Avere il mal di pancia

Oggi la facciamo corta.

In uno dei miei primi post su questo mio diario pubblico, oltre sei anni fa, dichiaravo di non sapere che cosa significasse la parola “crisi”. (Un po’ era ingenuità, un po’ era spocchia.)

Poi questo fenomeno l’abbiamo subito in tutte le salse, nei media e nella realtà dei fatti, per cui pare diventata una seconda natura per chiunque.

Io forse allora ero troppo ottimista; per quanto mi riguarda, però, la peggiorata situazione economica della mia azienda – e di conseguenza mia e della mia famiglia – è più frutto di miei errori, che a loro volta sono lampi del caso, piuttosto che non di mancanza di lavoro.

Però, come ci ricorda zio Aldo detto Botti, classe ’28, chi ha costruito quel bel ponte di pietra sul rio Sasso non ha più il mal di pancia.

Quindi: il mal di pancia è un segno che siamo vivi. E, alla Zu, per essere vivo devi essere vivo.

In sostanza: ci sediamo in un luogo tranquillo, pensiamo al da farsi. Poi lo facciamo, e andiamo avanti.

Leggero

Oggi mescolo diversi spunti.

Sono partito da una poesia di Alda Merini, o meglio dal ricordo delle sensazioni che quella poesia che non ricordo mi diede e mi dà. La poetessa parlava della leggerezza di Chagall come contraltare alla pesantezza della sua vita, che avvertiva piena. Ecco, sono partito appunto da una considerazione del genere, dal fatto che vorrei leggerezza e semplicità nelle mie giornate ma troppo spesso mi trovo a fare i conti con miei errori del passato, forse con mie sbadataggini o anche con decisioni che sono state plain stupid.

Amarcord si pronuncia con la o chiusa, dice Zu, e leggendolo e rileggendolo capisco che vedo quella sua leggerezza di scrittura come un bel traguardo cui mirare, perché riflette una leggerezza di vita (o anche solo un momento di leggerezza).

A volte mi viene da pensare come l’Homer Clapp dell’Antologia di Spoon River:

E allora capii di essere un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.

Ma poi ci rifletto, e non mi pare il caso. Mi sovviene Ligabue:

Leggero, nel vestito migliore
senza andata né ritorno, senza destinazione.

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Il sole sul sentiero

Dragonero
Ho pensato molto, questo fine settimana.

Sono stato nel mio rifugio tra i monti per via di questa gara (l’ho fatta solo perché le previsioni del tempo erano eccezionalmente belle, altrimenti non mi sarei avventurato a correre al buio con zero gradi o che).

Sono arrivato ultimo (la prima volta mi era successo qui, e poi di nuovo di recente qui), ma sempre prima di tutti coloro che non c’erano. È stata un’esperienza splendida al mio passo tranquillo. Anche i crampi sono gran maestri. Soprattutto perché ho pensato alle parole di Pavese (nel diario, 1 luglio 1949):

Stasera, a Pavarolo, nella cena coi tre Garino e Einaudi e Natalia e Molina, sentito per la prima volta – oggettivamente – la decadenza fisica, l’incapacità di fare uno sforzo, un salto, un exploit. Stato male e storto tutta la sera. Per salvarmi, odiavo il mondo, l’uomo, la […] continua a leggere »

I miei uffici

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta.
Thomas Stearns Eliot, Quattro quartetti

Rosine
È stata strana la geografia della mia vita lavorativa: la versione corta è che ci ho messo circa ventitré anni per tornare al punto di partenza.

La versione lunga è un po’ più articolata. Tutto cominciò intorno al 1992, quando comprai il mio primo computer e iniziai a fare i primi piccoli lavori (una sorta di proto-Tesi & testi, diciamo): avevo una scrivania accanto al letto, e questo era tutto. Il modem era di là da venire (probabilmente non sapevo nemmeno che cosa fosse), il concetto di Internet non era nel vocabolario comune né nella pratica del lavoro.

A settembre 1994, fresco di laurea (avevo 27 anni – sono lento in tutto, questo mi è pacifico da tempo immemore), andai a lavorare per un ingegnere che stava creando una casa editrice multimediale (il CD interattivo allora era una frontiera, e come!): questa è stata di fatto la mia […] continua a leggere »

Ho pensato questo

segni
Ho visto il mio corpo, negli ultimi anni, cambiare. Lo sento, soprattutto: perché i capelli grigi si vedono, ma lo scricchiolare delle giunture si sente.

È cambiato il mio animo: verso i trent’anni, quando muovevo i primi passi nella professione, ero sicuro di me, un ragazzo giovane in giacca e cravatta che sapeva il fatto suo. Poi qualcosa è cambiato: l’ultima volta che credo di essere apparso giovane è stato al congresso dell’AITI. Avevo quarantun anni allora e stavo cambiando, naturalmente; ma poi il processo ha acquistato momento.

È cambiata la mia anima, come conseguenza di tutto ciò che è successo e non successo in questi anni. Oggi tutto mi pare più difficile, mi pare di vivere al 5%, di esprimere solo la superficie delle mie possibilità reali.

Ma alla fine, sebbene nel mio cuore nessuna croce manchi, non credo sia così grave. Alla fine credo che Sabina esprima bene lo stato delle vite di coloro che giovani non sono più, ma per i quali la vecchiaia è ancora di là da […] continua a leggere »

Gli auguri – il resto verrà

Questo mio diario, nato sei anni fa per registrare le mie riflessioni sull’industria della traduzione e poi col tempo dilatatosi, modificatosi e cresciuto a contenere i miei pensieri in maniera più allargata – ho perso focus, questo è certo; ma io non voglio (né so) fare quello che mi conviene, voglio fare quello che mi va –, è anche lo specchio della mia ingenuità e del mio candore, che a volte sono un valore e a volte un difetto; ma sono sempre parte di me. Io non so mentire, e di conseguenza non so scrivere per finta.

Ora che Natale si avvicina – e Natale magari puoi non sopportarlo per lunghissimi periodi della vita per gli obblighi che comporta, ma quando hai bambini che gironzolano per casa è sempre un avvenimento magico, e non c’è da aggiungere altro –, questo post è sostanzialmente un augurio ai miei venticinque lettori.

A volte mi pare di smarrire gli obiettivi, di non sapere perché faccio le cose; tante volte i compiti che mi attendono mi paiono troppo difficili ma poi so, so che capita qualcosa che mi fare capire il perché di patimenti e tribolazioni che, a viverli, paiono troppo grandi e comunque […] continua a leggere »

Tòjo Fnoj, in memoriam

TF
È morto un amico, qualche giorno fa.

Un ragazzo di 82 anni, sempre col sorriso sulla bocca e una parola buona per tutti. Sempre di buonumore, qualcuno che portava gioia ovunque andasse.

Se n’è andato così, in un momento, senza nessun tipo di preavviso.

Per il giorno del funerale mi sono tornate in mente le parole che Simon Turner pronunciò all’orazione funebre per David Henderson:

Oggi farò un buon pranzo e berrò un buon bicchiere in onore dell’amico scomparso. Forse potrò anche ubriacarmi, perché così lui avrebbe voluto.

Allora proprio in quel momento ho scelto di fare l’attività che amo di più, giocare a golf. Ho giocato a golf durante il suo funerale, perché la sua volontà sarebbe stata la gioia e non certo le lacrime.

Il giorno dopo sono andato a trovarlo al cimitero. Ho cercato a lungo la tomba, poi grazie ad un aiutante magico che si è materializzato nella forma della signora dei fiori l’ho trovata. Sono stato con lui per un po’, gli ho parlato, ho versato qualche lacrima. Poi sono andato […] continua a leggere »

Le cose belle prossime venture

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Nella settimana che comincia ora farò delle cose belle. (Descrivo volutamente queste attività che verranno a breve con nome e aggettivo minimi, semplici, perché sulla scia di certo Ungaretti e di tutto Saba – e di chissà di quanti altri poeti che sono dentro di me e di cui ora non ho memoria – penso a quelle come a qualcosa di estremamente lieve, lineare, gioioso nella sua tranquilla elementarità.)

Domani pomeriggio prenderò la strada per Cuneo guidando lentamente ed evitando le autostrade per andare a sentire questa conferenza, che è una maniera per ricordare a me stesso che le lingue cosiddette “minoritarie” minoritarie poi tanto non sono, nella vita quotidiana delle persone come noi che non fanno la Storia.

Verso sera prenderò la strada per Montemale di Cuneo e andrò nel mio rifugio tra i monti solo per andare nel mio rifugio tra i […] continua a leggere »

L’appiattimento delle lingue regionali (la mia, innanzitutto)

festa

Sabato 22 novembre si è tenuta una conferenza – brillante e viva, molto più di quanto mi sarei aspettato – che è stata di fatto un fare il punto sulla lingua piemontese oggi. Ne ho scritto qui; ne ho scritto in piemontese perché mi viene difficile conversare della mia lingua in una lingua altra, sia pure quella dominante e quella che è per me normale per i pensieri pubblici.

Ora, passato qualche giorno, vorrei fare qualche considerazione un pochino più distaccata. (Per quanto ciò sia possibile, perché con Tavo Burat so che “‘L piemontèis a l’é mè pais. / Tuta la resta a l’é mach d’anviron”.)

Prima di tutto, occasioni come queste sono utili per fare la conta delle cose e delle persone: guardarci in faccia, noi rari nantes in gurgite vasto, riconoscere che c’è un problema (e sì, mi rendo conto che al mondo ci sono questioni ben più pressanti, ma è il tempo che ho dedicato alla mia rosa a rendere la mia rosa così importante, insomma).

Il problema esiste, questo è certo. La diminuzione dei parlanti (tacciamo degli scriventi, visto che il 98% dei […] continua a leggere »

TransPerfect, qualche lustro dopo

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Questo articolo mi ha dato da riflettere.

TransPerfect è stata per me per anni l’epitome dell’azienda che avrei voluto costruire. Ho ammirato il coraggio imprenditoriale dei due fondatori; forse l’incoscienza, quasi, di quando – correva l’anno 1993 – accettarono quel progetto grandissimo di traduzione verso il russo di 600 pagine: erano ancora all’università ma avevano già dentro di loro l’idea, chiara, di creare la società di traduzioni più grande al mondo.

(Lascio da parte qui tutti i commenti negativi che tantissimi traduttori hanno verso questa azienda, per i suoi metodi sbrigativi eccetera – avendoci lavorato come fornitore per un certo periodo, sia pure molto tangenzialmente, posso dire di aver sperimentato di persona tutto questo, ma non è ciò di cui voglio parlare qui: mi impressionò molto di più, per dire, la vista che si godeva dal trentanovesimo piano del grattacielo di Park Avenue, 3.)

Nel 2000 l’azienda entrò nella Inc. 500, ed era la prima volta per il nostro settore: io mi sentii talmente felice per quel riconoscimento che fu come […] continua a leggere »