo Mosley gli traffica attorno con delle ricetrasmittenti e lui sorride perché – dice – “mi sento di nuovo uno sbirro”; il mio essere sbirro è lo scrivere di golf.

“Golf Magazine” è una rivista nata in occasione della Ryder Cup, ed è giunta ora al secondo numero. Numero che contiene la mia recensione di un libro in cui scrivo – ma guarda un po’ – del mio dolce mito.

È la descrizione dello US Open del 1951, gara condotta magistralmente da Hogan: sostenne in più occasioni che l’ultimo giro fu il suo migliore di sempre.

Iniziare a giocare a golf: ecco come

Justin Rose

La Ryder appena conclusa, immagini di gioia, un successo planetario preparato da otto anni almeno, la copertura televisiva della Rai (un plauso sincero), il commento pacato, puntuale e assai competente di Marco Durante: abbiamo tanti motivi per ritenere che questo evento porterà nuovi golfisti nel nostro paese. Poi è chiaro, abbiamo tanti problemi e preoccupazioni che non ci fanno dormire sereni, di fronte ai quali il golf è obbligato a farsi da parte; ciononostante, vediamo le possibilità per i non golfisti.

Questo post è infatti pensato per tutti coloro – molti più di quanti possiamo immaginare – che magari sì, potrebbero essere interessati a provare questo gioco/sport ma i costi sono elevati, ma ci vuole tanto tempo, ma e se poi mi prende? e così via. Per voi cerco di esaminare le possibilità da un punto di vista il più possibile obiettivo, senza dimenticare quella che David Murphy in Proposta indecente chiamava la questione morale (Gianni, how much?).

Fattori da tenere in considerazione prima di iniziare

Poiché il golf è uno sport che se prende prende davvero, ci sono almeno un paio di fattori sui quali occorre riflettere prima di intraprendere qualunque azione.

Innanzitutto è importante che il circolo non […] continua a leggere »

Golf Club Villa Condulmer

Il golf è un luogo meraviglioso della vita. E ne ho le prove.
Torno da un fine settimana splendido presso Villa Condulmer. Tengo per me le questioni private, ma desidero parlare del circolo e del campo. Una specie di recensione, insomma.

L’accoglienza

Varchi le porte del circolo, entri in segreteria e ti trattano da signore, ti fanno sentire il benvenuto. Ti senti a casa.
Ci si saluta tutti, non importa che ci si conosca o meno. Qui usa così. Mi sovviene Pavese:

La gente di questi paesi è di un tatto e di una cortesia che hanno una sola spiegazione: qui una volta la civiltà era greca.
(27 dicembre 1935, lettera alla sorella Maria)

A Zerman di Mogliano Veneto la civiltà non era greca, ma la cortesia delle persone del luogo è qualcosa che ti lascia senza fiato. Ho scambiato qualche parola con la signora delle pulizie, per esempio; ho percepito la cura del dettaglio in ciò che fa. Mi ha commosso. Nel grande disegno delle cose, non credo che la pulizia degli spogliatoi sia un dettaglio da trascurare.

Il campo pratica

Le postazioni non sono molte, ma non ho mai dovuto aspettare per praticare.
Purtroppo […] continua a leggere »

La crisi del ventesimo anno

Nel nostro golf non va sempre tutto per il meglio, e la strada non è per forza sempre lineare. Oggi desidero parlare di un argomento che per me è un pochino controverso; mi viene facile fare un parallelismo con la classica crisi matrimoniale del settimo anno, pensando al mio ventesimo anno di golf che si avvicina alla conclusione e alle mie sensazioni contrastanti riguardo al golf medesimo.

Nell’ultimo mese e mezzo sono stato in campo una volta sola, e un paio di volte ho praticato. Il che, se lo guardo da una prospettiva storica, sta tra l’aberrante e il sensazionale: proprio io, Gianni Davico, colui che della pratica ha fatto una sorta di religione, ora si allontana così tanto dal golf?

Eppure non voglio giudicare, ma solo analizzare i miei pensieri relativi alla questione. Perché il golf è sempre stato, ed è tuttora, assolutamente magico per me; tuttavia sono arrivato in una fase del mio percorso in cui non trovo più gioia piena nel praticare o nel giocare, o quantomeno non così tanta. Per dire, per il Gianni di adesso non c’è partita tra il giocare a golf e il camminare.

Una facile causa da individuare per questa situazione è […] continua a leggere »

Golf resurgente

Margara è un campo splendido.

Le condizioni atmosferiche erano ottimali.

Le partenze erano sufficientemente avanti.

I green erano discretamente veloci, ma pressoché perfetti.

Il primo giorno di questa gara sono partito bene, alla 8 ero +2, con due bogey evitabili ma accettabili. Dalla 9 ho cominciato a fare disastri, il par era un lusso; alla 18 ho messo la ciliegina sulla torta, con un quintuplo bogey. (La disaster hole, nel golf, è sempre dietro l’angolo ad aspettarti. Sta a te essere bravo a non farti trovare.) E come ho scritto a Roberto, che cercava in qualche maniera di consolarmi, nel golf non c’è molto di peggio di un quintuplo bogey, a parte un sestuplo bogey. Totale: 88 [sic].

Il secondo giorno mi è parso anche peggio, nelle prime otto buche (le seconde nove in realtà – partivo dalla 10) ho messo a segno sette bogey e un doppio. (Una sola volta ho preso il green, e da quattro metri e mezzo sono riuscito a fare tre putt, nella stessa buca dove qualche anno fa vidi Pippo Calì fare un comodo eagle imbucando da cinquanta centimetri – unici spettatori mia figlia e io.) Un paio di […] continua a leggere »

Progressing nicely

Il titolo di questo post prende spunto da un tweet di Tiger, allorché sette anni fa stava recuperando dopo l’intervento alla schiena dell’anno precedente. Ma, molto più prosaicamente, l’idea è di aggiornare i miei venticinque lettori su come stanno andando le lezioni sul driver, che mi sto impartendo dal 4 dicembre scorso, con la speranza che le mie riflessioni possano essere di aiuto o di spunto per qualcuno.

Un breve riassunto: un maestro non può insegnarmi veramente quello che desidero, perché lui conosce lo swing mille volte più di me, ma io conosco il mio swing mille volte più di lui. Non che le lezioni non siano necessarie, ma in un ciclo di lezioni un maestro può solo scalfire la superficie, ovvero andare a correggere i macroerrori, lasciando di fatto la situazione invariata. Allora ho deciso di diventare il maestro di me stesso.

(Non voglio assolutamente negare l’importanza di un maestro – alla decina di maestri che mi hanno seguito dal 2004 a oggi posso solo dire grazie –, ma dico che in certe fasi probabilmente è più redditizio mettersi di buona lena e con santa pazienza a lavorare per conto proprio per vedere che […] continua a leggere »

Un cambiamento nello swing con il driver

Dopo le ultime lezioni di questi mesi sono arrivato a una conclusione (provvisoria, come tutte le cose che riguardano lo swing): un maestro non può insegnarmi veramente quello che desidero. (Nel mio caso era “imparare a fare draw col driver”, mentre oggi è diventato “ridurre di qualche grado la traiettoria dall’esterno del driver per produrre un fade più controllato”.) Per un semplice fatto: lui conosce lo swing mille volte più di me, ma io conosco il mio swing mille volte più di lui.

Quello che io desidero sarebbe possibile solo se avessi a disposizione un maestro per un tempo lunghissimo – diciamo un’ora per tre volte la settimana per sei mesi, qualcosa del genere –, in maniera che lui potesse conoscere in profondità le sottigliezze del mio swing, e io riuscissi davvero ad apprendere da lui i concetti che desidera trasmettermi. Ma dovrei investire molto denaro, molto di più rispetto a quanto posso permettermi.

Non che le lezioni non siano necessarie, ma in un ciclo di lezioni un maestro può solo scalfire la superficie, ovvero andare a correggere i macroerrori, lasciando di fatto la situazione invariata.

Allora ho deciso di diventare il maestro di me stesso. Non che non lo […] continua a leggere »

Jon Sherman, The Four Foundations of Golf

Jon Sherman è un golfista dilettante con un handicap rispettabilissimo, che da anni cura un blog pieno di consigli e recensioni, e un podcast con Adam Young, The Sweet Spot. La sua passione verso il gioco e nell’aiutare gli altri golfisti è evidente.

Da qualche mese ha pubblicato il suo secondo libro, The Four Foundations of Golf, strutturato in quarantanove brevi capitoli, ciascuno dedicato a un aspetto del golf. Se ci interessa migliorare, questo è un volume che potrebbe essere preso in considerazione.

La logica del libro è che i consigli, che ormai si possono ottenere dappertutto un tanto al chilo, vanno e vengono, mentre le abilità fondamentali del golf rimangono per sempre. E dunque il volume ci guida in quelli che l’autore ritiene essere i quattro fondamenti del gioco:

la gestione delle aspettative;la strategia;la pratica;la parte mentale.

Senza ombra di dubbio Jon conosce il golf molto in profondità; conosce la teoria, oltre alla pratica, e ha una grande familiarità con tanti grandi nomi del gioco. Questo aiuta il lettore a entrare per così dire dalla porta principale del golf.

E tuttavia trovo che il libro abbia anche dei difetti […] continua a leggere »

Esorcizzare le paure

Voglio parlare qui di un’esperienza per così dire bifronte che mi è capitata lo scorso fine settimana a questa bella gara. Ne parlo non per mettere in luce le mie “gesta”, ma perché sono sicuro che – analizzando le cose positive fatte e gli errori commessi – qualunque golfista si ritroverà nella descrizione. (Il golf è ciclico, dopotutto.)

Nel dettaglio le cose sono andate così.

Nel giro di domenica ho cominciato con uno sciocco bogey alla 1 e un bogey accettabile alla 2. Fino a qui niente di particolare. Da lì in poi ho cominciato a giocare a golf, e in dodici buche ho segnato un punteggio di -3; questo significa che a quel punto della gara ero a -1. Alla 15 a un buon drive segue un ferro 6 a mio giudizio assolutamente perfetto al green, che però purtroppo finisce fuori di un metro. Rimango immobile, basito; ma è difficile questionare con la fisica. Il doppio bogey è una conseguenza piuttosto logica, e vado alla 16 col risultato di +1: tutto sommato nulla di grave, anche perché se io dovessi rigiocare in qualunque momento quel colpo ritirerei un ferro 6.

Qui però le cose cambiano.

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