Mag 13

Per anni, gli anni a cavallo del giro del millennio, ho sentito parlare di questi famigerati CAT senza sapere bene che cosa fossero. È vero che la tecnologia è vecchissima (gli albori risalgono agli anni Cinquanta), ma per un traduttore “normale” la storia era molto più vicina: nel 2000 non erano molti i traduttori che possedevano e soprattutto utilizzavano fattivamente un CAT.

Io all’epoca ero (più precisamente: io pensavo di essere) un imprenditore tutto preso dal suo sogno, impegnato a costruire una grande azienda. (Altrimenti perché avrei comprato una sede di 140 metri quadri? Sognavo di riempirla di persone che lavoravano a progetti, ma come? Su questo punto non avevo riflettuto veramente.) Nella pratica, il primo CAT a entrare da noi – era il 2002 circa – fu SDLX Lite (credo), grazie ad una traduttrice che rientrava da un’esperienza inglese. Servì a dare un tocco di internazionalità alla mia boita torinese, e la sua esperienza fu preziosa perché aprì un mondo nuovo. Comprammo le licenze e tutto, ma per me personalmente rimase un mondo lontano, di cui avevo diffidenza ovvero timore. Ne scrissi anche nel libro, ma più da “studioso”, da osservatore che da utente.

Negli anni arrivarono Trados (era il 2005 e seppi in anteprima, a mercati chiusi il venerdì sera – ero a Pasadena, ad una delle tante conferenze che ho adorato in quegli anni –, della fusione con SDL che sarebbe stata annunciata solo il lunedì mattina successivo), Transit, Idiom e probabilmente altri di cui ora non ricordo nemmeno.

Con Trados non divenni mai amico, mi incuteva sempre un po’ di timore quella sua aria di superiorità, non riuscii mai a capirlo davvero. Eppure lo usai a lungo; ma sempre come ospite, mai con un rapporto da pari a pari.

Il cambiamento per me è avvenuto con memoQ. Quello da subito mi è sembrato uno strumento con cui potevi ragionarci, che ti permetteva di dialogare. Mi è piaciuto immediatamente, e col tempo avvicinandomici ho capito alcune cose:

– che un CAT è un programma come un altro – come un word processor per dire, fa cose diverse ma è fatto solo di 0 e 1 come tutti gli altri;

– che utilizzarlo non è difficile: secondo il principio di Pareto, in poco tempo puoi arrivare ad usarlo in tutte le funzioni base (quelle che ti servono) e approfondire poi alla bisogna, senza pretendere di sapere tutto subito (cosa che di fatto non è necessaria);

– che tanti traduttori si fermano, appunto, alle funzioni base e non vanno – anche perché non gli viene richiesto – più in là.

Ora io sono arrivato qui e sono fiero di me. Che il mondo sia ormai del tutto digitale e ciò sia, come dire?, qualcosa di assolutamente scontato non importa: io ci sono arrivato e per me è stata una conquista. Sono lento in tutto e ci ho messo più di dieci anni a fare un passo che dovrebbe richiedere al più qualche mese, ma insomma ho fatto pace con i CAT.


2 commenti “Fare pace con i CAT”

  1. qabiria ha detto:

    Forse le cose sarebbero state diverse se all’inizio tu ti fossi avvicinato a un programma open source come #OmegaT. Avresti avuto la possibilità di impratichirti senza la pressione del costo della licenza, in un ambiente di lavoro essenziale, senza fronzoli, ma non per questo meno produttivo. Senza contare il contatto diretto con gli autori-sviluppatori, che in questo caso sono essi stessi traduttori, dunque comprensivi ed empatici nei confronti dei colleghi. 🙂
    ciao
    Marco

  2. giannidavico ha detto:

    È possibile, ma credo che alla base ci sia stata soprattutto supponenza da parte mia: l’aiuto non mi è mai mancato, sono io che per tanto tempo non ci ho messo abbastanza del mio. Oggi mi sembra tutto così semplice!

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