Gen 17

Ho cercato di dire in breve come il mio libro possa aiutare chi è interessato a strutturare meglio la propria vita a dare meno importanza al lavoro e – soprattutto – più valore alle passioni e a ciò che ci definisce veramente.

Gen 10

Ho conosciuto Sabrina Tursi per caso. Abbiamo iniziato a parlare di progetti comuni, che sperabilmente avranno sviluppi di cui darò conto a breve.

Per intanto segnalo un seminario organizzato da lei, che si terrà a Milano il 12 febbraio: Gli adempimenti fiscali del traduttore/interprete professionale. Qui c’è il programma completo.

E lo segnalo perché tradizionalmente i traduttori non hanno (in genere) un buon rapporto con i numeri. E invece essere traduttori vuol dire essere imprenditori; ed essere imprenditori vuol dire capire i numeri, amarli anche, comunque rispettarli. Allora sapere quali sono le strade che si possono percorrere per dare alla propria micro-impresa un senso (in buona sostanza, per non lasciare sul tavolo più soldi del necessario) è importante, anzi fondamentale. E questo seminario va precisamente in quella direzione.

Tra l’altro, l’educazione ai numeri parte da lontano, idealmente dai nostri figli, come ci segnala magistralmente Cameron Herold in questa presentazione al TED.

Altro punto debole, di cui non mi stancherò mai di parlare: il marketing. Il marketing (meglio, il soft marketing) non concerne i numeri ma fa parte di quei requisiti estranei alla professione in senso stretto ma assolutamente necessari per esserne dei vincenti.

E aggiungo che, soprattutto in tempi di cosiddetta crisi, investire in formazione è una delle mosse più sagge che si possano fare pensando al futuro a medio e lungo termine della propria micro-impresa – dunque di se stessi.

Quindi ben vengano opportunità come questa: più il traduttore vedrà se stesso come un professionista completo, in grado di offrire soluzioni e non “semplici” traduzioni, più il servizio fornito verrà percepito come fondamentale. Un’industria che diventa adulta è un bene prezioso per tutti.

Gen 03

L’idea (presuntuosa al limite della vanagloria, lo so) di formulare delle “leggi” mi viene da lontano. Tanti anni fa Nicola Poeta parlò di un “teorema” che avevamo elaborato assieme, una via di mezzo tra la scienza e la goliardia:

Il costo a parola di partenza equivale al costo a cartella diviso 2, utilizzando il centesimo di euro come unità.

Quello era il primo teorema di Davico, o più precisamente di Davico-Poeta. So che c’era, ma non ricordo qual era il secondo. Tant’è: evidentemente però l’idea di cercare delle regole nel mondo mi è rimasta, e per il mio ultimo libro ho elencato cinque leggi:

Legge di Davico numero 1, o della ricchezza
La vera ricchezza è data dal tempo che hai a disposizione, non dai soldi.

Legge di Davico numero 2, o del tempo
La mancanza di tempo non è altro che mancanza di priorità.

Legge di Davico numero 3, o del lavoro
NON – sì, non – lavorare duro.

Legge di Davico numero 4, o della zucca
In qualunque ambiente professionale, il 90% dei professionisti è zuccone.

Legge di Davico numero 5, o dell’indipendenza
Mettersi per conto proprio è la strada ineluttabile verso la libertà e la felicità.

Com’è logico (e come mi auspico), incontreranno molte resistenze, storcimenti di naso e così via. Del resto io preferisco trovare qualcuno che non è d’accordo con me e mi dica la sua opinione motivata piuttosto che mi si dica che ho ragione (o la conoscenza non progredirebbe).

Insomma per me sono assiomi, di cui verifico continuamente la veridicità: mi aiutano a lasciare il mio segno nel mondo, e ho la pretesa di ritenere che servano anche ad altri.

Dic 27


Ho conosciuto Claudio Maffei diversi anni fa, per caso, in uno dei suoi tanti interventi. Mi affascinarono subito la capacità affabulatoria di quest’uomo, la sua sicurezza, le storie che racconta, il suo credere in quello che fa senza prendersi troppo sul serio.

Mi considero un suo “fan”. Mi piacciono le cose che dice, i pensieri che esprime, la forza che ci mette. E il sorriso.

Non posso essere obiettivo, quindi, nel parlare di Stai come vuoi, il suo ultimo libro. Lo farò, comunque, tramite qualche citazione di passi che mi hanno colpito.

Puoi stare come vuoi tu, piuttosto che come vogliono gli altri o come sembra ti sia imposto dalle tue vicende personali (p. 10).

Puoi stare come vuoi tu. Non è meraviglioso e semplicissimo?

Se prendiamo tutto come un attacco personale, è evidente che saremo particolarmente vulnerabili (p. 71).

Il mondo, dopotutto, probabilmente non ce l’ha con noi. Probabilmente le cose vanno avanti lo stesso. (Ecco perché possiamo stare come vogliamo.)

Perfino un dolore, se opportunamente ristrutturato, a distanza di tempo, potrà offrire un’opportunità di crescita (p. 29).

E

Quasi sempre […] i cambiamenti importanti sono preceduti da una crisi (p. 166).

Ecco perché le crisi, in sé considerate, semplicemente non esistono. Ecco perché non dovremmo dimenticare mai che il mondo è il nostro parco giochi – gigante e gratuito.

Bravo Claudio, bien joué.

Dic 20


Dopodomani mercoledì 22 dicembre è il giorno, per me (meglio per il mio libro). Un conto è progettare un libro, organizzarlo, scriverlo; una storia differente è decidere il formato, curare l’impaginazione, vederlo nascere, rompere le scatole ad ogni piè sospinto allo studio grafico per farsi mandare un PDF, sapere questo e quel dettaglio, chiedere quando ci saranno le copie.

È stato un parto, sì. Sto imparando a fare l’editore di me stesso. Questo libro mi gira qui intorno da qualche giorno ma solo mercoledì – mercoledì 22 dicembre 2010 – l’avrò fisicamente in mano, potrò dire che sarà uscito. Dieci giorni prima della fine dell’anno, come sapevo da oltre un anno. E quindi mi vengono in mente le parole di Jack Walsh (Robert De Niro) in Prima di mezzanotte: “Mezzanotte meno un quarto… ce l’avrei fatta”.

Oggi non voglio parlare dei contenuti. Oggi voglio tentare una cronaca di un’edizione, a memoria futura.

Intanto, quando ho pubblicato il mio secondo libro una cosa sapevo: che non sarebbero più trascorsi otto anni, com’era successo in quel caso rispetto al precedente, per pubblicare il terzo.

Il progetto nacque due anni fa. L’idea iniziale era quella di comporre un manuale ad uso del giovane professionista (creare un’attività, il marketing, la burocrazia, la logistica, le crisi eccetera). Ma il giorno stesso in cui lo presentai all’editore mi sono reso conto che non funzionava, che io non avevo le competenze e la voglia necessarie per scriverlo. Era l’inizio del 2009. Rimisi mestamente il progetto nel cassetto delle cose incompiute.

E tuttavia ce l’avevo dentro di me. L’estate 2009 mi portò consiglio, iniziai a scrivere, il progetto prese corpo e sostanza. A novembre scrivevo:

Il mio libro è arrivato a 8.185 parole, entro settembre 2010 sarà terminato, entro fine anno sarà (auto)pubblicato.
È diverso rispetto al progetto originario: più ampio e più circoscritto al tempo stesso. Parla di felicità (questo concetto che teniamo sempre così nascosto, di cui troppo spesso parliamo con circospezione e vergogna), fortuna, ricchezza, dell’autenticità come valore-guida per il secondo decennio del secolo, di come la tecnologia può facilitare il nostro lavoro e così via.
Sono i temi che conosco, quelli dove mi sento preparato e – soprattutto – sento di poter portare valore a chi si prenderà la briga di leggerlo. […]
Non insegnerò nulla, ma faciliterò il compito di chi vorrà imparare da sé.

Tra dicembre 2009 e gennaio di quest’anno mi sono messo sotto con decisione, e a quel punto lì il progetto era di fatto completato. Da allora è passato quasi un anno e la sostanza del libro stesso non è cambiata di molto; ma insomma è successo e ora lui è qui, mi accompagnerà.

Tanti anni fa su Langit apprezzai tantissimo un commento di una traduttrice:

Sono mamma. Per sempre!

Chi sia, ignoro; parlava comunque del suo pargolo. Ecco, io le figlie le ho già, ma ho sempre considerato Tesi & testi una mia creatura; e anche questi libri, a modo loro, lo sono. E l’ultimo, quello più gracilino, quello che ha avuto il parto più travagliato, è forse quello a cui ti affezioni di più, cui vuoi più bene.

Naturalmente spero che venga letto e apprezzato; soprattutto spero che sia utile a tante persone (10mila, è la mia previsione – thing big act small). Ma insomma io posso dire, con Pavese, che

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti (Il mestiere di vivere, 16 agosto 1950).

E mi sento in pace con me.

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Dic 13

Non riflettere. Rispondi subito. Qual è il primo pensiero che associ al concetto di lunedì mattina?

È positivo o negativo?

È il progetto che segui con passione da tempo, o quel compito che proprio non sopporti ma ti tocca?

La considerazione mi è nata da un commento casuale che ho ricevuto di recente, che sottintendeva l’idea che il lunedì mattina si debba essere per forza scontenti e di cattivo umore.

Ma… un momento: le cose sono come sono, in un empireo di cui non abbiamo le chiavi, oppure dipendono dalla nostra interpretazione?

È strano.

Io non ho pensieri particolari associati al lunedì mattina – come non ne ho relativi al sabato, tanto per dire.

Tu?

Il lunedì mattina è il momento delle costrizioni, della vita sociale che è fatta così e non ci si può fare niente, delle cose che sono come sono perché è così e basta. Questo dice il canone comune.

Oppure il lunedì è un momento di gioia, della vita, è il momento – come tutti gli altri momenti – di lasciare il nostro segno del mondo?

Propendo per la seconda ipotesi. Direi che l’interpretazione che diamo alle cose è fondamentale.

Se le cose ti vanno bene come stanno è tutto a posto. Altrimenti: che cosa stai facendo ora, adesso, affinché la situazione cambi? Affinché il lunedì mattina sia un semplice – e gioioso – tempo nello spazio da riempire con la tua splendida umanità?

Dic 06


Ho conosciuto Rossella Bernascone ad un intervento organizzato dall’AITI. Mi ha colpito, di quel tardo pomeriggio, una parola che ha usato spesso, “passione”. Mi è risuonata a lungo in testa. Passione per il lavoro fatto bene, passione per quello che si fa e per come lo si fa. E l’effetto di entrare nel “laboratorio” che lei e Susanna Basso descrivevano è stato per me – per dirla con Pavese – come “toccare un filo di corrente”, ovvero un riandare ai miei anni universitari in cui la letteratura mi avvolgeva (“intenso senso di letterarietà dell’esistere”, così descrivevo allora a me stesso quel periodo).

Insomma mi ha colpito l’amore di Rossella per la parola scritta. E oggi mi rendo conto che se mia figlia undicenne, che legge un paio di libri a settimana (non so se sia un bene o no, ma sono riuscito a passarle – o meglio, lei è riuscita ad afferrare – quello che Bobbio chiama “il morbo della lettura”, quello che ti fa chinare per terra quando vedi un biglietto del tram per leggere che cosa c’è scritto sopra), conosce opere come Diario di una schiappa nelle sue varie versioni è merito di Rossella (non esclusivo, per carità – sento già il suo schermirsi; ma uno zampino suo, e grosso come una casa, c’è, e come!).

Allora le ho chiesto se le andava di rispondere a qualche domanda sulla traduzione e sull’insegnamento. Sono lieto che abbia accettato, e il risultato è qui a seguire.

Gianni: In questo tuo video di presentazione dici: “Faccio […] la traduttrice letteraria nel tempo libero, diciamo – è quasi un hobby, quello”. Quando io mi sono laureato gli incoraggiamenti di Einaudi e Bobbio mi avevano molto lusingato, e dentro di me sapevo che il mio mestiere naturale sarebbe stato l’editor, il revisore dei testi degli altri. Tuttavia ho dovuto scegliere tra la letteratura e il campare, ed è venuto fuori il campare. Che cosa diresti tu al me stesso di allora? Ovvero, che cosa diresti al neolaureato di oggi che si trovi ad un bivio simile? Quali suggerimenti?

Rossella: Non so cosa direi al te stesso di allora, erano tempi diversi…; ma so cosa direi a un neolaureato che mi chiedesse un parere adesso. Direi: segui la tua vocazione. Sappiamo bene che di questi tempi non si presenta quasi più la dicotomia tra la letteratura e il campare. Non certo perché tutti possono avere il lavoro dei propri sogni, ma anzi proprio per la ragione opposta. Conosco fior fiore di laureati che lavorano in un call centre, ma a fianco continuano a perseguire la loro vocazione.
Ho la sensazione che oggi, più che in altri periodi, si stia creando il futuro. Le grandi difficoltà che la crisi ci chiede di affrontare, possono essere altrettante possibilità di sviluppo.

G: A latere, sarei molto curioso di sapere come vedi il futuro del mestiere di traduttore.

R: Mi fai delle domande difficili! Stiamo parlando di traduttori editoriali vero? Perché degli altri non ho grande esperienza.
Nella mia sfera di cristallo 😉 vedo che in futuro i traduttori saranno sempre meno isolati, e non soltanto per le associazioni di categoria, o per le mailing list eccetera, ma perché ho già visto che diversi miei allievi hanno formato delle agenzie di traduzione specialmente per cataloghi d’arte e traduzioni specialistiche.

G: Mi piacerebbe sapere che cosa pensi delle associazioni di categoria (AITI, SNS eccetera). Le ritieni utili per un traduttore?

R: Per i traduttori editoriali penso che si potrebbe fare molto, prendendo spunto da altri paesi (la Norvegia in testa).

G: E della proposta di un ordine professionale dei traduttori?

R: Non ho esperienza degli ordini professionali e quindi non so se possano avere un’effettiva utilità per i traduttori. Io credo che sarebbe necessario avere degli standard di qualità sia da parte dei traduttori sia da parte dei committenti. Un ordine sarebbe garanzia di qualità?

G: Presso l’agenzia formativa tuttoEUROPA hai tenuto un seminario dal titolo Psicologia della traduzione. Sarei curioso di saperne di più.

R: È un seminario che tengo regolarmente per la scuola di specializzazione per traduttori editoriali. Nasce dall’incontro di due interessi: sono anche un counselor e la psicologia è sempre stata un grande interesse della mia vita. La UE, che finanzia i corsi, richiede che vengano espletate alcune ore di questa disciplina, nulla di meglio quindi che unire le due cose: così conduco i partecipanti attraverso tre incontri ad ascoltarsi meglio per ascoltare meglio il testo.

G: Mi parleresti di Mrs Carter?

R: È un’altra esperienza bellissima! È nata alcuni anni fa da un’idea di Ada Arduini e Gioia Guerzoni. Abbiamo informalmente costituito, insieme a Susanna Basso, un quartetto che ogni anno organizza un seminario autogestito per traduttori professionisti. Per tre o quattro giorni si lavora insieme a un autore inedito in Italia su un suo testo, gomito a gomito. È un lusso sfrenato per noi traduttori essere in compagnia di ottimi colleghi e dell’autore e avere il tempo di sviscerare e confrontare ogni scelta. Ne usciamo sempre rivitalizzati!

G: Qui parli del GNH (Gross National Happiness), che è a mio parere un indicatore che potrebbe diffondersi nel prossimo futuro. Mi sembra un commento solo abbozzato. Vorresti approfondire?

R: Oh questa è un’idea geniale del quarto re del Bhutan (che se non avesse già quattro regine, gli farei una proposta di matrimonio!), quando salito al trono intorno al 1974 a diciassette anni, con tutto l’idealismo di un teenager ha coniato l’idea della felicità interna lorda che dovrebbe essere un indicatore più preciso sulla salute di uno stato del prodotto interno lordo. C’è tutta una serie di parametri per misurare la felicità dello stato e un paio di anni fa, in occasione dell’incoronazione di suo figlio il quinto re, la stampa mondiale si è interessata al Bhutan e a questo concetto che pare essere molto saggio e potenzialmente applicabile in futuro. Io mi trovavo in Bhutan proprio in quei giorni e così avevo scritto il pezzo per Giudizio Universale.

G: Hai detto (scherzosamente, ma forse solo fino ad un certo punto) che vorresti scrivere un libro tradotto in 21 lingue. Sono affascinato dalla tua scrittura. Quando vedremo un tuo libro pubblicato? (Ho visto che in passato hai pubblicato qualcosa ma, voglio dire, un libro con tutti i sacri crismi?) E sarà un romanzo o un saggio? O magari un’opera teatrale?

R: Com’è un testo con tutti i sacri crismi? Io vado assai fiera di quel mio lontano libro, L’ABC della traduzione letteraria: era un saggio postmoderno sul Compito del traduttore di Benjamin. Ora si trova solo in qualche biblioteca ed è bene così perché ha fatto il suo tempo. Poi sono affezionata a molte delle traduzioni pubblicate; mi considero autrice di traduzioni e per quanto mi riguarda le “scrivo”. Non so se pubblicherò mai altro. Ma se così fosse credo che potrebbe essere un memoir, o un’opera teatrale. Meglio ancora un memoir in forma d’opera teatrale!

G: Passione è una parola che adoperi spesso. Che cosa significa esattamente per te?

R: Credo che sia un sinonimo di entusiasmo, con quel briciolo anche di sofferenza che la parola “passione” richiama, perché per le proprie passioni bisogna essere pronti a fare sacrifici. E perché più ci si identifica con quel che si fa, più si è destinati a soffrire. Ma non è necessariamente male, no? È un’esperienza di vita.

G: Infine?

R: Un eterno inizio.

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Nov 29

Oggi parlo di me – o meglio del mio ultimo libro (dal titolo La vita 2.0, appunto), progetto che ha riempito le mie giornate per tutto lo scorso inverno e la scorsa primavera.

L’idea che lo sottende è semplice (forse troppo semplice; ma il re è nudo, per dirla con Andersen): la felicità è alla nostra portata sempre e comunque, e ammazzarsi di lavoro non è più necessario. Basta prepararsi per tempo (Simone Perotti docet), applicare il principio di Pareto e la legge di Parkinson, spingere con decisione sul pedale della tecnologia e il gioco è fatto.

Ad aprile ne parlavo già come progetto concluso; e in effetti – come blocco almeno, come unità di pensiero – per me lo era; tant’è che da allora a oggi l’ho riletto qualche volta e ho apportato correzioni minime, ma sostanza e forma sono di fatto rimaste immutate.

Il problema – un problema che, vanitoso come sono (shame on me), ho sottovalutato – è stato trovare un editore disposto a pubblicarlo.

I miei due libri precedenti hanno venduto rispettivamente quasi 2mila e quasi mille copie. Non cifre da best seller, per carità; ma comunque risultati soddisfacenti per un carneade come me.

E io immodestamente pensavo che non sarebbe stato così difficile, questa volta, che il tema è d’attualità e potenzialmente degno di attenzione per molti.

Mi sbagliavo di grosso. Ho contattato una trentina di editori: c’è stato in qualche (raro) caso un minimo di interesse, ma nulla di concreto. Classico esempio di cerino acceso in mano: e la candela brucia in fretta, e brucia da due lati per di più. E io volevo (voglio)

continuare, andar oltre, mangiarmi un’altra generazione, diventare perenne come una collina (Pavese, Il mestiere di vivere, 19 gennaio 1949).

Altri libri mi aspettano, altri progetti. E quindi ho deciso che non ha importanza se non c’è l’editore: a mio parere il libro sarà interessante per molti (banale per molti altri, ma non importa). (Si potrebbe far di meglio, naturalmente, molto meglio; ma al momento io posso arrivare solo fino a qui.) Credo che sarà utile. E quindi lo pubblico da me e lo distribuirò tramite questo blog.

In sostanza ho pensato quel che dice Federico Bavagnoli:

Se non lo facciamo oggi non lo facciamo più; se non lo facciamo noi non lo fa nessuno.

Che è poi la filosofia di una tra le persone cui in assoluto devo di più (e non solo per il libro), Batista. Ovvero senza di lui questo libro non avrebbe mai visto la luce: lui – da lontano, da quella collina albese orientata a mezzogiorno (e il còs disti? [che cosa racconti?] è una sorta di saluto rituale che apre molte nostre mattine [mie, almeno; lui da bravo lavoratore si alza mooolto prima di me]) – mi ha spronato, incoraggiato, corretto quando ho detto e fatto sciocchezze e così via. Con Batista dalla tua parte tutto diventa molto più facile, gli ostacoli minuscoli, la gioia moltiplicata. Naturalmente la lista delle persone cui per questo libro devo dire grazie è mooolto lunga, ma Batista è senza dubbio il primo.

Insomma il libro è qui, nelle ultime fasi, quasi pronto. Da un anno sapevo che l’avrei fatto uscire entro dicembre 2010. Così sarà. Nelle prossime settimane lo racconterò più in dettaglio, scenderò nei particolari che più interessano i potenziali lettori e così via. Ma per intanto volevo far presente che le cose stanno così.

Che si sappia.

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Nov 22

Scrive Nicholas Hartmann, presidente dell’ATA, sull’ultimo editoriale dell’ATA Chronicle:

I will express frankly our concerns with regard to machine translation.

L’articolo sintetizza l’intervento tenuto alla nona conferenza dell’AMTA (Association for Machine Translation in the Americas) qualche settimana fa a Denver, immediatamente precedente la conferenza ATA. L’intero testo si trova qui.

Credo sia un atteggiamento pericoloso, soprattutto perché viene da una figura che ovviamente è autorevole nell’industria della traduzione. Ma di più, credo anche che nasconda la paura per il futuro, per la scomparsa o il ridimensionamento di un mestiere.

Sarebbe forse più opportuno esternarla, quella paura: guardare il futuro dritto negli occhi e vedere che cosa porta con sé. Decidere in un mondo imperfetto. Anche perché quando il futuro arriva – hint: è già qui – non tiene conto di preghiere e invocazioni, spazza via come un tornado quel che trova sulla sua strada.

Il presidente precedente, Jiri Stejskal, aveva scritto nell’editoriale di gennaio 2009:

Like it or not, machine translation is here to stay and we should pay attention and find ways to make the best of it. Let us view it not as a threat, but as an opportunity.

Il che mi pare una posizione più equilibrata, nonostante l’ATA sia tradizionalmente attenta a non fare soverchie concessioni alla traduzione automatica. (Ne avevo parlato qui.)

Continua Hartmann:

I will […] demonstrate that translators possess and exercise unique and unduplicatable skills, and that we must keep exercising them because our work is not just useful but essential.

Ecco, nel momento in cui ci sentiamo in dovere di dire che il nostro lavoro è indispensabile abbiamo di sicuro un problema. Un traduttore può comprensibilmente sentirsi minacciato dalla traduzione automatica, ma l’ATA – organismo che parla a nome di una categoria – dovrebbe, io credo, pensare a come dare ai singoli traduttori degli strumenti per proporsi sul mercato in maniera efficace – oggi, e in pratica – piuttosto che non dire che l’opera del traduttore rimane comunque indispensabile.

MT has not demonstrated equivalence with, let alone superiority to, human translators except in a very few contexts.

Stesso discorso: non ci si chiede come si possano migliorare le cose, ma si dice che il nostro succedaneo non potrà mai svolgere il nostro lavoro (se non, concediamoglielo, in ambiti molto ristretti). Io, personalmente, pur facendo parte da molti anni dell’ATA non mi trovo rappresentato in un’argomentazione del genere. Non la condivido perché non la trovo gravida di futuro.

È forse curioso – e al contempo certamente meritorio – che la stessa rivista contenga un punto di vista opposto, quello di Jost Zetzsche, uno dei maggiori esperti di traduzione automatica e assistita. Zetzsche pensa (e non da oggi) che si tratti non di una minaccia ma di uno strumento carico di possibilità. Anche se, avverte,

things are moving a lot slower than many anticipated, despite the huge amount of coverage devoted to MT in the news media and the very widespread private use of Google Translate, ect.

Perché è chiaro: stiamo parlando di strumenti perfettibili. Ma allo stesso tempo parliamo di strumenti che modificano – profondamente, e per sempre – il lavoro del traduttore. Vediamoli come un’opportunità.

Nov 15


Sabato mattina, aeroporto di Cagliari Elmas. Sono in attesa del volo che mi riporterà a casa, mi guardo intorno, rifletto sul non-luogo per eccellenza e penso invece a quanto sia pieno di vita reale.

Gli incontri casuali, gli affari che hanno inizio, le conversazioni, la stanchezza di un’attesa, l’emozione del primo volo… Mi sovviene Jovanotti (là era la città, ma è uguale):

una pentola che cuoce pezzi di dialoghi
come stai quanto costa che ore sono
che succede che si dice chi ci crede
e allora ci si vede

Penso ai pensieri delle persone, ai discorsi, agli sguardi, alle emozioni che danno vita e valore ad un luogo che è di passaggio per eccellenza. Mi sento in armonia con tutte le persone presenti, questo non-luogo è in questo momento una metafora chiara della vita.

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