Giu 29

CV
Ho seguito nelle settimane scorse un progetto per un amico: la scrematura di un certo numero di curriculum per una posizione all’interno della sua azienda.

Ne ho tratte alcune conclusioni generali, che espongo a seguire sotto forma di errori da non commettere. È una sorta breve pentalogo a vantaggio di chi ha bisogno di presentare il suo curriculum. E, ahimè, mi rendo conto anche che gli errori principali sono sempre gli stessi: cambiano gli attori ma si ripetono nel tempo esattamente uguali a se stessi.

(Avevo parlato di questi argomenti, tra gli altri luoghi, qui.)

  1. Non mandare il CV in Word

Questo perché un Word è un semilavorato: è sì il programma di scrittura di gran lunga più diffuso, ma non l’unico; mentre il PDF è uno standard per lo scambio di dati. (E i convertitori gratuiti da Word a PDF sono millanta e tutti di utilizzo immediato – dunque non ci sono scuse.)

  1. Occhio all’oggetto della mail

Spesso non ci si fa caso ma è importante! Un oggetto corretto è il primo contatto che si ha con l’interlocutore, e dunque la prima (e direi quasi unica) possibilità di fare un buon colpo d’occhio.

  1. Occhio all’inoltra e a quel che rimane nel corpo del testo

Questo punto è un corollario del precedente, un dettaglio altrettanto importante. Il tasto Inoltra è una tentazione, ma non va usato fuori contesto.

  1. Attenzione alle parole di presentazione, che devono essere brevi e mirate

Una mail di accompagnamento deve fare il suo lavoro in poche righe (cinque? dieci? in ogni caso pochissime). Nessuno ha tempo da perdere in queste cose, e il lettore deciderà subito se proseguire o meno nel contatto.

  1. Basta con i CV di otto pagine! Due sono più che sufficienti (ma una è ancor meglio)

Questo è il punto che a me personalmente dà più noia. Sono convinto che il résumé di Umberto Eco potrebbe avere tre pagine; quello di quasi chiunque altro due al massimo; ma se si tratta di qualcuno con esperienza limitata una pagina è decisamente più che sufficiente.

Ott 27

Carducci
Abbiamo parlato di come scrivere un curriculum, giovedì.

Mi rendo conto che sono argomenti prosaici, molto terra terra; ma del resto le basi servono per costruire carriere solide (non ne sono ingrediente sufficiente, questo no).

Parlando in seminari come questi la mente mi va spesso al me stesso di vent’anni fa, quando mi trovavo in situazioni simili. Sarei stato un bravissimo editor, per dire; ma mi mancò il coraggio di presentarmi di persona a Giulio Einaudi, che mi avrebbe certamente accolto nella sua squadra.

Poi presi altre strade; sostanzialmente costruii quel lavoro che, allora come ora, scarseggiava. Fui fortunato, certo; e credo anche che le condizioni di oggi siano ben diverse da quelle di allora.

Io, ad ogni modo, sono partito da quello che abbiamo (che può anche non essere molto) e da lì ho cercato di costruire. Sono partito da regole base, che potrebbero apparire scontate ma non lo sono:

– ho ricordato ad esempio il fatto che Carducci ai suoi esami di letteratura italiana all’università di Bologna bocciava chiunque si presentasse con cognome e nome;

– ho parlato di quell’aberrazione che è il formato europeo (fatti salvi i casi in cui è strettamente richiesto).

Ho presentato alcuni casi reali di mail ricevute nel corso degli anni che contenevano frasi degne del miglior Io speriamo che me la cavo; e non l’ho ricordato, ma per tanti anni ho coltivato un mezzo progetto di scrivere un libro con esempio reali di curricula ridicula ricevuti. (Ma era già uscito questo libro, e insomma non avrei avuto molto da aggiungere.)

Ora altri interventi arricchiranno e completeranno il corso. Quanto a me, poiché adoro le citazioni terminerò ricordando le parole di Pavese (Il mestiere di vivere, 16 agosto 1950):

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

Dic 03


Quando persone che hanno investito del denaro e del tempo per venire ad ascoltare le cose che hai da dire vanno via soddisfatte dopo una giornata di seminario, posso ragionevolmente affermare che l’obiettivo è stato raggiunto.

Certo, sabato è stato facile: da un lato Beppe Bonavia ha parlato per un paio d’ore di problematiche fiscali, di IRPEF e di INPS, di ricevute e di conteggi (non l’avevo mai sentito prima, ma ha indubbiamente il gran pregio di rendere interessante una materia che di per sé non avrebbe molto per catturare l’attenzione di un uditorio); dall’altro Sabrina Tursi è intervenuta spesso a offrire una prospettiva differente, competente e più ampia sugli argomenti di cui abbiamo parlato.

Insomma del valore s’è dato (e questa è la mia preoccupazione prima, e sostanzialmente l’unica). Certo, il tutto nell’ottica di un ambito lavorativo difficile, di un mondo della traduzione che cambia in fretta e così via. Ma il quadro generale è chiaro a tutti: il punto è offrire delle informazioni pratiche, dei suggerimenti, dei “trucchi del mestiere” che aiutino a costruire una carriera.

Il mio personale rammarico – ma ha a che fare più con i miei capelli che ingrigiscono rapidamente che con il marketing delle traduzioni – è che non riesco ad abituarmi al fatto che troppe volte mi si dia del lei, addirittura chiamandomi “professore”. Ma tant’è; io mi sento un ragazzo, e questo mi basta. Abbiamo fatto un bel lavoro, andiamo avanti.

Mag 28

La formazione è un tema fondamentale per un professionista. Ovviamente presta il fianco a critiche, perché come si dice “chi fa sa e non chi non sa insegna”. C’è del vero in questo, è ovvio. (A volte si passa il segno e si rischia di mancare completamente il punto, come in questo caso, ma insomma le cose possono migliorare.)

Ho avuto al riguardo una conversazione con Marco Cevoli, fondatore di Qabiria. Abbiamo iniziato da una sua considerazione: secondo Marco non sono molti coloro che si dedicano al settore. E questo, a suo parere, per almeno quattro motivi.

Il primo è la scarsa propensione all’investimento in formazione da parte dei freelance, che preferiscono imparare da soli, senza comprendere che il costo delle ore spese in autoapprendimento spesso (per non dire sempre) supera di molto il costo di un corso. Lo stesso vale per le micro e piccole imprese.

È difficile dire da che cosa derivi questa scarsa propensione: io penso che, a differenza di altri collettivi, quello dei traduttori soffra dell’isolamento in cui si svolge la professione, i cui effetti si vedono anche nel tipo di atteggiamento retrivo, autoreferenziale e vittimistico che emerge in molti forum, su Facebook o nei gruppi di discussione.

Il secondo motivo riguarda le piccole imprese (10-20 dipendenti), che condividono molto spesso la mentalità dei freelance e – nei pochi casi in cui prendono la decisione di investire in formazione – preferiscono appoggiarsi a professionisti o aziende consolidati o ad assumere profili che riuniscono queste competenze, per poi trasferirle internamente al resto del team. E le aziende più grandi (quelle con più di 20 dipendenti) dispongono quasi sempre di risorse interne e di know-how utili a coprire tutte le esigenze di formazione tecnica, e nei rari casi in cui acquistano formazione tecnica lo fanno con aziende di pari spessore.

Il terzo motivo: il mercato, apparentemente vastissimo in termini assoluti, in realtà si riduce di molto se si considera che un professionista tende ad acquistare formazione principalmente nella propria lingua nativa. I formatori sono dunque obbligati a rivolgersi a un solo segmento nazionale o ad allestire la loro formazione in varie lingue, con il conseguente aumento dei costi di preparazione. Se poi si rapporta il valore potenziale all’importo unitario stimato che ciascun utente sarebbe disposto a spendere (anche un semplice sondaggio informale fra i propri contatti è sufficiente per farsi un’idea), ci si accorge che il fatturato che ne consegue difficilmente compensa lo sforzo organizzativo.

L’ultimo scoglio è rappresentato dal fattore online vs in aula. Dopo 8-10 ore giornaliere di lavoro in solitario dinanzi al computer, molti (per non dire tutti) i traduttori con cui ho parlato preferiscono formarsi in aula con altri colleghi, limitando quindi, di fatto, ulteriormente l’offerta che un’azienda può allestire.

La formazione online, già: un’attività che – in un mondo digitale – ha a mio parere possibilità immense. Gli ho chiesto come la vede.

La formazione online è un’enorme opportunità per tutti i creatori di contenuti, perché permette di raggiungere un pubblico vastissimo con un’infrastruttura minima. È tuttavia necessario conoscere a fondo gli strumenti, per essere in grado di allestire piattaforme appetibili e user-friendly, ma soprattutto c’è bisogno di conoscere le metodologie adeguate. Creare un corso non vuol dire soltanto offrire dei contenuti strutturati agli studenti. Ci sono molti altri aspetti di cui tener conto: l’interazione, il tutoraggio, il controllo dei risultati ottenuti eccetera. D’altro canto, bisogna riconoscere che l’interazione e il confronto in aula arricchiscono molto di più gli studenti. Spesso i professionisti che vogliono tenersi aggiornati scelgono soluzioni in aula o almeno miste, proprio per poter aver un contatto diretto con i docenti e con i compagni.

Nel futuro (ma anche oggi, volendo) questo tipo di interazione sarà sempre più replicabile online, grazie alle innovazioni nel campo dell’audiovisivo. Strumenti gratuiti come Google+ Hangouts consentono dinamiche di gruppo fino a pochi anni fa riservate soltanto a chi poteva permettersi hardware e software di fascia alta. Se a questo uniamo la decisione, adottata da sempre più numerosi centri universitari, di mettere a disposizione gratuitamente contenuti didattici di altissimo livello, vediamo che il futuro della formazione online è veramente roseo.

È probabile che a un certo punto questa ipertrofia dell’offerta porti alla nascita di figure intermedie: non veri professori, ma figure nuove che potremmo chiamare facilitatori, che avranno il compito di costruire percorsi su misura dei discenti e di guidarli attraverso di essi.

Come vedi il mercato della formazione per traduttori, sia in generale sia nel vostro specifico?

Oltre a quanto ho già detto sopra, aggiungo che secondo me è emblematico che le aziende che si dedicano esclusivamente a questo si possano contare sulla dita di una mano (mettiamo due, se allarghiamo il contesto a un ambito europeo). Spesso ho provato a ribaltare la questione: assodato che il traduttore medio ha bisogno di imparare ad utilizzare gli strumenti tecnici (parlo sempre infatti di formazione extra-linguistica, cioè non “come si fa a tradurre”, ma “come tradurre nel modo più produttivo usando la tecnologia”), perché l’attuale offerta formativa non fa breccia nei professionisti? Dove stiamo sbagliando? Ti pongo un esempio tratto da una realtà vicina, quella francese: com’è possibile che un corso in aula di 8 ore su OmegaT, il noto CAT tool gratuito e open source, impartito dal capo programmatore del progetto (ovvero la persona che più ne sa sull’argomento), offerto a Lione (500 mila abitanti, 1,4 milioni compreso l’hinterland) per circa 200 euro (sovvenzionabili o comunque scaricabili ai fini fiscali) non raccolga nemmeno le otto iscrizioni necessarie per il suo svolgimento? È segno che il messaggio non arriva, o fisicamente (nel senso che la promozione non raggiunge il target), o metaforicamente, nel senso che i traduttori non ne comprendono i vantaggi.

Che cosa fare per cambiare questa situazione? Non lo so. C’è da lavorare sulla comunicazione, prendendo spunto da altri settori, ma – come dicevo prima – se il target è il traduttore libero professionista, ho paura che il discorso sia molto più vasto e che ci scontriamo contro un certo tipo di mentalità che cambierà soltanto con il naturale ricambio generazionale.

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