Nov 08


Avevo un magone che non riuscivo a razionalizzare, un dolore che mi attanagliava il petto. E poiché so che, in casi come questo, quando la felicità ti sembra effimera e sfuggente, quando la serenità è poco più che una parola vuota di significato, i soldi spesi meglio sono in un biglietto aereo di andata e ritorno (il ritorno è fondamentale, senza dubbio) che ti porti lontano, ho chiesto asilo ad un amico, al ragazzo che viene dall’isola.

Lui mi ha accolto lietamente. Non mi ha chiesto molto del mio magone, né mi ha dato consigli. Da ragazzo intelligente qual è, sapeva benissimo che non sarebbe servito a nulla. Ma mi ha portato nel profondo della sua terra, tra scenari incantevoli e un cielo cangiante. Abbiamo scherzato, camminato, pranzato: le cose di tutti i giorni.

Poi come per magia mi ha lasciato da solo per un paio di minuti.

Io ero lì, nel Supramonte, all’imbrunire, davanti al granito spettacolare del monte Corrasi e al verde slavato di quei pascoli, alla grandezza della natura.

E all’improvviso ho capito.

Prima di tutto ho perdonato me stesso – me lo dovevo.

Poi ho perdonato chi mi aveva fatto soffrire: lietamente e serenamente. In silenzio, senza drammi, senza proclami.

Infine ho provato un senso enorme di gratitudine verso l’amico e verso le tante, tantissime persone cui sono debitore.

Sono bastate queste tre cose, e pof! Il magone, magicamente, se n’era andato.

Viene il giorno in cui, all’improvviso, capisci. Sono vivo, di che cosa dovrei avere paura?

Nov 01

Uno dei vicepresidenti di Lionbridge, Didier Hélin, scrive venerdì scorso (lui di pirsona pirsonalmente, per dirla alla Camilleri) proprio a me (“Dear Gianni Davico”) chiedendomi uno sconto del 5% sulle condizioni in essere perché la crisi ecc. ecc.

Ora, non è tanto il fatto che l’ultimo lavoro per Lionbridge che abbiamo fatto noi risale a oltre sei anni fa (ere geologiche fa).

Non è neanche il fatto che non immagino – nemmeno lontanamente – che sia possibile che io o la mia società cureremo ora o in futuro dei progetti per conto di Lionbridge. Semplicemente, non succederà (ma lui non è tenuto a saperlo).

E non è nemmeno il fatto che un vicepresidente di una società quotata in borsa scriva a tutti (credo) i fornitori di servizi linguistici per dire che la crisi impone delle scelte drastiche: non mi offende il modo, sono andato ben oltre alle apparenze (siamo nel post-post-post-modernismo, come mi disse un tempo un’amica). Io sono passato oltre; Lionbridge e Gianni Davico possono coesistere senza problemi perché parlano lingue diverse. Ma non è questo il punto.

Piuttosto, tirando le somme credo che il settore delle traduzioni tecniche sia davvero alla frutta, sia un po’ come l’industria delle carrozze di un secolo fa. E sospetto che il discorso sia decisamente più ampio, solo che io altri mestieri li conosco di meno.

Allora non so se si tratti di una domanda o di una risposta, ma non sarà mica che a queste condizioni anni e sudore investiti non potranno comunque essere commisurati ai risultati che si otterranno? E che, allora, sarà magari il caso di pensare al piano B? O forse che, poiché mala tempora currunt, il successo consiste nell’usare il piano B come se fosse il piano A?

Ott 25


Ogni tanto, da questo studio di 13 mq che è il mio pensatoio attuale, rifletto sulle differenze evidenti tra il mio lavoro di ieri e quello di oggi; e la cravatta è una sorta di spartiacque. Ripenso a tutto il tempo in cui la cravatta è stata tutti i giorni la mia divisa: così era, e non poteva essere diversamente, perché io ero un giovane uomo “in carriera”, e quello era un segno dinnanzi a me e dinnanzi al mondo di come io vedevo me stesso, di come volevo essere visto e di come venivo percepito. Ricordo con quanta cura facevo e disfacevo il nodo, l’importanza degli abbinamenti, le paranoie davanti agli specchi (vanitoso già allora!) se il nodo non era assolutamente perfetto.

E ora che sono un ragazzo (fortunato, peraltro), cerco di ricordarmi l’ultima volta in cui ne ho indossata una. E non mi riesce.

Probabilmente ad un certo punto il nodo è diventato un cappio, e forse non me ne sono neanche accorto. Prigione dorata? Ma insomma da un certo momento in poi ho avvertito l’esigenza di uscire da quel me stesso che non sentivo più mio. Ora viaggio con bagaglio molto leggero (e devo ancora semplificare molto). Mi viene in mente un passo di Shel Silvertsein (L’albero):

“Non ho bisogno di molto ora” disse il ragazzo, “mi basta un posto tranquillo per sedermi a riposare. Sono molto stanco”.
“Bene” disse l’albero, cercando di raddrizzarsi più che poteva, “un vecchio ceppo è perfetto per sedersi a riposare. Vieni ragazzo, siediti. Siediti e riposati”.

Mi sovviene anche Montale:

Il mio [viaggio] dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Viaggio con bagaglio molto leggero. Ogni tanto mi siedo e mi riposo. E la cravatta è un lieto ricordo.

Ott 18


Chi mi segue anche distrattamente sa che Simone Perotti è uno dei miei miti per quanto riguarda la crescita personale, il nostro contributo al mondo, lo stare bene con se stessi e così via. Per essere più precisi, è il miglior “acquisto” che io abbia fatto quest’anno.

Ricordo perfettamente la posizione del suo Adesso basta, che mi guardava dritto in faccia alla Feltrinelli di Torino, le sensazioni provate durante la lettura e i benefici avutine dopo (e che proseguono oggi).

Il mese scorso è uscito il nuovo romanzo di Simone, Uomini senza vento. Ed è una prova impegnativa per l’autore, perché – anche se è stato scritto prima di Adesso basta – segue il successo clamoroso del suo saggio sul downshifting: è normale che si guardi con un po’ di sospetto il volume.

Né io facevo eccezione: mi sono avvicinato al libro con diffidenza. Ma a lettura conclusa devo dire che, a mio parere, l’esame è superato a pieni voti: sia quanto a incastro narrativo, sia per stile di scrittura. Parlare di un romanzo qui potrebbe apparire fuori luogo (l’ho fatto una volta sola prima d’oggi), ma in realtà i temi sono quelli di cui mi occupo da tempo. In questo video Simone stesso illustra il libro in poche parole. Per conto mio, dirò soltanto che mi ha appassionato la metamorfosi di Renato col dipanarsi della vicenda, il suo rendersi conto dello stare male nella inettitudine che gli aveva fatto da corazza per tanto, troppo tempo al punto da prendere finalmente una decisione epocale per la sua propria vita. Anche Renato insomma a un certo punto dice adesso basta.

In più, sono onorato che Simone abbia accettato di rispondere ad alcune mie domande. Ho parlato con lui del libro, ovviamente, ma il discorso si è poi allargato in maniera naturale ai temi che sono cari a lui come sono cari a me. Spunti interessanti, che gettano un pochino di luce in più sopra ad una persona che ha tanto da dire. Ecco a seguire la nostra conversazione.

Gianni: Tu hai detto che Renato, il protagonista, non è una tua proiezione. Ma erro nel lo scorgere in lui nella prima parte del libro e nell’ultima il Simone di prima e il Simone di adesso?

Simone: Renato, il protagonista della storia, è costruito con materiali reali, miei se vogliamo, cioè mattoni che sono stati assemblati col fango della mia vita precedente, cotti sotto quel sole nero. Dunque è fatto della mia materia, ma non sono io. È ipocondriaco, attendista, pauroso, labile nella mente e nel corpo, ha paura, si fa trascinare, è incerto nelle scelte, non vuole problemi (neanche io, in effetti, ma poi in pratica…). Dunque è il prototipo dell’uomo senza vento, ovvero la più vasta popolazione dell’epoca. Io e Renato ci assomigliamo poco prima e assai più dopo.

G: Renato nel corso della storia prende in mano la sua vita, mentre noi troppo spesso rimaniamo incagliati in relazioni che non hanno futuro, in lavori che non ci soddisfano e così via. Il tuo messaggio di speranza per il lettore è quindi implicito. Ma se dovessi sintetizzarlo – o anche ampliarlo, perché no? – a beneficio di chi legge questa intervista, che cosa diresti?

S: Un romanzo non ha un messaggio sintetizzabile, altrimenti sarebbe un saggio. Diciamo che la sua vicenda potrà far specchiare qualcuno di noi, potrà darci il senso di come la vita potrebbe essere, potrà farci assaporare l’enorme mondo fuori dai tracciati ripetitivi dei nostri percorsi urbani. Spero che questo avvenga, perché in tal caso il romanzo sarebbe riuscito.

G: Che cosa hai imparato dallo scrivere questo romanzo?

S: Ho goduto, soprattutto, del gusto di scrivere in modo diverso. Avevo appena fatto la mia scelta di andare e cambiare vita. Mi ritrovavo nel mio fienile da solo, nel silenzio, e potevo scrivere. È stato naturale specchiarmi un poco in questa tematica. Ma era la prima volta che la vivevo davvero. È stato splendido, una prova ulteriore che la scelta era stata corretta.

G: Un giorno scrivesti, a me ignorante di tutte le cose del mare, che “buon vento” è l’augurio di rito che ci si fa tra marinai quando si prende il mare. Ora che, per dirla con Pavese, “sei consacrato dai grandi cerimonieri”, che cosa ti aspetti dai tuoi libri in termini di successo, di rapporto col pubblico, di opportunità per te? Dove ti porterà secondo te il tuo vento?

S: Guarda, ora sarebbe legittimo aspettarsi grandi cose, perché i lettori sono tanti, i libri vendono, e essere ambiziosi è più che possibile. Ma come sempre a me viene sotto il palato un sapore dolce e amaro, una sensazione ben chiara, che mi spinge ad augurarmi qualcos’altro. Io spero che ogni mio libro venga acquistato da 10mila persone, cioè da pochissime rispetto a quanto fatto con Adesso Basta, e pochissime rispetto a quanto sarebbe legittimo attendersi dal futuro. E sai perché? Perché questo significa 10-15mila euro di guadagni, cioè denari utilissimi per me che non lavoro più, che posso investire in cose utili. Di più non me ne servono. Ma soprattutto vorrebbe dire poter continuare sempre a scrivere e a pubblicare, che invece è la mia vita profonda. Dunque vorrei il minimo possibile, per dirla così. Certamente non mi auguro di vendere alla Faletti, perché quello significa fin troppa notorietà, fin troppo clamore, e io, che pure so difendermi benissimo da questo, preferisco altro.

G: Prendo spunto da una domanda che ti ha fatto Alessandra Muglia sul Corriere (“Ma il successo non ti sta portando a ringranare la marcia dopo che avevi deciso di ‘scalarla’?”) per ampliare il discorso. Ora che sei famoso e che il tuo talento è conosciuto, è inevitabile che ti si chieda di fare questo, di fare quello eccetera; cosa che, evidentemente, va a cozzare con l’idea di downshifting. Vedi questo cambiamento come uno squilibrio? E se sì, come pensi di affrontarlo?

S: Lo affronto come un periodo di impegno necessario, perché, torno a dire, io ora ci vivo con i libri, anzi, ci campo. Dunque costruire una base di attenzione (io che ero quasi sconosciuto fino a poco tempo fa) è essenziale per poter andare avanti. Devo dirti che se domani qualcuno mi confermasse che questa base c’è e dunque da ora in avanti ogni libro può essere preso in considerazione da un piccolo zoccolo duro di critici e di lettori (che vorrebbe dire non essere più un outsider ma uno scrittore normale), io smetterei all’istante qualunque attività di promozione riservandomi il gusto di presentare il libro nei posti che più mi piacciono, se e quando voglio. Non scomparirei alla Salinger, ma certamente ridurrei molto gli impegni. Detto ciò, ti assicuro, gli impegni di oggi sono niente rispetto al lavoro precedente, sono sempre piacevoli, sono agevoli in termini di tempo. Dunque, tutto bene.

G: Sai rintuzzare bene le inevitabili critiche che ti giungono. Però come ti senti a dover spiegare sempre le stesse cose?

S: Un po’ mi annoia. Lo faccio sulle questioni fondamentali, perché tengo maledettamente che quel che scrivo venga preso per vero e alcune mie idee vengano rispettate come autentiche. Su alcune di queste idee risponderò sempre, una volta in più dell’ultimo tentativo dell’ultimo critico. Ci sono cose su cui occorre combattere, e io lo farò sempre. Fa parte della mia natura.

G: Mi stupisco che tu non citi mai (a quanto ne so) Tim Ferriss, che pure esprime concetti simili ai tuoi. Cosa pensi in generale di quel che in questo campo proviene dall’America?

S: Non conosco Tim Ferriss, se è interessante lo leggerò. Sul tema dei sogni e di come lavorare duro per realizzarli non ho chiesto molte opinioni ai libri. Sono il mio tema fisso, il tarlo, da anni, e sento di avere diritto alle mie opinioni. Io credo che molti di noi potrebbero scriverli molti dei saggi che leggiamo. È quello che mi hanno detto in tanti circa i miei libri e trovo che sia uno splendido complimento. Per loro naturalmente.

G: Infine: che cosa succederà a Renato dopo la fine della storia?

S: Renato è un personaggio che prende una via ben precisa, che fa un salto decisivo. Nasce con lui un personaggio che, chissà, potrebbe anche avere altre vite…

Ott 11


Sono stato, in questi ultimi anni, un ragazzo molto fortunato: al punto, tra le altre cose, di essermi imbattuto nell’opera di autori e blogger che mi hanno aiutato tantissimo nei pensieri, nella chiarezza di obiettivi, nella ricerca della semplicità e così via. Chris Guillebeau è tra questi felici pochi.

Seguo il suo blog dal giorno in cui l’ho scoperto (fu una fulminazione: non potevo credere che i concetti che esprimeva in maniera così lineare e semplice avessero così tanta forza dirompente in me), e lo cito spesso e volentieri qui, su Twitter e altrove.

Qualche settimana fa è uscito il suo libro, The Art of Non-Conformity, naturale estensione del blog.

Il blog è una miniera di informazioni nel campo dei viaggi, dell’imprenditorialità, della filosofia spicciola, del coraggio di essere differenti, del desiderio di lasciare traccia di sé. È il primo passo quindi, e per quanto è ampio e articolato potrebbe anche essere tutto. Il libro invece va un po’ più in là, aggiunge notizie e dà al suo scrivere un senso per ora compiuto.

Ecco alcune citazioni che mi hanno colpito, prese qua e là nel libro, un mio personalissimo florilegio:

An important part of the guru-free philosophy is that no one is better than anyone else, and most of what you need to know, you already know. (p. 16).

Can you continue in your quest for 10,000 hours or more? If so, you’re on the right track. (p. 83)

Going to a place like Syria could easily be once-in-a-lifetime adventure, but for me it was just another day at the office. (p. 188)

The fun thing about setting big goals is that once we really get serious about setting them, we often find that they take less time to achieve than we initially expect. (p. 191)

One of the things that separates a goal from a dream is a deadline. (p. 192)

Mediocre travel doesn’t produce many memories. (p. 199)

Which is more important – showing up for eight hours or actually doing the work? (p. 215)

E la conclusione del volume (“It’s your turn now”) può diventare il tuo inizio. Insomma, per dirla con Ligabue, “quando tocca a te / tocca a te”.

Set 16

Che cosa faresti, adesso, se non avessi più nessuna paura?

C’è una sensazione, splendida, che ho provato pochi giorni fa accompagnando mia figlia grande (si fa per dire, io la ricordo batuffolino minuscolo la notte in cui nacque) al suo primo giorno di prima media.

Mi rendevo conto che tutti gli altri genitori erano incerti come me, insicuri, combattuti tra il desiderio di protezione e l’immagine del proprio figlio che fa un salto netto nella scala della vita. Ma non avevo paura, lo vedevo come un passaggio; e sorridevo.

Io, che ho passato anni a dare un nome e combattere – spesso uscendone perdente – tante paure che da fuori possono apparire ridicole (perché la paura, in sé, non ha sostanza), mi ritrovavo sicuro di me; e ho pensato con una certa soddisfazione al gran lavoro compiuto su di me in questi anni.

Che cosa faresti, adesso, se non avessi più nessuna paura?

Corbett Barr:

Why the fuck not?

Qual è la differenza? Anche se mi è difficile spiegare esattamente che cosa mi succede, credo che la differenza risieda nel fatto che ho abbracciato – totalmente e definitivamente – il cambiamento; e la conseguenza – dici poco – è che ciò che è incognito non mi fa più paura.

Voltati indietro, guarda ai rimpianti più grandi della tua vita adulta: novantanove volte su cento saranno stati originati da decisioni che non hai preso, parole che non hai detto, gesti che non hai compiuto. Insomma avranno avuto origine, in una parola, dalla paura. E quindi?

Why the fuck not?

Set 10


C’è un segreto, piccolo piccolo e allo stesso tempo grandissimo, immenso, che ho imparato in anni recenti (sono lento nell’apprendere, non posso farci molto) e che riguarda un misto di successo nella vita, cose fatte per bene, soddisfazione, orgoglio di se stessi e così via.

È facile, e Danielle LaPorte lo dice mooolto meglio di me:

Do what you say you’re going to do.

Insomma: ci sono sempre dei motivi validi per posporre una decisione, per lasciare che siano altri a decidere, “forse bisogna aspettare, avere più informazioni, sentire il tale e il talaltro, vediamo che cosa succede…”

(Scene troppo familiari, mondo troppo uguale a se stesso.)

No! NO!

Non succederà mai nulla nel mondo fino a che qualcuno – tu, chi altri? – non si prenderà la responsabilità delle proprie azioni. Per parafrasare Federico Bavagnoli, se non lo fai tu non lo farà nessuno, e se non lo farai oggi non lo farai più.

“Sì, ma c’è la crisi…”
“Sì, ma ho perso un cliente…”
“Sì, ma se solo potessi…”

NO!

Fai quel che dici di fare. Sempre. Comunque. Senza scuse, eccezioni, posponimenti.

È tutto. Non occorre altro.

Set 01

Quarantatré anni. Non uno di più, non uno di meno.

La meraviglia del mondo che mi colpisce ogni giorno di più.

Chris Guillebeau, Simone Perotti, Tim Ferriss.

Le immagini, i luoghi, le vacanze.

L’aria che diventa frizzantina alla Piatta, a fine agosto.

(Io che sono nato quando l’estate finisce, e una volta mi sembrava una condanna – ora la ritengo una benedizione.)

La Corsica, i libri, le bambine.

Scrivere, leggere, il tempo che passa.

Sono un ragazzo fortunato.

E questo è tutto.

Ago 24

Prendo spunto da un commento che la collega María José Iglesias ha lasciato sulla mia pagina FB:

Che bello il tuo blog, Gianni. È sempre molto piacevole leggerti e nelle tue parole trovo sempre nascosto qualcosa di quello che per me è essere imprenditore, che coincide pienamente con l’essere persona, con un cervello e un cuore. Sei un uomo fortunato 🙂 Anch’io sono fortunata.

(“Ragazzo” e non “uomo”, mi sono permesso di correggerla io; anche se il primo pensiero – o forse sensazione che precede il pensiero – è stato la gratificazione che immediatamente il mio essere vanitoso come un gatto ne riceveva.)

Ho aggiunto che, come dice Luigi Muzii, proprio perché siamo ragazzi fortunati dobbiamo (abbiamo il dovere morale di) restituire parte di questa fortuna agli altri. Ed è su questo punto che mi sono trovato, in questi due giorni di Verdon (quello che per me è uno dei luoghi più belli dell’orbe terracqueo che conosco), di silenzio, montagne, orridi, panorami mozzafiato e laggiù, piccolissimo e pacifico, il fiume, a riflettere.

Parlo per me, inizio da me. Da me, perché, come dice Federico Bavagnoli,

Se non lo facciamo oggi non lo facciamo più; se non lo facciamo noi non lo fa nessuno.

Quindi: poiché il caso / la vita / la sorte / la fortuna / Dio (casella da riempire a scelta, e sono possibili risposte multiple) mi ha dato delle doti, è giusto (ovviamente) che ne benefici, ma è altrettanto giusto che trasmetta questo beneficio a chi ha voglia di starmi a sentire.

È una lezione che ho imparato da Chris Guillebeau: il merito va a lui. (E il suo libro esce tra 14 giorni. Meno male: io ne ho bisogno.) A Luigi va il merito di avermelo ricordato – repetita iuvant, si sa –, a Maria José il merito (tutt’altro che piccolo) di aver dato l’abbrivio a questa riflessione. “Grazia à tutti / è l’amichi”, direbbero i miei amici Svegliu d’Isula.

Per me, questo vuol dire, tra le altre cose, il mio libro: l’ho riletto proprio in questi giorni, e l’ho trovato degno d’attenzione e utile: indipendentemente dal fatto che l’abbia scritto io, e nonostante il fatto che potrà non interessare a molti. Ma non è importante che venga ignorato dai più, è importante che il messaggio arrivi alle persone giuste, a chi avrà voglia di starmi a sentire per avere benefici per sé. (Entro fine anno sarà pubblicato, è una promessa solenne: deve uscire, perché io voglio andare oltre, pavesianamente mangiarmi una collina ecc.)

Vuol dire questo blog, questi blog, che sono ormai uno dei miei quattro mestieri.

Vuol dire che più doni offro al mondo e più, in realtà, sono io a beneficiarne. Aver capito questo è stato un passo avanti immenso nel mio personalissimo percorso di conoscenza.

E per te? Che cosa puoi offrire di veramente speciale al mondo? E come?

Lug 30


Nell’ultimo post della sua rubrica bisettimanale, Chris Guillebeau scrive:

If you have a range of projects, products, or activities, it’s almost always better to devote your efforts to the strong performers than to try and pull up the weak ones. Most people do the opposite. If your goal is for everything to be average, that’s the best you’ll ever get.

È un concetto sul quale vale la pena di riflettere. “Si chiama destino”, direbbe Pavese: è sostanzialmente inutile perdere tempo a cercare di correggere i propri difetti, mentre ha molto più senso valorizzare i propri punti di forza. O “tagliare le perdite e lasciar correre i profitti”, come si dice in borsa.

E questo vale sia nel lavoro che nella sfera personale (ammesso che una distinzione tra i due esista). E significa fare un esame severo dei propri obiettivi e dei propri progetti e tagliare senza pietà quelli che sono un amen meno che stellari.

È la differenza – piccolissima di fatto, ma una voragine in realtà, poiché “the winner takes all” – tra Juan Diego Florez e Luciano Pavarotti nelle parole illuminanti di Cal Newport ospite di Tim Ferriss.

Insomma, rigore di pensiero e chiarezza di intenti. Decisione, concentrarsi su ciò che conta veramente, lasciare andare tutto il resto. Cyril Northcote Parkinson, Vilfredo Federico Damaso Pareto. La tua vita, tu.

preload preload preload