Giu 06


La scena si svolge verso le otto di sera di un venerdì qualunque, in un non-luogo come tanti della provincia italiana: un locale che vorrebbe chiamarsi ristorante in un centro commerciale, ma che mi dà più l’impressione di essere uno spazio in cui sei forzato ad entrare, pagare, consumare velocemente e uscire. Scene già viste.

Sono lì per caso (ovviamente), alla cassa davanti a me c’è una signora oltre la sessantina che ha preso un piatto di linguine alle zucchine e null’altro. Me la immagino vedova, che vive da sola, che ha problemi con i soldi e magari vorrebbe ogni tanto concedersi un piccolo extra come questo, ma aggiungere anche il costo di un acqua minerale sarebbe un problema. La capisco.

Dice alla cassiera di farle lo sconto perché ha la tessera, che però ha scordato a casa. La cassiera dice che senza tessera non è possibile. (Stiamo parlando di dodici centesimi di euro.)

“Mi chiami il direttore”, dice la signora. “Il direttore non c’è”, è la risposta, “sono io la responsabile questa sera”. Inizia una discussione vivace fatta di ego, di suppliche e di durezza. Il punto della cassiera è che deve seguire le regole. (Seguire le regole vorrebbe dire in questo caso perdere un cliente per dodici centesimi di euro – ma che razza di regola è?)

“Ma lei mi conosce”, dice la signora. “Sì, la conosco, ma non è questo”. A quel punto mi intrometto: “Ma se la conosce, allora è questo”.

Alla fine la cassiera le fa questo cacchio di sconto; ma rimane scontenta, perché pensa di non aver fatto la cosa giusta. La signora ha ottenuto quel che voleva, anche se sono sicuro che avrebbe volentieri fatto a meno di implorare uno sconto di dodici centesimi, se non fosse che la pensione eccetera.

Io penso soprattutto a chi stabilisce queste norme, e allargo il discorso. Dal punto di vista dell’efficienza la regola è corretta – non si fanno deroghe, così come non si fanno sconti nei supermercati – ma, al di là della questione “sociale”, dal punto di vista dell’efficacia questa norma è assolutamente deprecabile, perché instilla acredine nel personale e scontentezza nella clientela.

Il personale deve avere delle direttive precise cui attenersi, ma soprattutto la regola numero uno dovrebbe essere qualcosa del genere:

attieniti alle regole e fai ciò che è giusto, ma sentiti libero di derogare a qualunque direttiva quando il buonsenso ti dice di fare diversamente.

Mag 30


Mi trovo nel bel mezzo di un periodo molto impegnativo – e di conseguenza anche stressante – dal punto di vista golfistico: dieci giorni consecutivi di gare. Trovo interessante analizzare quello che mi capita per cercare di trarre delle possibili conclusioni generali.

1. Dieci giorni in giro per i campi di Piemonte e Lombardia vuol dire anche lunghe ore passate in autostrada, cene solitarie e insomma tanto tempo da solo: tempo per pensare, per dare una prospettiva più ampia alle cose, per analizzare quello che capita eccetera.

2. Vuol dire poi andare oltre i propri limiti, o comunque arrivare lì vicino, in quella zona che conosco poco ma che è assolutamente significativa, ovvero vedere dove posso andare, fino a dove posso arrivare.

3. Vuol dire anche un bel po’ di soldi spesi per qualcosa che domani diventerà un lavoro ma al momento è poco più di un gioco.

4. Vuol dire tempo lontano dalla famiglia. Anziché passare un fine settimana lungo in montagna, vuol dire saltare in macchina per andare lontano e da solo a giocare a golf. (È ovvio che nel territorio dei limiti ci sono i pro e i contro, e questo non è certamente un punto a favore.)

Tutto sommato però, anche se adesso non posso trarre conclusioni perché sono a metà del percorso, mettendo insieme tutti questi fattori mi accorgo che ciò che di importante mi sta succedendo è proprio il fatto di andare oltre i miei limiti, di andare a vedere dove si trovano, di conoscerli un po’ di più, di spingermi un po’ più in là e rimanere sereno anche di fronte agli errori, di imparare delle lezioni.

Il senso comune, ovviamente, dice: “Ma se Gianni gioca a golf per dieci giorni di fila come fa a lavorare?” Certo, è un’obiezione sensata. Nel mio sistema la legge di Parkinson, il principio di Pareto, la tecnologia e così via aiutano a risolvere questo arcano. Certo non è semplice e certo farò degli errori.

Ma d’altra parte il fatto di volere andare oltre i propri limiti vuol dire per forza fare degli errori, perché la strada non è segnata. Ma questo non è assolutamente un problema: la cosa importante è trarre delle lezioni da questi sbagli, e quindi per questo stesso motivo andare oltre.

Perché questo è il punto, andare oltre. La mia vita la conosco, adesso voglio andare un po’ più in là.

Mag 23

IMG_0753
Papà ha 82 anni e da un paio di settimane porta l’ossigeno, e lo porterà finché vive. Lui non è persona che fa storie, è accomodante, non si lamenta. Però, certo, la vita con un tubicino attaccato al naso e alle orecchie per 365/24/7 non è più esattamente come prima.

È vero che per papà già prima andare anche solo nell’orto era un viaggio che costava fatica.

L’orto della casa dove nacque. Casa mia. Suo padre morì a 57 anni, lui bambino piccolo. Ho sognato spesso una scena con tre generazioni di Davico in piedi, io giovane rampollo assetato di sapere, nel cortile di questa casa ex convento che è nostra dal 1920, a parlare da uomini.

(Mi sovviene Doc, da piccolo ne Il mio west, ammesso ad ascoltare la conversazione tra il padre e il nonno, ovvero i suoi miti massimi. E William Hurt che in Smoke racconta la storia di un uomo che non aveva mai conosciuto il padre per averlo perduto quando lui era nella culla in un incidente in montagna. Il corpo non fu più ritrovato, ma tanti anni dopo quell’uomo, in quella stessa montagna, se lo ritrova davanti, conservato intatto per tanti anni dal ghiaccio. E la cosa assolutamente straordinaria era che ora il padre era più giovane del figlio.)

E soprattutto sia chiaro che you’re innocent when you dream. E papà, quando dopo pranzo riposa sui divano, l’ossigeno a fasciarlo e proteggerlo come un ciupete, è innocente.

Io sono suo figlio e sono suo padre.

Se il nonno non fosse stato stroncato da un infarto nel pieno dei suoi anni, con figli piccoli e un’azienda da tirare avanti… Se, se, se. Così non è stato. Fine.

In fondo quel che mi sta dicendo papà è questo:

Fa’ tò dover e chërpa.

Giusto? Sbagliato? Non lo so, ma è la sua eredità. Anche i miei capelli ingrigiscono rapidamente.

Ruit hora. Celeriter ruit hora. Mi sta dicendo che devo darmi una mossa.

Mag 16

L’altro giorno telefona un traduttore alle prime armi, molto candido per la verità. Mi dice che si è appena laureato e sta cercando di cominciare, per cui se abbiamo bisogno per traduzioni eccetera. Io gli dico che no, perché noi lavoriamo con traduttori professionisti, anche se mi rendo conto che da qualche parte bisognerà pur iniziare.

“Ma nemmeno per le revisioni?” “Eh no, le revisioni sono la stessa cosa, nel senso che vengono fatte comunque da traduttori e/o revisori professionisti”.

“Va bene, però allora se lei mi lascia un indirizzo mail nel caso in cui possa avere bisogno le mando il mio curriculum”.

Questo è l’episodio. Io questa scena l’ho già vissuta countless times e faccio qualche considerazione.

La prima è la “tenerezza” che mi fa questa persona, perché rivedo il me stesso di vent’anni fa o quasi. Quindi da questo punto di vista lo invidio.

La seconda è pratica, di lavoro: nessuno sta aspettando quella persona, o chicchessia, per aggiungere un nome al database dei traduttori. Dunque la priorità è sapersi presentare in maniera professionale e dimostrare che si può portare valore al cliente (anche parlando la sua lingua).

E in questa direzione specifica c’è molto da fare, perché troppo spesso i traduttori – e ne ho conferme continue – escono dalle scuole di traduzione ferratissimi sulla traduzione in sé ma senza la minima idea del mercato, delle persone e aziende con cui si confronteranno, a chi offriranno il loro servizio eccetera.

Non sono naturalmente obiettivo nel dirlo, ma credo che il workshop che grazie a Sabrina Tursi avevo tenuto a Pisa un paio di mesi fa sia molto utile (indipendentemente dal fatto che lo tenga io), tant’è che lo replicheremo entro fine anno a Torino e poi faremo delle altre date.

Infine grazie a questo “ragazzo” – absit iniuria verbis – per aver dato lo spunto per questa riflessione, e con l’augurio di risentirci a idee più chiare per lui e con un proposta precisa verso di me e i miei colleghi.

Mag 09


Aveva ventun anni, correva l’anno 1979. Nel giro finale del British Open, alla buca 16 del Royal Lytham & St. Annes, spedì la pallina in un parcheggio; dovettero spostare un’auto affinché lui potesse droppare ma fece birdie (e poi vinse il titolo).

Lui è Seve Ballesteros, ovviamente.

Ma negli anni la discesa fu inesorabile. I colpi di un tempo che non gli riuscivano più. È triste il passaggio da numero 1 al mondo a ex giocatore: cos’ha in testa il mago Walter quando il trucco non gli riesce?

Poi la lotta contro un tumore al cervello. Tutti che facevano il tifo per lui. Operazioni, ospedali, ansia. Forse rassegnazione. (Cosa sappiamo noi dei pensieri di un semidio caduto?) Sabato, a 54 anni, la fine. Da un paio di giorni è una leggenda del golf, qualcuno di cui si parlerà tra cent’anni quando tutti noi saremo polvere.

Allora questo è quello che intendo quando dico “morirai comunque”, un invito – a me stesso innanzitutto – ad adoperare ora i talenti di cui dispongo per fare della mia vita, diciamolo alla Pavese (lettera a E., 14 ottobre 1932),

la cosa più bella di cui sarò capace.

Riuscirai a fare birdie tirando da un parcheggio?

Esprimerai al massimo i tuoi talenti?

Capiremo, guardando la tua vita all’indietro partendo dalla fine, che era proprio la tua, esattamente la tua, solo la tua?

Riuscirai a fare birdie tirando da un parcheggio?

Mag 02


Mi sorprendevo da solo alle parole che mi uscivano dalla tastiera. Ero a Montemale di Cuneo, frazione Piatta Sottana (la casa delle estati della mia infanzia), davanti a un panorama di pianura e montagne da togliere il fiato. (Panorama peraltro consueto, per me – anche se a certe cose non potrò mai fare l’abitudine.)

Stavo rispondendo a Don Shin, uno degli amici visionari conosciuti nelle varie conferenze sulla traduzione cui ho partecipato negli anni scorsi. Un pazzo scatenato (sia detto con tutto il bene che gli voglio), un ragazzo dal cuore d’oro, un imprenditore brillante: chiedi in giro e la risposta sarà sempre “everybody loves Don”.

Insomma lui mi aveva scritto per chiedermi se avrei partecipato alla conferenza ALC di quest’anno (c’era anche il golf di mezzo). E poi mi dice che vorrebbe leggere il mio libro, che abbiamo tante cose in comune (lo so bene, sebbene lui sia quasi sempre ad almeno un continente e mezzo da me). Insomma anche lui è un adepto della vita 2.0 – solo che probabilmente la chiama con un nome differente.

E io che gli rispondo, stupendomi di me ma con tranquilla fermezza, che mi manca tantissimo l’atmosfera delle conferenze ALC, ma che il lavoro in sé non è più così in alto nella scala delle mie priorità. Che leggo ancora “Inc.” e cose simili, ma che questi argomenti non hanno più per me quell’eccitazione febbrile che avevano in passato. Che la vita 2.0 non è soltanto una visione o un sogno, ma è la mia realtà di tutti i giorni.

È la mia vita quotidiana, indipendentemente dal giudizio di altri. E poi mi guardo intorno, è passato solo qualche giorno e sono in provincia di Grosseto per una golf clinic, mi sembra tutto così difficile da spiegare eppure così lineare, così lampante, così assolutamente semplice: è così perché io voglio che sia così, perché io ho deciso che deve essere così e per nessun altro motivo.

È così per chiunque lo desideri. “Capire, in fondo, è inutile”, direbbe Eduardo; e io non sono così bravo a spiegare. Spiegare che cosa, poi? La tua vita è davanti a te, e tu sei il solo giudice: decidi che cosa vuoi farne (oppure non decidere, lo farà qualcun altro per te), quel che deciderai accadrà. Fine.

Apr 25


Considero valore quello che domani non varrà più niente, e quello che oggi vale ancora poco.
Erri De Luca

Il luogo
Comune di Montemale di Cuneo, frazione Piatta Sottana, località Rainero (prende il nome dalla famiglia del nostro padrone di casa), ovvero il luogo che tutte le estati mi ha visto crescere e che, pertanto, pertiene per me più al mito che alla geografia.

Il problema
In montagna da noi la legna è fondamentale, sia per scaldare la casa sia per cucinare. Le alternative ci sono, naturalmente (la bombola per il gas e per l’acqua calda e le stufe a cherosene per il riscaldamento), ma non sono in armonia con l’ambiente e costituiscono una sorta di offesa per la natura – o, almeno, io le considero tali –, e dunque le usiamo solo quando è strettamente necessario.
Tagliare la legna è quindi una necessità, oltre che un divertimento. La sega elettrica si è però rotta lo scorso inverno. L’alternativa era comprarne una nuova (costo tra gli 85 e i 95 euro – decisione che fino a qualche anno fa avrei adottato senza nemmeno pensarci) oppure mettere in funzione una vecchia sega a motore.

La soluzione
Due litri di miscela al 3%: EUR 3,80.
L’olio per il motore era già in casa.
Un po’ di lavoro, qualche consulto con il padrone di casa e via: la sega a motore funziona che è una meraviglia (si spegne ogni tanto, d’accordo, ma è un problema assolutamente minore), e una buona parte della giornata di Pasqua l’ho passata a portarmi in pari con gli arretrati della legna, che ora è nella legnaia per parecchi mesi a venire.

Ciò che ho imparato
Non so se l’ho imparato davvero o semplicemente facevo finta di non saperlo: ma in alcuni casi (sospetto: in molti casi) riparare l’esistente è molto meglio che sostituire con il nuovo. Costa meno, è più in linea con l’ambiente, dà più soddisfazione e ci lascia molto tempo (quel tempo che avremmo dovuto impiegare per lavorare per ottenere il denaro necessario a comprare l’oggetto nuovo) da dedicare alle nostre passioni, alla nostra vera vita.

Apr 18


Ecco un libro che fornisce degli spunti di riflessione interessanti sul successo e sull’eccellenza.

Si chiede Malcolm Gladwell: in che cosa consiste esattamente il successo? C’è il talento, ovvio; ma il mito del self made man è solo una mezza verità. C’è infatti dell’altro:

Le spiegazioni del successo in termini prettamente individuali non reggono. Le persone non vengono dal nulla. Dobbiamo sempre qualcosa ai nostri genitori e a chi ci ha favorito. […] La cultura a cui apparteniamo e l’eredità che ci hanno trasmesso i nostri antenati plasmano i risultati che sapremo conseguire come neppure immaginiamo. In poche parole, non basta chiedersi come sono fatte le persone di successo. Per chiarire quale sia la logica per cui ottengono il successo che sfugge ad altri, dobbiamo chiederci da dove vengono (p. 16).

Gli esempi si sprecano. Per citarne uno solo: Bill Gates possedeva talento e ambizione sconfinati, ma se nel 1968 – quando lui era in seconda media – l’associazione delle mamme non avesse investito tremila dollari nel terminale di un computer (in un periodo in cui molte università non ne disponevano nemmeno), lui non avrebbe potuto cominciare a programmare in maniera intensiva, né avrebbe potuto proseguire poi, quando il caso gli offrì altre opportunità (nel 1971 Gates e il suo gruppo accumularono 1575 ore di programmazione in soli sette mesi).

Questo punto allarga il discorso ad un concetto che trovo affascinante. Per dirla con le parole del neurologo Daniel Levitin, citato nel libro:

Ci vogliono diecimila ore di esercizio per raggiungere il livello di padronanza associato all’essere un esperto di caratura mondiale, in qualsiasi campo (pp. 32-33).

Diecimila ore, oltre che essere una sorta di numero magico, sono un tempo enorme:

È assolutamente impossibile diventare adulti ed essersi esercitati per tutto quel tempo contando solo sulle proprie forze. I tuoi genitori devono averti incoraggiato e mantenuto. Non puoi essere povero, perché se devi tenerti un lavoro part time per contribuire a far quadrare il bilancio familiare, durante il giorno non ti rimarrà il tempo per esercitarti a sufficienza (p. 34).

Questa non è ovviamente una giustificazione per chi non arriva ai massimi livelli in un determinato campo, ma solo una spiegazione del fatto che per arrivarci devono allinearsi un numero di fattori non indifferenti. È, insomma, il classico Cigno nero: al punto che trovo assolutamente strano il fatto che il libro di Taleb non si citato nemmeno una volta in questo volume.

Altro argomento rilevante: l’intelligenza analitica. Gladwell dimostra come, superata una certa soglia di QI (intorno a 120), l’aggiunta di altri punti non porta ad alcun vantaggio misurabile nel mondo reale. E qui vedo un chiaro parallelo possibile con la ricchezza: oltre un dato livello, il denaro non porta più felicità e benessere (inteso come stato positivo della persona). Mentre l’intelligenza pratica, quella sì, può fare la differenza – ma qui il parallelo è decisamente da scoprire.

Taggato:
Apr 11

Mia cugina – cugina per parte di mamma, del ramo “povero” della famiglia, quella parte che sa di terra, fatica e nebbia – è una carissima persona. Le voglio bene anche per quel che rappresenta, ma soprattutto per come è lei.

È sempre in affanno, però. E non riuscivo a capire perché. Poi l’ho incontrata qualche settimana fa. E all’improvviso ho capito: non esercita abbastanza il perdono verso se stessa. Questo vuol dire vivere con un perenne senso di colpa (per colpe nella maggior parte dei casi non commesse, peraltro).

Volersi bene è importante. Jovanotti lo dice bene:

E ogni cicatrice è un autografo di Dio
nessuno potrà vivere la mia vita al posto mio

La vita di ciascuno di noi è piena di magagne grandi e piccole, di cose che non riusciamo a trasformare, di situazioni sulle quali non riusciamo a lasciare il segno; ma uno dei segreti della felicità – e forse il più importante – è quello di accettare ciò che non si riesce a cambiare, e passare oltre. Ce lo spiega bene Greg Norman:

Over the years, I learned that life is not so much about having what you want as wanting what you have, and that, in the long run, you have to make peace with yourself before you can be comfortable with everybody else.

Ecco, ritengo che questo fatto di fare pace con se stessi come primo e indispensabile passo verso la felicità sia assolutamente vero. Forse capita per caso, forse vuol dire “semplicemente” crescere, ad ogni modo dopo aver fatto pace con te stesso – e, di conseguenza, aver perdonato tutte le persone da cui ti ritieni in varia misura danneggiato e offeso – molte aree problematiche della tua vita andranno a posto da sole, come per magia.

Apr 04

Mi sono imbattuto qualche giorno fa nella voce di Fiorello, che per Sky magnificava i canali 3D e il fatto che entro l’anno ci saranno non ricordo più quanti nuovi canali in 3D. (Chissà perché il marketing deve sempre usare la parola “nuovo”, nel comunicare l’offerta. Ciò che solo ieri era il massimo oggi è totalmente out.)

Allora mi è venuta in mente mia figlia che vorrebbe che io comprassi uno smartphone “o almeno un telefono col touchscreen”. Ma io sto benissimo col mio telefono da 49 euro, non ho bisogno di più. (Anzi, mi spiace tantissimo che il telefono precedente, dopo otto anni di onorato servizio, sia stato giocoforza messo fuori uso dal tempo che passa.)

Non ho bisogno di un telefono nuovo. Non ho bisogno di un’auto nuova. Non ho bisogno di un televisore 3D. Non voglio lavorare di più per avere il denaro necessario per comprare degli oggetti di cui non ho bisogno. Signori del marketing: domando la vostra comprensione, ho altre priorità.

Mi pare di essere come quell’”ectoplasma d’uno scampato” di montaliana memoria; con la differenza (non da poco) che mi sento felice. (Anche senza smartphone.)

Adoro il marketing, ma non piace quella parte di marketing che vuole farmi possedere oggetti di cui non ho alcun bisogno.

Si tratta di decidere dove vogliamo dirigere le nostre vite. Per dirla con Paolo Inghilleri (La “buona vita”. Per l’uso creativo degli oggetti nella società dell’abbondanza), si tratta di andare verso il materialismo dotato di senso, o materialismo strumentale (ovvero adoperare gli oggetti come strumenti per la nostra felicità), e di allontanarsi dal materialismo terminale (che si ha quando gli oggetti esauriscono la loro funzione in termini di puro possesso):

Il materialismo terminale è connesso a una modalità di consumo degli oggetti basata unicamente sulla necessità di possedere un numero sempre maggiore di cose, di avere, e quindi di controllare, simboli di status e, in ultima istanza, di consumare più energia ambientale, fisica ma anche psicologica.
Nel caso del materialismo terminale, ad esempio, compriamo abiti, oggetti di arredamento, elettrodomestici, telefonini, automobili, non in base a reali necessità o a un effettivo piacere nel loro uso, ma unicamente per il fine ultimo di comperare, possedere e mostrare agli altri questo nostro possesso.

E – chiaramente – il materialismo terminale drena per forza molte tra le nostre energie, con ciò sottraendole di fatto ad altri ambiti significativi dell’esistenza come le relazioni personali, la solidarietà, l’arte, la natura e così via.

Io per me voglio significato e non cose. Signori del marketing, signor Fiorello, invoco di nuovo la vostra comprensione e mi tengo il mio televisore del 1998.

preload preload preload