Ago 15

La Piatta, luogo sperduto nei boschi sopra Cuneo dove sono stato fin da bambino (e dunque dove sarò per sempre – è questa l’essenza del mito), luogo che mi piace definire “casa” soprattutto per il piacere di farvi ritorno dopo le partenze, si è animata ieri per un pranzo di famiglia.

Quegli stessi pranzi che da ragazzo aborrivo perché noiosi sono diventati adesso una delle figure (nel senso auerbachiano del termine) della serenità e della completezza.

Ascoltavo le parole dei miei commensali, partecipavo rilassato ai discorsi, sentivo la vita scorrere in quei momenti distesi. Quel cibo e quel vino mi sembravano passare direttamente dalla terra dentro di me, mi sentivo parte di un flusso naturale.

Pensavo che la felicità è fatta proprio di cose piccolissime, di piaceri minimi con persone che sempre e comunque saranno dalla tua parte. O forse più che pensarlo ero io stesso l’espressione di quel pensiero.

Insomma questi boschi e queste montagne sono parte di me, hanno fatto e plasmato il mio corpo e il mio spirito. Anche queste sono radici.

Ago 08

Quel semplice atto di prendere in mano Adesso basta di Simone Perotti mi ha portato, oltre a tanti pensieri da condividere, a conoscere diverse persone con cui mi sento affine per lo spirito che hanno verso le cose della vita.

Ylenia Bellantoni è una di queste persone. Bolognese, 34 anni, si è laureata presso la Scuola per Interpreti e Traduttori di Forlì. Ha lavorato come traduttrice e interprete sia da dipendente che da freelance, e al momento lavora in un’impresa che opera nel settore editoriale. Ama leggere e viaggiare, in particolare nei paesi nordici e nei paesi anglofoni (ultimo viaggio fatto: Australia dove ha pensato più volte di emigrare).

Mi ha subito colpito la sua maniera tranquilla e nello stesso tempo sicura di affrontare la vita. Le ho chiesto allora di scrivere un post per Brainfood, per dare a chi legge qualche spunto ulteriore nel terreno del downshifting. Qui a seguire i suoi pensieri (e grazie mille, Ylenia, per averli condivisi).

Io sono downshifter per natura: mi sono presa sin da ragazza del “tempo per me”, perdendone anche di prezioso in alcuni momenti. Ad esempio a vent’anni, quando si dovrebbe seminare per il futuro, io ho rallentato e mi sono presa il tempo necessario per capire chi ero e per fare le cose che desideravo.

Non sapevo allora che questo mio rallentare dai ritmi imposti da altri sarebbe stato chiamato “downshifting” un giorno, ho sempre visto tutti trottare come dei cavallini verso le mete sociali già prefissate senza perdere tempo. Il mondo corre veloce, ti impone dei ritmi esasperati, non aspetta il tempo della maturazione personale – tempo diverso per ciascuno di noi –, ti ha già travolto prima con i suoi cambi di scenario repentini.

Chi rallenta è perduto? Chissà. Di sicuro esce dal sistema, qualcuno riuscirà a rientrarci in modo diverso, magari facendo degli aggiustamenti positivi; altri ne vengono proprio espulsi definitivamente.

È un mondo liquido, scrive Zygmunt Bauman. Quando l’ho conosciuto mi ha augurato “una vita e un amore non liquidi”, un consiglio che cerco di tenere a mente ogni giorno. Non sono mai entrata nella spirale del consumismo e del dover apparire, sono una delle rare donne a cui non piace fare shopping, consumo pochissimo in generale, non ho la macchina per scelta, ho organizzato la mia vita in modo da andare a lavorare e fare tutte le cose a piedi o in bicicletta o con i mezzi pubblici. Amo la natura e i gatti da sempre, sono abituata a soffermarmi sulla poesia delle giornate, dal guardare gli animali nella campagna dal finestrino del treno al percorrere in bicicletta le strade medievali della mia città.

Il lato negativo di questa bella filosofia che perseguo è l’isolamento, per fortuna ho anche il marito che condivide con me la filosofia di vita, però facciamo un po’ fatica a trovare altri simili a noi, la scoperta di Simone Perotti e di tutti gli altri è stata davvero piacevole!

Ago 01


Ho iniziato a usare Google+, ecco a seguire qualche mia considerazione sparsa.

1. In generale, il mondo del web sta diventando sempre più caotico. Ma forse non è nemmeno l’aggettivo giusto; diciamo che le regole fisse di prima continuano a cadere (è molto difficile, per esempio, definire un “libro”, oggi). Non so se è un bene oppure un male; propendo per la prima ipotesi, ma credo che comunque sia un dato di fatto e prima ci adeguiamo e meglio è.

2. L’interesse intorno a questo oggetto “misterioso” è molto grande. Lo deduco anche dal fatto che tanti amici hanno creato la loro pagina e messo la loro foto senza fare altro. Insomma stabiliamo la presenza, poi qualcosa succederà. Bene, secondo me; e poi il secondo logico passo sarà quello di cominciare ad utilizzarlo.

3. Utilizzarlo vuol dire necessariamente fare errori, come ho visto fare qualche giorno fa a Chris Guillebeau: e questo io lo trovo assolutamente positivo, perché fare errori significa salire nella curva dell’apprendimento e di conseguenza essere in posizione favorevole tra qualche tempo, quando altri staranno facendo i loro inevitabili errori per capire come diavolo funziona questo strumento.

4. Facebook. È curioso, ma l’avvento di Google+rende all’improvviso obsoleto e quasi superato Facebook, che fino a ieri era il social network per antonomasia. Sarà un bello scontro tra titani.

5. In conclusione non mi è ancora assolutamente chiaro come funzioni questo strumento: ma intanto ci sono, faccio le mie esperienze e così via. Il mio ovvio suggerimento è di provarlo ora per poi poter decidere con coscienza di causa se rimanervi (scommettiamo che accadrà?).

Lug 25


Una chiacchierata sulla mia pagina Facebook ha portato a un commento di un amico, che mi chiedeva perché non inserisco le mie recensioni – che in effetti, negli anni, sono venute a costituire una discreta collezione – su Anobii.

La mia risposta è stata che ars longa, vita brevis. Ma poi ci ho riflettuto nei giorni seguenti e penso che la realtà sia più ampia e sfaccettata.

Il motivo fondamentale è messo bene in luce da Fabian Kruse:

As our lives extend into the digital realm, personal sovereignty becomes a question of more than just our minds and bodies. It becomes a question of data and the web, and a question of how to control it.

Il cloud computing è un’opportunità straordinaria che abbiamo, qualcosa di mai visto prima nella storia, ma i dati che in varie forme spargiamo sui vari social network, siti eccetera non sono mai davvero nostri.

A meno che non siano sui nostri siti. E FB, nonostante l’aria amichevole e invitante, non è “nostro”. Ecco perché, anche se scrivere è uno dei miei mestieri e non basta scrivere perché lo scritto viva, bisogna trovare un pubblico, preferisco controllare per quanto possibile ciò che elaboro. Ho meno lettori di quanti potrei averne, si capisce, ma questo sito è il contenitore nel bene e nel male dei miei pensieri.

E se la strategia (vincente, tanto di cappello) di FB è far fare tutto il lavoro agli utenti, e se anche non mi dispiace affatto collaborare con altri siti amici (come il Cambiamento, per fare un esempio tra tanti), considero FB come una grossa opportunità, solo da prendere con tutta la provvisorietà del caso, qualcosa che domani potrebbe benissimo non esserci più.

Al contrario, i dati che sono su questo sito – gli articoli, i commenti, i video, le foto eccetera – sono miei (possono essere copiati, certo, ma questo è un altro problema e comunque non evitabile), e mia è la responsabilità.

A parer mio questa è una strategia che chiunque sia interessato a scrivere per un pubblico, a scrivere qualcosa che rimanga nel tempo, che vada più in là dell’interesse del momento o di un giro di stagione, dovrebbe considerare.

Lug 18


La singola attività che preferisco fare in questa mia seconda patria è probabilmente camminare; e il sentiero che preferisco, tra tutti, è quella parte di Littoral Sartènais che unisce la torre di Campumoru alle prime propaggini di Tizzano. E oggi, giorno che segna il primo compleanno di giannidavico.it, mi faccio un regalo: descrivo il percorso compiuto qualche giorno fa.

È un sentiero che conosco abbastanza bene, per averlo già percorso qualche volta negli anni; è comunque ben segnalato e perdersi – se anche augurabile, per le scoperte che si possono fare – è difficile.

La prima mezz’ora di cammino è quella meno interessante, perché si è troppo vicini alla civiltà e sono dunque relativamente frequenti gli incontri con viandanti che sono lì per brevi passeggiate, non traversate di Corsica. (Sono irriguardoso in questo, lo so: ma è per via del fatto che da anni sogno la mia settimana solitaria di camminamenti corsi, in un maggio sempre di là da venire.)

Incontro delle mucche lungo il cammino, e non riesco a capire dove sia il loro ricovero e se abbiano un padrone. Mi piace comunque immaginarle libere.

Superata cala d’Agulia, dopo poco più di un’ora e mezza di cammino a buon ritmo, la torre di Senetosa appare per la prima volta, magnifica, solitaria e splendente; ed è come per un marinaio vedere la terra all’orizzonte, perché percorrere questo sentiero è comunque un’avventura, un viaggio e quella non è la meta finale, no, ma certamente la tappa più significativa della giornata.

I pensieri sono limpidi e leggeri. La felicità è più nelle gambe, nei piedi che non nella testa.

Dopo tre ore di buon cammino arrivo alla torre di Senetosa, una delle poche torri di guardia corse dove puoi salire in cima senza che vi siano lucchetti e catenacci a sbarrarti la strada. Arrivo su e ho un sereno dejà vu: riprovo esattamente la stessa sensazione provata l’anno scorso. Qui in questo luogo ho capito perché la Corsica viene detta la montagna in mezzo al mare, nome che a parer mio è molto più azzeccato che non l’île de la beauté‏. Sì, perché questa è una terra molto prima che una costa.

Da qui, in questo silenzio infinito che ti pare di toccarlo solo allungando una mano, si vedono il faro di Senetosa, scorci di Sardegna, la torre di Capu Neru, una grande parte dell’isola. Meraviglia pura.

Ancora un paio d’ore abbondanti di cammino, le ombre si allungano e sono a Tizzano, tocco terra – per così dire – e la sensazione è di felice stanchezza, pienezza d’animo, di aver fatto quel che volevo. Ho camminato, e tanto mi basta.

Lug 11

al ragazzo che viene dall’isola


Era il 27 luglio 2002.

Chiudo gli occhi e davanti a me c’è la Corsica, a pochi chilometri, vista dal traghetto che arriva da Savona: una luce abbagliante, i riflessi del mare nostrum, un paesaggio quasi lunare, le montagne incoronate da turbine eoliche, la Giraglia ad annunciare la terra.

Roberta dormiva quieta distesa sulle mie gambe, io leggevo L’amore ai tempi del colera, romanzo dell’amore immortale. È stato in quel momento preciso che ho capito di essere arrivato a casa.

La Corsica è stata da allora il ricettacolo di tutti i miei sogni di fierezza, desideri di libertà, semplicità, lingua eccetera. Là mi sono rimescolato e mi sono riconosciuto. Quell’aria che brucia la pelle, quel mare dai colori cangianti, il buon animo e la tranquillità di quella gente: la Corsica è il luogo che più di ogni altro, più che la cittadina che mi ha visto nascere e crescere e in cui sono sempre ritornato, riconosco come casa mia.

E la Corsica non è semplicemente la Corsica, ma un luogo molto specifico, un piccolo villaggio che chiude a nord il golfo del Valinco, Porto Pollo, luogo di serenità e pace e di partenze e di ritorni.

Oggi ritorno a casa.

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Lug 04


Sabina parla della sua lunga estate nel segno del Telepass e io, in questo periodo di gare di qua e gare di là, mi immedesimo e mi ritrovo nella descrizione: mi capita di sentirmi una trottola un po’ sballottata per l’universo mondo. È vero che l’ho deciso io, ma a volte le proprie decisioni pesano: sento le voce delle bambine che sono un soffio in un telefonino anziché carne e respiro e sangue e “dammi un bacio, papi, dammi un bacio” e mi sembra che mi manchi qualcosa.

Però le giornate passano leggere e luminose, la Corsica – o meglio Porto Pollo, quel particolare angolo di Corsica del sud che chiude a nord il golfo del Valinco ed è da anni il ricettacolo di tutti i miei sogni di mare e libertà – è solo a giorni di distanza, l’estate è qui, in tutta la sua pienezza – luglio è da decenni il mese che di gran lunga preferisco –, io mi sento leggero nonostante il peso degli affanni.

E poi volevo esprimere anche un concetto in cui credo molto, un pensiero che mi è rimasto a mezza bocca per tanto tempo: quel che penso e faccio e dico può benissimo non importare a nessuno, e gli obiettivi che ho possono alla fine anche rivelarsi delle semplici ancore, ma in tutto questo fare e pensare – autostrade ecc. – trovo gioia e soddisfazioni. Il cerchio si chiude e tanto basta.

Giu 27

Non credo che, il tempo passando, le cose cambieranno.

Qualche settimana fa mi sono reiscritto a Langit, dopo un assenza di qualche mese che seguiva un periodo ininterrotto di tredici anni di frequentazione. Ho ritrovato che la maniera di rapportarsi ai clienti e in particolare ai prezzi è spessissime volte la medesima: “sentite che proposta indecente mi hanno fatto”, “quell’agenzia mi offre x centesimi a parola e io non accetterò mai” e così via.

Forse non dovrei essere stupito, ma lo sono.

Il problema – uno dei problemi, forse – è che il numero di traduttori è in aumento, l’esperienza media in diminuzione, la caccia al cliente sempre più garibaldina. Troppi traduttori non affrontano il mercato in maniera professionale.

Mi si taccerà di visione semplicistica, ma a parer mio le cose sono molto chiare: tu vedi quel che vuoi vedere. E tra l’altro ritengo che questa considerazione valga per qualunque settore.

Insomma è un mondo difficile se pensiamo che lo sia. Altrimenti è tutto lineare e limpido.

Giu 20


Non so cos’ho fatto per meritarle, ma ce l’ho. L’oggetto sono la pace e la tranquillità che sento qui, in questo luogo sperduto delle montagne sopra Cuneo, questo luogo che mi ha visto crescere e che ora è di fatto una specie di prima casa, per me.

Il mio lento paradiso in mezzo ai boschi. Ieri sera un passerotto appena nato era caduto dal nido sotto il nostro tetto. Ho preso la scala e nel rimetterlo a casa sua vedevo e sentivo gli altri piccoli allargare la bocca e sbraitare in attesa del cibo, come se fossi la loro mamma. Con i bambini intorno anche questo è un avvenimento.

Penso alle invidie, alle critiche, tutte cose che mi scivolano addosso senza lasciare traccia.

Io qui sto bene, faccio le cose che adoro: sto con le bambine, penso, scrivo, lavoro (ogni tanto), gioco a golf (naturalmente), soprattutto mi sento una cosa sola con queste montagne.

Queste montagne, questa borgata che un tempo aveva mille abitanti e ora ne ha sette, questo luogo dove non nasce più nessuno ma i pochi che ci sono muoiono ancora. Io adoro queste montagne, questi boschi solitari, e soffro per l’anima che, con le persone che se ne vanno, si sta perdendo.

Che cosa sarà della Piatta domani? Cose positive e cose negative, tutto si mescola e si fonde insieme. Domani noi non saremo più qui ma ci saranno ancora questi boschi, qualcuno sentirà ancora il canto dei passerotti a inizio estate, qualcuno metterà una scala contro il muro per tenere nel palmo un passerotto impaurito.

Giu 13

Pettinarmi la mattina.

Pianificare la vita fino a due generazioni dopo di me.

Arrivare puntuale a tutti gli appuntamenti.

L’ansia da lunedì mattina.

Essere preciso a ogni costo.

Voler fare comunque la differenza.

L’efficienza.

(Et permulta.)

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