Ago 24

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Ho conosciuto Chris Lytle alla conferenza ALC ad Austin, e sono rimasto affascinato dalla sua maniera lucida e diretta di esporre gli argomenti. In due parole: nel campo delle vendite, la conoscenza che non porta all’azione non è vera conoscenza (“To know and not to do is not to know”, per usare le sue parole).

Il passo successivo e naturale, per me, è stato acquistare e leggere il suo The Accidental Salesperson, libro che risente un pochino della polvere degli anni ma in cui sono presenti alcuni concetti che si applicano a qualunque professionista, e dunque anche ai traduttori.

Un brano tra i tanti, veloce e significativo. Racconta Lytle di un giorno in cui stava sciando con un amico dentista, cui chiese quale fosse il maggior cruccio nel suo settore.

“Le vendite”, è stata la risposta dell’amico. “Devi convincere le persone a farsi togliere i denti del giudizio. Devi gestire le obiezioni. Persuaderli a sopportare il dolore, le spese e il tempo sacrificato al lavoro. Non ti insegnano l’arte delle vendite all’università. Ma dovrebbero farlo”.

Non sembra una scena vagamente familiare?

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Lug 06

In breve: parliamo troppo di denaro, ma le esperienze che facciamo hanno un valore di molto superiore.

L’intera storia: il denaro è presente in troppi momenti delle nostre vite. Chiedere uno sconto è facile, è automatico, quasi obbligatorio; mentre saper valutare un lavoro è praticamente impossibile in un numero grandissimo di casi (un indizio: traduzioni incluse).

La conoscenza. Gli errori. Il cambiamento. A mio modo è questa la vera ricchezza, solo questa: il tempo per fare le cose che adoriamo e per stare con le persone che amiamo. Il denaro ha un senso molto relativo.

Quanto denaro ci serve davvero per vivere, e quanto invece per soddisfare il nostro ego, per suscitare l’invidia dei vicini, e soprattutto per colmare il vuoto che abbiamo dentro?

Claudio Maffei dice che l’unico motivo per cui compriamo una macchina – l’unico – è perché ci fa sentire fighi quando siamo sopra (parole sue). Leo Babauta sostiene che non occorrono molte cose (materiali) per vivere bene. E che dire di Blaise Pascal e del suo concetto di divertimento?

Diamo troppa importanza al denaro. Eh già.

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Mag 19

Chiedi a qualunque collega americano che conosci in maniera superficiale come vanno gli affari e ti risponderà, invariabilmente, “They are great!” Poi però apri il giornale e leggi che Chrysler sta mandando una lettera a 789 dei suoi 3200 concessionari negli Stati Uniti in cui notifica che non intende rinnovare il contratto di franchising che li lega, e che la procedura di bancarotta cui si è sottoposta glielo permette – così come, tra l’altro, le permetterà di non pagare miliardi di dollari di debiti contratti.

Io questa cosa qui non l’ho mai capita bene. Possibile che tutto vada sempre per il meglio, nel migliore dei mondi possibili?

Una risposta involontaria mi è arrivata però da Chris Lytle, keynote speaker – nonché oratore eccellente con parole piene di sostanza, senza alcun dubbio – alla conferenza ALC. Ha raccontato di come un giorno uno dei suoi venditori fosse tornato in ufficio e lui gli avesse chiesto come fosse andato l’incontro con il potenziale cliente. “Great!”, è stata la risposta. “And you got the order?” “No, but we agreed that I would call him next spring!”

Infatti quando vai un po’ più in profondità nelle conversazioni ti accorgi che, direbbe Renato Beninatto, “in Italia non è diverso” – anche loro hanno i loro problemi non da poco, sebbene non sia prudente dirlo di fronte ai colleghi.

Apr 24

Negli ultimi mesi mi sono imbattuto – in parte per caso, ma come sappiamo da Nassim Taleb è il caso a guidare le nostre vite – in tre libri molto differenti tra di loro, dei quali però mi colpisce l’idea centrale, simile in tutti e tre.

I libri sono:

Timothy Ferriss, The 4-Hour Workweek: Escape 9-5, Live Anywhere, and Join the New Rich. Questo è il sito di Ferriss e qui c’è l’edizione italiana che, sottotitolo a parte, è ben tradotta.

Robert T. Kiyosaki, Rich Dad Poor Dad: What the Rich Teach Their Kids About Money – That the Poor and the Middle Class Do Not! L’edizione italiana esiste, ma la traduzione è molto imprecisa.

Robert Shemin, How Come THAT Idiot’s Rich and I’m Not? C’è anche l’edizione italiana, che però non conosco.

(Un’avvertenza: come per tutti i libri che provengono di là dall’Oceano, occorre fare la tara ai concetti espressi: non tutto ciò che illustrano queste opere è condivisibile o applicabile.)

Quel che trovo molto significativo è il fatto che, quando si parla delle cose che contano davvero – le nostre vite, i progetti, il futuro e soprattutto il presente – questi tre autori, molto differenti tra di loro, arrivano alle stesse conclusioni partendo da punti di vista molto diversi e parlando di argomenti differenti.

Il discorso sarebbe molto vasto; ecco comunque alcuni esempi a seguire.

Un vantaggio competitivo è dato dal non attendere di avere tutti i dati e tutte le informazioni per dare avvio ad un progetto, ma cominciare subito e poi correggere in corsa (concetto che è espresso anche da Taleb). Questo perché gli errori – che compiremmo comunque – ci permettono di apprendere la strada giusta e aggiustare in seguito.

Un corollario: non bisogna avere paura del cambiamento, ma occorre abbracciarlo (benedirlo, vorrei dire – vedi alla voce Tom Peters).

La ricchezza è definibile molto più come tempo a disposizione per fare le cose che adoriamo e per stare con le persone che amiamo piuttosto che come quantità di denaro che possediamo.

Gen 29

Egregio dottor Mondo (anche se l’appellativo “dottore” mi sembra assurdamente riduttivo per rivolgermi a lei),

questa sera, appena entrato all’Archivio di Stato di Torino alla presentazione coordinata dalla professoressa Masoero di Officina Einaudi, il volume dedicato alle lettere editoriali di Pavese, la prima persona che ho incontrato è stata lei, lei che mi aveva aiutato tantissimo mettendomi a disposizione l’archivio de “La Stampa” allorché tra il 1993 e il 1994 stavo preparando la mia tesi su Pavese; quell’archivio dove avevo passato un pomeriggio appassionante di letture di articoli e avevo ricavato tanto materiale utile per la mia tesi.

Ebbene, lei mi ha domandato se avevo seguitato ad occuparmi di Pavese. Io, confusamente, ho balbettato di no.

Ho scordato, però, di menzionare gli articoli che ho pubblicato su una rivista di primo piano nell’editoria subalpina, “Studi Piemontesi”.

E non le ho detto che Giulio Einaudi per lettera e Norberto Bobbio per telefono mi avevano incoraggiato a proseguire gli studi su Pavese, una volta che – fresco di laurea – cercavo il mio posticino nel mondo.

Poi le cose sono andate diversamente e oggi sono soddisfatto di ciò che faccio. Ma è altrettanto vero che ogni volta che vengo in contatto con Pavese – e questa sera tra il pubblico c’era anche Cesarina Sini, la nipote: dunque il contatto non era solo accademico, ma umano, troppo umano – ho, per dirla con Pavese, l'”effetto di toccare un filo di corrente”; e ritorno con la mente a quei momenti di un Gianni Davico acerbo che avrebbe voluto dedicare tutte le sue energie allo studio di Pavese, ma non ne ha avuto la possibilità/sorte/abilità.

E in questo senso vedevo in Silvia Savioli, la giovane studiosa che ha curato il volume, il me stesso di tanti anni prima, un futuro passato possibile.

E quindi la ringrazio per aver dato la stura con questa sua domanda semplice e innocente a un fiume di ricordi e di studi di anni ahimè lontani. Mi spiace che tutto ciò sia venuto fuori solo dopo, ma confesso di non avere la prontezza di risposta che sarebbe necessaria nelle conversazioni pubbliche. Direbbe Giovanni Giudici:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

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Gen 22

Sono andato in questi giorni a sfogliare alcuni vecchi numeri di “Inc.”. Ho aperto il primo (per me) numero, agosto 1998, comprato a Philadelphia – e ricordo bene il mio sentire di allora, confuso e curioso verso un mondo tutto da scoprire.

Mi ha colpito una citazione che avevo evidenziato:

A great example in retailing today: one would suspect that Barnes and Noble spends all its time looking at Borders and that Borders spends all its time looking at Barnes and Noble, when both of them should pay attention to Amazon.com.

Fa parte di un’intervista a Tom Stemberg, fondatore di Staples. All’epoca il mio interesse era rivolto verso Internet, che era un oggetto oscuro e fascinoso. Oggi quelle parole mi hanno ricordato, attraverso Flatlandia, luogo dove la tridimensionalità non può essere percepita da esseri che vivono in due dimensioni, l’atteggiamento di molti, troppi traduttori verso la traduzione automatica: un misto di ribrezzo e paura. E comunque con il pensiero che si può avere quando esce il modello nuovo della propria auto: “Il mio è superiore…”

Del resto anche Jiri Stejskal, presidente dell’ATA, nell’ultimo numero di “ATA Chronicle”, rivista tradizionalmente conservatrice da questo punto di vista, esprime un concetto tanto semplice quanto trascurato:

The translation landscape is changing. Like it or not, machine translation is here to stay and we should pay attention and find ways to make the best of it. Let us view it not as a threat, but as an opportunity.

Gen 13

minimum fax
Il poster qui a fianco ha accompagnato tutti i traslochi di Tesi & testi. (Nella prima, minuscola sede era proprio sopra il fax.) È un regalo di Daniele di Gennaro, fondatore con Marco Cassini di minimum fax; me lo diede al primo Salone del libro cui parteciparono, nel 1994, e l’ho sempre tenuto caro perché le persone mi furono di primo acchito simpatiche.

Ora quei ragazzi si sono fatti uomini, e Marco Cassini ha pubblicato le sue memorie, ovvero il racconto dei primi quindici anni della casa editrice. L’ho letto d’un fiato, e poi riletto a cercare le similitudini tra una casa editrice e una “casa di traduzioni”; e, anche, tra le sue e le mie passioni.

Le “tre fasi della vita della casa editrice: l’età dell’innocenza, l’età della ragione, e il ritorno all’età dell’innocenza” (p. 69). Me ne sono reso conto leggendo le sue parole, ma per Tesi & testi – dunque per me – è stato lo stesso. L’innocenza e la spensieratezza di oggi sono figlie legittime della ragione di ieri, da cui non prescindono; però permettono di guardare al lavoro con leggerezza nel senso calviniano del termine. Con vantaggi per tutti quindi, a partire dai clienti: non devo seguitare a ripetere che siamo bravi, che facciamo questo e quello, perché i progetti che affrontiamo parlano per noi.

I libri che cita. Impressionante il numero dei libri citati nel corso del volume e in Bibliografia che ho letto in quegli anni.

New York. A New York nel 2003 sono arrivato con la mia valigia di cartone, in un viaggio avventuroso fatto di appuntamenti con colleghi per cercare di capire come si affrontasse il mestiere di là dall’oceano. E la decisione di scrivere un libro sull’industria della traduzione l’ho presa lì.

I refusi. Già dal titolo del libro ho capito il tipo di persona. E in effetti nel volume non ho trovato un singolo refuso, cosa che rallegra il mio spirito di indefesso redattore.

Il fatturato. Lui afferma che il fatturato della sua casa editrice rappresenta lo 0,04-0,05% del settore; percentuale che – non è un caso – è paragonabile al fatturato di Tesi & testi rispetto al totale italiano. Il che ci ricorda che ogni cosa è relativa.

Il suo doppio ruolo di operatore culturale e imprenditore, che è stata anche dall’inizio la mia sfida nel mondo delle traduzioni: ovvero di guadagnarmi da vivere con dignità con un lavoro che avesse in qualche misura un che di “culturale”. Senza prendermi troppo sul serio, ovviamente.

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Gen 05

The Knack
Per anni ho continuato a chiedermi perché Norm Brodsky, imprenditore con vastissima esperienza e columnist per Inc. dal 1995, non riunisse i suoi articoli – vere e proprie illuminazioni – in un libro.

Ovviamente l’ha fatto: The Knack è in libreria da qualche mese. Ai fini dell’industria della traduzione (sebbene il discorso valga – è chiaro – per tutti i settori), Brodsky cita i tre criteri che usa per decidere se vale la pena investire in un’attività (pp. 42-44). Vediamoli.

1. L’oggetto deve essere conosciuto dal pubblico. Perché educare un mercato è un affare oltremodo costoso, sia in termini di denaro che di tempo. Il parallelo con le traduzioni è lampante: non sono io che devo educare il cliente, al limite sarà lui ad istruire me sulle sue necessità. E se sono bravo ad ascoltare, farò tesoro delle sue parole.

2. L’industria deve essere un pochino indietro rispetto alle necessità dei propri clienti (“antiquated”, dice Brodsky), ovvero ci devono essere margini di miglioramento. E nell’industria della traduzione le possibilità di perfezionare sistemi e processi sono enormi.

3. Il proprio mercato deve essere di nicchia. Soprattutto quando si comincia, competere principalmente sul prezzo è un comportamento suicida, perché si va fuori mercato. Allora il fatto di scegliere un microsettore diviene un vantaggio competitivo non da poco.

E comunque questi consigli vanno presi cum grano salis. O, per dirla con le parole di Brodsky:

So those are my three criteria for starting a successful business: a one-hundred-year-old concept, an antiquated industry, and a niche. I know some people are thinking, “If everybody followed those criteria, we still wouldn’t have the wheel.” Well, they’re right. I don’t mean to discourage the visionary geniuses out there. I’m all for advances in technology and the creation of new industries. If you’re another Thomas Edison, Fred Smith, or Bill Gates, forget my criteria. Go right ahead. Change the world.

Dic 03


Come in qualunque settore, anche nelle traduzioni si cerca di pagare il meno possibile per avere il più possibile. È normale, rientra nelle leggi economiche e obbliga i fornitori del servizio a pensare in maniera creativa; niente da dire.

Se però qualcosa tredici anni di questo mestiere mi hanno insegnato è che non è saggio voler sfruttare all’osso i propri fornitori, adducendo a pretesto la crisi, minacciando di cambiare fornitore e così via. Quel che vedo sempre più spesso capitare – soprattutto in un’epoca come questa, dove il Web 2.0 è qui per rimanere – è la creazione di rapporti di partnership che vanno ben al di là della “semplice” fornitura. Ovvero: io, cliente, investo nella relazione con te, fornitore – e viceversa –, perché valuto che è più conveniente per me, sul lungo termine, che tu sia soddisfatto, dal momento che questo contribuirà al mio successo. Non è filantropia, è teoria economica anche questa. Economics 101, potremmo dire.

Lo scorso settembre IMTT, azienda che tra le altre cose organizza conferenze nel settore linguistico, mi ha invitato a parlare al secondo Vendor Management Seminar. L’idea centrale che ho portato via con me da quei giorni cileni è stata che nessuno può più sottovalutare il rapporto con i propri fornitori strategici, pena la perdita di competitività nel lungo periodo. Mi ha fatto molto riflettere sui rapporti strategici che abbiamo, sia con fornitori che con clienti.

A riprova, vedo alcuni rapporti con aziende nostre clienti diventare sempre più stretti. Dopo tutti questi anni – ho passato i quarant’anni e vedo la fine del tempo – credo che se Tesi & testi ha un valore, questo è dato dalla fiducia che i clienti – non tutti, certamente; ma, appunto, quelli strategici – ripongono in noi. Ed è proprio la fiducia (che non va presa per scontata, peraltro), benzina della relazione che hanno con noi, che fa ritenere loro che non è necessario negoziare sempre sul prezzo, ma che è più saggio puntare su altre caratteristiche del servizio, come ad esempio la tempestività.

Nov 28

Parole di carta e di web
Franco Carlini è uno di quegli autori – di più, pensatori. Di più, uomini – che rendono il mondo un posto più bello, più ricco, più interessante.

Anche se non c’è più, il suo Parole di carta e di web. Ecologia della comunicazione (Torino, Einaudi, 2004) rimane un testo fondamentale per capire che cos’è Internet – anzi l’Internet, per dirla à la Carlini – e quali possibilità offre per il nostro futuro.

È un manuale scorrevole e scritto in maniera eccellente e assai ben documentata che riflette sul senso lato del web. Si tratta di una lettura molto gradevole e pregnante, piena di idee e spunti – a volte controcorrente, ma sempre argomentati e ‘pensati’ – su quanto e come la tecnologia può influenzare (e sperabilmente migliorare) la comunicazione ai giorni nostri.

Utile per: capire qualcosa in più della rete oggi.

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