Lug 04


Sabina parla della sua lunga estate nel segno del Telepass e io, in questo periodo di gare di qua e gare di là, mi immedesimo e mi ritrovo nella descrizione: mi capita di sentirmi una trottola un po’ sballottata per l’universo mondo. È vero che l’ho deciso io, ma a volte le proprie decisioni pesano: sento le voce delle bambine che sono un soffio in un telefonino anziché carne e respiro e sangue e “dammi un bacio, papi, dammi un bacio” e mi sembra che mi manchi qualcosa.

Però le giornate passano leggere e luminose, la Corsica – o meglio Porto Pollo, quel particolare angolo di Corsica del sud che chiude a nord il golfo del Valinco ed è da anni il ricettacolo di tutti i miei sogni di mare e libertà – è solo a giorni di distanza, l’estate è qui, in tutta la sua pienezza – luglio è da decenni il mese che di gran lunga preferisco –, io mi sento leggero nonostante il peso degli affanni.

E poi volevo esprimere anche un concetto in cui credo molto, un pensiero che mi è rimasto a mezza bocca per tanto tempo: quel che penso e faccio e dico può benissimo non importare a nessuno, e gli obiettivi che ho possono alla fine anche rivelarsi delle semplici ancore, ma in tutto questo fare e pensare – autostrade ecc. – trovo gioia e soddisfazioni. Il cerchio si chiude e tanto basta.

Giu 20


Non so cos’ho fatto per meritarle, ma ce l’ho. L’oggetto sono la pace e la tranquillità che sento qui, in questo luogo sperduto delle montagne sopra Cuneo, questo luogo che mi ha visto crescere e che ora è di fatto una specie di prima casa, per me.

Il mio lento paradiso in mezzo ai boschi. Ieri sera un passerotto appena nato era caduto dal nido sotto il nostro tetto. Ho preso la scala e nel rimetterlo a casa sua vedevo e sentivo gli altri piccoli allargare la bocca e sbraitare in attesa del cibo, come se fossi la loro mamma. Con i bambini intorno anche questo è un avvenimento.

Penso alle invidie, alle critiche, tutte cose che mi scivolano addosso senza lasciare traccia.

Io qui sto bene, faccio le cose che adoro: sto con le bambine, penso, scrivo, lavoro (ogni tanto), gioco a golf (naturalmente), soprattutto mi sento una cosa sola con queste montagne.

Queste montagne, questa borgata che un tempo aveva mille abitanti e ora ne ha sette, questo luogo dove non nasce più nessuno ma i pochi che ci sono muoiono ancora. Io adoro queste montagne, questi boschi solitari, e soffro per l’anima che, con le persone che se ne vanno, si sta perdendo.

Che cosa sarà della Piatta domani? Cose positive e cose negative, tutto si mescola e si fonde insieme. Domani noi non saremo più qui ma ci saranno ancora questi boschi, qualcuno sentirà ancora il canto dei passerotti a inizio estate, qualcuno metterà una scala contro il muro per tenere nel palmo un passerotto impaurito.

Giu 13

Pettinarmi la mattina.

Pianificare la vita fino a due generazioni dopo di me.

Arrivare puntuale a tutti gli appuntamenti.

L’ansia da lunedì mattina.

Essere preciso a ogni costo.

Voler fare comunque la differenza.

L’efficienza.

(Et permulta.)

Giu 06


La scena si svolge verso le otto di sera di un venerdì qualunque, in un non-luogo come tanti della provincia italiana: un locale che vorrebbe chiamarsi ristorante in un centro commerciale, ma che mi dà più l’impressione di essere uno spazio in cui sei forzato ad entrare, pagare, consumare velocemente e uscire. Scene già viste.

Sono lì per caso (ovviamente), alla cassa davanti a me c’è una signora oltre la sessantina che ha preso un piatto di linguine alle zucchine e null’altro. Me la immagino vedova, che vive da sola, che ha problemi con i soldi e magari vorrebbe ogni tanto concedersi un piccolo extra come questo, ma aggiungere anche il costo di un acqua minerale sarebbe un problema. La capisco.

Dice alla cassiera di farle lo sconto perché ha la tessera, che però ha scordato a casa. La cassiera dice che senza tessera non è possibile. (Stiamo parlando di dodici centesimi di euro.)

“Mi chiami il direttore”, dice la signora. “Il direttore non c’è”, è la risposta, “sono io la responsabile questa sera”. Inizia una discussione vivace fatta di ego, di suppliche e di durezza. Il punto della cassiera è che deve seguire le regole. (Seguire le regole vorrebbe dire in questo caso perdere un cliente per dodici centesimi di euro – ma che razza di regola è?)

“Ma lei mi conosce”, dice la signora. “Sì, la conosco, ma non è questo”. A quel punto mi intrometto: “Ma se la conosce, allora è questo”.

Alla fine la cassiera le fa questo cacchio di sconto; ma rimane scontenta, perché pensa di non aver fatto la cosa giusta. La signora ha ottenuto quel che voleva, anche se sono sicuro che avrebbe volentieri fatto a meno di implorare uno sconto di dodici centesimi, se non fosse che la pensione eccetera.

Io penso soprattutto a chi stabilisce queste norme, e allargo il discorso. Dal punto di vista dell’efficienza la regola è corretta – non si fanno deroghe, così come non si fanno sconti nei supermercati – ma, al di là della questione “sociale”, dal punto di vista dell’efficacia questa norma è assolutamente deprecabile, perché instilla acredine nel personale e scontentezza nella clientela.

Il personale deve avere delle direttive precise cui attenersi, ma soprattutto la regola numero uno dovrebbe essere qualcosa del genere:

attieniti alle regole e fai ciò che è giusto, ma sentiti libero di derogare a qualunque direttiva quando il buonsenso ti dice di fare diversamente.

Mag 30


Mi trovo nel bel mezzo di un periodo molto impegnativo – e di conseguenza anche stressante – dal punto di vista golfistico: dieci giorni consecutivi di gare. Trovo interessante analizzare quello che mi capita per cercare di trarre delle possibili conclusioni generali.

1. Dieci giorni in giro per i campi di Piemonte e Lombardia vuol dire anche lunghe ore passate in autostrada, cene solitarie e insomma tanto tempo da solo: tempo per pensare, per dare una prospettiva più ampia alle cose, per analizzare quello che capita eccetera.

2. Vuol dire poi andare oltre i propri limiti, o comunque arrivare lì vicino, in quella zona che conosco poco ma che è assolutamente significativa, ovvero vedere dove posso andare, fino a dove posso arrivare.

3. Vuol dire anche un bel po’ di soldi spesi per qualcosa che domani diventerà un lavoro ma al momento è poco più di un gioco.

4. Vuol dire tempo lontano dalla famiglia. Anziché passare un fine settimana lungo in montagna, vuol dire saltare in macchina per andare lontano e da solo a giocare a golf. (È ovvio che nel territorio dei limiti ci sono i pro e i contro, e questo non è certamente un punto a favore.)

Tutto sommato però, anche se adesso non posso trarre conclusioni perché sono a metà del percorso, mettendo insieme tutti questi fattori mi accorgo che ciò che di importante mi sta succedendo è proprio il fatto di andare oltre i miei limiti, di andare a vedere dove si trovano, di conoscerli un po’ di più, di spingermi un po’ più in là e rimanere sereno anche di fronte agli errori, di imparare delle lezioni.

Il senso comune, ovviamente, dice: “Ma se Gianni gioca a golf per dieci giorni di fila come fa a lavorare?” Certo, è un’obiezione sensata. Nel mio sistema la legge di Parkinson, il principio di Pareto, la tecnologia e così via aiutano a risolvere questo arcano. Certo non è semplice e certo farò degli errori.

Ma d’altra parte il fatto di volere andare oltre i propri limiti vuol dire per forza fare degli errori, perché la strada non è segnata. Ma questo non è assolutamente un problema: la cosa importante è trarre delle lezioni da questi sbagli, e quindi per questo stesso motivo andare oltre.

Perché questo è il punto, andare oltre. La mia vita la conosco, adesso voglio andare un po’ più in là.

Mag 23

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Papà ha 82 anni e da un paio di settimane porta l’ossigeno, e lo porterà finché vive. Lui non è persona che fa storie, è accomodante, non si lamenta. Però, certo, la vita con un tubicino attaccato al naso e alle orecchie per 365/24/7 non è più esattamente come prima.

È vero che per papà già prima andare anche solo nell’orto era un viaggio che costava fatica.

L’orto della casa dove nacque. Casa mia. Suo padre morì a 57 anni, lui bambino piccolo. Ho sognato spesso una scena con tre generazioni di Davico in piedi, io giovane rampollo assetato di sapere, nel cortile di questa casa ex convento che è nostra dal 1920, a parlare da uomini.

(Mi sovviene Doc, da piccolo ne Il mio west, ammesso ad ascoltare la conversazione tra il padre e il nonno, ovvero i suoi miti massimi. E William Hurt che in Smoke racconta la storia di un uomo che non aveva mai conosciuto il padre per averlo perduto quando lui era nella culla in un incidente in montagna. Il corpo non fu più ritrovato, ma tanti anni dopo quell’uomo, in quella stessa montagna, se lo ritrova davanti, conservato intatto per tanti anni dal ghiaccio. E la cosa assolutamente straordinaria era che ora il padre era più giovane del figlio.)

E soprattutto sia chiaro che you’re innocent when you dream. E papà, quando dopo pranzo riposa sui divano, l’ossigeno a fasciarlo e proteggerlo come un ciupete, è innocente.

Io sono suo figlio e sono suo padre.

Se il nonno non fosse stato stroncato da un infarto nel pieno dei suoi anni, con figli piccoli e un’azienda da tirare avanti… Se, se, se. Così non è stato. Fine.

In fondo quel che mi sta dicendo papà è questo:

Fa’ tò dover e chërpa.

Giusto? Sbagliato? Non lo so, ma è la sua eredità. Anche i miei capelli ingrigiscono rapidamente.

Ruit hora. Celeriter ruit hora. Mi sta dicendo che devo darmi una mossa.

Mag 09


Aveva ventun anni, correva l’anno 1979. Nel giro finale del British Open, alla buca 16 del Royal Lytham & St. Annes, spedì la pallina in un parcheggio; dovettero spostare un’auto affinché lui potesse droppare ma fece birdie (e poi vinse il titolo).

Lui è Seve Ballesteros, ovviamente.

Ma negli anni la discesa fu inesorabile. I colpi di un tempo che non gli riuscivano più. È triste il passaggio da numero 1 al mondo a ex giocatore: cos’ha in testa il mago Walter quando il trucco non gli riesce?

Poi la lotta contro un tumore al cervello. Tutti che facevano il tifo per lui. Operazioni, ospedali, ansia. Forse rassegnazione. (Cosa sappiamo noi dei pensieri di un semidio caduto?) Sabato, a 54 anni, la fine. Da un paio di giorni è una leggenda del golf, qualcuno di cui si parlerà tra cent’anni quando tutti noi saremo polvere.

Allora questo è quello che intendo quando dico “morirai comunque”, un invito – a me stesso innanzitutto – ad adoperare ora i talenti di cui dispongo per fare della mia vita, diciamolo alla Pavese (lettera a E., 14 ottobre 1932),

la cosa più bella di cui sarò capace.

Riuscirai a fare birdie tirando da un parcheggio?

Esprimerai al massimo i tuoi talenti?

Capiremo, guardando la tua vita all’indietro partendo dalla fine, che era proprio la tua, esattamente la tua, solo la tua?

Riuscirai a fare birdie tirando da un parcheggio?

Mag 02


Mi sorprendevo da solo alle parole che mi uscivano dalla tastiera. Ero a Montemale di Cuneo, frazione Piatta Sottana (la casa delle estati della mia infanzia), davanti a un panorama di pianura e montagne da togliere il fiato. (Panorama peraltro consueto, per me – anche se a certe cose non potrò mai fare l’abitudine.)

Stavo rispondendo a Don Shin, uno degli amici visionari conosciuti nelle varie conferenze sulla traduzione cui ho partecipato negli anni scorsi. Un pazzo scatenato (sia detto con tutto il bene che gli voglio), un ragazzo dal cuore d’oro, un imprenditore brillante: chiedi in giro e la risposta sarà sempre “everybody loves Don”.

Insomma lui mi aveva scritto per chiedermi se avrei partecipato alla conferenza ALC di quest’anno (c’era anche il golf di mezzo). E poi mi dice che vorrebbe leggere il mio libro, che abbiamo tante cose in comune (lo so bene, sebbene lui sia quasi sempre ad almeno un continente e mezzo da me). Insomma anche lui è un adepto della vita 2.0 – solo che probabilmente la chiama con un nome differente.

E io che gli rispondo, stupendomi di me ma con tranquilla fermezza, che mi manca tantissimo l’atmosfera delle conferenze ALC, ma che il lavoro in sé non è più così in alto nella scala delle mie priorità. Che leggo ancora “Inc.” e cose simili, ma che questi argomenti non hanno più per me quell’eccitazione febbrile che avevano in passato. Che la vita 2.0 non è soltanto una visione o un sogno, ma è la mia realtà di tutti i giorni.

È la mia vita quotidiana, indipendentemente dal giudizio di altri. E poi mi guardo intorno, è passato solo qualche giorno e sono in provincia di Grosseto per una golf clinic, mi sembra tutto così difficile da spiegare eppure così lineare, così lampante, così assolutamente semplice: è così perché io voglio che sia così, perché io ho deciso che deve essere così e per nessun altro motivo.

È così per chiunque lo desideri. “Capire, in fondo, è inutile”, direbbe Eduardo; e io non sono così bravo a spiegare. Spiegare che cosa, poi? La tua vita è davanti a te, e tu sei il solo giudice: decidi che cosa vuoi farne (oppure non decidere, lo farà qualcun altro per te), quel che deciderai accadrà. Fine.

Apr 25


Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco.
Erri De Luca

Il luogo
Comune di Montemale di Cuneo, frazione Piatta Sottana, località Rainero (prende il nome dalla famiglia del nostro padrone di casa), ovvero il luogo che tutte le estati mi ha visto crescere e che, pertanto, pertiene per me più al mito che alla geografia.

Il problema
In montagna da noi la legna è fondamentale, sia per scaldare la casa sia per cucinare. Le alternative ci sono, naturalmente (la bombola per il gas e per l’acqua calda e le stufe a cherosene per il riscaldamento), ma non sono in armonia con l’ambiente e costituiscono una sorta di offesa per la natura – o, almeno, io le considero tali –, e dunque le usiamo solo quando è strettamente necessario.
Tagliare la legna è quindi una necessità, oltre che un divertimento. La sega elettrica si è però rotta lo scorso inverno. L’alternativa era comprarne una nuova (costo tra gli 85 e i 95 euro – decisione che fino a qualche anno fa avrei adottato senza nemmeno pensarci) oppure mettere in funzione una vecchia sega a motore.

La soluzione
Due litri di miscela al 3%: EUR 3,80.
L’olio per il motore era già in casa.
Un po’ di lavoro, qualche consulto con il padrone di casa e via: la sega a motore funziona che è una meraviglia (si spegne ogni tanto, d’accordo, ma è un problema assolutamente minore), e una buona parte della giornata di Pasqua l’ho passata a portarmi in pari con gli arretrati della legna, che ora è nella legnaia per parecchi mesi a venire.

Ciò che ho imparato
Non so se l’ho imparato davvero o semplicemente facevo finta di non saperlo: ma in alcuni casi (sospetto: in molti casi) riparare l’esistente è molto meglio che sostituire con il nuovo. Costa meno, è più in linea con l’ambiente, dà più soddisfazione e ci lascia molto tempo (quel tempo che avremmo dovuto impiegare per lavorare per ottenere il denaro necessario a comprare l’oggetto nuovo) da dedicare alle nostre passioni, alla nostra vera vita.

Apr 11

Mia cugina – cugina per parte di mamma, del ramo “povero” della famiglia, quella parte che sa di terra, fatica e nebbia – è una carissima persona. Le voglio bene anche per quel che rappresenta, ma soprattutto per come è lei.

È sempre in affanno, però. E non riuscivo a capire perché. Poi l’ho incontrata qualche settimana fa. E all’improvviso ho capito: non esercita abbastanza il perdono verso se stessa. Questo vuol dire vivere con un perenne senso di colpa (per colpe nella maggior parte dei casi non commesse, peraltro).

Volersi bene è importante. Jovanotti lo dice bene:

E ogni cicatrice è un autografo di Dio
nessuno potrà vivere la mia vita al posto mio

La vita di ciascuno di noi è piena di magagne grandi e piccole, di cose che non riusciamo a trasformare, di situazioni sulle quali non riusciamo a lasciare il segno; ma uno dei segreti della felicità – e forse il più importante – è quello di accettare ciò che non si riesce a cambiare, e passare oltre. Ce lo spiega bene Greg Norman:

Over the years, I learned that life is not so much about having what you want as wanting what you have, and that, in the long run, you have to make peace with yourself before you can be comfortable with everybody else.

Ecco, ritengo che questo fatto di fare pace con se stessi come primo e indispensabile passo verso la felicità sia assolutamente vero. Forse capita per caso, forse vuol dire “semplicemente” crescere, ad ogni modo dopo aver fatto pace con te stesso – e, di conseguenza, aver perdonato tutte le persone da cui ti ritieni in varia misura danneggiato e offeso – molte aree problematiche della tua vita andranno a posto da sole, come per magia.

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