Mar 27

Forse il fatto che, per me, è passata una generazione non dovrei misurarlo tanto dalle mie bambine che crescono, quanto dalle interviste che mi fanno. Effettivamente a 25 anni i 40enni mi sembravano di un altro pianeta, estranei a me, diversi e anche un po’ strani. E probabilmente, ora che sono dall’altra parte, mi rendo conto che anche se io vedo queste persone come colleghi, sia pure nel senso allargato del termine, ai loro occhi sono un oggetto non bene identificato.

Ad ogni modo qui c’è l’intervista di Sonia Briano della European School of Translation. Mentre a seguire c’è la conversazione avuta con Anna Fellet, giovane e recente laureata all’università San Pio V, e pubblicata nella sua tesi dal titolo Machine Translation: qualità, produttività, customer satisfaction.

1. Come giudica i risultati offerti attualmente dalla machine translation (MT)?

Molto buoni. Sono finiti i tempi in cui la MT faceva sorridere, oggi anche con uno strumento semplice e gratuito come Google Translate si ottengono dei risultati ottimi.

2. Crede che questo strumento possa essere utile alla professione? In caso affermativo, che tipo di contributo pensa possa apportare?

Assolutamente sì. In sostanza, può permettere al traduttore di concentrarsi sui compiti non ripetitivi, lasciando alla macchina il lavoro “sporco”. Molti traduttori oggi vedono la MT come fumo negli occhi: ma a pensarci bene non è una percezione molto diversa da quella che si aveva del computer negli anni Settanta o dei CAT qualche anno fa; e non per questo il progresso si è arrestato.

3. Molti prevedono che presto la MT sarà impiegata estensivamente nei progetti di traduzione; condivide questa previsione? Quale pensa che potrà essere la diffusione della MT nell’industria italiana? Con quali tempi e dimensione si potrà eventualmente realizzare?

Sì (lo è già, in effetti, per progetti grandi e ripetitivi). Per quanto riguarda l’Italia, nemmeno noi possiamo chiudere gli occhi di fronte al progresso; solo che, come accade in molti campi, la diffusione sarà giocoforza lenta.

4. Quale crede sia la migliore strategia per usare gli strumenti a disposizione in modo efficiente?

La conoscenza: degli strumenti, degli scopi e delle maniere nelle quali gli strumenti possono semplificare la nostra vita.

5. Crede che i professionisti italiani della traduzione siano pronti a rispondere al cambiamento imposto da un’eventuale diffusione della MT?

No. La maggior parte dei traduttori ha paura della MT, perché lo ritiene uno strumento che potrebbe rimpiazzare il suo proprio lavoro. E allora gioca a nascondersi: questo è un danno per l’intero settore.

6. In cosa ritiene debba concretizzarsi l’eventuale adeguamento?

È prima di tutto un cambio mentale: affrontare e vincere la paura, guardare il nemico negli occhi per scoprire, alla fine, che non è poi così brutto e cattivo.

7. Crede che la formazione dei traduttori sia sufficiente a sostenere un eventuale impatto della MT o ritiene debba essere integrata? In quest’ultimo caso, con cosa?

Non credo sia sufficiente. Questo perché le scuole di traduzione pongono troppo spesso l’accento sull’aspetto traduttivo del mestiere, dimenticando che l’informatica è il supporto non prescindibile per qualunque professione. La miglior integrazione sta secondo me tutta nelle parole di Gianni Rodari:

Questa scuola è il mondo intero
quanto è grosso:
apri gli occhi e anche tu sarai promosso.


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