Apr 21

Giulio Einaudi
L’etimologo.

Dico davvero. Mi sarebbe piaciuto andare a scavare tra le parole scritte, cercare le radici, le connessioni, la sororità tra le lingue. È qualcosa che mi viene naturale, facile, che ho sempre fatto in questi anni; da dilettante, naturalmente – magari un dilettante privilegiato, ma pur sempre un dilettante.

C’è stato un momento, avevo ventisette anni circa, in cui avrei forse potuto intraprendere quella sorta di carriera, e con molta fortuna ne avrei potuto fare veramente il mio mestiere. È stato quando… l’anno era il 1994, io ero fresco di laurea, e Giulio Einaudi mi scrisse un breve lettera in cui mi disse (cito a memoria, perché la lettera è nel solaio, dentro un armadio pieno di ricordi scritti di gioventù dove non sono ancora pronto a sfruculiare):

Caro Davico,
venga, venga in casa editrice.
Possiamo pagare poco, ma lavoro ce n’è.

Io non ebbi il coraggio. O meglio andai, e mi trovai a tre metri da lui ma non ebbi il coraggio di dirgli che ero io ad avergli scritto quella tale lettera, che lui mi aveva risposto, gli studi su Pavese eccetera eccetera.

(L’immagine più bella che ho di lui è durante uno dei primi Saloni del libro, nell’area tra i due padiglioni lui che cammina e incontra una ragazza – nel mio immaginario è una nipote. Lui si apre in quel suo grande sorriso che incantava, allarga le braccia e la abbraccia. I suoi capelli bianchissimi, l’impeccabile completo grigio, il suo sguardo profondo. Ecco, quell’istante è Giulio Einaudi per me, immobile per sempre nel tempo.)

E poi un pomeriggio ebbi una telefonata con Bobbio (allo stesso Salone ne avevo carpito il numero di casa), il quale mi incoraggiò a continuare gli studi su Pavese, che sono dei parenti molto prossimi – dei cugini, diciamo; ma di primo grado, non germani – di quella professione di etimologo che sarebbe stata la mia, tagliata a mia misura su di me come un guanto di alta sartoria.

Però ebbi paura e cercai la sicurezza (tra virgolette), e iniziai un mestiere normale che poi divenne Tesi & testi (sì, ho sempre lavorato con le parole scritte perché so fare solo questo) e poi divenne, divenne, divenne… e poi passò molto tempo ed eccomi qua.

Certo, come dice Michela,

tutto il resto puoi ancora farlo.

Sì, è vero, è vero; ma quando prendi delle decisioni (o le subisci, è lo stesso) poi le cose si complicano e non è tanto quello che non sai, ma quello che sai già a condizionarti, quello è il problema.

È anche vero, come dice Zu, che

per fare le cose bisogna farle.

Ma insomma l’etimologo è qualcosa che dilettantescamente continuo a fare, ho sempre fatto e credo che continuerò a fare fino a che la testa mi funzionerà. Sarebbe stata una bella carriera. Avrei scritto sicuramente delle bellissime pagine, importanti probabilmente, su Pavese, magari anche su altri autori; avrei scoperto delle cose, delle relazioni, avrei analizzato delle parole, delle storie, relazioni tra le parole, le parole sorelle, la lingua padre che è il piemontese per me e la lingua madre, che è l’italiano, e la lingua che le contiene tutte che è il latino.

Sherwood Anderson:

Sognavo di poter raccontare tutte le storie di tutta la gente d’America. Sarei arrivato a tutti, li avrei capiti, ne avrei scritto la storia.

È andata così, non c’è da rimpiangere. Ho avuto paura, ecco: questo è il sugo di tutta la storia: abbandona la paura. Punto.

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Apr 14

La riflessione di oggi nasce dal voltarmi indietro (non che la cosa mi piaccia o mi stimoli, il presente mi interessa molto di più, ma più passa il tempo e più mi viene naturale fare dei paragoni con colui che ero ieri). Ho pensato ai miei primissimi mesi di lavoro, quando andai a bottega a imparare il mestiere di editore; e rimasi pochissimo perché non c’erano soldi, ma questa è un’altra storia.

In quell’ambiente eravamo in diversi, tutti sostanzialmente giovani: a parte il “capo” io, coi miei ventisette anni, ero decisamente il più anziano. Ho imparato molto in quel breve periodo; non tanto del mestiere, che nessuno di fatto mi insegnò (ma appresi, perché ero pronto), ma del rapporto di collaborazione, del seguire dei progetti con altri, del lavorare insieme.

E questo crescere insieme mi è stato soprattutto evidente quando Tesi & testi ha assunto delle dimensioni “interessanti”. Tutto è relativo, si capisce, ma per alcuni anni siamo stati in cinque a lavorare fianco a fianco. Ciascuno davanti al suo computer ma con tantissimi momenti di interazione e confronto: per preparare dei preventivi complessi, per esempio; per confrontarsi su questioni spinose; per seguire da vicino dei progetti creativi.

Poi quel gruppo, complice la difficile situazione economica e anche il mio personale percorso di crescita, in breve tempo si è sciolto. Non credo che per me si ripresenterà in futuro una situazione simile, anche per le condizioni lavorative generali che oggi sono del tutto differenti.

Non credo che tornerò a creare un gruppo paragonabile a quello di quegli anni; ma ho avuto il privilegio di lavorare fianco a fianco con professionisti eccellenti, e questa è stata una grande fonte sia di crescita professionale che di gioia – quella gioia assoluta che ti viene dal creare qualcosa di tuo in collaborazione con qualcun’altro che stimi.

Insomma in quegli anni sono stato spesso in cima alla piramide di Maslow, ho creato e contribuito a creare, forse ho dato anche spunti a colleghi e traduttori. È stato tutto molto interessante e stimolante, e oggi ricordo quel periodo con molta tenerezza – ero molto più ingenuo e incantato -, ma anche come fonte di felicità professionale.

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Feb 03

Zucchero
Sono partito da una frase di Jaron Lanier, riportata da Luigi Muzii in questo post:

Any skill, no matter how difficult to acquire, can become obsolete when the machines improve.

E l’ho collegata alle mie competenze acquisite in tanti anni di studi e poi di professione. Ho pensato, per esempio, al mestiere di correttore di bozze che ho esercitato tanti anni fa: anche grazie al mio professore di tesi, il caro Riccardo Massano, imparai una competenza che ben si sposava col mio carattere, ovvero la pignoleria nei minimi segni grafici, la diffidenza per il doppio spazio e così via. Ma tutte quelle ore passate a sudare sui testi, che portarono al mio primo libro e alla creazione della mia attività, quale valore hanno oggi, oggi che quel mestiere è da tempo estinto?

Muzii riferisce questa frase al mestiere del traduttore:

Oggi il profilo di un professionista della traduzione si può paragonare a un tavolino a tre gambe, ognuna delle quali è essenziale, ma nessuna di esse corrisponde più alla conoscenza della lingua. Queste tre gambe sono i dati, le tecnologie e la conoscenza. La lingua è una tecnologia; la conoscenza serve a sviluppare le tecnologie e a servirsene per accedere ai dati.

E mi è venuto in mente anche un passaggio di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples, pubblicata su Inc nell’agosto 1998:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Ovvero, in sostanza: noi ci accapigliamo tanto sul nostro mestiere, oggi, schiacciati come siamo dalla crisi globale da un lato e, dall’altro, dal cambiamento radicale di tutti i paradigmi che riguardano il lavoro e le professioni; ma io non mi chiedo soltanto se ci sarà posto, domani, per tutti i traduttori (ovviamente no), quanto piuttosto che cosa sarà non solo la traduzione ma anche – più in generale – lo scrivere, domani; e se questa mia competenza – lo scrivere essendo l’unica attività nella quale non temo la concorrenza di chicchessia – avrà ancora un senso e un valore in un mondo digitale.

Penso al mio scrivere, a tutte le parole che ho scritto, e credo che mi sia servito per fare chiarezza dentro di me, per comunicare dei concetti, per trasmettere dei pensieri; ma sul valore sociale di questo scrivere ho grandi dubbi. C’è stato un momento, allorché il Web ha preso piede e scrivere una mail era un’attività necessaria, quasi di moda, in cui questa abilità poteva avere un valore; ma poi il Web è diventato visuale, è diventato degli oggetti e delle fotografie, è diventato un copia e incolla e allora scrivere o non scrivere non fa poi tanta differenza.

“Es todo un manicomio”, per dirla con Zucchero. E allora continuo a scrivere perché non so far altro, ma sull’utilità di questo fare mi interrogo anzichenò.

Lug 01

sito
Tutti i grandi progetti che sono usciti da Tesi & testi – i miei libri e le grosse traduzioni sono i primi casi che mi sovvengono – sono per me come dei figlioletti. Il sito di Tesi & testi nacque per combinazione nello stesso periodo della mia primogenita.

Ora, guardare la prima versione, oltre tredici anni dopo, mi produce un misto di tenerezza e nostalgia, con una punta di orgoglio.

La seconda versione, del 2001, era sempre brochureware, ma aveva fatto un passo in avanti.

Nel 2004 volevo il sito 3.0 (sono sempre stato stregato dalla magia dei numeri), e venne fuori un bel lavoro. Fu un progetto complesso, che durò mesi e richiese diverse competenze, ma la soddisfazione finale ripagò di tutte le fatiche.

Poi gli anni sono passati, io un po’ mi sono allontanato dall’attività, ho fatto nel corso del tempo degli aggiustamenti e dei ritocchi ma senza rivoluzioni.

Quest’anno mi è stato chiaro che dovevo fare qualcosa. Avere un sito completamente nuovo non mi pareva necessario (il flusso di lavoro è sostanzialmente costante, e non sarà una brochure elettronica che dice quanto siamo bravi a convincere qualcuno), però determinate modifiche erano necessarie: abbiamo creato una pagina Facebook, l’abbiamo rimodernato un pochino (e sto continuando a farlo, è sempre un work in progress).

A me piace; le opinioni altrui, comunque, saranno apprezzate e utili.

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Apr 08

Mi soffermo ogni tanto a pensare alle differenze tra i miei inizi e quelli di chi entra oggi nel mercato del lavoro a offrire le proprie competenze e i propri servizi. Be’, a prescindere dalle cause la situazione è difficile per chiunque, dunque è triplamente difficile per chi non ha una storia lavorativa dimostrabile alle spalle.

Se penso a me, credo di essere andato più o meno sempre bene per via dell’entusiasmo che mi ha sempre contraddistinto. Ho sempre messo energia e passione nel lavoro. Mi sovviene il Pavese delle Lettere:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

E un concetto simile espresse Ben Hogan:

I feel sorry for the kids these days. They don’t know what it’s like to learn that you can survive almost anything.

Allora alla fine dico è vero che non c’è lavoro, che ci sono poche possibilità, che le prospettive sono tutt’altro che rosee. Ma metti passione in quello che fai, sarai ricompensato. You can survive almost anything.

Feb 25

VLUU L110  / Samsung L110
Sto rileggendo, sfogliando – centellinando è il termine più preciso – le vecchie copie di Inc. È una storia d’amore che è nata nel 1998 a Philadelphia. Fu amore a prima vista: io vidi quella rivista e in un momento intuii che lì dentro c’era un mondo.

Quel mondo era fatto di adrenalina che scorreva, di storie di grandi uomini e grandi donne che facevano l’America, era la proiezione, l’idealizzazione del mio essere imprenditore. Io come volevo essere ed essere visto.

È stato bellissimo. Letture appassionanti, libri, conferenze, conversazioni, conoscenze.

Ora però il tempo è passato, io sono cambiato e in quei numeri vedo evidenziazioni che ho fatto e che adesso non mi dicono più nulla. Un po’, si parva licet, come l’ingegner Luciano De Crescenzo all’IBM alla fine degli anni Settanta.

Ripensando ora alla mia storia professionale, vedo che ho realizzato solo il 10% di quel che pensavo, e forse solo il 5% (“Vissi al cinque per cento”, direbbe Montale) di quel che avrei potuto.

Ora vorrei evitare a quelle riviste di finire nel cassonetto della carta straccia: mi piacerebbe trovare un/una giovane – un/una me con vent’anni di meno – che alzasse la mano e mi dicesse io, dai a me quelle riviste. In cambio vorrei solo la promessa solenne che verranno lette e pensate, così da coltivare dentro di me la speranza che qualcun altro possa fare meglio di quel che ho fatto io.

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Dic 31

VLUU L110  / Samsung L110
Come per il 2011, anche quest’anno ho pubblicato qui 52 articoli, uno per ciascun lunedì dell’anno. Ieri li ho scorsi tutti, perché penso che sia importante ogni tanto voltarsi indietro a vedere da dove arriviamo. I temi sono stati quelli annunciati, ovvero lavoro e filosofia spicciola: quel che cerco di fare in questo luogo è legare appunto il lavoro – la gestione dei progetti di traduzione nel mio caso, ma il discorso è ampliabile a qualunque occupazione – con il poco tempo che abbiamo. (E molto presto non avremo un anno in più, ma uno in meno, come direbbe don Bosco.)

A gennaio ho – abbiamo – dovuto fare i conti con la scomparsa di David Henderson, che non era solo un traduttore brillante ma anche uomo molto intelligente e persona di gran cuore. Qui e qui i miei ricordi, qui un bell’articolo di Cristina Caimotto, qui un ricordo del caro Giulio Pianese a.k.a. Zu (il che mi fa riandare con la mente alla sera in cui lo conobbi e al suo ingresso del tutto teatrale; e mi fa pensare che, caro Zu, devo mettere in agenda un articolo dedicato a te e, soprattutto, una birra da bere tu e io, a raccontarci fallimenti, emozioni e successi dei nostri primi 45 anni circa).

Ho parlato tanto di marketing: la mia passione per questo aspetto della professione è stata amplificata dai due seminari tenuti, ad aprile a Milano e a dicembre a Pisa (be’, anche questa è una maniera di lasciare un legato al mondo, un segno minimo del passaggio).

In estate ho parlato soprattutto della mia primogenita e delle sue esplorazioni (e per lei ho scritto il pezzo che considero più bello di tutto l’anno) e della Piatta. (Summer time calls for light thoughts, si sa.)

Per il 2013 le cose non cambieranno: cercherò di analizzare le mie emozioni legate sia alla professione, ovvero come possiamo spendere al meglio i talenti (avendo bene in mente che arrivare in cima serve solo a rendersi conto del fatto che non esiste nessuna cima), sia – e vorrei dire soprattutto – al tempo che scorre e che scivola via come rena dalle dita, come dice Carlo Betocchi:

Per cui
un vecchio come me s’alza dalla sua
sedia senza vacillare e si guarda
d’intorno. E s’accorge, senza averne
spavento, che il tempo scivola come
rena, e che il nuovo è tutto da venire
ancora tutto da venire: e sente
dire in sé sommessamente, dalla vita:
siamo parte dell’humus che prepara
il futuro, noi che ce ne andiamo.

Insomma è passato un altro anno e io non ho capito nulla, ma racconto comunque ciò che vedo e sento e tocco.

Lug 02

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 16 giugno 2011]

Ho fatto due conti. Non di soldi, ma di tempo, di anni, l’unica risorsa critica.

Ho pensato che la mia vita mi piace così. Anche con tutte le magagne che contiene. Anche con le sconfitte, le liti eccetera. Mi va bene così. Ci sto bene.

E poi voglio guardare avanti. Io non torno indietro. Ci ho messo tutti questi anni per arrivare – per caso – ad un risultato che mi soddisfa. Ora posso solo andare avanti posso solo migliorare.

E mi rendo anche conto che la felicità degli altri può dare fastidio. “Ma come? Io lavoro come un matto e quello pratica il 25×44 ed è pure felice?” Di domani ignoro, ma in questi tre anni sono stato sempre molto felice (di una felicità che Rita Levi-Montalcini definirebbe probabilmente da bambini, ma tant’è), ho mantenuto la mia famiglia, ho coltivato dei sogni per me grandi. Non è una ricetta e non è una garanzia, ma è – semplicemente è.

Ogni tanto mi volto indietro, guardo a quello che ero. Con tenerezza, ma senza rimpianti. Mi vedo giovane uomo in carriera, con i miei sogni imprenditoriali eccetera. Ma non voglio più tornare là, ho già dimostrato a me stesso che certe cose le so fare. Ora è tempo di mangiare altre colline.

E penso alla mia consapevolezza di adesso, al viaggio che ho intrapreso e che non intendo smettere. Sono felice. Voglio vedere dove mi porta questo percorso.

Il domani non mi spaventa. L’oggi nemmeno. Ho lasciato indietro tutte le paure. Quello che faccio, penso e dico non ha un particolare valore o significato. Morirò comunque. Ma proprio qui sta la forza di questa vita. Ha significato proprio perché non ha scopo.

Di tante preoccupazioni passate non possiamo che ridere. Essere felici costa più o meno lo stesso, è un percorso che possiamo scegliere.

Va benissimo così. Io non torno indietro.

Giu 11


Segnalo questo articolo di Don DePalma, perché concerne una frontiera che dovrà per forza essere superata nella gestione dei progetti di traduzione.

In due parole, l’idea è di incaricare il sistema di fare buona parte del lavoro sporco, mentre il PM interviene solo quando ci sono eccezioni.

È una barriera di cui da anni tanti gli operatori del settore sono consci, perché i PM si scontrano continuamente con la ripetitività di compiti che potrebbero essere automatizzati. Ricordo che nel mio primo viaggio “d’affari” negli Stati Uniti, la mia valigia di cartone e io, uno degli incontri fu con un collega il quale mi parlò di un sistema che stava elaborando proprio con questo fine: forse era un precursore, probabilmente era troppo avanti con i tempi, poi i tempi andarono più avanti di lui e il progetto non divenne realtà; ma l’idea era proprio quella di togliere l’elemento umano dal processo ogniqualvolta ciò fosse pensabile.

Ricordo tutto questo con vividezza, ricordo il panorama che si godeva dal suo ufficio, il buco a Ground Zero lì sotto e, vicinissimo, il grattacielo dove sognavo di impiantare il mio ufficio americano. (Che delusione quando entrai, chiesi e seppi che era interamente occupato da un ente federale e non aveva spazi in affitto.)

Ma per tornare all’articolo, l’idea nasce da un problema che tutti i PM sperimentano continuamente: il fatto che qualunque progetto porti ad occuparsi di una serie di attività che potrebbero essere automatizzate.

Se expressIt è un portale che avrà successo ignoro, ma l’idea è vincente: ridurre del 90% i tempi necessari ad un progetto accorciando la catena della produzione. Dal punto di vista della traduzione le cose non cambiano, ma a livello gestionale la promessa è quella di rendere il più possibile agile il processo.

Comunque sia, tempi interessanti ci attendono.

Feb 20

Ad aprile 2005 partecipai a Milano ad una conferenza della divisione europea della STC, il TransAlpine Chapter che non mi risulta più esistere (e anche questo è un segno dei tempi). La ricordo comunque con molto piacere: molto ben organizzata, molto interessante, molto informativa.

Scrissi per “TransAlpiner”, la newsletter del gruppo, un articolo che ricordava i benefici derivanti dalla partecipazione a conferenze simili e che ripubblico volentieri qui.

The STC-TAC Milan Conference: Impressions of a First-time Attendee

Faced with these three days of conference, as a first-time attendee I was like a child that sees a new city for the first time, with all its bright lights and colors. So I had a sort of clear-minded view, which allowed me to gather the impressions that I would now like to express in this short article.

What, where and when. The Transalpine Chapter organizes a two-day general conference twice a year (in April and October). This year for the first time, the Milan conference was preceded by a meeting of the Italian Chapter.
“What’s in it for me?” I hear you ask. What does all this specifically mean for you and for your business? Well, there are at least three benefits:
– Technical knowledge;
– Knowledge of the market, of its problems and of its opportunities;
– Networking with your colleagues (and competitors – why not?).
Obviously, each point intertwines with the others. Let us examine each one in detail.

Technical Knowledge. The Italian Chapter day involved five presentations, plus a final panel discussion about the future of technical writing as a profession. The conference itself involved nine speeches plus a final panel discussion about usability in documentation. A broad range of topics was discussed, and it was in this variety that I found the real value for the attendees: the opportunity to leave the conference with a wealth of inspiring ideas to reflect further on. From the program of professional speakers, I particularly enjoyed the speeches by Umberto Santucci, Bill Gribbons and Erik van Huisstede.

Umberto Santucci (Strategic Problem Solving and Technical Writing) gave an interesting talk explaining how the documentation of a good or service can and must be tailored to the target user. Bill Gribbons (The Migration from Information Design to User Experience Design) helped us to appreciate how the user’s experience in using a good – or a service, for that matter – needs to lie at the heart of a business strategy in order for a company to succeed. Erik van Huisstede showed us that, in designing and writing manuals and instructions for users, a multitude of approaches is possible, though whatever the approach, what is fundamental is to be creative, to pay attention to style and – perhaps most importantly, yet often neglected – to make the user happy.

Knowledge of the market. Even in this age of the Internet, in this world where information is, at least apparently, anything but a scarce resource, existing in copious amounts and readily accessible to all and sundry, the importance of market knowledge should not be underestimated. Participation in industry events of this kind allows attendees to learn and better understand their own strengths and weaknesses as well as those of the market in which they are engaged. Of course, a conference can in no way substitute books and journals, or other information channels, however talks such as that given by Piero Margutti about the challenges faced by Siemens in documentation management constitute an invaluable source of information on the issues facing our clients, and hence the opportunities available for those involved in technical writing. (Siemens was our kind and gracious host in Milan, and Piero the perfect master of ceremonies.)

Networking. The conference was particularly well-structured, especially as it gave considerable space to socializing. The organizers themselves encouraged the public to interact and exchange their thoughts and business cards during the conference, rather than wait and send an email once they were back in the office. Speaking to strangers, of course, is not always an easy thing to do, however you cannot simply wait for the people to whom you are interested in talking to come up and introduce themselves. We ourselves have to take the initiative. The benefits are many, and of undeniable importance in these fast changing times – the opportunity to meet new people, to win new jobs or simply establish a working relationship, discuss different points of view on a common problem, etc.

It is somewhat similar to what in the corporate world Tom Peters has been preaching to entrepreneurs for years: Managing By Wandering Around (MBWA), namely, the greater effectiveness of a boss who wanders around the office and speaks directly to employees, rather than lock himself away behind a desk, drawing up unrealistic strategies. Last but not least, when it comes down to it, networking is itself just plain fun! An element reflected in the traditional closing ceremony of the conference – the chocolate raffle, offering chocolates from all over Europe. Here I can directly testify to the joy of this event, having won two blocks of Slovenian chocolate which delighted my young daughter for several days on end.

Finally, a word about my impressions. With friend and foe alike present, the overwhelming sense of fearlessness and the willingness to see others as potential project allies was definitely a strength of the participants. I must say that I found the European environment incredibly positive over the three days. By ‘European environment’, I mean the ability to overcome the barrier of an “us and them” mentality, to consider ourselves citizens of the world rather than vehemently defend our own little bundles of clients.
The atmosphere was indeed very friendly and professional at the same time, with an excellent trattoria enlivening the atmosphere on Thursday night.
To sum up in a single word, the organization of the event was simply perfect. (Thanks Jang and Vilma!)

See you at the next conference!

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