Autore: giannidavico

Daniel Tarozzi, Io faccio così

IFC
Conobbi Daniel alla stazione di Grosseto, in un giorno di primavera di due anni fa. Ricordo perfettamente la sensazione di calma e forza che subito mi trasmise la persona. (Forse sarebbe più corretto dire che lo ri-conobbi, perché vidi in lui – immediatamente, senza pensare – una proiezione di come avrei voluto essere io.)

Poco più di un anno fa lui è partito alla scoperta – ma anche qui, si tratta piuttosto di una ri-scoperta – dell’Italia che cambia: lo scopo era quello di incontrare quelli che lui ha chiamato “gli agenti del cambiamento”, ovvero coloro che hanno deciso che le condizioni di vita cui sono costretti non vanno bene. E quindi cambiano.

O meglio, hanno già cambiato. Sono già cambiati. Se dovessi sintetizzare in poche parole questo progetto non potrei dirlo meglio che con le parole di Montale:

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.

Ma gli incontri, ovviamente, non […] continua a leggere »

A volte ritornano

Austin
Quando diedi vita a questo mio diario pubblico, ormai cinque anni fa, raccontando la mia esperienza nel mondo delle traduzioni, lo feci col doppio intento speculare di fissare i miei pensieri e di portare conoscenza ai lettori. Col tempo, lentamente, il focus si è allargato a contenere temi più ampi – il segno che possiamo lasciare nel mondo e l’importanza di fare davvero le cose che ci interessano e appassionano, in due parole.

I due concetti non sono affatto antitetici, come forse potrebbe sembrare. Io non mi tiro mai indietro di fronte al lavoro, e credo che sia importante che quando lavori lavori davvero; del resto, seguire e inseguire le proprie passioni e passare tanto tempo con le persone importanti della nostra vita sono cardini cui non ha senso rinunciare. Quanti, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? (Lo scopo ultimo del lavoro è o dovrebbe essere liberare il tempo, non occuparlo fino allo sfinimento.)

Insomma questo blog è il diario di un collegamento tra due concetti solo apparentemente contrapposti. Tutto questo per dire che […] continua a leggere »

Strano

telefono Siemens S62
Sono andato la settimana scorsa a comprare un telefonino, accompagnato da mia figlia grande in qualità di esperta nella materia. Sono stato costretto: quello precedente stava morendo (preso tre anni fa e già defunto: questi oggetti non sono evidentemente fatti per durare).

Di tutti i modelli che c’erano, scintillanti e baluginosi davanti a noi, ne ho visto uno solo – forse due – di quelli che credo si dicano flip, che per me sono modernissimi (per mia figlia antidiluviani, ça va sans dire). Per il resto ero in un mondo che non comprendevo.

La ragazza che me lo ha venduto a un certo punto guarda i miei capelli grigi e mi chiede:

Col touchscreen sarebbe troppo difficile?

Leggero sconcerto. Però dal suo punto di vista ha ragione lei: chi compra ancora oggigiorno telefonini come questo?

È vero, io in queste cose di telefonia sono un po’ indietro – molto indietro, probabilmente (talmente indietro che chiamo telefonino quell’oggetto, per distinguerlo da quello che per me è il telefono, ovvero quello che uso in ufficio) – […] continua a leggere »

Ottobre, andiamo

collina
Ieri mi sono ricordato di quando, da ragazzo, mi chiamavano Gianni diesel – perché in tutto ciò che facevo c’era lentezza iniziale, e poi man mano prendevo coraggio, mi lasciavo andare e da un certo punto in poi davo il massimo. E andavo forte. Ebbene, io sono così – è un tratto di me che non posso né voglio modificare.

Ieri questa era la sfida. Per i primi quattro kilometri, che erano in piano, ho corso al mio passo tranquillo; poi ho affrontato con calma la salita, e ho continuato a correre piano anche quando la pendenza si faceva proibitiva.

Poi è iniziata la discesa e una cosa bella, strana e bella, mi è successa. Ho iniziato ad accelerare, a correre sempre più forte. Non è importante che in questo fare abbia superato diversi corridori (anche perché probabilmente la maggior parte di loro non era lì per competere), ma è importante relativamente a me stesso: non sapevo nemmeno di esserne capace. Finire la corsa senza camminare mai sarebbe già stata ricompensa sufficiente; invece accorgermi […] continua a leggere »

Il bilinguismo, secondo me

Sono di fatto un bilingue.

Certo, quando dico che le mie lingue madri sono l’italiano e il piemontese (non necessariamente in quest’ordine), leggo un po’ di smarrimento negli occhi di chi ascolta. E lo capisco: nella percezione comune il piemontese è un dialetto, non una lingua. (Che sia lingua da un punto di vista scientifico e storico, che abbia dieci secoli [sic] di tradizione scritta, che da quattro secoli si scriva grossomodo alla stessa maniera, che abbia vocabolari, grammatiche eccetera sono realtà che non fanno testo, visto che sono informazioni “per felici pochi”, per dirla alla Morante.)

Il mio bilinguismo è qualcosa che non serve a nessuno se non alla mia identità, a vivere una vita mentale più ricca. Apparentemente, non farebbe nessuna differenza se non parlassi e scrivessi piemontese: questa lingua non serve a nulla, per così dire. Ma il pericolo – parlo per me – è di trovarmi senza lingua materna e non voglio che accada, tutto qui. Il pericolo è per esempio di colui che è emigrato e ha perso la sua lingua senza trovare davvero la lingua del paese che l’ha accolto, e ad un certo punto si è trovato senza identità.

(Prescindo qui da tutte […] continua a leggere »

Dieci anni

Noi abbiamo un problema.

Ce l’abbiamo come società tutta, ma oggi lo esaminiamo dal punto di vista di un giovane che sta per entrare, sta entrando o è appena entrato sul mercato del lavoro. Un traduttore, per esempio.

Partiamo da questo post di Giovanna Cosenza, che pubblica lo sfogo di una lavoratrice dell’intelletto che è impiegata per due lire.

Sara Crimi, che con l’editoria ci lavora, sulla sua pagina Facebook sintetizza tutto quanto in maniera efficace:

Basta con i piagnistei, sul serio.
Tirare fuori gli attributi e smettere di menarsela col lavoro intellettuale.

Allora che cosa facciamo?

Prima considerazione: questa turbolenza che stiamo attraversando contiene già in sé, per forza e di necessità, la sua soluzione, solo che noi non la vediamo ora. Il fatto che non la vediamo non significa però che non esista. (Nassim Taleb docet; e non solo col suo Cigno nero, ma anche col suo Antifragile che sto leggendo da un mese – lettura difficile, lentissima, da digerire, affascinante, piena di significati.)

Nessuno ha (per ora) grandi risposte, dunque; ma questo non […] continua a leggere »

Il marketing non è pizza e fichi

Mi capita ogni tanto di imbattermi in colleghi nuovi arrivati in questa professione. Anch’io ero un “nuovo collega” una ventina d’anni fa, ma col tempo le cose sono cambiate: avendo commesso tutti gli errori possibili e immaginabili, ho semplicemente cercato di imparare da quelli (nel senso di non ripeterli più), e ora mi è facile distinguere di primo acchito il grano dal loglio, ovvero i competitor seri da quelli improvvisati e senza preparazione. (Bastano le prime due righe di una mail, per dire.)

Questo mercato è vasto – l’ordine di grandezza è intorno al miliardo di euro –, ma come dappertutto non ci si improvvisa. Ovvero, non ci vuole molto più di un computer per iniziare, ma continuare, creare valore, è una cosa diversa. Puoi anche ammantare le tue magagne di marketing e loghi e design, ma per fare vedere che sei un professionista non servono molte parole, ci vuole sostanza. E, soprattutto, anche il contrario è vero: ti sgamano subito.

E il discorso non vale solo per le agenzie, vale per chiunque, translators included: a cosa servono, ad esempio, i curricula che sono di fatto dei copia […] continua a leggere »

Corsica blues

C’è una cosa che io so che devo fare il giorno prima di lasciare quella terra benedetta: prendere l’auto e guidare piano verso i piccoli paesi dell’interno, camminarvi lentamente, sedermi qua e là per osservare i panorami o anche semplicemente le cose.

Sabato era quel giorno, e così ho fatto. Io preferirei andare a piedi, ma per questa specifica attività – che ha un nome preciso: Corsica blues – l’auto è necessaria o mi parrebbe sempre di avere troppo da vedere davanti a me.

Sabato sono stato in piccoli paesi della Balagna. Ho passato prima quelli più classici (Curbara, Sant’Antuninu, Pigna); però la bellezza troppo vicino al mare è finta, perché fatta a bella posta per il turista che ha poco tempo da dedicare alle visite, vuole stare sulla spiaggia. (Non è che a me la spiaggia non piaccia, ma la “mia” Corsica è la montagna in mezzo al mare: ovvero è prima di tutto terra e dopo, solo dopo, mare.)

Su un muretto mi sono seduto a guardare. La vista spaziava da Calinzana, là dove parte il sentiero più famoso d’Europa, fino a capu d’Occi, proprio sopra continua a leggere »

46 (per davvero)

Porto Pollo
C’è un luogo – i miei venticinque lettori lo sanno – che più di altri io chiamo casa in questo territorio immenso e disabitato, splendido e solitario che è la Corsica, ed è un piccolo paese che chiude a nord il golfo del Valinco, lieu dit Porto Pollo.

Ieri – ehm – era il mio genetliaco numero quarantasei (queste cose accadono e non puoi farci nulla, sorry). Da qui, dalla Balagna a laggiù è una sorta di viaggio della speranza – una delle caratteristiche della Corsica, positiva oppure negativa a seconda di come la si vede, è che nessun luogo è lontano e nessun luogo è vicino -, ma seguendo una tradizione iniziata l’anno scorso ho scelto, come regalo, una gita in quei luoghi per me magici.

Che cosa c’è di sensato nel passare tante ore in auto pur di vedere per una volta ancora un luogo che ti rende felice? Be’, apparentemente nulla se non – e non è poco, almeno per me non è punto poco – la felicità insita in quell’osservare. Passeggiare per quei luoghi, ricordarsi […] continua a leggere »

Camminare, camminare

desertu di l'Agriate
Sabato sono partito da una citazione. Dice infatti Cesare Pavese ne Il diavolo sulle colline:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

Ecco, da anni ho quest’idea che le terre che amo – e io amo questa santa terra corsa, la amo struggentemente e totalmente – vanno attraversate a piedi. Le voglio percorrere in lungo e in largo per cercare di scalfirne l’essenza.

Sabato ho camminato per oltre otto ore senza interruzione per il desertu di l’Agriate, parte sul sentier littoral e parte sul sentier des douaniers. La felicità era nelle gambe, nei passi, nei piedi più che nella testa. Andare per andare insomma, viaggiare senza nessuno scopo o motivo che non sia quello intrinseco al viaggio stesso. Abbracciare una terra, cercare di comprenderla.

Gli sparuti viandanti incontrati lungo il cammino erano rari nantes in gurgite vasto, compagni di scoperta e di avventura. Ogni tanto incontravo qualche pagliaghju, […] continua a leggere »