Set 23

Noi abbiamo un problema.

Ce l’abbiamo come società tutta, ma oggi lo esaminiamo dal punto di vista di un giovane che sta per entrare, sta entrando o è appena entrato sul mercato del lavoro. Un traduttore, per esempio.

Partiamo da questo post di Giovanna Cosenza, che pubblica lo sfogo di una lavoratrice dell’intelletto che è impiegata per due lire.

Sara Crimi, che con l’editoria ci lavora, sulla sua pagina Facebook sintetizza tutto quanto in maniera efficace:

Basta con i piagnistei, sul serio.
Tirare fuori gli attributi e smettere di menarsela col lavoro intellettuale.

Allora che cosa facciamo?

Prima considerazione: questa turbolenza che stiamo attraversando contiene già in sé, per forza e di necessità, la sua soluzione, solo che noi non la vediamo ora. Il fatto che non la vediamo non significa però che non esista. (Nassim Taleb docet; e non solo col suo Cigno nero, ma anche col suo Antifragile che sto leggendo da un mese – lettura difficile, lentissima, da digerire, affascinante, piena di significati.)

Nessuno ha (per ora) grandi risposte, dunque; ma questo non ci deve scoraggiare. Se io non avessi una vita “avviata” e fossi un giovane oggi, probabilmente andrei all’ estero – in Cile, è pressoché sicuro –; ma questa è solo una risposta parziale.

Possiamo ripartire dai fondamentali, questo sì. Ho letto per esempio questo post di Marco Cevoli in cui si raccontano fatti prosaici; ma, per fare uno yogiberrismo, in teoria la teoria e la pratica sono la stessa cosa, ma in pratica no.

E poi le risposte non possono arrivare tutte insieme e tutte subito. (Anch’io passata la ventina mi sentivo assolutamente perso, sapevo di essere intelligente e di avere doti ma non sapevo proprio che cosa fare dei miei talenti. Poi però la vita scorre, la vita è lunga, le cose cambiano, le cose succedono, diventi grande comunque e nonostante, a volte anche nonostante te stesso.) Pensiamo ad una soluzione a dieci anni, per esempio. A dieci anni, sì – non dieci minuti o dieci giorni o dieci mesi. Dieci mesi non bastano.

Nessuno ha le risposte, ma le risposte arrivano. A volte anche da sole. Dice Fabian Kruse:

Isn’t it weird that most people, when they want to get smarter, slimmer or stronger, want immediate results? It seems like all they’re willing to put in is a bunch of money, but as little time as possible.

E:

Are you fucking kidding me?

E ancora:

We can’t all be Jack Kerouacs and write a bestselling novel in a few nights of typing frenzy. And even if we were, we’d still need years and years of preparation to get to that point!

Look at it from the other end: If you give yourself enough time, you can do pretty much anything.

E questo risponde anche a Sara e chiude il cerchio, perché come dicono spesso le mie figlie quando chiedo loro qualcosa:

E un attimo!

Set 16

Mi capita ogni tanto di imbattermi in colleghi nuovi arrivati in questa professione. Anch’io ero un “nuovo collega” una ventina d’anni fa, ma col tempo le cose sono cambiate: avendo commesso tutti gli errori possibili e immaginabili, ho semplicemente cercato di imparare da quelli (nel senso di non ripeterli più), e ora mi è facile distinguere di primo acchito il grano dal loglio, ovvero i competitor seri da quelli improvvisati e senza preparazione. (Bastano le prime due righe di una mail, per dire.)

Questo mercato è vasto – l’ordine di grandezza è intorno al miliardo di euro –, ma come dappertutto non ci si improvvisa. Ovvero, non ci vuole molto più di un computer per iniziare, ma continuare, creare valore, è una cosa diversa. Puoi anche ammantare le tue magagne di marketing e loghi e design, ma per fare vedere che sei un professionista non servono molte parole, ci vuole sostanza. E, soprattutto, anche il contrario è vero: ti sgamano subito.

E il discorso non vale solo per le agenzie, vale per chiunque, translators included: a cosa servono, ad esempio, i curricula che sono di fatto dei copia e incolla, mandati come fossero un modulo e non un atto creativo e uno strumento di marketing? Mentre i dettagli minimi nel CV (e in tutto quello che di noi traspare sul Web) sono importantissimi.

Il marketing, insomma, è fondamentale; ma i segreti non esistono più e le magagne vengono fuori subito. Prendiamone nota.

Set 09

Montemaggiore, foto di Hubert J - http://tinyurl.com/n9hnvb6

Montemaggiore, foto di Hubert J – http://tinyurl.com/n9hnvb6


C’è una cosa che io so che devo fare il giorno prima di lasciare quella terra benedetta: prendere l’auto e guidare piano verso i piccoli paesi dell’interno, camminarvi lentamente, sedermi qua e là per osservare i panorami o anche semplicemente le cose.

Sabato era quel giorno, e così ho fatto. Io preferirei andare a piedi, ma per questa specifica attività – che ha un nome preciso: Corsica blues – l’auto è necessaria o mi parrebbe sempre di avere troppo da vedere davanti a me.

Sabato sono stato in piccoli paesi della Balagna. Ho passato prima quelli più classici (Curbara, Sant’Antuninu, Pigna); però la bellezza troppo vicino al mare è finta, perché fatta a bella posta per il turista che ha poco tempo da dedicare alle visite, vuole stare sulla spiaggia. (Non è che a me la spiaggia non piaccia, ma la “mia” Corsica è la montagna in mezzo al mare: ovvero è prima di tutto terra e dopo, solo dopo, mare.)

Su un muretto mi sono seduto a guardare. La vista spaziava da Calinzana, là dove parte il sentiero più famoso d’Europa, fino a capu d’Occi, proprio sopra quel piccolo villaggio abbandonato (ma nell’anno 2000 la chiesa è stata completamente restaurata, il che ne fa un luogo d’incantagione e meraviglia, soprattutto se ci arrivi verso il tramonto).

Infine sono giunto a Montemaggiore, un paesino con un’unica bottega e un caffè, luogo di silenzio, “vero” luogo di Corsica. In quel paesino minuscolo mi sono riconciliato con quella terra, ho riposto le mie emozioni e sono stato in pace con me.

Taggato:
Set 02

Porto Pollo
C’è un luogo – i miei venticinque lettori lo sanno – che più di altri io chiamo casa in questo territorio immenso e disabitato, splendido e solitario che è la Corsica, ed è un piccolo paese che chiude a nord il golfo del Valinco, lieu dit Porto Pollo.

Ieri – ehm – era il mio genetliaco numero quarantasei (queste cose accadono e non puoi farci nulla, sorry). Da qui, dalla Balagna a laggiù è una sorta di viaggio della speranza – una delle caratteristiche della Corsica, positiva oppure negativa a seconda di come la si vede, è che nessun luogo è lontano e nessun luogo è vicino -, ma seguendo una tradizione iniziata l’anno scorso ho scelto, come regalo, una gita in quei luoghi per me magici.

Che cosa c’è di sensato nel passare tante ore in auto pur di vedere per una volta ancora un luogo che ti rende felice? Be’, apparentemente nulla se non – e non è poco, almeno per me non è punto poco – la felicità insita in quell’osservare. Passeggiare per quei luoghi, ricordarsi episodi accaduti tanti anni fa: l’ammonimento montiano di non tornare a Monesiglio non valeva ieri, ieri ero felice e basta.

E il fatto che, per una sorta di combinazione, queste sensazioni siano state provate in un giorno che segna un passaggio aggiunge ancora un po’ di sale al tutto: il mio corpo lentamente invecchia con me, io mi sono affezionato ai miei capelli grigi che non cambierei per nessun altro colore al mondo; e insomma ieri a Porto Pollo c’ero io, io davvero.

Taggato:
Ago 26

desertu di l'Agriate
Sabato sono partito da una citazione. Dice infatti Cesare Pavese ne Il diavolo sulle colline:

Mi tornò in mente nel buio quel progetto di traversare le colline, sacco in spalla, con Pieretto. Non invidiavo le automobili. Sapevo che in automobile si traversa, non si conosce una terra.

Ecco, da anni ho quest’idea che le terre che amo – e io amo questa santa terra corsa, la amo struggentemente e totalmente – vanno attraversate a piedi. Le voglio percorrere in lungo e in largo per cercare di scalfirne l’essenza.

Sabato ho camminato per oltre otto ore senza interruzione per il desertu di l’Agriate, parte sul sentier littoral e parte sul sentier des douaniers. La felicità era nelle gambe, nei passi, nei piedi più che nella testa. Andare per andare insomma, viaggiare senza nessuno scopo o motivo che non sia quello intrinseco al viaggio stesso. Abbracciare una terra, cercare di comprenderla.

Gli sparuti viandanti incontrati lungo il cammino erano rari nantes in gurgite vasto, compagni di scoperta e di avventura. Ogni tanto incontravo qualche pagliaghju, per lo più abbandonato, il che mi faceva pensare a come rapidamente è cambiata la vita in questo luogo, se fino a non più di un secolo fa era coltivata a grano, agrumi, olive e fichi.
la vache qui rit
Ho ritrovato sensazioni già provate in passato, per esempio due anni fa. La felicità era nell’aria, nel profumo della macchia, nel calore che più che scendere dal cielo pareva sgorgare dalla terra, nei colori netti della giornata. Il senso di libertà e di solitudine era immenso.

Ho camminato, ecco.

Taggato:
Ago 19

Pigna
Il luogo che considero casa sta in mezzo ai boschi, quasi sul crinale che divide la valle Grana dalla valle Maira. È fatto di silenzio, di verde, di mattini chiari, di gente semplice e di lunghe camminate. È un luogo molto preciso, poco esteso. Quando ci penso – spesso – mi viene in mente un verso di Erri De Luca:

Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco.

(Perché il valore di quel luogo è per me intrinseco, non dipende dal giudizio del mercato o di chicchessia.)

La mia patria seconda è invece un luogo molto più esteso. Sì, prende vita da un piccolo villaggio che chiude a nord il golfo del Valinco, Lieu dit Porto Pollo, ma si allarga ad abbracciare quella terra tutta, in tutte le sue sfumature e variazioni.

Poiché arrivo da tanto tempo passato nel primo luogo, e mi trovo ora per qualche settimana nel secondo, ho pensato in questi giorni alle similarità che avvolgono queste due terre apparentemente così tanto diverse tra di loro.

Le feste di paese, per esempio: lunghe tavolate, balli, luci. Sono identiche.

La lingua, per esempio: la lingua del posto, il genius loci, resiste nelle nostre montagne come in Corsica. E lo fa in maniera naturale, senza forzature.

I colori, per esempio: se ti allontani un momento dalla marina ti rendi conto che le foreste si assomigliano parecchio.

La solitudine, per esempio: io, che sto bene con me stesso e dunque sto bene anche da solo, trovo in queste terre la mia misura, perché non devo necessariamente parlare, argomentare, discutere e così via. (Questo non implica il non avere amici in questi luoghi, con l’aggiunta che un amico che provenga da queste parti è un amico per sempre: probabilmente ci metti anni per conquistare la sua fiducia e la sua stima, ma una volta concesse lo sono per la vita.)

In sostanza non è per caso che adoro questi luoghi, non è per caso che in essi mi sento a casa.

Taggato:
Ago 12


Un concetto espresso da Chris Guillebeau mi ha fatto riflettere in questi giorni:

What could you build that you’d want to escape to instead of escape from?

Ovvero: qual è il confine, la differenza sottile tra una vita piena, scelta, vissuta e un continuo reagire alle pressioni esterne? È lo stesso concetto che ho trovato espresso dall’uomo che ha cambiato per sempre la mia visione del golf:

The lucky people in life are the ones who never forget who they are, not what other people think they are.

È una frase apocrifa, perché fa parte di un romanzo di cui pubblicherò la recensione a settembre, ma il concetto è certamente hoganiano e comunque dà da riflettere.

È un concetto che trovo attualissimo in un momento di vacanza, in cui i nostri sogni possono essere esaminati da vicino, sia che ciò avvenga sulla spiaggia, in una città d’arte o in alta montagna – o anche semplicemente nel salotto di casa, ma senza pressioni contingenti.

Ciascuno ha la sua propria risposta; io la trovo tra qui e qui. Vale da anni e varrà per tutto il tempo che mi rimane, nonostante i detrattori, gli uccelli del malaugurio e compagnia cantando.

Ago 05

Dragonero
Non sempre arrivare ultimi è una cosa negativa. Questa è la lezione che ho imparato ieri, al Trofeo Sentieri degli Acciugai, una corsa podistica di 10,6 km in valle Maira, per tre quarti in ripida salita e per il quarto restante in discesa altrettanto ripida (per me almeno).

I partecipanti erano un centinaio, e – al netto di qualche sparuto ritiro (che immagino, pur non avendone notizia certa) – l’ultimo degli arrivati è stato proprio yours truly.

Lezioni apprese, tre.

1. Gli spettatori ti dicono bravo per il solo fatto che tu partecipi (in fondo a chi importa che tu arrivi novantanovesimo o centesimo?), e questa è già di per sé una vittoria.

2. Correre è un’attività autotelica, che trae in sé la sua ragion d’essere e la sua soddisfazione; e non importa se a tratti ho camminato, il ritiro semplicemente non era tra le opzioni possibili e la soddisfazione di aver tagliato il traguardo è ricompensa sufficiente.

3. Il podismo è disciplina povera e semplice (lo dico con tutto il rispetto e l’ammirazione possibili): essere stato parte di questa festa popolare significa essere in armonia con l’ambiente e con tutte le altre – tantissime – persone presenti.

Tutto ciò specificato, ieri mi è stato lampante un fatto che già sapevo: la corsa in salita non è il mio forte (e in discesa nemmeno, tanto perché sia chiaro). Ma il mio obiettivo, che qui rendo pubblico (e nel dirlo mi sovviene un obiettivo che mi posi da trentaduenne: parlare in pubblico in inglese negli Stati Uniti entro i quarant’anni, cosa che realizzai ad Austin – sia pure qualche mese dopo il mio genetliaco numero quaranta), è quello di partecipare, portandola a termine, ad una mezza maratona entro la fine del 2014.

Ho detto.

Lug 29

impasti
A stare qui in mezzo a queste montagne, tra i bambini che giocano, a sentire lingue che si mescolano con naturalezza (l’italiano, alcune lingue dell’est, tante varianti della mia lingua madre), mi sento cucita addosso la descrizione di pecoranera:

Quando si inizia a essere la propria idea non c’è più necessità di parlarne, di farne propaganda, di urlarla addosso al mondo. Eccomi, sono qua a coltivare i miei pomodori, era questo che aveva sostituito le infinite discussioni sui massimi sistemi. Quel che avrei da dirvi lo sto facendo.

Non servono tante parole, qui c’è già tutto (tomatoes included).

E allora nella tranquillità di questi luoghi mi sovviene anche un altro pensiero: di aver sempre fatto il bravo ragazzo (perché questa è la mia natura), di essere ligio al dovere, per anni di aver parlato solo quando interrogato e – per questi fatti – di essermi tante volte sentito un deficiente… poi però basta una parola, un gesto, uno sguardo di qualcuno e capisco perché l’ho fatto, che tutto accade per una ragione.

Capisco insomma che rispettare il mio prossimo non è solo buona educazione, ma qualcosa di più profondo, che lascia il segno e lo lascerà anche domani, sia dentro di me che nel mio piccolo mondo.

Non potei fare diversamente; ma nemmeno lo vorrei.

Lug 22

Molti anni fa, quando avevo finalmente trovato la mia strada – lettere all’università – e mi ero dedicato seriamente alla lettura e alla scrittura, apprezzai tantissimo un volumetto dal titolo Perché scrivete?, in cui un centinaio di autori spiegava le ragioni che li spingeva a scrivere.

Ebbene, quel libro mi è tornato in mente in questi giorni, con la lettura di questo post di Fabian Kruse, in cui l’autore mette l’accento su alcuni punti relativi all’attività di blogging sui quali vale, io credo, la pena di riflettere.

Il punto cruciale è quello del pensare (scrivere) a voce alta (“thinking in public”): e questo è un vantaggio indubbio sia per chi scrive, che da una parte si espone ma dall’altra riesce a fissare meglio i suoi pensieri e a partorire dunque nuove idee, o nuove versioni di idee antiche, sia per chi legge, dal momento che può spingere il suo pensiero in terre ancora incognite. O, per dirla con Fabian:

The only thing worse than a half-assed intellectual dinghy in your blogging river is the half-finished genius battleship that never leaves the dockyard.

E pazienza se qualche volta si scriveranno delle sciocchezze oppure si metterà dell’aria fritta all’onore del mondo, perché i vantaggi saranno certamente superiori. Poi certo, i motivi che ci spingono a scrivere sono potenzialmente infiniti, ma il fatto di pensare a voce alta è foriero di sviluppi e di futuro.

Experiment as a method (estensibile a qualunque nostra attività).

preload preload preload