Lug 04

Trovo che il mondo è bello e degno. Ma io cado.
Cesare Pavese, Il mestiere di vivere, 14 gennaio 1950

Eppure luglio è il mese più bello dell’anno.

Oggi mi sono seduto a guardare i miei pensieri. Senza volerli giudicare, solo per vedere quali sono, come sono fatti.

Ho pensato alle tante magagne che compongono il mio tempo: i fallimenti, le paure, le ansie, i tormenti.

Ho pensato al mio amico che c’è e non c’è più. Ora sì che avrei bisogno di esporgli le mie difficoltà, mi servirebbe proprio sapere quel che ne pensa. Anche se so bene che farei difficoltà a tirare fuori le parole, a spiegarmi; ma è già successo, un giorno, tanti anni fa.

Io che avevo predisposto la mia vita stendendola su crinali di parole; e ora quelle parole mi appaiono senza significato.

L’estrema vanità del tutto.

Mi accompagnavano i miei poeti – quelli mi accompagnano spesso. In realtà non poesie precise ma voci. Saba, Ungaretti, Montale.

La mia incapacità di incidere nel mondo. Io che volevo andare oltre, pavesianamente mangiarmi una collina. E invece mi sembra di ripetere gli stessi gesti, identici, di provare gli stessi sentimenti, di pensare i medesimi pensieri. Nulla cambia dentro di me, nulla cambia intorno a me.

Avevo pensato di prendere la scorciatoia (ciapatravers), ma mi accorgo che quella scorciatoia non porta da nessuna parte.

C’è una luce che intravedo ma purtroppo non arriva mai.

Quando è accaduto? Quando è stato quel momento, quel giorno, in cui ho iniziato a prendere una direzione sbagliata?

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Giu 08


Sono andato sulla tomba dell’amico mio più caro, oggi. Anche se lui non avrà mai cinquant’anni, oggi ne compie cinquantuno.

Si mescolavano dentro di me sentimenti differenti: il magone, ovviamente, che ha provocato lacrime copiose e forse sciocche; ma anche la leggerezza, derivante dal pensiero dell’allegria che lui ha portato nella mia vita.

Mi tornavano in mente alcuni tra i milioni di episodi che hanno legato la sua vita alla mia, indissolubilmente e per sempre. Per esempio quella volta, era il 30 settembre del 2006, in cui tornando dal concerto di presentazione del CD dei Musicant d’Alba ho messo il CD stesso appena salito in macchina, le orecchie e gli occhi ancora pieni di quello spettacolo. E come per magia l’ultima nota dell’ultima canzone ha risuonato proprio quando arrivavo al portone di casa, con la mia primogenita addormentata al mio fianco.

Perché la magia innegabilmente ha permeato e permea la vita di Batista, almeno così come la percepisco io: ci sono di lui un milione di cose che non ho mai capito, perché so bene che non era così importante che fossero capite allora, e tantomeno lo è oggi. Ma la magia rimane. (Un fatto privato di questo genere mi è successo proprio oggi, proprio al cimitero.)

Ho versato molte lacrime oggi sulla sua tomba, ma questo è un fatto scontato. Mi rasserena il fatto di essere andato in quel luogo a ricordare l’amico in questo giorno così significativo; e volevo che si sapesse.

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Mag 18


Questa mattina ho portato a scuola Michi e poi ho corso. Volevo correre più forte delle mie ansie e delle mie paure, o meglio andare oltre loro, lasciarmele alle spalle.

Ma purtroppo lo sapevo già. Come lo sapeva Rocco Scotellaro:

Ho capito fin troppo gli anni e i giorni e le ore
gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla
giura che Cristo poteva morire a vent’anni
le gru sono passate, le rondini ritorneranno.
Sole d’oro, luna piena, le nevi dell’inverno
le mattine degli uccelli a primavera
le maledizioni e le preghiere.

E come lo sapeva Franco Fortini (Traducendo Brecht):

Gli oppressori tranquilli
parlano nei telefoni, l’odio è cortese, io stesso
credo di non sapere più di chi è la colpa.

Sapevo, e l’ho scritto più di una volta (per esempio qui), che fino a che entrambi i miei genitori sarebbero stati in vita avrei avuto qualcuno che, comunque, senza domande o condizioni, sarebbe stato dalla mia parte, qualunque cosa potesse succedere. Ora che quel binomio è spezzato, lo sapevo che sarei stato preda di ansie e paure cui tante volte fatico persino a dare un nome, paure che non riesco nemmeno a verbalizzare.

Allora ho corso. Le paure, non sorprendentemente, sono ancora tutte qui, tutte in fila, tutte a comporre un buco nero che mi guarda sogghignando malignamente. Ma ho corso, sono andato lontano e sono tornato, quelle stesse medesime paure ora le temo un pochino di meno.

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Mag 08


La foto ritrae papà e mamma di ritorno da messa, la domenica delle Palme 1 aprile 2012. È una foto che ho scattato di soppiatto dal balcone di casa, quasi una foto rubata, a mia memoria l’ultima immagine di papà prima che iniziasse la fase rapida – be’, forse non troppo rapida, ma comunque decisa – del declino.

Guardando la foto mi par di capire delle cose.

Papà portava l’ossigeno da un anno circa, e sia pure claudicante procedeva a passo ancora relativamente spedito. Mamma lo assisteva sicura, a sua volta assistita dal ramo d’ulivo. Ieri sera mi diceva che papà negli ultimi tempi le diceva che Radio Maria li aveva “proprio salvati” (nel senso della compagnia, del ritmo delle cose). Non mi supporta questa fede, ma ne ho il massimo rispetto.

Dice Tavo Burat (Erbo ‘d famija):

Pare e Mare
quat grand,
eut ëpceron…

ij vej a son
milanta

cobia
a cobia

rèja
d’agraf

an gabi
scarbolëtte

An ti ‘me ant un tracior sò sangh a cola.

[Padre e Madre
quattro nonni,
otto bisnonni…

gli avi sono
migliaia

coppia
a coppia

riunione
di parentesi graffe

in radure alpestri
cardi stellati

In te come in un imbuto il loro sangue cola.]

Immàginateli, tutti quei vecchini, camminare tranquilli due a due, venire verso di te per farti nascere, poi tornare lietamente da dove sono venuti. Immaginali, i tuoi genitori, i quattro nonni, gli otto bisnonni e così via, tutti via via un poco più sfocati, sempre più in bianco e nero ma tranquilli, lenti, sicuri. Ti hanno fatto nascere, il loro compito è svolto. Immaginali. Vedili, tutti sereni dinnanzi a te.

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Apr 11


Il libro, alla fine, è uscito.

È uscito nei tempi previsti, il 30 marzo. La cosa non mi stupisce punto, perché tutto ciò che riguarda papà è sempre stato elegiaco e tranquillo. Sapevo che l’avrei fatto, l’ho fatto e sono soddisfatto.

Quel giorno sono andato a ritirare con mamma le prime copie. Era una mattina di nuvole, io ero imbarazzato e sulla porta del mio editore-amico le ho detto quello che fino ad allora le avevo taciuto, ovvero che avevo scritto un libro su papà. (Noi parliamo poco, questo si sa, mi sono fatto una ragione del fatto di non trovare mai le parole giuste quando è il momento, devo sempre parlare mediando con le mie insicurezze.)

In quel momento avevo un crogiuolo di sentimenti che come al solito non riuscivo a esprimere in maniera chiara. Mi sentivo stranito e fuori luogo, soprattutto perché questo è un libro molto personale, dove per forza dico tanto delle mie radici.

Ora lo prendo in mano, lo accarezzo, per suo tramite mi sembra quasi di parlare con papà, di sentire la sua voce. Come quando salgo sui tetti delle Rosine. E mi sovviene quella magnifica poesia di Nicola Duberti, O tubàu do rtir (“Il fumatore del ricovero”):

Còn ësta e sòn cařanta.
Vir la mustò
dla santa
ch’am vëgga nent tubé.

L’hè dma ciù chëlla da puèmi stëřmé.
Peusc fumé
cheuncc còm en lum.
Ařmanch endřént ař fum

em vagh tórna masnò.
Combèn ch’e n’aga stanta
em sent vořé, e seuj ëlgé.
E ‘n sovërciù

ij di
e l’han l’odo’ d me pò
e s’em pass sui caviji na man
em chërd ch’o segia chial

a feme cara còm e fossa ‘n can.

(Con questa sono quaranta. / Volto l’immagine sacra / della santa / perché non mi veda fumare. // Non mi resta che lei se voglio avere qualcuno da cui nascondermi. / Posso fumare / bisunto come un lume. / Almeno dentro al fumo // mi rivedo ragazzino. / Anche se ne ho settanta / mi sento volare, sono leggero. / E inoltre // le dita / hanno l’odore di mio padre / e se mi passo sui capelli una mano / mi immagino che sia lui // ad accarezzarmi come fossi un cane.)

Ogni tanto, certo, mi prende la malinconia, in particolare del mio tempo bambino e delle cose che ho fatto e delle tante che non ho fatto con lui. Perché tante volte è troppo difficile, mi sembra troppo difficile prendere decisioni senza il suo conforto, senza la sua saggezza a dirmi che cosa devo e non devo fare. E ora il tempo passa e sembra normale che lui non ci sia. Qui alle Rosine, per esempio, a volte pare che papà non sia mai esistito. E proprio pensando alle Rosine, che è di fatto il principale legame con lui, mi sovviene un verso di Franco Fortini:

Dove una folla tace e gli amici non riconoscono.

Il libro comunque esiste, è una testimonianza. È piccola cosa, per carità, forse poco più di un ricordino funebre. Io l’ho scritto con grandissimo impegno ma senza pretese, l’ho scritto per testimoniare fatti che sono accaduti, pensieri che sono stati pensati; se sarà servito anche solo a me avrà già assolto al suo scopo. Sempre Fortini (Traducendo Brecht):

La poesia
non muta nulla. Nulla è sicuro, ma scrivi.

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Feb 28

Ël piemontèis a venta
parlelo. Che meisin-a. Mej che la revalenta.
[…] A venta scrivlo, òh già, e pì da-bin ch’as peul,
a scòla dl’arsigneul, un reul d’an pare an fieul,
dissionari a la man, sacrelo con la rima,
sima dla gòj, la prima.
Barba Tòni, Ël Pì-a-mont-tèis

Mi è venuta in mente, come dal nulla, questa mattina, questa splendida poesia di Barba Tòni (al secolo Antonio Bodrero), a mio modo di vedere la più alta manifestazione poetica della nostra lingua nella sua millenaria tradizione. (Tutta intera si trova qui.)

E mi è venuta in mente perché sto correggendo le prime bozze del libro su papà, che vedrà la luce in marzo, e perché questa poesia mi lega in maniere contorte (lineari non sono capace, o ciapoma travers o gnenti) ai due numi tutelari che mi accompagnano sempre qui di fianco allo schermo del computer (“I miei morti che prego perché preghino / per me”, direbbe Montale).

Quella poesia è legata a Batista perché nei primi tempi della nostra conoscenza avevo preso a chiamarlo revalenta (un ricostituente, potremmo dire), perché il suo irrompere nella mia vita mi aveva portato meraviglia e cure di cui avevo grande necessità.

Quella poesia è legata a papà perché Barba Tòni morì una settimana esatta prima che nascesse la mia primogenita, e papà e mamma andarono al suo funerale – io probabilmente ero preso dal lavoro e da tutte quelle faccende che ci paiono irrinunciabili sul momento, ma vuote e sciocche se pensate a distanza di tanto tempo.

Insomma ogni tanto mi faccio un pianto sereno pensando a chi non c’è più (c’è nel nostro ricordo in realtà, lì vive davvero). Poi le lascime si asciugano, e io mi sento più forte.

E, infine, è una magnifica sensazione quella di curare nuovamente, dopo tanti anni, un figlioletto, il mio quarto libro, che chiude un cerchio e apre delle porte. Il tempo è sempre circolare, io abbraccio idealmente i miei numi tutelari, chiacchiero con loro, oggi c’è il sole e la vita prosegue.

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Feb 12


Oggi papà avrebbe compiuto 89 anni. Ma poiché io trapasso, tracimo, percolo in lui, poiché più passa il tempo e io – senza nemanco accorgermene – divento lui, penso che questa affermazione non sia del tutto esatta. Io credo che sia più corretto dire che oggi papà compie 89 anni.

Perché papà vive, e come! In me almeno è vivissimo e presente.

Perché sempre più spesso mi accorgo di fare delle cose, di essere dentro a dei gesti, che sono gli stessi che faceva lui. Per esempio piego la testa di lato in un determinato modo, di fronte a una certa situazione, e mi accorgo che lui ha fatto precisamente la stessa cosa millanta volte in situazioni simili; la sola differenza è che ora vedo quella cosa da dentro, mentre prima vi assistevo da fuori.

Perché di lui mi accompagnano tutte le immagini e i ricordi che ho. Mi accompagna il suono della sua voce, che ogni tanto vado a ritrovare in qualche video casuale fatto per sbaglio. Mi accompagnano le fotografie.

(Dalle fotografie, e dai miei ricordi, viene fuori sempre un uomo che è stato sereno in tutti o quasi i momenti della sua vita matura, e mi chiedo – senza sapermi dare una risposta – perché invece io sono così pieno di cripte e di buchi, di scappatoie e di sotterfugi, di vie traverse, di serpentine.)

Mi accompagnano le Rosine, questa casa immensa che è il segno di una famiglia e che dunque va oltre una singola generazione o una singola persona. Mi accompagna il libro che ho scritto per salutarlo (e che tra parentesi vedrà presto la luce, comunque sia), e di conseguenza il lavoro che ho fatto su di me nei due mesi successivi alla sua dipartita per lasciarlo andare in maniera completa, lieta, serena e definitiva.

Non ho bisogno di segni per ricordarmi di papà. Papà è dappertutto intorno e dentro di me. E in ogni caso quando mi accorgo di fare le cose come se fossi lui provo un senso di rassegnato orgoglio: ovvero da una parte sono contento, e dall’altra mi sembra che le cose non possano comunque cambiare. Le stele a jë smijo ai such (“il frutto non cade poi tanto lontano dal suo albero”), come si dice.

Dic 28

Ho scritto un libro, e quando sono arrivato al fondo ho capito esattamente perché.

Otto giorni dopo la morte di papà ho iniziato a scrivere il libro su di lui. Tutto era in realtà partito nei suoi ultimi mesi di vita, periodo nel quale ho scritto spesso brevi note su di lui sulla mia pagina FB; e spesso, di rimando, c’erano persone – amici – che raccontavano le proprie esperienze con i genitori anziani. Allora questo flusso di pensieri comuni mi ha fatto sentire parte di un tutto più grande di me, e ho capito che i miei pensieri potevano parlare a qualcuno. Lo ha detto meglio di me Cristina Maccarrone:

Scrivi quello che hai visto, che hai provato, non pensare non serva: la gente non sa come fare a volte, potresti aiutarla.

È stato il mio progetto principale per nove settimane. Non tutti i giorni, ma le cose andavano così: mi svegliavo presto, diciamo intorno alle sette, e mi mettevo subito a scrivere evitando qualunque interruzione (i giorni veramente produttivi sono stati quelli in cui non ho preso in mano il telefono e/o guardato la posta prima delle nove almeno). (Tale metodo mi viene da questo libro.) Oppure durante il giorno mi veniva in mente qualcosa e lo annotavo, e poi al momento opportuno elaboravo quelle note. Ho letto anche tanti libri sul tema, mi sono “documentato”, per così dire, facendo man bassa dell’esperienza di altri scrittori.

Due mesi dopo è venuto un momento, un istante preciso, in cui ho sentito che il libro era terminato. In quel momento mi sono reso conto che avevo scritto di papà tutto quello che desidero ricordare negli anni a venire. Il libro contiene tanti buchi, ovvio, cose importanti che ho trascurato come dettagli che ho enfatizzato all’eccesso; ma dopotutto il papà è il mio, e così desidero ricordarlo.

L’intero percorso è durato due mesi esatti. E quando sono giunto a quel momento ho capito che la vera, la principale, l’essenziale ragione per cui ho scritto tutto quanto è stato per accompagnare davvero papà alla sua tomba. In quel momento, pochissimi giorni prima di Natale, ho capito che lo avevo seppellito per sempre e che potevo passare oltre con la mia vita.

C’eravamo lui e io. E io l’ho seppellito. Il figlio ha seppellito il padre, come è giusto che sia, come è nell’ordine naturale delle cose che succedono. L’intero processo è terminato. Ora, a libro concluso, l’ho lasciato andare in maniera completa, lieta, serena e definitiva.

Ora mi do due mesi di tempo per trovare un editore. Non di più, perché se non viene reputato interessante è inutile che vada a chiedere l’elemosina di qua e di là, preferisco piuttosto fare l’editore di me stesso (come ho fatto con il libro precedente, che nessuno voleva) e andrà bene così. Anche perché il libro per me la funzione principale l’ha già assolta, tutto il resto è un eventuale di più.

Io sono felice di averlo scritto, è come se papà mi avesse passato tutta la sua serenità – che ora mi appartiene.

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Dic 20

Di quei giorni, un anno fa, io mi ricordo tante cose.

La telefonata che mi annunciava un fatto, il fatto, che sapevo sarebbe accaduto ma che nelle settimane precedenti avevo quasi dimenticato, pressoché rimosso, come qualcosa di impensabile, qualcosa che non sarebbe successo più, come se la malattia fosse stata un raffreddore che poteva passare in un amen.

Gli scambi di telefonate e di messaggi con gli amici, l’incredulità, la costernazione, il rimpianto.

Dentro di me pensare di non aver fatto nulla per aiutare l’amico.

non torneremo mai
sui nostri passi, mai
non ci sarà mai posto
neanche di nascosto
nei giorni andati, mai

non torneremo più
nemmeno a ricordare
che è sempre troppo tardi
il tempo dei ricordi
e niente fa tornare

Le mie parole scritte, cui ho sempre tenuto tantissimo, che d’improvviso mi appaiono vuote e assolutamente inutili. Ricordo che mi sovvenne la chiosa del diario di Pavese: “Non scriverò più”.

L’essere stato con lui per un quarto d’ora da solo, il suo corpo finalmente composto nella pace della bara, a studiare le fattezze del volto sereno, ogni minimo dettaglio perché come dice Philip Roth non devi dimenticare nulla. Quel ghigno beffardo sul suo viso, lui come sempre più avanti di noi.

Il giorno del funerale, l’incontro con vecchi amici e persone conosciute sul momento.

Il saluto, momento fondamentale ma sempre così arduo per me.

I discorsi funebri, la cremazione, io che esco da quella cappella col cuore gonfio e parlo serenamente di lui con una persona solo vista di sfuggita in passato ma che ora mi dice tanto, che in quel momento sospeso mi sembra come un fratello.

L’assurdità del tutto.

La memoria che diviene ricordo.

E poi la messa di trigesima, le mie parole sciocche, io che non sono mai bravo a tirare fuori due parole quando è il momento; e poi a rito concluso io che parto con l’auto e vago per il Piemonte, nella neve, senza sapere dove andare, senza avere un luogo che possa darmi sollievo.

E ora un anno dopo siamo ancora qui a ripercorrere quegli stessi sentimenti, a cercare le parole, a non trovarle.

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Nov 21

E allora capii che ero un buffone della Vita,
di quelli che solo la morte avrebbe trattato da eguale
agli altri, facendomi uomo.
Edgar Lee Masters, Homer Clapp


Questa mattina, andando alla discarica per portare delle macerie che provengono (ovviamente) dalle Rosine, relative a un magazzino che stiamo ristrutturando (sono uguale a papà, me ne accorgo, ora che lui fisicamente non c’è più sono io a fare esattamente le stesse cose che faceva lui), mi sentivo molto Homer Clapp e molto quel ragazzo che spingeva quel Peugeot.

Erano le otto, c’era una nebbiolina molto leggera, il sole era spuntato da poco. Per la strada le altre auto mi superavano senza fatica. Io procedevo lento con la mia Punto di vent’anni fa, sporca e grigia; vedevo le altre auto lucide, mi figuravo i pensieri dei conducenti.

Mi guardo intorno e sono tutti migliori di me.

La discarica era vuota, io ero solo con i miei pensieri e le macerie.

Non riesco ad andare oltre, a mangiarmi una collina. Ricado sempre nei medesimi errori. Sempre Pavese:

– Come, – gridò Pieretto nel vento, – non sai che quello che ti tocca una volta si ripete? Che come si è reagito una volta, si reagisce sempre? Non è mica per caso che ti metti nei guai. Poi ci ricaschi. Si chiama il destino.

C’è sempre un Fifty nero, insomma, che ti supera. E tu rimani lì a guardare, “della razza / di chi rimane a terra”. E pensi che è ovvio che sia vero che solo la morte può renderti uguale agli altri, facendoti uomo tra gli uomini.

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