Lug 19

Per la prima volta dedico un intero post a un romanzo; ma non soltanto perché l’estate porta con sé in maniera naturale la voglia di letture più leggere, è che proprio si tratta di un libro che si sposa perfettamente con i temi di cui mi occupo da tempo.

Studio illegale, di Duchesne, a.k.a. Federico Baccomo, è il racconto – largamente autobiografico – di come la professione forense (o di “avvocato d’affari”, direbbe l’autore), così attraente dall’esterno, può essere in realtà alienante e portare l’individuo ben lontano dai suoi desideri e sogni. E questo è il collegamento con Brainfood.

Anche, mi ha colpito il sorprendente parallelismo con la vita del traduttore (e chissà di quanti altri mestieri e professioni che non conosco). A ben vedere infatti, l’avvocato (sì, il termine è probabilmente troppo generico ma rende l’idea) è motivato dalle medesime paure: di non guadagnare abbastanza, di perdere i clienti e così via. Questo lo spinge a ritmi di lavoro infernali e – visti da di fuori – senza senso alcuno.

Ma Andrea Campi, il protagonista, alla fine ne ha abbastanza e lascia lo studio, anche senza prospettive certe. Già solo questo suo coraggio gli vale una medaglia e un “bravo!” da parte mia. E quindi:

Il crepuscolo cala una cortina lucida sui palazzi mentre il vento si ferma un istante e poi riprende a soffiare, e il futuro mi sembra così banalmente bianco e bello. (p. 318)

(Alla fine, mettila come vuoi, chi decide di fare il salto poi col cavolo che si pente.)

Lug 15

LS
Giorni d’estate, giorni sereni. Luglio è sempre stato un mese particolare per me, come credo per chiunque: la sua luce favorisce pensieri positivi e progetti per l’avvenire.

In queste settimane ho avuto molti pensieri per il futuro, un po’ sparsi, e probabilmente avevo necessità di cambiare aria per radunarli e sistematizzarli, ed essere qui a Tizzano, in quest’angolo di Corsica che è mare più che terra, certamente mi ha aiutato perché mi ha permesso il necessario distacco per ordinarli. Eccoli qui a beneficio di chi vorrà leggerli, farne uso, e – nel caso – commentarli.

(L’unica cosa: a volte Internet ha dato da penare, ma per fortuna il mio socio ha saputo risolvere brillantemente i problemi. Grazie Valter.)

1. I detrattori sono un segno del fatto che si sta andando nella direzione giusta
Nei giorni scorsi ho avuto con vari traduttori su Facebook alcune discussioni sui soliti temi delle tariffe, e queste liti che una volta non mi facevano dormire la notte – con me si può discutere di tutto, ma non si può mettere in dubbio la mia buona fede – adesso le considero come un complimento e come un segno. La mia coscienza è pulita ora come era quindici anni fa quando ho cominciato questo mestiere: il fatto che qualcuno mi attacchi al di là del lecito è un semplice segno, figura del fatto che sto andando nella direzione giusta.
Come questo può applicarsi a te?

2. Un progetto richiede azione
Un progetto richiede radici profonde e salde, quindi richiede di essere pensato per bene, articolato; ma poi – e vorrei dire soprattutto – richiede azione. Azione. Questa credo sia la chiave, perché immagina quanti progetti sono stati sognati, pesanti e ripensati; e poi non c’era il coraggio di partire perché non c’erano i soldi, mancava questo, mancava quest’altro: e insomma le cose non succedevano. E invece una volta che uno è partito e ha fatto anche poco ma nella direzione giusta ha un vantaggio competitivo enorme sul resto del gruppo.

3. La semplicità innanzi tutto
La natura delle cose nelle nostre vite è nella sostanza semplice. È vero che Einstein diceva che bisogna semplificare il più possibile ma non più del necessario, ma è altrettanto vero che noi abbiamo nelle nostre vite talmente tanto ciarpame che più ne togliamo e meglio staremo, più in sostanza le nostre vite saranno ricche di significato e più godibili, quindi avranno più valore sia per noi che per gli altri.

Ho camminato per un pomeriggio intero seguendo il sentiero del Littoral Sartènais per sistemare questi tre semplici pensieri. Insomma io procedo per la mia strada tranquillo in compagnia di me stesso innanzitutto, e poi di tutti gli amici reali e virtuali che ho incontrato, sto incontrando e incontrerò nel mio cammino. Se vuoi unirti, la porta è sempre aperta.

Giu 17

Adesso basta
Ci sono libri – pochi – che non ti fanno dormire la notte, che ti fanno pensare, pensare, pensare e poi ti fanno agire. Agire. Adesso.

Ieri ho passato la mattina per bancarelle e librerie, e alla Feltrinelli di Torino c’era un libro che pareva mi guardasse, Adesso basta. Ho cercato di ignorarlo, ma cercava proprio me. L’ho comprato, portato a casa, nel pomeriggio ho cominciato a leggere le prime pagine e ho pensato: “Ehi, ma queste sono le stesse cose che dico e che faccio io, esattamente queste!”

Ho imparato, ad esempio, che quel che faccio da un paio d’anni a questa parte si chiama downshifting.

Ho evidenziato alcuni passaggi:

I prodotti, la loro accessibilità, la loro apparente convenienza sono sufficienti a spingere orde intere di persone, pure benestanti, pure acculturate, a uscire tutte le mattine da casa con la loro vettura fiammante, a percorrere a passo d’uomo strade intasate, a lavorare per dieci, dodici ore in modo sempre identico, sentendosi anche privilegiate, e poi a ritroso, e poi ancora avanti, senza che ci sia un ordine perentorio, senza che qualcuno alzi la voce. (p. 7)

Scrivere e navigare erano la mia vita, cose a cui il pensiero andava costantemente. (p. 16) [ho pensato ehi, togli navigare e metti il golf e quello sono io, sputato!]

Quando si dice “no” a qualcosa dopo si sta meglio, dopo si fa quello che si desiderava: ciò per cui il no era stato partorito. (p. 19)

Io sono un ragazzo fortunato – lo so, lo so bene –, ma leggere la storia di un ex manager di successo che oggi “si dedica interamente a scrivere e navigare” mi fa pensare che non sono da solo ad avere cambiato, che una vita migliore è possibile non solo per me ma per chiunque voglia fare il salto. Purché, volendolo, cominci adesso – adesso – a programmarlo.

Ora approfondirò la lettura, leggerò il suo blog, penserò molto. Ma il messaggio è chiaro:

una vita migliore, più ricca di significato e fatta a nostra misura, è possibile. Che cosa ne pensi?

Giu 09

Sheila Bernard (attenzione perché il nome, come dice lei, si pronuncia “proprio alla nostrana, Scèila”) è per me un’entità virtuale, come tanti dei nostri amici di oggi. Dall’inizio della nostra conoscenza mi hanno affascinato i suoi racconti di boschi e di luna, che avevano un che di magico – e invidio il figlio che avrà certamente diritto ad una razione ottima e abbondante, oltre che quotidiana, di quel narrare.

Mi è venuto naturale chiederle di scrivere qualcosa a riguardo della felicità applicata al nostro mestiere: il risultato è qui.

Confesso che non ho capito tante cose (forse ho intuito); ma Eduardo diceva che capire, in fondo, è inutile. Mi sono però lasciato cullare dalle sensazioni che le sue parole hanno provocato in me: e sono tranquillo.

Mag 25

Stefano Gallorini è un traduttore che era incanalato verso la “normalità” della professione: azienda di traduzioni di famiglia, esperienza presso la Logos di Modena.

Poi, però, è successo qualcosa. E del suo percorso professionale mi hanno colpito un paio di cose: la specializzazione in nivologia e meteorologia alpina (non sapevo nemmeno che cosa fosse, la nivologia) e soprattutto il coraggio di fare il “salto” e andare a vivere in Marocco.

Ammiro le persone che hanno la forza d’animo di fare delle cose inconsuete, di vivere la vita secondo i loro propri termini, sicure che nessun altro potrà mai decidere al posto loro. Gli ho fatto qualche domanda. Qui le sue risposte.

Mag 20

Un mese senza scrivere nulla in questo blog è un tempo lunghissimo, ma la spiegazione è molto semplice: ho cambiato “casa” sul Web.

Come dire, prima ero in affitto e ora sono davvero a casa mia; e non importa se qualche presa magari non funziona, se in qualche stanza bisogna ancora dare il bianco e così via: farò tutto a tempo debito.

Ho (meglio, abbiamo) diversi guest post in cantiere, che saranno pubblicati nelle prossime settimane. Ho terminato il libro, ho scritto diverse cose: tout se tient, e a poco a poco transita qui sopra.

Apr 20

Sto tirando le fila del mio libro, e mi trovo con un’opera organica e completa (almeno, io penso che lo sia), che mi è cresciuta tra le mani senza quasi che me ne accorgessi.

Questo manuale (purtroppo io sono come quell’operaio di una fabbrica di armi da guerra di quel racconto di Rodari, che per quanto si sforzasse di costruire giocattoli pacifici per il nipotino gli venivano sempre fuori armi: io so solo scrivere manuali), che vedrà la luce entro l’anno (sono ora nella fase della ricerca dell’editore), ha la pretesa di dire che un mondo – del lavoro, soprattutto – migliore è possibile, che non si devono sempre seguire le regole imposte da altri, che si può vivere bene e decentemente anche senza ammazzarsi di lavoro.

Una domanda, in questi anni, mi è girata in testa tante volte: quanti tra di noi, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? A mio modo di vedere, lo scopo del lavoro è quello di liberare il tempo e quindi di permetterci di dedicarci a compiti più importanti e significativi. Oggi, anche grazie alla tecnologia, tutti possiamo farlo: se lo faremo o no dipende solo da noi, dal grado di libertà che decideremo di assegnare alle nostre proprie vite.

Parlo ogni volta che ne ho l’occasione con persone che hanno molte responsabilità sul lavoro, e non riesco a capire il loro punto di vista quando si riferiscono al loro lavoro come a qualcosa di inevitabile al pari di uno schiacciasassi (come loro non riescono a capire il mio: “Eh, beato te che puoi lavorare così poco…”). Ma per me una vita più semplice, più piena e più ricca di significato, svuotata da preoccupazioni inutili e soprattutto non ricolma di lavoro fino all’orlo, è possibile: sta a noi darci l’autorizzazione a vivere secondo le condizioni che avremo deciso per noi stessi.

Sono arrivato a queste conclusioni cambiando molto, in questi anni: ho imparato a semplificare, ad applicare il principio di Pareto e la legge di Parkinson. Ora tutto riguardo al lavoro e non solo mi sembra enormemente più semplice; e penso di poter e saper trasmettere questa filosofia (spicciola) di vita. Ecco perché sono convinto che questo libro può fare del bene a molte persone.

Feb 10

Oggi non parlo io, parlerà per me un libro ricco di spunti.

Ho più di centocinquanta dipendenti, ma nessuno mi ha chiesto di divulgare le mie conoscenze finanziarie. Mi chiedono un posto e la busta-paga, mai di insegnar loro quello che so sul modo in cui funziona il denaro. Di conseguenza, la maggior parte di queste persone passerà gli anni migliori dell’esistenza a lavorare per i soldi, senza comprendere ciò per cui lavorano davvero. (p. 38)

Smettila di darmi la colpa, di credere che io sia il problema. Se ragioni così, devi cambiarmi. Se invece ti rendi conto che sei tu il problema, puoi cambiare te stesso, imparare qualcosa e diventare più saggio. Molti vogliono che siano tutti gli altri a cambiare, tranne se stessi. (p. 39)

Quando si tratta di soldi, molti vogliono giocare sul sicuro, tenere le spalle al coperto. Di conseguenza, non si fanno guidare dalla passione, ma dalla paura. (p. 41)

L’aspetto migliore era che la nostra attività ci procurava denaro, anche quando eravamo assenti fisicamente. Il denaro lavorava per noi. (p. 61)

La cosa che mi inquieta è che incontro migliaia di persone con una cosa in comune: tutti hanno un incredibile potenziale, talenti e doni personali. Eppure, c’è una cosa che li limita: la mancanza di fiducia, da cui l’indecisione. Non è la scarsità di conoscenze tecniche a limitarli, ma l’irresolutezza. (pp. 114-115)

Il mondo è pieno di persone talentuose ma povere. Troppo spesso navigano in un mare di guai finanziari o guadagnano meno di quanto potrebbero non a causa di ciò che sanno, ma di ciò che non sanno. Si concentrano a migliorare nel loro campo, a cucinare meglio gli hamburger, ma dimenticano di imparare a venderli e porgerli al cliente. Forse McDonald’s offre panini mediocri, ma li vende nella maniera e nelle situazioni giuste. (p. 147)

Robert Kiyosaki con Sharon L. Lechter, Padre ricco padre povero. Quello che i ricchi insegnano ai figli sul denaro, Gribaudi, Milano, 2004.

Gen 05

De Biase
Mi sono imbattuto in questo volume per caso, nel corso delle ricerche per il mio libro sulla filosofia spicciola (18.635 parole al momento; dei contenuti non so giudicare), e ho iniziato a sfogliarlo in maniera distratta, da lettore vorace e consumato e abituato a troppi libri inutili. (Saccente, in una parola.)

Poi però arrivo a pagina 78 e trovo una frase, sui motivi per i quali in economia si parla troppo poco di felicità, che vorrei avere scritto io:

Quasi che la felicità fosse considerata un punto d’arrivo talmente alto e indefinibile da dover restare fuori dal dibattito.

Allora mi appassiono. Mi faccio attento e guardingo, trovo altri concetti che attirano la mia attenzione. Mi incuriosisco. Naturalmente arrivo al sito di Luca De Biase, che è un punto di partenza per altre riflessioni.

Adesso c’è molta carne al fuoco e, per ora, di più non so dire. Però bravo Luca, non ti conosco ma il tuo lavoro è ottimo.

Nov 30

Il mio ultimo post era una richiesta d’aiuto, motivata dal fatto che tante teste pensano mooolto meglio di una sola (il potere del crowdsourcing, lo potremmo chiamare ora). (A proposito: Renato Beninatto ci fa sapere che in 36 giorni l’ultimo libro di Dan Brown, 614 pagine, è stato tradotto in svedese da sette traduttori, rivisto, impaginato, stampato e distribuito in 300mila copie.)

Ho ricevuto pochi suggerimenti, il che può voler dire essenzialmente due cose:
– ho pochi lettori (ma sarebbe un colpo troppo grande alla mia vanità di scrittore, preferisco non ritenerla una causa);
– la felicità, soprattutto se associata al lavoro, lascia attoniti e sconcertati (sì, dev’essere senz’altro così! :-).

Tra i consigli richiesti, Silvina Dell’Isola suggerisce questo “piccolo granello” (così lo ha chiamato lei). Ok, può dare qualche indicazione.

E segnala un altro contributo di taglio accademico, mettendo l’accento su quanto riportato alla slide 45:

Paradosso del reddito: maggiore reddito non determina maggiore felicità. […]
Nel tempo: negli ultimi decenni nei paesi industrializzati il reddito pro capite è aumentato molto, ma la felicità media è leggermente diminuita.

Questo è un punto da studiare. Il problema principale, credo, sta nel trovare delle misurazioni sufficientemente oggettive; ma poiché questo non sarà possibile, dovremo allora accontentarci del buono ritenendolo in questo caso nemico dell’ottimo. (Proprio Chris Guillebeau ne ha parlato poco fa.)

Kirsi Ninita Raty dice che per lei sono importanti:

The Power of Now, di Eckhart Tolle, “rigorosamente su carta, sempre nella borsetta”. Bene, l’ho ordinato e lo sto aspettando, saprò dire;
The Happiness Project e i suoi preziosi link; e su questo concordo.

Molto, comunque, rimane da fare. (Nel mio piccolo, mille parole a settimana nei prossimi sette mesi. Mi rimetto al lavoro.)

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