Dic 02

Jonathan Mardukas
In questi giorni mi è tornata in mente la questione delle tariffe (delle traduzioni, ovviamente). Era tanto che non ci pensavo: il fatto – un fatto – è che probabilmente ai prezzi cui vendere i tuoi servizi ci pensi tanto nei primi anni di attività, poi col tempo ti lasci indietro tutte queste questioni e semplicemente fai quel che devi e che sai fare.

(In effetti pensando ai clienti di Tesi & testi penso soprattutto ad un rapporto di partnership: forse non strategica come la consulenza aziendale, ma d’altra parte se qualcuno cerca il prezzo più basso nel servizio di traduzioni non verrà certamente da me.)

Ebbene, mi è tornata in mente perché ho ricevuto il listino da un’azienda simile alla mia. Ora, a parte il fatto che il concetto stesso di listino prezzi non ha molto senso (il prezzo essendo influenzato da troppi fattori quali il tempo, il settore, la quantità eccetera), mi ha colpito il fatto che quei prezzi sono di un buon 30% (almeno) più bassi rispetto ai miei.

Be’, sai che c’è? La cosa non mi preoccupa punto, in effetti mi inorgoglisce. Già, perché io so – so perfettamente – quanto mi costa offrire il servizio di livello che offro, e in questi casi non posso non citare Jack Walsh:

Dammi quello che è giusto, Eddy, e te lo porterò qui entro venerdì a mezzanotte.

Sono in questo settore da pressoché vent’anni: so di che cosa parlo, so che cosa compro e che cosa vendo. (Il punto non è se sono bravo o meno, il punto è che ho troppi anni, per la miseria!) Ho passato tempeste e periodi felici nel lavoro, ho avuto problemi e tante soddisfazioni. Potrei dire, come scriveva Cesare Pavese il 14 ottobre 1932 a E.:

Ho passato dei momenti atroci nella mia vita e sono ancora qui.

I miei clienti lo sanno, e si fidano: il valore del mio lavoro, a ben vedere, è quasi tutto qui. Loro mi danno quello che è giusto, ed entro venerdì a mezzanotte hanno – come è nei patti – quello che vogliono.

Non è nemmeno questione di crisi o che, è semplicemente che i prezzi non mi interessano. Se ti fidi sai che il prezzo è giusto e negoziare non è poi così importante. La mia bòita non è certificata né è (più) iscritta ad alcuna associazione di categoria: ma entro venerdì a mezzanotte Jonathan Mardukas, detto Il Duca, sarà qui.

Nov 25

[originariamente pubblicato su La vita 2.0 il 17 novembre 2011]

Avrebbe scritto Goethe:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Ho usato il condizionale perché, per quanto il concetto sia certamente goethiano, queste parole sono in realtà attribuite erroneamente a Goethe. Derivano da una traduzione in inglese molto libera dei versi 214-230 del Faust, ad opera di John Aster (Londra, Cassell, 1835, p. 20).

Ma al di là della filologia il concetto è questo: è importante seminare per il futuro. Guardare oltre gli ostacoli come se gli ostacoli non esistessero. Lasciare gli ormeggi e semplicemente fare (con un progetto, s’intende; non fare a casaccio – ma forse a volte anche fare a casaccio).
che-fare
Lo vedo succedere a me stesso: ci sono tante magagne nella mia vita, cose che non vanno, paure che non riesco a superare ma mi sto muovendo. (Fondamentalmente questo accade grazie a tanti amici incontrati lungo la via.) Ho deciso di fare comunque dei passi e di conseguenza il lavoro diventa più interessante, ci sono progetti nuovi, sfide. Il futuro mi piace, ma adoro il presente. Sto bene. Forse a dire che sono felice offenderei Rita Levi Montalcini, per la quale la felicità è una cosa da bambini, ma insomma sono soddisfatto e questo presente – l’unico presente che ho, peraltro – mi piace.

Mi sovviene l’Innominato dopo la conversione cui viene sonno e che dorme in pace. Io ho fatto il mio dovere e nonostante gli errori eccetera mi sento in pace. Non potersi rimproverare nulla è importante.

Allora il messaggio diventa questo: fai quel che devi, getta il cuore al di là dell’ostacolo e goditi la pace e il benessere che ne deriveranno.

Hai già pensato. Il prossimo passo è fare.

Nov 18

mozziconi
Ho sperimentato il flow tantissime volte nel lavoro (quella meravigliosa sensazione di dimostrare a se stessi che si è molto bravi, sia lavorando da soli che in gruppo), molte volte nel golf, ma la scorsa settimana mi è capitato per la prima volta nella corsa.

È stata un’esperienza esaltante perché non cercata. È iniziata giovedì: prima della consueta lezione di pilates ho fatto un quarto d’ora scarso sul tapis roulant, poi complice la musica la lezione è scivolata via con gioia e ritmo (Luciano, la tua playlist era fantastica!), e infine ho corso per un’altra mezz’ora senza pensare a niente e contando i passi (180 passi al minuto è il numero magico per una corsa fluida, by the way); ma ha raggiunto il suo apice ieri mattina.

Avevo scelto un percorso pianeggiante, che ho approcciato in maniera cauta (Gianni diesel, that’s me!); ma verso la fine della prima ora di corsa i pensieri – che prima già fluivano – hanno cominciato a scorrere velocissimi e ordinati, e ho “visto” (ovvero immaginato in profondità, con vividezza e ricchezza di particolari) due cose:

– l’armonia di mente e corpo senza soluzione di continuità: quando tutto fluisce non c’è confine tra il pensiero e la fisicità;

– di conseguenza, la mia vita secunda, ovvero il film di quel che farò da ora fino a che avrò respiro.

Ieri era tutto un fluire, sia di corsa che di pensieri. Ho corso per un’ora e 44 minuti e percorso 15,5 km, e ho visto la mia prima mezza maratona, il 15 dicembre: mi sono visto con chiarezza e precisione alla partenza, durante il percorso, nella fatica degli ultimi kilometri e nella gioia dell’arrivo. E, tra l’altro, arriverò lì un anno prima del previsto, il che dice una cosa chiara: gli obiettivi ragionati e scritti sono molto più semplici (e divertenti) da raggiungere rispetto alle generiche buone intenzioni.

Altra cosa: nell’ultimo anno o anno e mezzo ho avvertito la netta sensazione che la spinta datami dal libro è via via andata esaurendosi, anche per ingenuità mie (se nasci ingenuo non puoi morire scafato, direi): ho passato un periodo limbesco e di attesa, che ora è finito. E ritorna Goethe (l’ho già citato lunedì scorso ma le rinascite hanno questo di magico, l’aura che si trascinano dietro di sé):

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

E ancora: sempre ieri mattina mi tornava in mente un pensiero scritto qualche giorno fa nella mia pagina Facebook:

La mattina, la prima cosa che faccio uscendo di casa è tirare su una cicca dal cortile e buttarla nel cestino dell’immondizia. Non cambia nulla nel mondo, ma cambia la mia giornata. E come.

E la metafora è lucida: se io raccolgo un mozzicone – se io porto a termine una mezza maratona, è lo stesso –, al mondo fondamentalmente non interessa, non cambia nulla. Ma magari qualcuno osserva, e gli/le viene voglia di farlo anche lui/lei: perché quel mozzicone che raccogli è figura (nel senso auerbachiano del termine) del bene che fai a te, indipendentemente da ogni altra considerazione. È un’attività autotelica, per dirla alla Csikszentmihalyi, di puro flow. Running flow.

Nov 11

daje
Ho passato recentissimamente e in sequenza due giornate con due persone che hanno significato e significano tantissimo per me. La prima con uno scrittore che con i suoi libri mi ha insegnato una parte molto significativa di quello che so sul come si fa a scrivere bene; l’altra con un amico – probabilmente il mio più caro. Mi è venuto allora da fare qualche considerazione. (Non mi aspettavo certo che due giornate così “pesanti” passassero come acqua fresca su di me.)

Fondamentalmente mi accorgo che in tante cose non sono all’altezza. Per carattere o per altro, i motivi non li so: ma mi accorgo che sono tanto bravo con la parola scritta perché faccio tanta fatica con la parola parlata (o viceversa, è lo stesso); e se non dici le parole giuste al momento giusto rimani indietro, è matematico. E questo è un mio limite che mi è evidente e con cui devo comunque fare i conti.

O, per dirla con Giovanni Giudici:

Parlo di me, dal cuore del miracolo:
la mia colpa sociale è di non ridere,
di non commuovermi al momento giusto.
E intanto muoio, per aspettare a vivere.

Queste due giornate mi hanno per forza costretto a fare i conti con quello che ero io quando ho conosciuto queste persone, o direttamente o per mezzo delle loro opere – il tempo non passa invano, anche se così potrebbe sembrare al suo scorrere –, e mi rendo conto che io sono cambiato molto; probabilmente sono cresciuto ma non è importante, ci sono delle cose che non riesco a fare, dei miei limiti di cui devo prendere atto e basta.

Passare del tempo con loro, oltre alla naturale gioia che ne ho ricavata, mi è servito a capire che ci sono dei punti e dei luoghi dove io non arrivo e comunque non potrò arrivare perché – in parole povere – non sono nelle mie corde. Devo prenderne atto, tutto qui.

In maniera più generale vedo anche che in questa vita, come dice l’amico, chi cazzo a sa lòn ch’a l’é giust. Questo mi porta a pensare che è tutto inutile quel che facciamo, o più precisamente buona parte di quel che facciamo. Ma almeno una risposta possibile c’è: “daje”, per dirla alla Zeman; o “daje mach”, per dirla in piemontese. Ovvero: tieni duro, qualcosa succede.

Anche qui Giovanni Giudici (Con tutta semplicità) ha una risposta interessante:

Con tutta semplicità devo dire
che un tempo sembrava lontano
il tempo in cui morire.

Ora non è più un pensiero strano.
Ora è sempre lontano (almeno spero) ma
posso già prefigurarmelo. Ho l’età

in cui dovrei fare ciò che volevo
fare da grande e ancora non l’ho deciso.
Faccio quel che faccio, altra scelta non ci sarà:

leggo di miei coetanei che muoiono all’improvviso.

(Era uno dei miei poeti preferiti quand’ero al liceo, ho scoperto stamattina che si è spento da due anni. In questi casi penso sempre alle parole che non ho detto.)

E non possiamo nemmeno dimenticare Goethe:

Fino a che uno non si compromette c’è esitazione, possibilità di tornare indietro, e sempre inefficacia. Rispetto ad ogni atto di iniziativa c’è solo una verità elementare, l’ignorarla uccide innumerevoli idee e splendidi piani. Nel momento in cui uno si compromette definitivamente anche la provvidenza si muove. Ogni sorta di cose accade per aiutare cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Una corrente di eventi ha inizio dalla decisione, facendo sorgere a nostro favore ogni tipo di incidenti imprevedibili, incontri e assistenza materiale, che nessuno avrebbe sognato potessero venire in questo modo. Tutto quello che puoi fare, o sognare di poter fare, incomincialo. Il coraggio ha in sé genio, potere e magia. Incomincia adesso.

Insomma daje (mach): ciascuno ha i propri limiti ma la nostra volontà è qui con noi, adesso, è qui per aiutarci a superarli.

Nov 04

Sergio Arneodo
Io credo che occorra partire dalla fine, e da lì tornare indietro. E allora comincerò dall’omelia che sabato, in una chiesetta di montagna strapiena, e i microfoni fuori ad amplificare le parole per le tantissime persone giunte a dare l’estremo saluto a Sergio Arneodo, padre, nonno, suocero, professore, scrittore, poeta, cantore della montagna, il prete ha pronunciato per il funerale di questo piccolo grande uomo. In una parola lui ha detto che quel che conta è l’eredità che lascia: e l’eredità di Arneodo non si misura certo in denaro, ma in opere, pensieri, libri e così via.

Arneodo era un grande uomo, e voleva bene alle sue montagne – terra povera e difficile, ma terra sua e dei suoi padri e dei padri dei suoi padri. Per questo mi sono commosso quando la salma, dopo la cerimonia, è stata portata per il paese per un addio monti semplice che vale più di tante parole. Tutto nel piccolo paese di Sancto Lucio de Coumboscuro era silenzio, un silenzio fatto di rispetto e commozione e presenza.

Presenza, non assenza: perché l’insegnamento del magistre è davanti a noi, pronto per essere colto.
Sancto Lucio de Coumboscuro
Credo che il succo del discorso di questo magistre è che la montagna – la montagna del silenzio voglio dire, quella povera e sincera, non certo i centri sciistici rinomati – ti dà tanto. Come per il lavoro tu vieni pagato, la montagna ti paga per l’attenzione che le dedichi, ma lo fa con una moneta molto più importante del denaro: ti ricarica lo spirito.

Devi imparare ad ascoltarla, è chiaro. Devi dedicarle tempo. Ma ti ripaga, questo è certo. E penso anche che sia una risorsa preziosa in termini di posti di lavoro, di turismo e così via: qui però i discorsi si fanno molto articolati, richiedono amministrazioni illuminate e politiche sagge e accorte. Ne parleremo un’altra volta.

Certo la montagna è difficile. Metaforicamente è come una poesia di lou magistre (I avìho lou fuèc):

Sabìen qu’i avìho lou fuèc dins lis encrénos
de la mountagno, sout li mèrse e vrous
li bars, li pra, li estabi, sout li crous
dal cementièri. Avìhen guinchà
la tépo, se tubavo ente se féno,
se làuro, s’arpìo l’uèrge poursierous
per li òuchos de l’adréch. Derén es rous
chapuéi li gerp, despì a charamaià
sus nostro gént. Din ta néu, moun Deiniàl,
laissén la marco oulvro, sus lou lindàl,
di nuestes pihà.

È difficile (del resto il provenzale di oggi, come pure l’italiano, ha radici ben fondate nel trobar clus), ma ti ripaga in maniera molto più che proporzionale. A patto che tu sappia e voglia ascoltarla, naturalmente. Credo che questa, in poche parole, sia la lezione di Sergio Arneodo.

Arveire, magistre.

Ott 28

IFC
Conobbi Daniel alla stazione di Grosseto, in un giorno di primavera di due anni fa. Ricordo perfettamente la sensazione di calma e forza che subito mi trasmise la persona. (Forse sarebbe più corretto dire che lo ri-conobbi, perché vidi in lui – immediatamente, senza pensare – una proiezione di come avrei voluto essere io.)

Poco più di un anno fa lui è partito alla scoperta – ma anche qui, si tratta piuttosto di una ri-scoperta – dell’Italia che cambia: lo scopo era quello di incontrare quelli che lui ha chiamato “gli agenti del cambiamento”, ovvero coloro che hanno deciso che le condizioni di vita cui sono costretti non vanno bene. E quindi cambiano.

O meglio, hanno già cambiato. Sono già cambiati. Se dovessi sintetizzare in poche parole questo progetto non potrei dirlo meglio che con le parole di Montale:

Qualche volta s’incontra l’ectoplasma
d’uno scampato e non sembra particolarmente felice.
Ignora di essere fuori, nessuno glie n’ha parlato.
Gli altri, nel sacco, si credono più liberi di lui.

Ma gli incontri, ovviamente, non erano fini a se stessi, erano piuttosto il pre-testo per un testo: i sette mesi e sette giorni di viaggio sono infatti diventati libro, Io faccio così. Viaggio in camper alla scoperta dell’Italia che cambia.

Ora, questa rivoluzione silenziosa è in atto dal 2008 perlomeno, ovvero dal momento in cui divenne chiaro a tutti che l’economia e la società così come sono strutturate oggi non vanno bene, e dunque per forza – per forza – devono cambiare. E cambiano: è semplice, logico e conseguente.

Daniel è un testimone e un osservatore acuto di questo fenomeno dal quale nessuno può più chiamarsi fuori. La sua calma e la sua forza mi commuovono. E questa rivoluzione silenziosa non ha bisogno di essere gridata, semplicemente è.

Ott 21

Austin
Quando diedi vita a questo mio diario pubblico, ormai cinque anni fa, raccontando la mia esperienza nel mondo delle traduzioni, lo feci col doppio intento speculare di fissare i miei pensieri e di portare conoscenza ai lettori. Col tempo, lentamente, il focus si è allargato a contenere temi più ampi – il segno che possiamo lasciare nel mondo e l’importanza di fare davvero le cose che ci interessano e appassionano, in due parole.

I due concetti non sono affatto antitetici, come forse potrebbe sembrare. Io non mi tiro mai indietro di fronte al lavoro, e credo che sia importante che quando lavori lavori davvero; del resto, seguire e inseguire le proprie passioni e passare tanto tempo con le persone importanti della nostra vita sono cardini cui non ha senso rinunciare. Quanti, arrivati in punto di morte, vorrebbero aver passato più tempo in ufficio? (Lo scopo ultimo del lavoro è o dovrebbe essere liberare il tempo, non occuparlo fino allo sfinimento.)

Insomma questo blog è il diario di un collegamento tra due concetti solo apparentemente contrapposti. Tutto questo per dire che mi è tornata, improvvisa (ma non inattesa), la voglia – portata da una mail di quella che considero, pur non essendone più membro, la “mia” vera associazione, la ALC – di prendere nuovamente parte ad una conferenza negli Stati Uniti: unire l’utile e il dilettevole, l’esperienza acquisita con quella ancora da acquisire, i fusi orari differenti con le sessioni di lavoro, io me stesso me come operatore del settore e come persona in cerca di conoscenza più ampia.

L’ultima fu ad Austin, tanto tempo fa. Quegli anni sono stati per me, dal punto di vista del lavoro e della conoscenza dell’industria della traduzione, molto intensi: mi ci sono dedicato anima e corpo, ho incontrato molte realtà, imparato concetti e cercato di trasmetterli.

È stato un viaggio (mentale, innanzitutto) affascinante e splendido, avventuroso e foriero di sviluppi e conversari e segni lasciati nel mondo. Poi ad un certo punto ho pensato che potesse bastare e messo in soffitta quel periodo.

Ora quel desiderio mi è ritornato. Con cautela e con i capelli grigi, ma per il 2014 ci sono.

Ott 14

telefono Siemens S62
Sono andato la settimana scorsa a comprare un telefonino, accompagnato da mia figlia grande in qualità di esperta nella materia. Sono stato costretto: quello precedente stava morendo (preso tre anni fa e già defunto: questi oggetti non sono evidentemente fatti per durare).

Di tutti i modelli che c’erano, scintillanti e baluginosi davanti a noi, ne ho visto uno solo – forse due – di quelli che credo si dicano flip, che per me sono modernissimi (per mia figlia antidiluviani, ça va sans dire). Per il resto ero in un mondo che non comprendevo.

La ragazza che me lo ha venduto a un certo punto guarda i miei capelli grigi e mi chiede:

Col touchscreen sarebbe troppo difficile?

Leggero sconcerto. Però dal suo punto di vista ha ragione lei: chi compra ancora oggigiorno telefonini come questo?

È vero, io in queste cose di telefonia sono un po’ indietro – molto indietro, probabilmente (talmente indietro che chiamo telefonino quell’oggetto, per distinguerlo da quello che per me è il telefono, ovvero quello che uso in ufficio) – e capisco (pur non condividendola) la vergogna che prova mia figlia. Ma quando il risultato di tutto ciò è che lei mi dice che io sono “strano”, qualunque cosa intenda, per me è un complimento.

Sono strano, credo sia vero. Ma sono andato a riprendere quel che dei telefonini – o telefoni che siano – scrivevo nel libro:

Ho avuto per sette anni il medesimo telefonino, un Motorola V66i, che ho dovuto cambiare solo perché è “morto” – il 22 gennaio 2010, riposi in pace. E anche adesso vedo intorno a me troppe persone con telefonini che potrebbero captare il segnale di Tele Capodistria, ma poi dubito che abbiano veramente dei contenuti significativi da far passare dentro a quelle meraviglie tecnologiche.

Non faccio, ad esempio, foto ad ogni cosa che vedo perché non ho lo strumento e penso in parole piuttosto che in immagini. Probabilmente non vado allo stesso passo del resto del mondo – buona parte di esso, via. Sono strano, già – e con quella lieta sensazione di contentezza per essere così.

Ott 07

collina
Ieri mi sono ricordato di quando, da ragazzo, mi chiamavano Gianni diesel – perché in tutto ciò che facevo c’era lentezza iniziale, e poi man mano prendevo coraggio, mi lasciavo andare e da un certo punto in poi davo il massimo. E andavo forte. Ebbene, io sono così – è un tratto di me che non posso né voglio modificare.

Ieri questa era la sfida. Per i primi quattro kilometri, che erano in piano, ho corso al mio passo tranquillo; poi ho affrontato con calma la salita, e ho continuato a correre piano anche quando la pendenza si faceva proibitiva.

Poi è iniziata la discesa e una cosa bella, strana e bella, mi è successa. Ho iniziato ad accelerare, a correre sempre più forte. Non è importante che in questo fare abbia superato diversi corridori (anche perché probabilmente la maggior parte di loro non era lì per competere), ma è importante relativamente a me stesso: non sapevo nemmeno di esserne capace. Finire la corsa senza camminare mai sarebbe già stata ricompensa sufficiente; invece accorgermi che una volta preso lo slancio potevo andare avanti quasi per forza d’inerzia, e che in ciò facendo potevo ottenere dei buoni risultati (parlo per me, ovvio – tutto è relativo) è stato semplicemente bellissimo. Bellissimo e soddisfacente.

Allora la lezione appresa, in una parola, è:

Keep grinding.

Arrivo tardi alle cose? E pazienza, va bene così. Ho ripensato anche a quel che avevo descritto qui e al fatto che, insomma, alla meta si può arrivare in un milione di maniere differenti, e che come dice quel proverbio cinese che amo citare:

Chi pensa che la frutta maturi tutta insieme come le ciliegie non sa nulla dell’uva.

Ho la consistenza tranquilla dell’uva e non la dirompenza delle ciliegie. Ci ho messo una vita intera a rendermene conto, va bene così.

Set 30

Sono di fatto un bilingue.

Certo, quando dico che le mie lingue madri sono l’italiano e il piemontese (non necessariamente in quest’ordine), leggo un po’ di smarrimento negli occhi di chi ascolta. E lo capisco: nella percezione comune il piemontese è un dialetto, non una lingua. (Che sia lingua da un punto di vista scientifico e storico, che abbia dieci secoli [sic] di tradizione scritta, che da quattro secoli si scriva grossomodo alla stessa maniera, che abbia vocabolari, grammatiche eccetera sono realtà che non fanno testo, visto che sono informazioni “per felici pochi”, per dirla alla Morante.)

Il mio bilinguismo è qualcosa che non serve a nessuno se non alla mia identità, a vivere una vita mentale più ricca. Apparentemente, non farebbe nessuna differenza se non parlassi e scrivessi piemontese: questa lingua non serve a nulla, per così dire. Ma il pericolo – parlo per me – è di trovarmi senza lingua materna e non voglio che accada, tutto qui. Il pericolo è per esempio di colui che è emigrato e ha perso la sua lingua senza trovare davvero la lingua del paese che l’ha accolto, e ad un certo punto si è trovato senza identità.

(Prescindo qui da tutte le opportunità che mi provengono dal conoscere altre lingue oltre alla prima e alla seconda, parlo solo delle mie lingue materne.)

Chi sei tu, veramente, senza una lingua tua, quale che sia? Una lingua ti definisce, è il tuo paese, sei tu. Quando penso alle parole che vivranno almeno fino a che vivrò io mi sembra un bel posto, il mondo. E mi sovviene GianRenzo Clivio:

Mia part i l’hai fala, ij mè cit a parlo piemontèis e fin ch’i vivo i l’avrai da parleje piemontèis a quaidun.

E infatti quando le mie figlie sono nate non ho potuto che parlare loro in piemontese: perché, per dirla con Tavo Burat,

‘L piemontèis a l’é mè pais.
Tuta la resta a l’é mach d’anviron.

E così sarà finché vivrò. Loro mi rispondono e mi risponderanno in italiano ma non ha importanza, il mio cuore mi dice che questo è giusto e tanto mi basta.

Queste due lingue in cui mi sono rimescolato e mi sono conosciuto mi definiscono, qualunque cosa accada; sono una compagnia e una difesa, una consolazione e un mezzo. Sono parole: parole inutili, parole incantevoli. Pavese:

Le parole sono tenere cose, intrattabili e vive, ma fatte per l’uomo e non l’uomo per loro.

Capisco, però, che le lingue sono comunque argomenti delicati, perché entra in gioco l’identità della persona. In più, credo che l’etichetta di “piemontese” abbia per molti un’accezione negativa, perché da un lato fa venire in mente il contadino e le montagne, dall’altra ricorda pagine controverse della storia d’Italia.

Ebbene, il mio piemontese è semplicemente un altro paio di occhiali per guardare il mondo. Se fossi nato da un’altra parte avrei un’altra lingua a dare forma ai miei pensieri. Non ho nessuna pretesa di superiorità, nessun desiderio di rivalsa di nessun genere, niente da insegnare a chicchessia.

E poi credo che questa lingua, come tutte le lingue del mondo, sia un’apertura verso l’esterno, certamente non un chiudersi a riccio in un castello dorato dove le persone parlano solo la mia lingua. Il mio bilinguismo insomma mi aiuta a cercare di capire chi è diverso da me; e mi fa apprezzare lingue – e dunque culture – distanti e diverse.

Tutto qui. In maniera molto semplice e tranquilla.

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