Feb 13

photo courtesy of Lorenzo Enriques via Andrea Tuveri


Ancora su David, uno scritto di Cristina Caimotto, collega ma prima di tutto amica alla quale va il mio ringraziamento sincero per aver espresso il suo sentire. Sono cose molto personali, si sa, ma insomma David è stato un maestro e un amico per tanti tra di noi, e ricordarlo è una maniera per averlo ancora qui.

Eccomi con immenso ritardo a rimediare in qualche modo per la mia assenza al funerale. Leggo sul blog di Gianni del corteo che per un momento ha seguito la bara sbagliata: humor inglese, sì, humor che a David sarebbe piaciuto di certo. Allo stesso modo, voglio pensare, avrebbe riso del mio ritardo, anch’esso marchiato da una bella dose di ironia: io che son sempre online e io che ho scattato la foto scelta da Gianni per la pagina dedicata a lui, così che tutti han dato per scontato che sapessi tutto e la notizia a me non è arrivata.

Come ho già scritto, David è stato per me un insegnante, un maestro e un amico. E non posso far altro che tenerlo in vita raccontando un po’ delle cose che l’hanno reso speciale. Per prima cosa come insegnante, quando al master (2002-03) ha fregato tutti noi, sedici italiani che eravamo, presentandoci un testo che parlava della Chiesa di San Salvario in via Nizza, altezza largo Marconi. Dai torinesi, pensateci un attimo: dove sta la chiesa in largo Marconi?

Il master che frequentavamo era in via Saluzzo e la maggior parte di noi passava davanti a quella chiesa in tram ogni mattina. Di tutti noi, nessuno sapeva dire dove fosse sta benedetta chiesa (è proprio il caso di dirlo). Così David ci spiegò, e ci confessò che quel testo lo aveva tradotto lui anni prima e che per un momento aveva pensato si trattasse di un errore del testo sorgente. Subito dopo era partito da casa, aveva passeggiato per il suo quartiere che amava tanto ed era andato a verificare che, in effetti sì, c’era proprio una chiesa lì, solo che ha una facciata che si confonde con quella di una casa, se non si alza lo sguardo. E al mattino, addormentati sul tram, lo sguardo si alza poco.

Ecco la prima lezione: un traduttore deve essere sempre attento a tutte le cose che gli altri non notano, i presunti errori nel testo sorgente spesso sono errori nostri ed è bene verificare meglio prima di arrivare a conclusioni sbagliate; e infine, quando si traducono testi turistici, è bene poter vedere di persona il posto di cui si sta parlando perché, tutti ne eravamo la dimostrazione evidente, a volte anche i particolari del tuo quartiere possono sfuggirti.

E poi la sua battuta, che ogni mio studente si è sentito ripetere negli anni. Un giorno girando tra i banchi, mette il dito su un mio errore e mi dice che quel “the”, lì, non andava messo. Ancora una volta, sempre il solito errore, quello che non riuscivo a sradicare nonostante, per il resto, il mio inglese avesse ormai raggiunto un buon livello. O mettevo l’articolo dove non andava messo o non lo mettevo dove andava messo. Sbuffo: “Ma uffa, ma insomma, ma non c’è una regola?!” David mi guarda un attimo e poi fa “WHAT?! In English? Rules?!” E scoppiamo entrambi in una bella risata. Già… che razza di domanda!

Ed ecco, da quel momento è garantita la mia autostima ogni volta che cado in un errore di quel genere ed ecco pronto un bell’aneddoto per i miei studenti quando non hai nessun altro modo di spiegare perché, in inglese, certe cose non si possono proprio spiegare, non con una regola, almeno. Di certo, fin quando non smetterò di insegnare, David avrà numerose occasioni di rivivere nelle mie parole!

E poi c’è David collega, che mi ha passato molti dei più interessanti lavori EN>IT che io abbia svolto, consigliandomi, aiutandomi e infondendomi fiducia quando ero alle prime armi. E poi c’è il piccolo raduno che aveva organizzato a casa sua, il raduno a Casa Scaparone e la cena al ristorante indiano quando lui e Paola hanno raccontato di come avevano tenuto per un sacco di anni un letto poco adatto per entrambi (forse era una piazza e mezza?) perché David “si sarebbe fermato solo temporaneamente”. E giù a ridere.

E invece ci si è fermato tanto in quella casa. Perché, mi spiegò un giorno parlandomi delle difficoltà di un ipotetico trasferimento, un traduttore passa la giornata da solo e durante il giorno ha bisogno di contatti umani stabili, oltre a quelli con la sua famiglia. Conosceva tutti lì, quelli dei “suoi” banchi al mercato, l’edicolante, il barista. Non avrebbe potuto vivere in un altro quartiere e nemmeno sarebbe stato bene in un altro isolato. Altra lezione, consiglio prezioso che mi aiutò poco tempo dopo a scegliere la casa in cui ora sto benissimo e dalla quale, proprio come lui, non vorrei allontanarmi per gli stessi motivi.

Ecco qui, alcuni dei tesori che conservo nella memoria e che spero possano essere un giorno un po’ di conforto per Paola e per tutte le persone che sentono la mancanza di David. Lasciamo sedimentare il dolore e, appena ce la sentiamo, facciamo un buon pranzo e beviamo un buon bicchiere in suo onore. Anch’io penso che avrebbe voluto vederci così, a ricordarlo con un sorriso.


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Un commento a “Maria Cristina Caimotto, un ricordo di David Henderson”

  1. Zu ha detto:

    Bello questo ricordo col sorriso.

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