Entro venerdì a mezzanotte

Jonathan Mardukas
In questi giorni mi è tornata in mente la questione delle tariffe (delle traduzioni, ovviamente). Era tanto che non ci pensavo: il fatto – un fatto – è che probabilmente ai prezzi cui vendere i tuoi servizi ci pensi tanto nei primi anni di attività, poi col tempo ti lasci indietro tutte queste questioni e semplicemente fai quel che devi e che sai fare.

(In effetti pensando ai clienti di Tesi & testi penso soprattutto ad un rapporto di partnership: forse non strategica come la consulenza aziendale, ma d’altra parte se qualcuno cerca il prezzo più basso nel servizio di traduzioni non verrà certamente da me.)

Ebbene, mi è tornata in mente perché ho ricevuto il listino da un’azienda simile alla mia. Ora, a parte il fatto che il concetto stesso di listino prezzi non ha molto senso (il prezzo essendo influenzato da troppi fattori quali il tempo, il settore, la quantità eccetera), mi ha colpito il fatto che quei prezzi sono di un buon 30% (almeno) più bassi rispetto ai miei.

Be’, sai che c’è? La cosa […] continua a leggere »

La provvidenza secondo Goethe

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 17 novembre 2011]

Avrebbe scritto Goethe:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Ho usato il condizionale perché, per quanto il concetto sia certamente goethiano, queste parole sono in realtà attribuite erroneamente a Goethe. Derivano da una traduzione in inglese molto libera dei versi 214-230 del Faust, ad opera di John Aster (Londra, Cassell, 1835, p. 20).

Ma al di là della filologia il concetto è questo: è importante seminare per il futuro. Guardare oltre gli ostacoli come se […] continua a leggere »

Running flow

mozziconi
Ho sperimentato il flow tantissime volte nel lavoro (quella meravigliosa sensazione di dimostrare a se stessi che si è molto bravi, sia lavorando da soli che in gruppo), molte volte nel golf, ma la scorsa settimana mi è capitato per la prima volta nella corsa.

È stata un’esperienza esaltante perché non cercata. È iniziata giovedì: prima della consueta lezione di pilates ho fatto un quarto d’ora scarso sul tapis roulant, poi complice la musica la lezione è scivolata via con gioia e ritmo (Luciano, la tua playlist era fantastica!), e infine ho corso per un’altra mezz’ora senza pensare a niente e contando i passi (180 passi al minuto è il numero magico per una corsa fluida, by the way); ma ha raggiunto il suo apice ieri mattina.

Avevo scelto un percorso pianeggiante, che ho approcciato in maniera cauta (Gianni diesel, that’s me!); ma verso la fine della prima ora di corsa i pensieri – che prima già fluivano – hanno cominciato a scorrere velocissimi e ordinati, e ho “visto” (ovvero immaginato in profondità, con vividezza e ricchezza di particolari) due cose:

– l’armonia di mente […] continua a leggere »

Daje (mach)

daje
Ho passato recentissimamente e in sequenza due giornate con due persone che hanno significato e significano tantissimo per me. La prima con uno scrittore che con i suoi libri mi ha insegnato una parte molto significativa di quello che so sul come si fa a scrivere bene; l’altra con un amico – probabilmente il mio più caro. Mi è venuto allora da fare qualche considerazione. (Non mi aspettavo certo che due giornate così “pesanti” passassero come acqua fresca su di me.)

Fondamentalmente mi accorgo che in tante cose non sono all’altezza. Per carattere o per altro, i motivi non li so: ma mi accorgo che sono tanto bravo con la parola scritta perché faccio tanta fatica con la parola parlata (o viceversa, è lo stesso); e se non dici le parole giuste al momento giusto rimani indietro, è matematico. E questo è un mio limite che mi è evidente e con cui devo comunque fare i conti.

O, per dirla con Giovanni Giudici:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
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Sergio Arneodo, in memoriam

Sergio Arneodo
Io credo che occorra partire dalla fine, e da lì tornare indietro. E allora comincerò dall’omelia che sabato, in una chiesetta di montagna strapiena, e i microfoni fuori ad amplificare le parole per le tantissime persone giunte a dare l’estremo saluto a Sergio Arneodo, padre, nonno, suocero, professore, scrittore, poeta, cantore della montagna, il prete ha pronunciato per il funerale di questo piccolo grande uomo. In una parola lui ha detto che quel che conta è l’eredità che lascia: e l’eredità di Arneodo non si misura certo in denaro, ma in opere, pensieri, libri e così via.

Arneodo era un grande uomo, e voleva bene alle sue montagne – terra povera e difficile, ma terra sua e dei suoi padri e dei padri dei suoi padri. Per questo mi sono commosso quando la salma, dopo la cerimonia, è stata portata per il paese per un addio monti semplice che vale più di tante parole. Tutto nel piccolo paese di Sancto Lucio de Coumboscuro era silenzio, un silenzio fatto di rispetto e commozione e presenza.

Presenza, […] continua a leggere »

Daniel Tarozzi, Io faccio così

IFC
Conobbi Daniel alla stazione di Grosseto, in un giorno di primavera di due anni fa. Ricordo perfettamente la sensazione di calma e forza che subito mi trasmise la persona. (Forse sarebbe più corretto dire che lo ri-conobbi, perché vidi in lui – immediatamente, senza pensare – una proiezione di come avrei voluto essere io.)

Poco più di un anno fa lui è partito alla scoperta – ma anche qui, si tratta piuttosto di una ri-scoperta – dell’Italia che cambia: lo scopo era quello di incontrare quelli che lui ha chiamato “gli agenti del cambiamento”, ovvero coloro che hanno deciso che le condizioni di vita cui sono costretti non vanno bene. E quindi cambiano.

O meglio, hanno già cambiato. Sono già cambiati. Se dovessi sintetizzare in poche parole questo progetto non potrei dirlo meglio che con le parole di Montale:

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.

Ma gli incontri, ovviamente, […] continua a leggere »

A volte ritornano

Austin
Quando diedi vita a questo mio diario pubblico, ormai cinque anni fa, raccontando la mia esperienza nel mondo delle traduzioni, lo feci col doppio intento speculare di fissare i miei pensieri e di portare conoscenza ai lettori. Col tempo, lentamente, il focus si è allargato a contenere temi più ampi – il segno che possiamo lasciare nel mondo e l’importanza di fare davvero le cose che ci interessano e appassionano, in due parole.

I due concetti non sono affatto antitetici, come forse potrebbe sembrare. Io non mi tiro mai indietro di fronte al lavoro, e credo che sia importante che quando lavori lavori davvero; del resto, seguire e inseguire le proprie passioni e passare tanto tempo con le persone importanti della nostra vita sono cardini cui non ha senso rinunciare. Quanti, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? (Lo scopo ultimo del lavoro è o dovrebbe essere liberare il tempo, non occuparlo fino allo sfinimento.)

Insomma questo blog è il diario di un collegamento tra due concetti solo apparentemente contrapposti. Tutto questo per dire che […] continua a leggere »

Strano

telefono Siemens S62
Sono andato la settimana scorsa a comprare un telefonino, accompagnato da mia figlia grande in qualità di esperta nella materia. Sono stato costretto: quello precedente stava morendo (preso tre anni fa e già defunto: questi oggetti non sono evidentemente fatti per durare).

Di tutti i modelli che c’erano, scintillanti e baluginosi davanti a noi, ne ho visto uno solo – forse due – di quelli che credo si dicano flip, che per me sono modernissimi (per mia figlia antidiluviani, ça va sans dire). Per il resto ero in un mondo che non comprendevo.

La ragazza che me lo ha venduto a un certo punto guarda i miei capelli grigi e mi chiede:

Col touchscreen sarebbe troppo difficile?

Leggero sconcerto. Però dal suo punto di vista ha ragione lei: chi compra ancora oggigiorno telefonini come questo?

È vero, io in queste cose di telefonia sono un po’ indietro – molto indietro, probabilmente (talmente indietro che chiamo telefonino quell’oggetto, per distinguerlo da quello che per me è il telefono, ovvero quello che uso in ufficio) – […] continua a leggere »

Ottobre, andiamo

collina
Ieri mi sono ricordato di quando, da ragazzo, mi chiamavano Gianni diesel – perché in tutto ciò che facevo c’era lentezza iniziale, e poi man mano prendevo coraggio, mi lasciavo andare e da un certo punto in poi davo il massimo. E andavo forte. Ebbene, io sono così – è un tratto di me che non posso né voglio modificare.

Ieri questa era la sfida. Per i primi quattro kilometri, che erano in piano, ho corso al mio passo tranquillo; poi ho affrontato con calma la salita, e ho continuato a correre piano anche quando la pendenza si faceva proibitiva.

Poi è iniziata la discesa e una cosa bella, strana e bella, mi è successa. Ho iniziato ad accelerare, a correre sempre più forte. Non è importante che in questo fare abbia superato diversi corridori (anche perché probabilmente la maggior parte di loro non era lì per competere), ma è importante relativamente a me stesso: non sapevo nemmeno di esserne capace. Finire la corsa senza camminare mai sarebbe già stata ricompensa sufficiente; invece accorgermi […] continua a leggere »

Il bilinguismo, secondo me

Sono di fatto un bilingue.

Certo, quando dico che le mie lingue madri sono l’italiano e il piemontese (non necessariamente in quest’ordine), leggo un po’ di smarrimento negli occhi di chi ascolta. E lo capisco: nella percezione comune il piemontese è un dialetto, non una lingua. (Che sia lingua da un punto di vista scientifico e storico, che abbia dieci secoli [sic] di tradizione scritta, che da quattro secoli si scriva grossomodo alla stessa maniera, che abbia vocabolari, grammatiche eccetera sono realtà che non fanno testo, visto che sono informazioni “per felici pochi”, per dirla alla Morante.)

Il mio bilinguismo è qualcosa che non serve a nessuno se non alla mia identità, a vivere una vita mentale più ricca. Apparentemente, non farebbe nessuna differenza se non parlassi e scrivessi piemontese: questa lingua non serve a nulla, per così dire. Ma il pericolo – parlo per me – è di trovarmi senza lingua materna e non voglio che accada, tutto qui. Il pericolo è per esempio di colui che è emigrato e ha perso la sua lingua senza trovare davvero la lingua del paese che l’ha accolto, e ad un certo punto si è trovato senza identità.

(Prescindo qui da tutte […] continua a leggere »