Gen 05

The Knack
Per anni ho continuato a chiedermi perché Norm Brodsky, imprenditore con vastissima esperienza e columnist per Inc. dal 1995, non riunisse i suoi articoli – vere e proprie illuminazioni – in un libro.

Ovviamente l’ha fatto: The Knack è in libreria da qualche mese. Ai fini dell’industria della traduzione (sebbene il discorso valga – è chiaro – per tutti i settori), Brodsky cita i tre criteri che usa per decidere se vale la pena investire in un’attività (pp. 42-44). Vediamoli.

1. L’oggetto deve essere conosciuto dal pubblico. Perché educare un mercato è un affare oltremodo costoso, sia in termini di denaro che di tempo. Il parallelo con le traduzioni è lampante: non sono io che devo educare il cliente, al limite sarà lui ad istruire me sulle sue necessità. E se sono bravo ad ascoltare, farò tesoro delle sue parole.

2. L’industria deve essere un pochino indietro rispetto alle necessità dei propri clienti (“antiquated”, dice Brodsky), ovvero ci devono essere margini di miglioramento. E nell’industria della traduzione le possibilità di perfezionare sistemi e processi sono enormi.

3. Il proprio mercato deve essere di nicchia. Soprattutto quando si comincia, competere principalmente sul prezzo è un comportamento suicida, perché si va fuori mercato. Allora il fatto di scegliere un microsettore diviene un vantaggio competitivo non da poco.

E comunque questi consigli vanno presi cum grano salis. O, per dirla con le parole di Brodsky:

So those are my three criteria for starting a successful business: a one-hundred-year-old concept, an antiquated industry, and a niche. I know some people are thinking, “If everybody followed those criteria, we still wouldn’t have the wheel.” Well, they’re right. I don’t mean to discourage the visionary geniuses out there. I’m all for advances in technology and the creation of new industries. If you’re another Thomas Edison, Fred Smith, or Bill Gates, forget my criteria. Go right ahead. Change the world.

Dic 23

Il Cigno nero
Questo non è un libro, è una sfida intellettuale.

Partiamo dalle definizioni. Un Cigno nero è un fenomeno che presenta tre caratteristiche: in primo luogo, è un evento isolato, che non rientra nel campo delle normali aspettative, poiché niente nel passato può indicare in modo plausibile la sua possibilità. In secondo luogo, ha un impatto enorme. In terzo luogo, nonostante il suo carattere di evento isolato, la natura umana ci spinge a elaborare a posteriori giustificazioni della sua comparsa, per renderlo spiegabile e prevedibile (p. 11).

Secondo Taleb, noi agiamo come se fossimo in grado di prevedere gli eventi; ma tutto il volume è una prova continua di come l’improbabile e l’imprevedibile governano le nostre vite.

Anche Montale, ne La storia, aveva già espresso in maniera limpidissima concetti simili:

La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.

A seguire un paio di passi del libro di Taleb che mi hanno attratto in maniera particolare.

Più informazioni si danno, più le persone che le ricevono formulano ipotesi lungo il percorso e peggiori risultati ottengono. Vedono più rumore casuale e lo scambiano per informazione (p. 160).

Come si applica questo alla gestione delle traduzioni? A mio modo di vedere, è più efficace – nel caotico mondo del lavoro di oggi – non attendere di avere tutti i dati di un progetto, ma cominciare appena possibile e poi correggere in corsa. Tanto gli errori sono inevitabili, e si farebbero in ogni caso; e comunque sono una manna, perché permettono di migliorare.

Pasteur, che affermò che il caso favorisce coloro che sono preparati, capiva che non bisogna cercare quotidianamente qualcosa di particolare, ma è necessario lavorare sodo perché la contingenza entri nel vostro lavoro (p. 220).

Nella letteratura golfistica, l’equivalente di Pasteur è Gary Player, che afferma: “The harder I practice, the luckier I get”. Nel campo delle traduzioni, credo che si possa dire che più lasciamo che spunti estranei, esterni, lontani e diversissimi vengano a noi, più il nostro lavoro sarà di successo.

Ancora Montale:

La storia gratta il fondo
come una rete a strascico
con qualche strappo e più di un pesce sfugge.
Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.

Forse sarà il caso di pensare a come fare per diventare – almeno un po’ – dei Cigni neri?

Dic 20

A Luigi Muzii il mio libro non è piaciuto. Me lo aveva già scritto in maniera civile anni fa; e del resto è un’opinione che, dal suo punto di vista, comprendo benissimo. Luigi è assolutamente rigoroso, preparato e competente – o, per dirla con le sue parole, “scettico […], difficile, critico e perennemente insoddisfatto”, per cui posso capire che il libro gli sia sembrato a tratti – o anche nella sua interezza – non all’altezza delle aspettative.

Tuttavia non sono d’accordo quando dice:

Il libro di Davico non contiene alcuna descrizione della realtà e delle prospettive del mercato italiano, se non nel senso di una loro visione molto personale; inutile cercare facts & figures.

Credo sia ingeneroso e forse anche un poco ingiusto.

La mia idea di allora era: descrivo la mia esperienza e la metto al servizio di chi vuole sapere qualcosa di più di questo settore, ben conscio del fatto che si trattava di una visione parziale e imperfetta. (Vado a memoria, ma non mi pare che qualcuno prima di me abbia parlato di “industria della traduzione” in Italia; mentre il sintagma è stato ripreso in innumerevoli occasioni dopo l’uscita del libro.)

E del resto, come sa chiunque si accinga ad un’impresa del genere, reperire informazioni pratiche è un compito molto arduo, perché in questo come in altri mercati frammentati ciascuno è chiuso nel proprio orticello.

Un tentativo imperfetto è molto meglio del silenzio: questo lo pensavo allora e lo penso ancora oggi.

Il libro del 2011 sarà molto meno “educato” e più tranchant. Meno torinese e più terra e colline.

Sperando di non deludere Luigi.

Quanto al dibattito, avrei voluto e vorrei ancora oggi che fosse più profondo, preciso e vero. Onesto, leale e continuo. Chiaro, rotondo, senza giri di parole. Ma qui non posso che citare Pavese:

La mia parte pubblica l’ho fatta – ciò che potevo. Ho lavorato, ho dato poesia agli uomini, ho condiviso le pene di molti.

Dic 17


La prima è un classico natalizio: mandare gli auguri di Natale alla propria rubrica, magari in chiaro. In 10 minuti si assolve ad un “dovere”, ma l’effetto in chi lo riceve può essere devastante.

(La variante “con musica” è un tocco di classe. Ma il top è l’inoltro alla rubrica: L'”I: AUGURI!” è assolutamente esilarante.)

La seconda è più sfumata, o più precisamente fumosa. Ho chiesto un preventivo per una breve traduzione (stiamo parlando di poche decine di euro) ad un nostro fornitore, sul cui sito la lingua che ho richiesto è data come trattata normalmente. A seguire, poi, è successo questo.

Fase 1. Il CEO mi risponde dicendo che il PM mi manderà a breve la quotazione.
Fase 2. Il PM mi scrive dicendo che il lavoro richiederà un paio d’ore.
Fase 3. Dopo che ho chiesto di dirmi quanto sarebbe costato, alla fine ottengo il prezzo, che “sarebbe” tot euro.

(Nel frattempo – ma forse è un dettaglio – avevo già trovato un altro fornitore, assegnato il lavoro eccetera.)

Chi guadagna da tutto ciò?

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Dic 14

“Avrei voluto sentirmi scabro ed essenziale” (EM)

Nei miei primi anni di mestiere, i preventivi che preparavo erano componimenti, poemi, contenevano ogni dettaglio immaginabile (e superfluo). Io non capivo perché i clienti – potenziali e non – non apprezzavano quegli sforzi stilistici. Erano pezzi di bravura, dopotutto!

Col tempo mi sono reso conto che ero io a sbagliare. Non servono molte parole per far vedere che sei un professionista. Oggi i miei preventivi sono comunicati laconici, che parlano la lingua del commercio e dicono tutte le cose essenziali. Non sono poesia, che riservo ad altri ambiti, ma vanno diretti al punto.

E percepisco che i clienti mi sono grati per il fatto che non perdono tempo prezioso a cercare le informazioni che gli occorrono.

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Dic 09

Cristina mi prende in giro perché quando sento pronunciare la parola “crisi” chiedo sempre che mi si spieghi il significato, in plain Italian. Ora leggo Tom Peters, che dice:

Instant, mindless cutting of R&D or training or salesforce travel in the face of a downturn is often counterproductive-or, rather, downright stupid. Tough times are in fact golden opportunities to get the drop, and the longterm drop at that, on those who respond to bad news by panicky across-the-board slash and burn tactics and moves that de-motivate and alienate the workforce at exactly the wrong moment.

Tough times indeed require tough and unpleasant decisions-but thriving, not just surviving, is an option for those who mix wisdom and boldness of leadership with transparency and maximized employee involvement and engagement.

Il post completo è qui.

(E ricordo con nostalgia e affetto la magia, la meraviglia, il senso di scoperta che hanno accompagnato, in breve sequenza, la lettura di Tempi pazzi, aziende pazze e di Wow! Un successo da urlo, nei primissimi anni di Tesi & testi. Quest’impresa stava nascendo o per nascere, tutto era in nuce, in potenza, in fieri, in divenire. Un’avventura e un sogno, ma anche un’azienda già completamente costruita dentro un acerbo me. E riprendere in mano quei libri, oggi – li ho nella stanza di lavoro, ma li sfoglio mooolto di rado – mi fa tenerezza, quasi come guardare le foto dei propri figli piccoli.)

Già che ci siamo, qualcuno se che cosa significa questa parola per me sconosciuta?

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Dic 05

Paola Parmendola, che gestisce il sito hcp34, ha avuto l’idea (inopportuna?) di pubblicare una mia intervista su golf e traduzioni.

Dic 03


Come in qualunque settore, anche nelle traduzioni si cerca di pagare il meno possibile per avere il più possibile. È normale, rientra nelle leggi economiche e obbliga i fornitori del servizio a pensare in maniera creativa; niente da dire.

Se però qualcosa tredici anni di questo mestiere mi hanno insegnato è che non è saggio voler sfruttare all’osso i propri fornitori, adducendo a pretesto la crisi, minacciando di cambiare fornitore e così via. Quel che vedo sempre più spesso capitare – soprattutto in un’epoca come questa, dove il Web 2.0 è qui per rimanere – è la creazione di rapporti di partnership che vanno ben al di là della “semplice” fornitura. Ovvero: io, cliente, investo nella relazione con te, fornitore – e viceversa –, perché valuto che è più conveniente per me, sul lungo termine, che tu sia soddisfatto, dal momento che questo contribuirà al mio successo. Non è filantropia, è teoria economica anche questa. Economics 101, potremmo dire.

Lo scorso settembre IMTT, azienda che tra le altre cose organizza conferenze nel settore linguistico, mi ha invitato a parlare al secondo Vendor Management Seminar. L’idea centrale che ho portato via con me da quei giorni cileni è stata che nessuno può più sottovalutare il rapporto con i propri fornitori strategici, pena la perdita di competitività nel lungo periodo. Mi ha fatto molto riflettere sui rapporti strategici che abbiamo, sia con fornitori che con clienti.

A riprova, vedo alcuni rapporti con aziende nostre clienti diventare sempre più stretti. Dopo tutti questi anni – ho passato i quarant’anni e vedo la fine del tempo – credo che se Tesi & testi ha un valore, questo è dato dalla fiducia che i clienti – non tutti, certamente; ma, appunto, quelli strategici – ripongono in noi. Ed è proprio la fiducia (che non va presa per scontata, peraltro), benzina della relazione che hanno con noi, che fa ritenere loro che non è necessario negoziare sempre sul prezzo, ma che è più saggio puntare su altre caratteristiche del servizio, come ad esempio la tempestività.

Nov 29

Spesso una programmazione non attenta del flusso di lavoro può portare sia a ritardi che a costi inutili. E, come ci insegnano gli economisti, lo spreco è spreco – e come tale va evitato. Quelli che seguono sono alcuni semplici suggerimenti per risparmiare sui costi, evitare le spese inutili, evitare di rifare le stesse cose dieci volte e ottenere il lavoro finito esattamente quando serve, con la massima efficienza ed efficacia possibili.

1. Assicuratevi che il documento che mandate con l’ordine sia quello definitivo, cui non apporterete più cambiamenti (salvo casi particolari!).

2. Tagliate le parti di testo non necessarie. Un esempio: gli aggettivi sono spesso ridondanti rispetto alle reali necessità di comunicazione. E se una parola su dieci viene eliminata, abbiamo già risparmiato il 10% prima ancora di cominciare.

3. Parallelamente a questo, per ogni frase che scrivete chiedetevi: il mio lettore ha veramente bisogno di saperlo? Se no, cancellatela.

4. Eliminate tutto il materiale che non è rilevante per il mercato internazionale (esempio: non è necessario fornire tutti gli indirizzi dei centri di assistenza italiani se il macchinario va in Germania!).

Nov 28

Parole di carta e di web
Franco Carlini è uno di quegli autori – di più, pensatori. Di più, uomini – che rendono il mondo un posto più bello, più ricco, più interessante.

Anche se non c’è più, il suo Parole di carta e di web. Ecologia della comunicazione (Torino, Einaudi, 2004) rimane un testo fondamentale per capire che cos’è Internet – anzi l’Internet, per dirla à la Carlini – e quali possibilità offre per il nostro futuro.

È un manuale scorrevole e scritto in maniera eccellente e assai ben documentata che riflette sul senso lato del web. Si tratta di una lettura molto gradevole e pregnante, piena di idee e spunti – a volte controcorrente, ma sempre argomentati e ‘pensati’ – su quanto e come la tecnologia può influenzare (e sperabilmente migliorare) la comunicazione ai giorni nostri.

Utile per: capire qualcosa in più della rete oggi.

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