Feb 23

La vita gira finché gira l’elica
ma gira per nagott
se te ghe mea la un timon
Davide Van De Sfroos, Il costruttore di motoscafi


Come faccio ogni tanto, sono salito a Superga oggi pomeriggio. Io e la mia bici. Eravamo soli.

No, non è vero.

Mi accompagnavano in realtà un sacco di suoni e memorie e ricordi e parole. (E i pensee che fann un gran casott, ma quelli paiono non andare mai via.)

Mi accompagnava Davide Van De Sfroos, il mio musico nume tutelare di questi mesi. Lui c’è sempre. C’è comunque.

Mi accompagnava il ricordo di Batista, e la solita domanda lòn ch’a dirìa Batista se gli potessi chiedere consiglio ora.

Mi accompagnavano personaggi incredibili che ho avuto la fortuna di incontrare, sebbene non di conoscere a fondo quanto avrei voluto.

Mi accompagnavano le parole dell’amore mio grande.

Eravamo in tanti a Superga, oggi pomeriggio.

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Feb 20

Nei primi anni nel mondo del lavoro, circa un quarto di secolo fa, i miei fatturati erano spesso e volentieri crescenti, le buche che incontravo nel cammino erano solo preoccupazioni momentanee ma venivano superate senza problemi, io ero sicuro di me e di quel che potevo fare.

Anche nei primi anni di vita adulta pensavo di aver capito tutto, avevo già pianificato il futuro per due generazioni dopo di me. E, nel tempo, ho fatto finta che gli inevitabili rovesci non esistessero, pensando che la vita va avanti comunque.

Poi sono successe delle cose. Poche cose ma significative, fatti che non ho potuto ignorare. Non ho più potuto fare finta. Per riassumerle in un solo sintagma, è la fatica di avere cinquant’anni. Io e le mie macerie, le cose che non vanno e che, comunque, non si aggiusteranno da sole. I miei due numi tutelari che compongono la parte destra della mia scrivania, loro che interrogo spesso. Io e le mie ere geologiche per capire le cose come stanno. Das Ding an sich.

Ho capito una cosa, però. Che devo tenere le spalle diritte. Che comunque sia ho il diritto di rimanermene qui a registrare i miei pensieri, a pensare a quel che devo e voglio fare. Ho il diritto di sbagliare, di non sapere, di essere confuso, di prendermi il tempo. Come dice Siddhartha al mercante Kamaswami, “Io so pensare. So aspettare. So digiunare”.

Quindi posso ancora fare tre cose importanti:
– pensare, ovvero fare tante domande;
– aspettare, ovvero ragionare per il lungo termine;
– digiunare, ovvero allenare la resistenza al dolore.

Con le spalle diritte. E, comunque sia, lo sguardo fiero.

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Dic 20

Cadrèga che fa frecàss
e buca vèrta che diis nagòtt
dumà la radio sgraffigna l’aria
e i pensee fànn un gran casòtt
Davide Van de Sfroos, Pulenta e galena fregia


Questo per me è il giorno forse più triste, ma certamente più profondo dell’anno. Due anni fa, la telefonata quel mattino, mi ricordo esattamente dov’ero, in quale posizione, la luce, vedere quel numero, capire prima di sapere.

L’amico mio più caro, il Don Chisciotte di infinite battaglie non era ancora ricordo, ma era già diventato spirito e luce e vento e nebbia.

La sua foto che continua a campeggiare sulla mia scrivania, a fianco del monitor, in posizione ben visibile, con papà; io che quando mi smarrisco mi basta uno sguardo verso destra.

I miei morti che prego perché preghino
per me, per i miei vivi com’io invoco
per essi non resurrezione ma
il compiersi di quella vita ch’ebbero
inesplicata e inesplicabile, oggi
più di rado discendono dagli orizzonti aperti
quando una mischia d’acque e cielo schiude
finestre ai raggi della sera, – sempre
più raro, astore celestiale, un cutter
bianco-alato li posa sulla rena.
(Montale, Proda di Versilia)

L’estrema vanità del tutto.

E come fai a spiegare a qualcuno che non avrà mai cinquant’anni che cosa vuol dire avere questa età? Com i fass a mostretlo?

Tu per anni hai cercato di insegnarmi che cosa vuol dire ciapé travers. Ora quelle lezioni estemporanee – come quel sabato mattina in cui con la mia primogenita venimmo a casa tua, senza motivo né preavviso o telefonata (io che per me parlare, far sentire la mia voce è sempre così difficile), e non ti trovammo, ma poi tu arrivasti all’improvviso, dicendo che stavi andando non so dove ma eri tornato indietro senza sapere la ragione, ma solo perché sapevi che dovevi farlo – percolano dentro di me.

Doman matin a Turin a më speta ël rataplan ch’a peul meineme a la sima dël mond. Mi i veuj traversé ël desert, ël baciass pì gròss ch’a-i é, e peui monté ansima a la montagna forëstera pì àuta dël mond.
(Compania dij Musicant d’Alba, Rondolina – canson d’amor)

Il giorno è questo, il venti dicembre di tutti gli anni del mondo. Il giorno in cui mi è un poco più chiaro che io sono ancora vivo e tu sei spirito e memoria. Il giorno per provare a cercare di essere uomo.

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Nov 18


“Andiamo a far della fatica”: questa è una frase che sento ripetere spesse volte da un amico al nostro circolo, quando parte per nove buche.

“Far della fatica”: il sintagma che mi ripetevo in continuazione questa mattina, durante gli ultimi 4 km di questa gara, quando le ginocchia mi facevano male, le gambe non rispondevano, il ritmo continuava a rallentare, e quei quattro km non passavano mai.

Ma del resto non è questa l’essenza distillata di Ciapatravers, far della fatica?

E non sono nemmeno arrivato ultimo.

Ma questo non ha importanza alcuna. Quello che veramente mi importa è l’idea di andare avanti nonostante i limiti e le difficoltà, l’età che avanza, il ginocchio sinistro che continua a fare male e così via.

Non mi sentivo molto bene questa mattina prima della gara. Ho fatto il meglio che sapevo avrei potuto fare; soprattutto – strana e contorta la vita, eh? – ho fatto della fatica e sono soddisfatto.

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Ott 09


È successo un anno fa, esattamente a quest’ora.

E, proprio come un anno fa, ho passato la mattina a fare cose insignificanti. Forse per non pensare.

Ma da tanto tempo non scrivo più di te. E questo non va bene, perché non deve arrivare il giorno in cui non si pronuncia più il tuo nome – quello sarebbe il giorno in cui tu moriresti davvero (ma non ti preoccupare papà, non succederà almeno fino a che io sarò in vita).

Non è che non ti pensi (Eduardo: “Piccerì, a passà nun passa, ci si abitua”), peraltro; solo che già, ci si abitua al corso nuovo delle cose. Alfonso Gatto:

Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
“Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno”.

I “miei” poeti tante volte mi hanno aiutato, anche con te mi aiutano. Sì, perché ricavo da loro le parole che non so dire.

Onorare la memoria. Parlare di te, dentro di me parlare con te. Per me è sufficiente.

La cosa positiva è che ora il figlio è diventato il padre del figlio, e può proseguire il suo cammino con le sue proprie gambe. Fai tutte le somme e guarda l’ultima riga: nel mio milione di magagne credo che questa tua lezione io, in fondo, l’ho imparata bene. Tu non me l’hai insegnata, ma io l’ho imparata da te. Nel silenzio, appunto. Guardandoti. Guardandoti dormire sul divano, per esempio (“you’re innocent when you dream“). Ascoltando le tue parole misurate. Toccando con mano la tua gentilezza d’animo.

Sir James Matthew Barrie:

Non dovremmo forse inventare una nuova regola di vita… cioè cercare di essere sempre un po’ più gentili del necessario?

Quasimodo:

Ma ora ti ringrazio,
questo voglio, dell’ironia che hai messo
sul mio labbro, mite come la tua.
Quel sorriso m’ha salvato da pianti e da dolori.

Tu non avevi bisogno di citazioni come queste, le cose le sapevi da te. Qualcosina ho imparato anch’io.

Vai lontano. Ritorni. Sei sempre qui.

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Set 13


Ho visto il logo che avevamo studiato con amore, tu e io, a rappresentanza del nostro Piemonte (“la lenga dël cheur”), copiato e incollato come se niente fosse.

Come se bastasse un copia e incolla, un “cit.” qualunque, a raccontare tutta la storia.

Se copi almeno copia giusto. Cita la fonte.

Ricordati di Batista.

Lòn ch’a dirìa Batista?

Batista, prima di tutto, direbbe “chi cazzo a sa lòn ch’a l’é giust”.

Allora ho preso il Manuale di cattiveria per piccoli lupi (grazie Paola):

Regola 4. Se squittisce, mangialo.
Regola 5. Gli altri, tutti al diavolo.

C’è il vento fuori. Forse pioverà, questa notte. Quindi adesso è Prima della pioggia. (No, non l’ho capito quel film, ma credo sia il più bello che io abbia mai visto; e che cosa significa capire, dopo tutto?)

Non mi importa di non essere capito, mi importa di scrivere i miei pensieri. Fissarli. Renderli imperituri.

Imperituri per me. Gli altri, tutti al diavolo. Perché questa mattina ho giocato a golf, e nemmeno male per la verità, ma meno bene di quanto avrei potuto perché ascoltavo le voci intorno a me, i miei compagni di gioco. Compagni e avversari.

Ma gli altri, tutti al diavolo. So sbagliare da me.

E non mi importa del logo, voglio che si sappia. È stata l’occasione scatenante; ma il punto è che so sbagliare da me.

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Set 05

Ci stai accanto senz’ombra e col sorriso
di chi ha creato un lento paradiso.
(Nelo Risi, Non vogliamo ricordarti, vv. 1-2)

Alle Rosine è morto un signore molto anziano, ieri.

No, devo partire da un po’ più lontano. (Il tempo è del tutto relativo quando si parla di tempi lunghissimi, ne c’est pas?)

Questa persona è stata – è, essendo il suo corpo fisicamente ancora qui, sia pure per una notte soltanto: questa, l’ultima di sempre – alle Rosine da prima che nascessi io. (E io, per chi non lo sapesse, ho cinquantuno anni.) (Il contratto lo fece con mia nonna, scomparsa nel 1970.) Ovvero, pavesianamente parlando, si tratta di un mito, di qualcosa che va oltre al tempo.

(“A quei tempi non mi capacitavo che cosa fosse questo crescere, credevo fosse solamente fare delle cose difficili – come comprare una coppia di buoi, fare il prezzo dell’uva, manovrare la trebbiatrice. Non sapevo che crescere vuol dire andarsene, invecchiare, vedere morire, ritrovare la Mora com’era adesso”.)

(La Mora sono le Rosine. Adesso papà non c’è più, è tutto molto diverso. Divago.)

Ma il mio punto è in realtà un ricordo molto semplice e molto elegiaco. Perché sì, questa persona è stata assolutamente una brava persona, la cui scomparsa è inattesa e ingiusta. Una famiglia che ti viene da piangere pensandone la semplicità e la solidità. Ma io ero al liceo, e la mattina – mattine fresche come queste, quando tutto da compiere era il mio futuro – ricordo di svegliarmi al suono armonico della sua scopa che puliva il marciapiede sotto le Rosine. Quel suono ritmato e dolce è il ricordo che porterò sempre con me di questa brava persona. Quel suono è mitico nel senso pavesiano, perché mi accompagna da sempre e mi accompagnerà per sempre.

“Un vano confinarti”, dice Nelo Risi. Vano tentativo, quello di pretendere che le parole possano racchiudere in maniera piena delle sensazioni. E invece quelle scappano, col cavolo che si lasciano definire. Ma io volevo ricordarlo, il ritmo di quella scopa.

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Ago 16


Vado a nascondermi negli angoli più remoti di Corsica, come se il segreto dell’esistenza fosse in un leccio o in una pianta di mirto.

Perché non sto bene con me. Perché mi sopraffà il peso degli errori, dei miei difetti, delle incongruenze, di tutto quello che non mi piace e che non riesco a modificare.

Sono in una terra che adoro e che tuttavia non mi dà sollievo alcuno. Nemmeno questi silenzi e questi paesaggi infiniti.

Qui registro semplicemente il mio malessere, non cerco soluzioni. Mi piacerebbe, nelorisianamente, che dall’urto nascesse una più energica morale; ma ho le prove – esaminando il passato – che questo non accadrà.

Non sto bene con me, e penso ai miei poeti. Con Scotellaro mi capirei; non servirebbe a nulla, ma diremmo pane al pane e sarebbero bei discorsi.

Ciascuno porta nel suo cuore il suo fardello e la sua pena. Io porto i miei.

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Lug 31


Un anno fa passavo per lo stesso posto e per la medesima ragione.

Pocapaglia, sulla strada per il golf di Cherasco. Una di quelle gare che piacciono a me – fondamentalmente per sentirmi vivo.

E lì, in quel luogo, ho scattato la medesima foto di un anno fa. Io impantanato nelle mie indecisioni e nelle mie paure, nella fatica di vivere i miei cinquant’anni, che di per sé sarebbero l’età della pienezza e del compimento della vita. (I cinquanta sono i nuovi quaranta, immagino che si potrebbe dire.)

E naturalmente penso a lui. Cioè lo penso fondamentalmente nel modo in cui Montale pensava i suoi morti:

I miei morti che prego perché preghino
per me,

insomma un do ut des alla ricerca di un equilibrio che dubito di raggiungere mai. Un giorno, tanti anni fa, chiesi l’aiuto di Batista, volevo vuotare il sacco, dirgli tutte le mie schifezze e i miei travagli e i fallimenti – era il 2007 –, lui venne a Torino con un amico e pranzammo insieme al Kiki, uno splendido ristorante giapponese che non esiste più da anni (sic transit gloria mundi), e insomma ora cinquant’anni li ho davvero – mi manca un mese ai cinquantuno, per dirla tutta – e quell’aiutante magico è andato lontanissimo, a chi racconto ora tutti i miei maleur?

“Comunque dev’essere un bel posto, quello, perché tu ti meriti senz’altro di essere in un bel posto” – questo l’ha detto Mario. E mi ricordo di quel giorno che mi portasti con te a fare compere vicino ad Alba, attrezzi, un trapano, qualcosa del genere, e quell’amore folle che avevi per le bici pieghevoli. Era amore per la vita allo stato puro, una bici pieghevole come la pienezza della tua vita.

È passato un anno da quella foto ma io sono impantanato nelle mie difficoltà esattamente come un anno fa. Ciapatravers sta pizza, manco dritto so andare.

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Lug 15

Sotto la corrente, superficiale e leggera, di ciò che diciamo di provare – sotto la corrente,
così luminosa, di ciò che pensiamo di provare – laggiù scorre
con forza silenziosa, oscura e profonda,
la corrente centrale di ciò che davvero proviamo.
(Matthew Arnold)


Io ho capito che cos’è la mezza età – per me.

Da un punto di vista fisico (quello più semplice), lo so da cinque anni circa (l’ho scritto qui e qui, e poi anche qui). Sono i capelli grigi, tempi di recupero più lunghi, dolorini nuovi ogni tanto, la vista che cala. Ma insomma te ne fai una ragione, fai quello che puoi per rallentare un cambiamento inevitabile e passi oltre.

In più mi sono scattato una foto per mandarla a un amico, qualche giorno fa, e ho visto in un lampo tutto il peso degli anni dipinto nel mio volto. Ho cinquant’anni, e si vedono tutti quanti.

Da un punto di vista mentale (la questione diventa più complessa) è soprattutto la qualità delle decisioni che diventa farraginosa, è soprattutto il rendermi conto che sono montalianamente della razza di chi rimane a terra. Pavese (Il diavolo sulle colline):

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

Il corpo invecchia e si vede, la mente invecchia e si sente. Io lo sento, almeno.

Da un punto di vista delle sensazioni (e qui entriamo nelle intricazioni della persona, da dove sinceramente non ho idea di come uscire) la risposta breve può darla il Piccolo principe (“È tutto un gran mistero”). Quella più lunga… va be’, provo.

La mezza età – parlo per me – è il luogo dove si raccolgono gli errori fatti nel passato recente e lontano. Se fossi stato più oculato, se avessi fatto o non fatto questo o quell’altro… Dice Cheyenne (Sean Penn) in This Must Be The Place:

Lo sai qual è il vero problema, Rachel? Che passiamo senza neanche farci caso dall’età in cui si dice “un giorno farò così” all’età in cui si dice “è andata così”.

Le sensazioni di questa fase della mezza età non sono per nulla positive. Distonia, senso di smarrimento e di vuoto. Ancora Pavese (Il mestiere di vivere, 14 gennaio 1950):

Senso di cagionevolezza, di decadenza fisica. Arco declinante. E la vita, gli amori, dove sono stati? Serbo un ottimismo: non accuso la vita; trovo che il mondo è bello e degno. Ma io cado. Quello che ho fatto ho fatto. Possibile? Desiderio, brama, ansito di prendere, di mordere, di fare. Ci arriverò ancora?

Insomma vorrei che fosse chiaro che io ho tanti problemi, che ho tante cose che non vanno, magagne errori dolorini macigni pensieri frustrazioni. Che non sono più l’imprenditore di successo che ero. Che il peso dei miei errori mi travolge. Che non sono contento per nulla di come interagisco col mondo. Che a volte mi prende una rara felicità, solo quando sono immerso in un compito per il quale mi dimentico di me stesso; ma dura poco e poi ricado in quel gorgo fatto dei miei pensieri negativi, dall’odio che non di rado mi capita di provare per me stesso.

E allora scrivo perché non so fare altro. Scrivere mi avvicina un poco al mondo col quale fatico così tanto ad avere a che fare. Questo post è un messaggio in bottiglia che magari non arriverà mai a destinazione.

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