Nov 23

il greto del Po dopo Crescentino

il greto del Po dopo Crescentino


Io arrivo tardi alle cose, lo so. (Gianni diesel era uno dei miei soprannomi, e credo spieghi tante cose.) Sabato sono andato a cercare la tomba del mio professore di tesi, che forse ho trovato e forse no (perché c’è il nome della famiglia ma non il suo – il che non mi stupisce nemmeno tanto: conoscendone il rigore, l’austerità e lo stile potrebbe essere benissimo seppellito senza nome). Volevo – ma non avendo la certezza di averlo trovato non ci sono riuscito – chiudere un metaforico cerchio che si aprì tanti anni fa, quando mi incantai a sentire le sue lezioni su Dante (chiamarle lezioni è assolutamente riduttivo, peraltro). In una ricordo che io ero l’unico studente (quand’eravamo tanti eravamo forse una decina), e allora lui passò l’ora intera a leggermi le sue traduzioni in piemontese di poeti della latinità. Ed è stato proprio in quel momento che ho capito che la mia lingua/dialetto aveva dignità letteraria, ovvero andava più in là di un campanile o di un modo di dire, se un professore di università sentiva la necessità di volgere in quell’idioma carmi di duemila anni prima. Mi sovviene Ungaretti (I fiumi):

Questo è il Serchio
al quale hanno attinto
duemil’anni forse
di gente mia campagnola
e mio padre e mia madre

(E ricordo distintamente di aver ascoltato via radio la voce del poeta che leggeva questa magnifica poesia, che dunque per me è molto più di inchiostro su carta: è un filo di corrente, è carne viva.)

Ma insomma quel cerchio non l’ho ancora chiuso.

Comunque poi a quel punto il grande fiume mi chiamava. Ho attraversato con l’auto il ponte di Crescentino, e poi camminato per cinque ore e mezza sul Po, per lunga parte proprio sul greto e sulla riva e in parte sull’argine. È stato bellissimo – e avventuroso, come per esempio quando ho dovuto guadare un affluente; e anche spaventevole, quando sentivo e percepivo i cinghiali vicino a me (‘E se mi attaccano?’).

Ma anche qui pensavo ‘perché alle cose arrivo sempre tardi?’ Capisco che la natura è natura e non puoi combatterla, ma possibile che uno non possa accorgersi un filo prima dei suoi quarantott’anni che camminare è vita? Il diavolo sulle colline:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

Mi sovvenivano gli om ad Po (gli uomini di Po – ne avevo accennato qui), quei personaggi mitici che fino agli anni Cinquanta vivevano in capanne in riva al fiume. Uomini certamente ai margini della società, ma non anche personaggi affascinanti? Non vorresti passare una sera con un tipo così, che magari non parla nemmeno la tua lingua ma un grammelot tutto suo – eppure chissà quante cose fantastiche potrebbe trasmetterti?

Un poco mi accompagnava anche, ancora, Pavese (Il ragazzo che era in me):

Va’ a sapere perché fossi là quella sera nei prati.
Forse mi ero lasciato cadere stremato di sole,
e fingevo l’indiano ferito. Il ragazzo a quei tempi
scollinava da solo cercando bisonti
e tirava le frecce dipinte e vibrava la lancia.
Quella sera ero tutto tatuato a colori di guerra.
Ora, l’aria era fresca e la medica pure
vellutata profonda, spruzzata dei fiori
rossogrigi e le nuvole e il cielo
s’accendevano in mezzo agli steli. Il ragazzo riverso
che alla villa sentiva lodarlo, fissava quel cielo.
Ma il tramonto stordiva. Era meglio socchiudere gli occhi
e godere l’abbraccio dell’erba. Avvolgeva come acqua.

L’acqua, l’acqua: l’acqua è sempre presente nei luoghi che adoro.

Però alla fine la sostanza è che queste “avventure” (stranezze, forse) io le cerco, io le voglio. Arrivo tardi alle cose ma la natura è questa e non si cambia, la accetto, va bene così.

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Set 07

IMG_1985
Venerdì, quando il traghetto si è staccato dal porto di Calvi, il tempo era nuvoloso. Lasciare la mia patria seconda senza il sole è forse un commiato un po’ più semplice.

Quest’anno le mie giornate – numericamente brevi, perché le finanze sono quel che sono – sono state quasi sempre divise in maniera equanime: mattino al mare e pomeriggio a esplorare. Potevano essere sentieri – sentieri soprattutto –, oppure file di paesoli abbarbicati, assolati e silenziosi (di fatto mai sul mare, perché la Corsica è la montagna in mezzo al mare, ciò che vuol dire che è innanzitutto montagna – Mausoleo essendo quello che più mi è rimasto dentro), o anche golf.

Sentire, semplicemente sentire il fascino che questa terra esercita su di me. L’attrazione non resistibile.

Paesaggire, come avrebbe detto Zanzotto citato da Paolini. La paesologia arminiana esiste anche in Corsica.

Cominciare a immaginare il libro che prima o poi scriverò, e che si intitolerà Mal di Corsica. (Perché il mal di Corsica esiste, anche questo è un fatto.)

Pensare a questi cerchi che si aprono e si chiudono, alle partenze e ai ritorni, immaginare i ritorni come partenze e viceversa.

Sei stato felice, Giovanni, in quella terra. Non stiamo parlando di cose piccole.

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Ago 17

montagne
È un mese che sono qui, come l’anno scorso è giunta l’ora di migrare.

L’addio monti di oggi mi tocca nel profondo, come tutte le volte che lascio questi luoghi. (Un poco, o forse tanto, anche perché il tempo che passa abbrevia le volte in cui ciò ancora accadrà.) Ieri ho fatto i miei consueti giri a salutare le persone care. La sensazione è ancora quella di essere uno straniero a questa terra, ma diviene più lieve.

Questo è un paese piccolo con una comunità molto forte, un paese che evolve, che cambia, un paese fatto sia di giovani che di anziani. È insomma un pezzettino di mondo non dimenticato ma che fiorisce, e anche questo me lo fa apprezzare. (E non mi sorprende che giovani coppie vengano qui a mettere radici.)

In questo mese mi sono svuotato di tutte le tossine accumulate. Avrei voluto fare molto di più – certi giorni li ho passati semplicemente a guardare le cose, incapace di muovermi o di fare alcunché –, ma ripartire sereno è tantissimo. E poi la vita è fatta anche di passaggi a vuoto, di tempo che passa e basta.

La nostalgia del luogo mi prende. Ma non voglio combatterla, la lascio entrare dentro di me. Perché questo è un luogo magico con tanto di speciale. Ci saranno altri ritorni, altre partenze, altro sole e altra pioggia – per oggi va bene così.

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Giu 22

Montemale di Cuneo
Mi sono imbattuto negli scritti di Franco Arminio.

Ho cominciato da qui. Poi sono passato a questo libro. Altri seguiranno.

La paesologia è un argomento che di fatto conosco bene, anche se questo termine non l’avevo mai sentito prima. Lo conosco perché nei fatti la paesologia mi tocca ogni volta che mi trovo nel mio rifugio tra i monti. (Osservo e ascolto, sostanzialmente.)

Appena ho cominciato a leggere gli scritti di Arminio mi sono venuti in mente alcuni collegamenti. Il primo è con Marco Paolini e tanta parte della sua opera (I cani del gas, in particolare). Attraverso Paolini ho pensato poi a Zanzotto e al suo paesaggire (ne avevo parlato qui), come una sorta di passaggio laterale. L’altro autore che mi è sovvenuto quasi subito è Gianni Celati (Verso la foce per primo); e non mi hanno stupito per nulla le parole ultime del primo libro di Arminio che ho letto, Vento forte tra Lacedonia e Candela: “Un ringraziamento particolare a Gianni Celati che è stato il primo a credere nella mia prosa”. Mi è sembrato un ri-conoscere qualcosa che sapevo già. Hai presente quando arrivi in un luogo – virtuale o reale, è lo stesso – e incontri qualcuno che non conosci ma che sai per istinto che è proprio come te? Ecco, questo.

Vento forte ha dei cedimenti, ogni tanto; è ripetitivo a tratti, e la lettura procede qui e là con fatica. Ma ha dei punti dove non puoi che pensare che non può che essere come dice Arminio:

Forse è il tempo che gli scrittori lascino le città e prendano la via delle montagne e dei posti sperduti. Da questo volontario esilio rispetto alle città-garage potrebbe nascere un nuovo umanesimo in cui l’uomo capisca di essere un animale tra altri animali e non l’ingorda creatura che si sta mangiando il pianeta.

Terracarne
Certo, il mio paese tra i monti (218 abitanti all’ultimo censimento) è ben diverso dai paesi che Arminio descrive; e poi tecnicamente casa mia è in una borgata di una frazione del paese, ovvero è un luogo solitario e non di comunità. Ma il senso dell’esistenza di quel paesino abbarbicato tra i monti è ben chiaro e presente in me. Per questo nella scrittura di Arminio riconosco tanto di quel che ho scritto e pensato in questi anni.

In sostanza mi sembra di essere proprio all’inizio di questo cammino, e che ci sia moltissimo da fare. Io sono pronto a fare la mia parte – più precisamente, la sto già facendo. Se questo servirà a qualcosa ignoro, ma certamente servirà a me per capire delle cose, per vivere delle esperienze, per avvicinarmi a un concetto di vita che mi appartiene.

Giu 01

bosco
Il tempo era incerto, questa mattina.

Appena sveglio ho guardato fuori dalla finestra. Ho sentito il profumo dell’erba tagliata di fresco e, in lontananza, il latrare dei cani. Era quella sensazione fissa, che ormai conosco bene, dell’essere a casa. Il motivo principale che mi spinge a tornare in questi luoghi.

La colazione quassù ha un gusto pieno e diverso. È un rito che ha inizio dal legno della stufa. Il fuoco della stufa sarà sempre amico mio.

Ieri, arrivato da poco, avevo pensato che la felicità può essere fatta anche a forma di bosco. Ma più precisamente, per me, consiste nell’essere bosco, nell’essere parte di questo ambiente. (Nel bene e nel male: perché il bosco da una parte è il mio polmone, respira per me e con me, ma dall’altra si mangia anno per anno il lavoro che nei secoli gli uomini qui hanno compiuto.)
squilla
Allora sono uscito per una passeggiata. Un po’ sull’onda di quella sensazione, un po’ per salutare i vicini e gli amici – anche questo è ormai un rito che mi piace compiere, quando ritorno qui dopo tanto tempo e quando vado via per tanto tempo.

Il tempo. Il tempo qui ha un significato e un valore diversi, rispetto alla vita di città. Il tempo qui è la mano della natura. E le ansie, poi! Le ansie faticano ad arrivare fin quassù – o almeno questa è la mia percezione.

Non ho pensato. Ho provato sensazioni.

Ott 06

escolo
Allora: in una parola qui, in questo luogo magnifico e (apparentemente) solitario delle nostre valli, c’è bisogno di tutto. Ma facciamo un passo indietro.

L’avventura ebbe inizio circa sessant’anni fa, quando lou magistre, Sergio Arneodo, disse ai suoi allievi di allora che riempivano la piccola aula scolastica:

Da encuéi coumensé co a scrive ente la lengo que vous a moustrà vosto maire.
(Da oggi incominciate anche a scrivere nella lingua che vi ha insegnato a parlare vostra madre.)

L’Escolo di Sancto Lucìo de Coumboscuro è un’avventura straordinaria, che risalta la diversità (la società ci vorrebbe tutti omologati, tutti macdonaldizzati e perfettamente allineati ma non è detto che tutti si sia d’accordo con questa esigenza) e va avanti grazie all’impegno di persone che hanno capito (meglio, che sanno per istinto e conoscenza) che la montagna ha un valore.

Il futuro di questo progetto è difficile e incerto, ma il progetto è magnifico e va sostenuto. C’è bisogno di tutto ma c’è una maniera bellissima per aiutare la scuola e nello stesso tempo ricavarne benefici anche materiali: comprare dei prodotti di aziende agricole che la sostengono (avendone tra l’altro anche un vantaggio fiscale). Qui le istruzioni.

Io l’ho fatto – ho cominciato proprio sabato. Poca cosa, ma è stata la prima di tante volte. Perché la montagna è una risorsa, perché la diversità culturale è un valore, perché l’omologazione non è d’obbligo.

Quando penso a Mauro Arneodo, anima dell’intero progetto, non mi può non venire in mente il verso di Orazio:

Aut insanit homo aut versus facit.

E non è tutto: quando lui mi ha presentato il progetto del dizionario provenzale, dove per esempio trovi millanta maniere in uso sulle nostre montagne per descrivere la neve, ho pensato che quest’altro progetto affascinante è un risvolto della stessa faccenda, la tutela delle infinite sfaccettature che compongono la vita sulle nostre montagne. Risorse che non moriranno fino a che persone come lui, e coloro che come lui si dedicano a progetti come questi, continueranno a dare l’anima nonostante tutte le difficoltà per una realtà in cui credono.

Aut insanit homo aut versus facit, già. Ma quell’uomo è tutt’altro che pazzo.

Set 08

La Corsica dunque misura la mia vita. I pensieri che provoca, così facendo, sono a volte gioiosi e a volte un po’ tristi. Sia gli uni che gli altri sono però sempre sereni: questo posso giurarlo (Stefano Tomassini, Amor di Corsica)
Marmuntagnja
Non è stato diverso rispetto all’anno scorso – non poteva esserlo.

Per giorni prima della partenza avevo immaginato quel “pellegrinaggio”, il sabato pomeriggio, a salutare, rendere omaggio, vedere per una volta ancora i luoghi della “mia” Corsica. (No, la Corsica non è mia, sarò sempre un ospite qui, ma l’incantagione che mi provoca la rende parte di me.)

Quando è venuto il momento ho preso l’auto. C’era mia figlia piccola con me, il che rendeva meno doloroso quel distacco. Siamo andati verso i luoghi che fanno parte della nostra mitologia corsa: Porto Pollo (ça va sans dire), Serra di Ferro (per via di U San Petru), Marmuntagnja (dove, e non so spiegarmi con precisione perché, c’è una casa che è per me l’epitome perfetta dell’idea che ho della Corsica).

Della nostra mitologia, perché è assolutamente vero quel che scrive Stefano Tomassini (Amor di Corsica):

In un certo senso posso però dire di averli già fregati. Il mal di Corsica è una malattia familiare: non so se l’hanno ereditata ma è certo che i miei figli non potranno mai fare finta che la Corsica sia per loro un posto qualsiasi.

Pochi luoghi, sempre i medesimi. Adoro le novità ma in un giorno come quello non potevo non voler camminare ancora una volta in quei luoghi che mi hanno visto felice, tanti anni fa come pochi giorni fa.

Ancora Tomassini:

Forse misuravo il mio rapporto con quell’isola che un’altra volta lasciavo e che un’altra volta mi promettevo di rivedere.
Forse, quasi di nascosto, segretamente, scoprivo che la Corsica era la mia misura, la misura della mia vita.

Ecco, queste parole definiscono con sufficiente precisione i motivi di quel mio vagare: è stato quasi un ripercorrere i miei pensieri di questi dodici anni corsi, ripercorrere con la mente episodi magari non significativi ma che comunque fanno parte di una vita, anzi di più vite. E in quella parola, “misura”, c’è probabilmente la chiave (via, una chiave) del mio attaccamento all’isola.
lumin
Poi, mia figlia e io, da soli, avevamo un “appuntamento” al calar del sole: accendere un lumino proprio in quel giorno e proprio in quel momento (è una vecchia tradizione piemontese che ricorda il voto di Superga fatto nel 1706 da Vittorio Amedeo II). È stato un arrivederci sereno ai “nostri” luoghi di Corsica.

Sempre Tomassini dice che le partenze sono “sopportabili finché ci saranno ritorni, o almeno l’idea di poter tornare”: ecco, quel pellegrinaggio è stato un salutare quei luoghi e quelle persone, un arrivederci. Mi sono salutato, per così dire: mi sono rimescolato e mi sono riconosciuto, direbbe Ungaretti. Questo percorso mi ha portato pace, e la partenza è stata sopportabile.

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Set 01

Porto Pollo
Quarantasette anni – quelli cui arrivo oggi – sono uno sproposito.

Seguendo una tradizione familiare iniziata due anni fa e proseguita l’anno scorso, anche quest’anno trascorro questo giorno nella montagna in mezzo al mare, e più precisamente in quei luoghi che per me, chiudendo gli occhi, sono casa.

Penso a tante cose. Penso a chi per anni mi ha augurato buon compleanno e ora non c’è più (“nel cuore / nessuna croce manca”, direbbe Ungaretti). Penso ai progetti che ho abbandonato o dovuto abbandonare, a tutto quel che avrei voluto e potuto fare e non ho fatto e insomma, sono nell’età in cui qualche bilancio devi farlo per forza e non tutto è ancora possibile. O, come direbbe Giovanni Giudici:

Ho l’età
in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.

Penso, citando Zu, a quel che succede due giorni dopo l’antivigilia del vero capodanno, che è poi il medesimo concetto che Luca Goldoni ha espresso più volte nei suoi libri.

E dunque oggi è un giorno nuovo. E mi viene in soccorso il Pavese del diario (23 novembre 1937):

L’unica gioia al mondo è cominciare. È bello vivere perché vivere è cominciare, sempre, ad ogni istante.

E sempre lui scriveva, il 14 ottobre 1932 a E.:

Io qui farò tant’altro. Studierò e lavorerò per fare della mia vita la cosa migliore e più bella di cui sarò capace. Per ora vedo quest’avvenire un po’ confusamente, ma non mi spaventa. Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

Insomma davanti a me ci sono tanti progetti da immaginare, da seguire, da fare. Forza!

Ago 25

Canni
Accadde dodici anni fa. Per la prima volta arrivai (casualmente) in Corsica e subito questa terra mi sembrò magica.

Con gli anni l’ho girata, principalmente a piedi (o, per dirla con Pavese: “Non invidiava le automobili, sapeva che in automobile si attraversa ma non si conosce una terra. A piedi vai veramente in campagna, prendi sentieri e costeggi le vigne, vedi tutto. C’è la stessa differenza che guardare un’acqua e saltarci dentro”), ne ho adorati i piccoli paesi dell’interno (soprattutto quelli dove nessuno, o quasi, mette piede – l’Oriu di Canni ieri verso fine giornata, per dire), i larghi silenzi. Anche il mare, si capisce; che però è quasi un incidente, qui: perché la vera magia è nel silenzio.

Ne ho scritto tante volte, sempre con ammirato stupore. Le sensazioni sono sempre le medesime della prima volta, solo più sfumate e articolate. Sarò sempre uno straniero, qui, un ospite: ma va bene così.

Ieri ho corso, dopo il tramonto: e quando l’asfalto e lo sfrigolare delle griglie dei ristoranti hanno lasciato il posto ai grilli e alla terra battuta, ancora la magia mi ha pervaso. Diventava notte e non c’era nulla che io potessi fare per fermarla ma non importava: ero nella mia terra preferita, libero e leggero, le scarpe sfioravano la terra e i profumi di quella notte incipiente mi avvolgevano. Magia di Corsica.

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Ago 18

Montemale
Me ne sono reso conto solo dopo averlo fatto.

Giovedì era il mio ultimo giorno d’estate completo nel mio rifugio tra i monti. Allora, complice la solitudine (che non è un limite, e comunque non lo era in quel giorno), ho passato il pomeriggio a camminare intorno al mio paese, a bere birra con gli amici, a salutare (nel senso etimologico del termine: alicui salutem dicere) amici vecchi e nuovi.

Esattamente come l’anno scorso; solo che allora era nel senso contrario, ovvero nel mio ultimo giorno di Corsica.

Mi è servito, quel pomeriggio, perché è sempre una settimana difficile, questa, per me: da un lato c’è la gioia per la partenza verso la mia patria seconda, quel luogo che per me da anni è casa, ma dall’altro c’è il lasciare il mio rifugio sui monti, quel luogo che considero la mia casa futura.

Il tutto quest’anno complicato – positivamente complicato, s’intende – dal fatto di aver conosciuto tante persone nuove, villeggianti o locali, con cui ho scambiato parole e chiacchiere, parlato e riso, vissuto momenti che fanno una comunità. (L’altra settimana ci ho messo un’ora ad attraversare il paese – e non è Milano! –, perché ad ogni angolo c’era qualcuno con cui scambiare due chiacchiere: cioè il salutarsi, ovvero il riconoscersi, ovvero l’essenza di una comunità.)

Cioè insomma ho pensato che il mio esistere non prescinde da quei luoghi e da quella comunità. Poi certo, vado a fare cose diverse ma altrettanto interessanti in una terra magica e bellissima, ma dai miei monti mi sono dovuto staccare. (Il giorno dopo ho fatto 90 km in mountain bike per tornare a casa, e questo è servito anche da un punto di vista fisico, e come!)

Delle partenze e dei ritorni, insomma: ovvero dell’appartenenza.

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