Mar 04

Trovo decisamente geniale la maniera in cui Nassim Taleb chiude la sua pagina:

You are welcome to send me a very brief email at gamma [at] fooledbyrandomness [dotcom]. You would do me a favor if you waited a while as I am not in an online mode and have 1500 neglected letters in my inbox (so please just send mail for pressing matters). Concise messages are much preferable (say a maximum < 40 words) as I will not be able to read long letters. Please do not 1) send me your papers or other “interesting material” to read, 2) ask finance questions (not my specialty, 3) make me to rewrite sections of my books (I write books, not emails), 4) ask for a list of “other interesting books to read”, 5) ask me to provide career or educational advice, 6) send me passages from Tolstoy or the Ecclesiast on luck and randomness, 7) send me the list of typos in my drafts. Note that I almost always reply (but ONLY to short messages), time permitting (but once) –even to nasty emails. Finally, note that, thanks to my new keyboard, I sometimes reply in Arabic, particularly to academics.

[Also please please refrain from offering to “improve” my web site].

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Feb 19

Il 17 luglio 1949 Cesare Pavese scriveva agli amici Adolfo ed Eugenia Ruata, riferendosi alla nascitura Luna:

Io sono come pazzo perché ho avuta una grande intuizione – quasi una mirabile visione (naturalmente di stalle, sudore, contadinotti, verderame, letame ecc.) su cui dovrei costruire una modesta Divina Commedia.

Mooolto più umilmente, io ho un libro che mi sta crescendo tra le mani ed è decisamente più ampio rispetto al progetto iniziale. Rotti gli indugi, è una sorta di vademecum per il professionista (non solo traduttore).

Il Gianni-pensiero, insomma, dal titolo provvisorio e dall’indice abbozzato, ma che cresce a vista d’occhio.

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Feb 14

Io – come molti, credo – associo il concetto di call center alle compagnie telefoniche che, puntuali come l’agente delle tasse, chiamano chiedendo del titolare per proporre un’offerta irripetibile.

Cosa c’è dall’altra parte del filo, ahimè, lo sappiamo tutti: un lavoro senza nessuna garanzia a 800 euro al mese. Leggere i racconti di chi c’è stato, o potrebbe esserci stato, dà comunque un’idea ben triste del mondo.

Possibile che la fantasia dell’uomo sia a volte così limitata, che conosca solo la legge del più forte senza nessun tocco di creatività? Cumannari è megghiu ca futtiri, si dice in siciliano. Che tristezza però.

Feb 11

In alcune botteghe di Murano si legge che gli articoli provenienti dalla Cina, spacciati per originali, rovinano il mercato. Ma chi affitta un locale commerciale nelle vicinanze di piazza San Marco a Venezia (perché a spostarsi di poche centinaia di metri dai luoghi canonici del turismo lagunare, checché se ne possa pensare, si vede bene che il flusso turistico è rarefatto) ragiona in un’ottica puramente commerciale, ovvero di vendite per metro quadro. E cos’altro dovrebbe fare? È un commerciante, dopotutto.

E inoltre: cosa sa il turista “medio” della differenza tra un vero vetro artistico di Murano e uno made in China? Saprebbe il mio lettore, immedesimatosi per un attimo nei panni di quel turista, riconoscerlo?

E le traduzioni? Il compratore “medio” (ammesso che esista una tale categoria) cosa sa della differenza tra una traduzione “de luxe” e una da battaglia? Di più: dirà forse l’oste che il suo vino è meno buono di quello che spilla il concorrente all’angolo?

Ceteris paribus, come potrebbe il prezzo non essere uno dei criteri primi? Non è forse responsabilità nostra, di noi operatori del settore, far percepire la differenza nel valore?

Sì. E non servono tante parole per far vedere che si è dei professionisti. I nostri clienti (con eccezioni, è chiaro) non si curano delle traduzioni, si rendono conto che esistono quando il bisogno incrocia le loro scrivanie – non prima, non dopo. Allora il compito del fornitore è quello di risolvere un problema nella maniera più efficace (non efficiente, efficace: perché l’efficacia è infinitamente più utile dell’efficienza) possibile: ovvero di dimostrare nei fatti di essere l’esperto nel campo.

Feb 07

“Urgentissimo!” [di preferenza tutto maiuscolo]
“È urgente! Mi serve per ieri!”

Questi sono solo due esempi di accompagnamenti di ordini che riceviamo a volte dai nostri clienti. Nei miei primi anni di questo mestiere prendevo alla lettera tali messaggi, perché pensavo: “Questa persona ha un problema gravissimo, devo fare tutto il possibile per aiutarla”. Col tempo, però, ho cominciato a riflettere sull’abuso della parola; e con gli anni sono arrivato alla conclusione che occorre non farsi abbagliare dalla magia del termine “urgente”, perché non ha significato.

Che cosa vuol dire, infatti, “urgente”? Tra mezz’ora, un giorno, una settimana? Adesso? Non significa nulla! Dietro a questa parola, che dà importanza al lavoro di chi la pronuncia, sta spesso – ma vorrei dire sempre – una cattiva programmazione dei tempi e dei progetti. Di conseguenza, una buona pianificazione può risolvere il problema.

Non quello urgente, è chiaro.

Feb 04

Segnalo un veloce e bell’articolo apparso sul sito dell’Harvard Business School, “Five Missteps to Avoid in Volatile Times”, di David Stauffer.

In mezzo agli errori che non bisognerebbe commettere in tempi turbolenti, mi ha colpito soprattutto un suggerimento che, credo, valga per qualunque azienda di qualunque dimensione in qualunque tempo:

Cherish the customers who stayed with you through this slump. Chances are they’ll be your best buyers in good times, too.

Feb 02

Segnalo un bell’articolo di uno dei miei miti dell’imprenditorialità, Norm Brodsky, Our Irrational Fear of Numbers, perché già nell’occhiello è presente un messaggio che vale per tutti gli imprenditori, ma che trovo molto azzeccato per i traduttori:

No, you didn’t start a company because you wanted to learn accounting. But you had better learn some – pronto – if you want to understand your business.

(Per combinazione ho letto l’articolo venerdì scorso, il giorno stesso in cui su Langit impazzava la solita polemica sulle tariffe, che è un gioco al massacro in cui nessuno può essere vincitore.)

Due punti, in sintesi:

Like it or not, you need to understand the numbers of your business, and that requires knowing something about accounting.

If you’ve never taken the time to learn the basics of accounting, even experienced entrepreneurs can get tripped up. On the other hand, when you do learn the basics of accounting, you realize that the numbers aren’t as complicated as you feared and that you’re finally developing the knowledge you need to be in control of your company.

Alla fine i numeri non sono così brutti, non possono fare paura! E per chi non sa da dove cominciare, un buon punto di partenza può essere Il mago dei numeri.

Gen 29

Egregio dottor Mondo (anche se l’appellativo “dottore” mi sembra assurdamente riduttivo per rivolgermi a lei),

questa sera, appena entrato all’Archivio di Stato di Torino alla presentazione coordinata dalla professoressa Masoero di Officina Einaudi, il volume dedicato alle lettere editoriali di Pavese, la prima persona che ho incontrato è stata lei, lei che mi aveva aiutato tantissimo mettendomi a disposizione l’archivio de “La Stampa” allorché tra il 1993 e il 1994 stavo preparando la mia tesi su Pavese; quell’archivio dove avevo passato un pomeriggio appassionante di letture di articoli e avevo ricavato tanto materiale utile per la mia tesi.

Ebbene, lei mi ha domandato se avevo seguitato ad occuparmi di Pavese. Io, confusamente, ho balbettato di no.

Ho scordato, però, di menzionare gli articoli che ho pubblicato su una rivista di primo piano nell’editoria subalpina, “Studi Piemontesi”.

E non le ho detto che Giulio Einaudi per lettera e Norberto Bobbio per telefono mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Pavese, una volta che – fresco di laurea – cercavo il mio posticino nel mondo.

Poi le cose sono andate diversamente e oggi sono soddisfatto di ciò che faccio. Ma è altrettanto vero che ogni volta che vengo in contatto con Pavese – e questa sera tra il pubblico c’era anche Cesarina Sini, la nipote: dunque il contatto non era solo accademico, ma umano, troppo umano – ho, per dirla con Pavese, l'”effetto di toccare un filo di corrente”; e ritorno con la mente a quei momenti di un Gianni Davico acerbo che avrebbe voluto dedicare tutte le sue energie allo studio di Pavese, ma non ne ha avuto la possibilità/sorte/abilità.

E in questo senso vedevo in Silvia Savioli, la giovane studiosa che ha curato il volume, il me stesso di tanti anni prima, un futuro passato possibile.

E quindi la ringrazio per aver dato la stura con questa sua domanda semplice e innocente a un fiume di ricordi e di studi di anni ahimè lontani. Mi spiace che tutto ciò sia venuto fuori solo dopo, ma confesso di non avere la prontezza di risposta che sarebbe necessaria nelle conversazioni pubbliche. Direbbe Giovanni Giudici:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

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Gen 22

Sono andato in questi giorni a sfogliare alcuni vecchi numeri di “Inc.”. Ho aperto il primo (per me) numero, agosto 1998, comprato a Philadelphia – e ricordo bene il mio sentire di allora, confuso e curioso verso un mondo tutto da scoprire.

Mi ha colpito una citazione che avevo evidenziato:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Fa parte di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples. All’epoca il mio interesse era rivolto verso Internet, che era un oggetto oscuro e fascinoso. Oggi quelle parole mi hanno ricordato, attraverso Flatlandia, luogo dove la tridimensionalità non può essere percepita da esseri che vivono in due dimensioni, l’atteggiamento di molti, troppi traduttori verso la traduzione automatica: un misto di ribrezzo e paura. E comunque con il pensiero che si può avere quando esce il modello nuovo della propria auto: “Il mio è superiore…”

Del resto anche Jiri Stejskal, presidente dell’ATA, nell’ultimo numero di “ATA Chronicle”, rivista tradizionalmente conservatrice da questo punto di vista, esprime un concetto tanto semplice quanto trascurato:

The translation landscape is changing. Like it or not, machine translation is here to stay and we should pay attention and find ways to make the best of it. Let us view it not as a threat, but as an opportunity.

Gen 13

minimum fax
Il poster qui a fianco ha accompagnato tutti i traslochi di Tesi & testi. (Nella prima, minuscola sede era proprio sopra il fax.) È un regalo di Daniele di Gennaro, fondatore con Marco Cassini di minimum fax; me lo diede al primo Salone del libro cui parteciparono, nel 1994, e l’ho sempre tenuto caro perché le persone mi furono di primo acchito simpatiche.

Ora quei ragazzi si sono fatti uomini, e Marco Cassini ha pubblicato le sue memorie, ovvero il racconto dei primi quindici anni della casa editrice. L’ho letto d’un fiato, e poi riletto a cercare le similitudini tra una casa editrice e una “casa di traduzioni”; e, anche, tra le sue e le mie passioni.

Le “tre fasi della vita della casa editrice: l’età dell’innocenza, l’età della ragione, e il ritorno all’età dell’innocenza” (p. 69). Me ne sono reso conto leggendo le sue parole, ma per Tesi & testi – dunque per me – è stato lo stesso. L’innocenza e la spensieratezza di oggi sono figlie legittime della ragione di ieri, da cui non prescindono; però permettono di guardare al lavoro con leggerezza nel senso calviniano del termine. Con vantaggi per tutti quindi, a partire dai clienti: non devo seguitare a ripetere che siamo bravi, che facciamo questo e quello, perché i progetti che affrontiamo parlano per noi.

I libri che cita. Impressionante il numero dei libri citati nel corso del volume e in Bibliografia che ho letto in quegli anni.

New York. A New York nel 2003 sono arrivato con la mia valigia di cartone, in un viaggio avventuroso fatto di appuntamenti con colleghi per cercare di capire come si affrontasse il mestiere di là dall’oceano. E la decisione di scrivere un libro sull’industria della traduzione l’ho presa lì.

I refusi. Già dal titolo del libro ho capito il tipo di persona. E in effetti nel volume non ho trovato un singolo refuso, cosa che rallegra il mio spirito di indefesso redattore.

Il fatturato. Lui afferma che il fatturato della sua casa editrice rappresenta lo 0,04-0,05% del settore; percentuale che – non è un caso – è paragonabile al fatturato di Tesi & testi rispetto al totale italiano. Il che ci ricorda che ogni cosa è relativa.

Il suo doppio ruolo di operatore culturale e imprenditore, che è stata anche dall’inizio la mia sfida nel mondo delle traduzioni: ovvero di guadagnarmi da vivere con dignità con un lavoro che avesse in qualche misura un che di “culturale”. Senza prendermi troppo sul serio, ovviamente.

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